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Mercoledì, 24 Luglio 2019

manifestanti violenti

 

Avevano previsto un autunno caldo e così è stato. S’infiammano le piazze e riprendono le proteste, gli studenti a braccetto con i professori irresponsabili e proletarizzati, ricompaiono i provocatori, i violenti di professione. E’ un film già visto, sembrano le stesse scene dell’anno scorso, il 14 ottobre nelle vie di Roma. Anche allora i commenti sono stati sempre gli stessi, da una parte ci sono i violenti (la minoranza) che ne approfittano e si sfogano con la violenza, dall’altra la maggioranza che si limita a urlare slogan e a protestare. I soliti distinguo dei benpensanti e infine i soliti attacchi ai poveri poliziotti che sono sempre e comunque violenti almeno per una certa parte politica.

Che i poliziotti sono lì per fermare i violentimi sembra normalissimo ed è giusto che li fermino. Peraltro l’utilizzo di manganelli, lacrimogeni, idranti e blindati è proporzionale alla concreta minaccia recata all’ordine pubblico e“chiunque strizzi l’occhio a quei violenti si assume una grave responsabilità. Chiunque metta sullo stesso piano chi attacca con formazioni a testuggine e chi respinge tutelando la legalità, parlando indistintamente di “violenza”, o non sa quel che dice o quel che dice è grave”.

C‘è il rischio di “ imboccare una strada in discesa. Anzi, si può perfino precipitare . - scrive Marco Cavallotti su legnostorto.com,-E la conquista delle piazze da parte di gruppi frustrati, velleitari, disorientati e confusi – come confuse sono le forze politiche, incapaci di porre un freno e perfino di prender posizione –, potrebbe davvero oggi assumere un significato e un peso gravissimi”, anche perché c’è un governo incapace di usare la fermezza e ancora peggio, non sembra in grado di cogliere la gravità della situazione.

In questo momento mi sembra necessario chiedersi se questi manifestanti che scendono in piazza facendo uso della violenza e gridando slogan e rituali appartenenti a quell’ideologia, sconfitta dalla Storia, cioè il marxismo, stanno dalla parte delle famiglie, delle imprese, che sono massacrate di tasse dallo Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi).Sicuramente no. Anzi chi ha manifestato in questi giorni, è sceso in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci”. (Federico Punzi, In piazza l’ideologia non il disagio, 17.11.12 Legnostorto.com)

Continuare come fanno certi giornali a distinguere i manifestanti tra una “una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e “una maggioranza rumorosa», non si fa un buon servizio: è una distinzione fasulla, perché entrambi sono mossi più che da un disagio sociale, dalla stessa ideologia: l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, - continua Punzi - ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere. Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla)”.

Certo chi ha tante ragioni per criticare il governo Monti come il sottoscritto potrebbe essere tentato dal condividere queste manifestazioni, ma non bisogna cadere nella trappola, questi manifestanti non appartengono a chi ha veramente motivo per essere indignato. In piazza, c’è la strumentalizzazione dei soliti rivoluzionari di professione che cercano di sfogare la loro rabbia ideologica.

Tuttavia qualche tipo di protesta pubblica bisogna pur farla anche a rischio di essere arruolati tra i facinorosi della piazza, pertanto ha ragione Marcello Veneziani nel suo intervento su Il Giornale, quando s’interroga su come si deve comportare l’italiano medio: cosa deve fare, l'italiano poveraccio, prendere mazzate e star zitto, non esercitare il suo ruolo di cittadino, non cercare vie d'uscita e nemmeno ribellarsi, perché poi finisce con i violenti?

Infatti, oggi l’italiano subisce la malapolitica dello Stato canaglia, come lo chiama Piero Ostellino, inoltre, si trova“schiacciato tra la morsa di un governo tecnico, che lui non ha voluto e che lo ha ridotto al ruolo di debitore eterno (dico eterno perché lo spremono per pagare gli interessi sui debiti, non per cancellare i debiti stessi), e di una classe politica corrotta e incapace di tutto: di tagliare i suoi costi, di presentare una credibile alternativa ai tecnici o anche solo di concordare una legge elettorale decente”.( Marcello Veneziani, L’italiano senza scampo cerca il botto, 17.11.12 Il Giornale)

Un amico milanese meravigliato mi chiedeva informazioni sul perché della disaffezione dei siciliani alla politica dopo la clamorosa astensione e il forte dimagrimento del Pdl del 28 ottobre scorso per le elezioni regionali. Ho inteso rispondergli raccontando brevemente la mia storia personale che forse può essere una chiave di lettura per comprendere quello che è successo in Sicilia.

Negli anni 90 mi sono trasferito in Sicilia con tanta voglia di rendermi utile al cambiamentosocioculturale del territorio, in più di un decennio ho