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Gli sconosciuti algoritmi che regolano il processo dell’evoluzione dell’uomo, hanno deciso, ovviamente senza interpellarmi, di farmi partecipare al gioco della vita facendomi nascere qui nel sud, nel meridione d’Italia, dove il sole, il mare, il vento ed il cielo più limpido, pare siano rimaste le sole ed uniche ricchezze di una terra dove il tempo si è fermato e dove il vento della crescita economica continua a spirare in altre direzioni. Si succedono una dopo l’altra le generazioni attraverso l’incalzare inesorabile del tempo, la cui unica aspirazione è procedere solo verso il futuro, avendo il creatore dimenticato di inserirgli anche la retromarcia. A volte mi chiedo perché i territori dove la natura è stata così prodiga di bellezze naturali e climatiche, abbiano poi generalmente rappresentato aree che hanno risentito meno lo sviluppo economico. Sembrerebbe come se il calore del sole, i mari trasparenti, i cieli limpidi e le lunghe giornate assolate mal si conciliano con la realizzazione di processi economici evoluti. Come se qualcuno avesse a monte deciso che, chi ha la fortuna di nascere in questi territori bellissimi debba poi pagare uno scotto. La scarsa attenzione riposta alle sorti del sud già dai primi anni dell’unità d’Italia, la cui storia per alcuni versi dovrebbe essere riveduta e corretta, soprattutto per quel che concerne la contrabbandata affermazione di un sud povero e ignorante. E poi chi sa perché, se leggiamo attentamente le statistiche degli italiani emigrati nei tre decenni successivi all’Unità d’Italia constatiamo, guarda caso, stranamente e paradossalmente, che le regioni interessate non erano quelle del sud bensì quelle del nord, con il Veneto in testa. Un sud che nonostante le numerose problematiche sociali, sicuramente godeva di una condizione economica che non necessitava di mandare i propri figli ad emigrare nel mondo. Solo dopo la scellerata politica protezionista del De Pretis, che per favorire lo sviluppo dell’industria nelle aree del nord con l’applicazione dei dazi condizionò fortemente l’ agricoltura del sud, che se pure con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, riusciva a sfamare i suoi figli, generando dalla fine del decennio del 1880 una emigrazione che nei decenni successivi ha assunto enormi dimensioni .

Questo amara terra del sud da allora è rimasta la terra dei figli senza futuro, dove per poter aspirare al diritto al lavoro, questi figli devono ancora oggi abbandonare la loro terra, i loro affetti, per cercarlo in altre regioni. Un sud che nonostante l’incalzare dei decenni non riesce a garantire un futuro lavorativo alle nuove generazioni. Prima i giovani emigravano con le valigie di cartone tenute su da uno spago, oggi i nostri giovani continuano questa tradizione portandosi dietro i loro zainetti ed il cellulare ma sempre emigranti restano. L’apertura dei nuovi mercati europei, lo sviluppo della produzione industriale, la globalizzazione ha fortemente favorito le regioni frontaliere, penalizzando sempre di più quelle meridionali, sempre più lontane e meno competitive per l’incidenza dei costi di trasporto, sia per l’approvvigionamento delle materie prime, sia dei prodotti finiti. Non ultima la miopia politica, che non ha saputo investire nella reale vocazione del sud, cioè nell’agricoltura, turismo e servizi.

E noi genitori, vecchi rincoglioniti, subiamo passivamente e atavicamente rassegnati al volere altrui, senza tirar fuori le cosiddette “Palle” e cominciare a partecipare attivamente e concretamente alle scelte politiche ed economiche del nostro territorio. La mia rabbia sta proprio in questo. Non riesco a sopportare che per un secolo e mezzo la politica italiana si sia contraddistinta in leggi, programmi, finanziamenti per il sud che hanno solo saputo produrre povertà e disoccupazione. Tu cittadino del sud quando la smetterai di subire supinamente per non dire altre volgarità, questa incapacità politica, questa volontà mirata affinché questo sud sia lasciato ai margini dello sviluppo del paese? Quando vorrai scuoterti dal tuo torpore e ricordarti che i Borboni sono andati via tanto tempo fa e che il padrone, quello di oggi è cambiato, e che forse, nonostante il tempo trascorso, la situazione pare sia rimasta tale, se non addirittura peggiorata? Oggi non vi è famiglia nel sud che non abbia parenti di ogni ordine e grado sparsi per le regione d’Italia, i più fortunati, gli altri in giro per i quattro continenti. Intere generazioni che hanno contribuito con il loro lavoro, ad arricchire l’economie altrui non riuscendo però ad arricchire la propria.

Dovremmo essere stanchi di vedere i nostri figli che per svolgere i loro studi devono emigrare in università dislocate nelle regioni del centro nord, e cercare in quei territori un lavoro, che qui difficilmente riuscirebbero a trovare. Il tutto senza mai chiederci se non fosse il caso di interrogarci perché questo nostro sud, nonostante il trascorrere inesorabile del tempo resta il fanalino di coda nella crescita sociale ed economica del paese. Questo benedetto orgoglio sudista quando lo facciamo venir fuori, pretendendo a ragione, di partecipare ad una vera rivoluzione culturale di rinnovamento e di spinta verso processi evolutivi atti porre in essere progettazioni e programmazioni per una crescita che tenga conto una volta per sempre delle vere vocazioni del sud, lasciando stare le cattedrali nel deserto e i mega investimenti a fondo perduto, peraltro rastrellati dalle solite grandi aziende del nord. Tutto ciò lo potremmo ottenere solo con la riappropriazione della nostra consapevole appartenenza ad una terra che per quanto amara, potrebbe però riservare un futuro migliore alle generazioni future. Tutto ciò però dipenderà solo ed esclusivamente da noi.

Non si riesce a capire come un popolo di santi, esploratori, scienziati e scrittori abbia potuto dimenticare il suo passato così in fretta, abbandonando o peggio ancora svendendo la propria identità culturale e nazionale per opera di quattro idee basate sull’egoismo, scivolando lentamente nel baratro del conflitto generazionale e territoriale, lasciando poco spazio alla solidarietà ed all’intraprendenza, schiacciata quest’ultima dal clientelismo e dalla corruzione.

I giovani oramai per il oltre il 40% risultano disoccupati. I fortunati, si fa per dire, cioè coloro che lavorano, possono godere di rapporti a tempo determinato per altrettanto tempo indeterminato soprattutto grazia all’osannata stabilità del famigerato Jobs Act . Giovani che non possono più contare sulla propria dignità di lavoratori, di persone normali che possano aspirare ad un futuro, ad una propria famiglia, grazie alle straordinarie trovate del libero mercato che pare siano rappresentate dalla produttività e dalla competitività. Un libero mercato che, di libero pare sia rimasta l’egemonia delle grandi aziende a dettare legge sul mercato del lavoro. Aziende che imprecano contro i lavoratori italiani accusandoli di essere scarsamente produttivi, come se agli operai fosse addebitabile l’incapacità manageriale di saper realizzare prodotti competitivi sui mercati internazionali. E’ come al solito è colpa degli operai se le scelte di mercato, gli studi di marketing e di ristrutturazione aziendale in Italia risultano quasi tutte sballate.

I servizi pubblici in questi ultimi anni sono in continuo disfacimento. Scuola, sanità, trasporti, comunicazioni, servizi sociali sono in costante declino pur assorbendo sempre più ingenti risorse finanziarie. Nonostante le indecorose classifiche dove l’Italia è sempre tra gli ultimi posti, e dove in particolare emerge che, rispetto ad altri paesi europei, investiamo di più per avere qualità inferiore, e a noi cittadini italiani è sufficiente sbottare nell’anonimato dei nostri salotti. Non perdiamo mai occasione per lamentarci, per inveire contro tizio o contro caio, nulla ci va bene, son tutti ladri, sono tutti corrotti, riteniamo che il clientelismo sia l’unica forma per poter accedere ad ottenere dei servizi il sospirato posto di lavoro,   e poi pigramente attendiamo l’arrivo del Messia che qualcuno ritiene ancora sia fermo ad Eboli.

 

Lo stato dell’economia italiani è in piena crisi devastante grazie all’imbecillità politica da una parte e dalla narcotizzazione di un popolo che parrebbe ritenersi estraneo alle conseguenze di un disastro economico, che peraltro da qualche anno sta già pesantemente facendo sentire il suo peso soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione.

Una crisi che da alcuni anni, lentamente ma progressivamente, sta assumendo le dimensioni di una tragedia collettiva, dove oramai tutti i settori pubblici e privati di questo benedetto Stato sono in smobilitazione. Tutto funziona male. I servizi, pur costando mediamente più della media degli altri stati d’Europa, sono inefficienti, obsoleti, anche perchè oramai da anni la selezione della relativa classe dirigente è affidata non più alle reali capacità professionali ma al becero clientelismo di una lobby politica frutto della scelta individuale di pochi manipolatori senza scrupoli. Anche l’apparato produttivo di cui tanto ci siamo vantati nei decenni precedenti è disastrato. Le più blasonate aziende italiane oggi tali non lo sono più, o perché finite nelle mani di operatori stranieri o perché fallite.

La desertificazione economica dell’Italia è sotto gli occhi di tutti, non più un concetto astratto percepito solo dagli addetti ai lavori, bensì dalla gente comune che si trova oggi a destreggiarsi con una ridotta capacità reddituale, una dilagante disoccupazione, peraltro aggravata dallo stupido aggravamento dell’imposizione fiscale.

Nel contempo rileviamo una classe politica, la più ben pagata al mondo, fatto che stride con l’impoverimento generale, che vanta peraltro uno sconfortante difetto che ci pone nelle sfere più alte delle classifiche mondiali, ovvero tra i peggiori: la corruzione.

La corruzione in questo Paese ha raggiunto livelli abnormi, non tollerabili, dove non esiste nessuna pratica pubblica che non ne sia viziata. Inefficienze, sprechi di enormi risorse pubbliche, dove l’arrogante potere politico pare non abbia saputo farsi mancare nulla, nemmeno “le mutande verdi” per non parlare dell’inadeguatezza di tutti i servizi pubblici oramai agli ultimi posti nelle classifiche di qualità tra tutti gli stati d’Europa. Scuola, sanità, sicurezza, trasporti, comunicazioni e telecomunicazioni risultano tutte inadeguate. Soprattutto risultiamo incapaci a poter formare quella necessaria nuova classe dirigente che più di tutto il paese ha bisogno. Scuola e università che dovrebbero contribuire, oltre che alla formazione professionale adeguata alle esigenze di una sfida che il mondo globalizzato ci impone, ad una formazione etica dei nostri giovani delusi e demotivati, dove le speranze per un futuro migliore, giorno dopo giorno diventano sempre più utopie.

Di fronte ad uno scenario economico, sociale ed etico, che qualcuno autorevolmente ha paragonato ad un dopo guerra, riscontriamo con profonda irritazione e sconcerto l’inerzia di una classe politica che continua ancora oggi, incurante e indifferente a tutto ciò che sta succedendo, a favorire i propri personali interessi.

E’ veramente nauseabondo constatare che tra le righe di nuovi decreti leggi inseriscano norme che vadano a favorire i loro interessi, a disprezzo di tutti coloro che veramente non rieswcono ad arrivare più a fine mese o di quei milioni di lavoratori in cassa integrazione o peggio ancora che hanno perso il loro lavoro.

Però il paradosso di tutto ciò sta nell’atavica indifferenza di un popolo che a quanto pare di tutto quello che sta succedendo non gliene freghi niente. L’imposizione fiscale s’inasprisce sempre più e va di pari passo con l’inasprimento dello spreco delle risorse disponibili , peraltro poche. Di tutto ciò però sembrerebbe che all’italiano medio non desti molta preoccupazione.  La disoccupazione giovanile ha superato il 42%, quella globale in questi ultimi due anni è passata dal 12 al 13%, le ore di cassa integrazione hanno fatto segnare il loro picco storico con progressivo incremento giorno dopo giorno, e a noi italiani siamo ancora a discutere su XFactor, il Grande Fratello, della nostra squadra del cuore e ci arrabbiamo con la Merkel quale unica causa di questa nostra crisi.

E’ veramente paradossale quello che sta succedendo a questa Italia, al suo popolo, al suo intero sistema. Quasi sessanta milioni di italiani che nel bene e nel male dal dopoguerra hanno saputo realizzare e mettere in piedi la sesta economia produttiva più forte del mondo, oggi ridotta alle “pezze”, ma quel che è peggio è il degrado etico, dove corruzione, clientelismo e reati di ogni genere e tipo contraddistinguono la quotidianità di questo paese nella quasi totale indifferente apatia.

 

 

Credetemi, quando sento dire nei vari dibattiti che l’attuale gravità della situazione economica è colpa dell’Euro, mi verrebbe di prendere a calci nel sedere questi soggetti. Ritengo che non ci sia corbelleria più imbecille di questa. La lievitazione dei prezzi e pertanto la perdita di potere d’acquisto è dovuta all’Euro e in particolare al suo rapporto di cambio con la lira, stabilito in sede europea, allorquando gli iniziali quindici paese dell’Europa, Italia in testa, aderirono all’applicazione della moneta unica.

Chi asserisce questo, e ahimè spesso gestori della cosa pubblica, dovrebbe essere sottoposto, a mio parere, ad immediate cure intensive di carattere psichiatrico, oppure, in alternativa farli ritornare sui banchi di scuola a studiare un po’ di economia.

Stando a quanto da questi proferito, noi italiani siamo stati presi per i fondelli, in quanto ci hanno obbligatoriamente applicato un concambio a noi sfavorevole. Che noi italiani non siamo mai stati i primi della classe,  vada pure, ma deficienti sino a questo punto non proprio. Le nostre economie sono da decenni oramai aperte, ovvero globalizzate. Nessun avrebbe particolare interesse ad avere cambi di valuta diversi da quelli che la reale economia richiede, una sottostima potrebbe influenzare positivamente gli stati esportatori, mentre una sovrastima sfavorirebbe quelli importatori. Peraltro c’è anche da dire che queste condizioni si avvertono in particolare nel breve periodo, mentre nel lungo periodo potrebbero ritorcersi. Ecco perché nessuno degli stati che hanno partecipato a stabilire la parità con l’euro avevano la recondita intenzione di particolari valutazioni. E poi se vogliamo dircela papale papale, qui nessuno è fesso.

Se poi affrontiamo la problematica della perdita del potere d’acquisto, qui la mostruosità dell’iniziale affermazione è veramente da ricovero coatto. Il costo della vita è lievitato giorno dopo giorno, dopo l’introduzione dell’euro, grazie all’imbecillità governativa, da una parte, e dal classico egoismo degli operatori commerciali italiani, che hanno trovato divertente e gratificante giocare a chi rialzava di più prezzi, mettendo in moto un meccanismo perverso che ci ha portato ad avere i prezzi dei beni e dei servizi tra i più alti a livello mondiale. A onor del vero per completezza e correttezza informativa dobbiamo citare l’influenza sulla determinazione dei prezzi al consumo che ha avuto la progressiva imposizione fiscale. Ditemi voi che c’entra l’euro, quale eventuale legge economica o quant’altro possa aver causato la folle corsa al rialzo dei prezzi, fenomeno quasi unicamente italiano.

Pur in presenza di stipendi e salari tra i più bassi, paghiamo quasi tutti i servizi mediamente il 30/40% in più rispetto alla media europea e per alcuni, cito la responsabilità civile obbligatoria sulle autovetture in circolazione, pare sia di oltre 100%. Alcuni decenni fa, se la memoria non mi fa cilecca, i nostri politici ci rinfacciavano il fatto che in Italia scontavamo i prezzi più bassi. Sono bastati pochi anni per ritrovarci finalmente primi in classifica, di una classifica che arrivare ultimi ci avrebbe fatto cosa molto gradita.

Oramai non esiste più un settore dove il relativo servizio offerto possa essere ritenuto competitivo. E’ proprio di oggi la notizia che i nostri servizi turistici in genere sono i più cari d’Europa. D’altronde in questi giorni recatomi al mare, ho potuto constatare come i servizi di spiaggia siano, nonostante la crisi, anche quest’anno aumentati di oltre il 10%. La stupidità non ha limiti. Preferiscono tenere il 50/60 % della struttura inutilizzata ma abbassare i prezzi no.

Avete mai acquistato una manciata di chiodi o di viti, che prima dell’euro con le classiche 100 lire ti riempivano una tasca? Oggi uno scatolotto dove al massimo potranno entrarci un cinquantina tra chiodi vari, attenzione non parlo di quelli con i tasselli, ma quelli che usi con il martello, anche di piccole dimensione, costano 4/5 euro. Ci rendiamo conto che rappresentano circa 9000 delle vecchie lire? E’ o non è spaventosamente macroscopica questa lievitazione del prezzo? Tutte quelle piccole cose che prima acquistavano con le classiche poche decine di lire, oggi costano non meno di un euro. In alcuni settori il parametro valutativo delle lire contro l’euro è sceso sotto le 500 lire, cioè con un euro oggi acquistiamo quello che pagavamo 500 lire. Se poi ci spostiamo sulla cancelleria spicciola non è raro incocciarsi con qualche prodotto che costando allora solo 100/150 lire oggi ti chiedono ben 1,00 euro.

Se poi indirizziamo il nostro raffronto nel campo della grossa distribuzione, rileviamo che dal produttore al consumatore finale, s’innestano una serie di passaggi, tra i vari distributori, da quello nazionale a quello locale, dove il prodotto partito da un costo di produzione 1, viene posto in vendita sugli scaffali a non meno di 3.

Infine, giusto per chiudere in bellezza, citerei molto succintamente, in quanto l’argomento meriterebbe un serio approfondimento, la politica dei prezzi degli ipermercati appartenenti alla grande distribuzione nazionale. Negli anni 80 e 90 hanno applicato una politica dei prezzi bassi portando alla chiusura o meglio alla scomparsa di tutti i dettaglianti, non potendo quest’ultimi competere con questi colossi. Una volta distrutta la piccola e locale distribuzione commerciale, hanno cominciato a giocare al rialzo, spartendosi il mercato e portando i prezzi alle stelle. Nell’ambito di questa grande distribuzione è macroscopica la lievitazione dei prezzi dell’ortofrutta. Se vi divertite a fare dei piccoli rapporti di cosa costavano ieri le zucchine, le pere, le mele ecc. ecc. e parametrate, sempre in lire, quanto costavano prima dell’ingresso dell’euro, e in particolare convertite il vostro stipendio odierno in lire, vi renderete conto di quanto si sia avvilito il vostro potere d’acquisto. Se poi consideriamo che questi prodotti ortofrutticoli, vengono acquistati a poche decine di centesimi dal produttore e poi posti in vendita sui banchi della grande distribuzione a oltre due euro, ci si rende conto di dove va a finire la nostra perdita di potere d’acquisto.

Pertanto se vi va di consolarvi, addebitando all’euro l’impoverimento dell’Italia, fatelo pure, ognuno di voi ancora ha la facoltà di godere dell’imbecillità gratuita senza prescrizione medica.

Quello che per tutti noi era sembrata una straordinaria trovata, quella di adire ad un referendum popolare dove i greci avrebbero scelto la linea da seguire nelle trattative con la troika, si sta rivelando un boomerang per Tsipras. Una via d’uscita dalla trattativa con la troika che non ha tenuto conto degli ovvi risvolti emotivi del popolo greco. Premetto che come sono venuto a conoscenza di questa scelta ho immediatamente plaudito ritenendola intelligente e furba. In effetti nella prime ore l’Europa è rimasta sconcertata, disorientata e stupita. Con il passare del tempo questo disorientamento ahimè si è trasformato in irritazione. I rappresentanti dei creditori pubblici e privati della Grecia, nel giro di 48 ore hanno capito che Tsipras l’ellenico si era messo da solo in un vicolo cieco. Chiudendo le banche per sei giorni lavorativi e la borsa di Atene, ha messo in grande e seria difficoltà la sua gente. Venti euro al giorno non bastano per pagare le medicine, il cibo e quant’altro una famiglia necessita nell’ordinaria amministrazione. I contraccolpi all’economia residuale, in particolare a quella turistica è stata estremamente negativa. La gente si sta veramente arrabbiando perché ci piaccia o no il credo politico è una bella cosa ma si scontra con le concrete difficoltà di poter svolgere una vita normale.

La Merkell, che stupida non è, ha subito capito che Tsipras andava cotto a fuoco lento per cinque giorni nel suo stesso brodo, un lasso di tempo sufficiente per mettere in ginocchio le resistenze idealistiche del popolo greco e porlo nelle condizioni, per paura, di fargli votare a forte maggioranza SI. Oggi anche gli altri patner europei hanno seguito l’esempio della cancelleria tedesca, che io sarei stato felice di averla la posto del nostro guascone fiorentino. Attenzione non parteggio per la sua politica egoistica al soldo dei poteri forti, ma per la sua attenta e oculata capacità di saper fare gli interessi del suo popolo, del suo paese, funzione pubblica a noi ancora sconosciuta.

La Merkell, prima tra tutti i negoziatori ha capito che Tsipras sino a domenica non avrebbe potuto fronteggiare il continuo crescere del malcontento della sua gente, e non solo, sadicamente contenta, anzi felicemente certa che, lunedì mattino 6 luglio il suo ostico e fastidioso antagonista sarà costretto inesorabilmente con la coda in mezzo le gambe a rassegnare le dimissioni da capo del governo greco. Ho sentito molti amici in Grecia, se pur vero è che la mia non può essere ritenuta una indagine demoscopica, posso solo asserire che l’80% delle persone contattate e le loro famiglie già oggi a quattro giorni dal voto sono orientate a votare per il SI.

La vittoria del SI avrebbe come immediata conseguenza la costituzione di un governo di unità nazionale, in quanto andare alle urne per una ulteriore consultazione politica sarebbe catastrofico per tutti. Però quanti mesi durerebbe questo governo di unità nazionale? Che affidabilità potrebbe avere per il futuro della Grecia se non quello di rimandare il problema di qualche semestre? La litigiosità politica ellenica è ancora endemica e questo la troika lo sa per cui potrebbe imprimere una forte accelerazione al processo di negoziazione degli accordi sospesi con delle aggravanti per il popolo greco. Ancora una volta vinceranno i poteri forti, la vecchia politica consoliderà il suo potere proprio perché si erge a protezione della finanza, ritenendo convinta com’è che se fallisce una banca,  a pagare dev’essere il popolo, e paradosso di iniquità sociale e democratica è che quando la banca macina utili questi sono a destinati agli azionisti che nella fattispecie sono privati.

Io resto convinto assertore che un esito positivo alla posizione di Tsipras potrebbe aprire un piccolo varco all’egemonia incontrastata della finanza, oramai unico punto di riferimento delle politiche economiche e finanziarie della società odierna. Unica remota speranza è che il popolo greco del terzo millennio riesca a tirar fuori quell’orgoglio di sapersi erede della cultura su cui oggi poggiano tutti i popoli di una Europa che forse la vorrebbe fuori. In qualche caso l’utopia diventa ragione.

La storia delle nostre radici culturali dovrebbe rappresentare il principale e fondamentale elemento costitutivo di un popolo. Attraverso la rievocazione storica del nostro passato, le future generazione dovrebbero procedere all’analisi della stessa e, laddove necessario, correggerne la rotta. La Storia attraverso lo scorrere millenario del tempo è stata e resterà “Maestra di vita”.

Una Maestra intelligente che con puntuale e scrupolosa dovizia c’indicava, giorno dopo giorno la lezione della vita. Scrivo c’indicava in quanto in questi ultimi tempi è in atto una sconcertante manovra revisionista, destinata a manipolarla a propria convenienza. Una storia non più scritta dai professionisti della storia stessa, bensì dal politicante di turno, che trovando qualche fatto a lui scomodo, ritiene legittimo cambiarla. Oramai si confonde la cronaca con la storia ma il male peggiore per la nostra società è l’arrogarsi la prerogativa di stabilire cosa sia storia, in barba ai più elementari metodi di scrupolosa disamina dei fatti.

L’imbarbarimento culturale degli ultimi decenni sono il frutto di un decadimento etico generalizzato della nostra società, che sta contaminando il processo culturale della scuola, dove l’istruzione sta generando più confusione che certezze.

In tutte le classi ci sono scolari con intelligenze esuberanti che ben fanno sperare i loro genitori, e al loro fianco vi sono anche i turbolenti in cattiva fede, coloro che per indole sono geneticamente impostati per remare contro la società per il solo ed esclusivo egoismo personale.

Penso che le pagine più drammatiche della nostra storia siano caratterizzate proprio da questi personaggi che attraverso la manipolazione intelligente e scaltra della quotidianità si rivelano portatori sani del germe del contrasto, ostacolando la crescita sociale sana, etica e improntata sull’impegno nelle arti, nelle professioni e nello studio.

Questi soggetti formano la nuova classe dei furbi, degli arrampicatori sociali che pur di apparire e di detenere il potere si son venduti anche l’anima. Sono costoro che hanno immobilizzato e ingabbiato il processo culturale del nostro paese. Ignoranti da due soldi, che oggi s’arrogano il potere decisionale di decidere cosa sia cultura. Basti pensare che un autorevole esponente della politica ebbe a dire che “Con la cultura non si mangia” per capire, laddove ce ne fosse stato ancora bisogno, come siamo scivolati nel più profondo e buio burrone dell’idiozia umana.

Favorire lo sviluppo della scuola in termini strutturali, pur essendo comunque una buona cosa, nulla ha a che vedere con la necessaria revisione dei percorsi scolastici, non più aderenti alle necessità di una società sempre più sofisticatamente professionale e specializzata. Si rende drammaticamente necessaria una revisione seria e obiettiva di metodi e programmi, ripescando quelle cose buone che, alcuni ministri dell’istruzione d’assalto hanno ritenuto inutili, se non addirittura dannosi, puntando e confidando nella seria obiettività che è quella cosa che sarà difficile ritrovare.

 

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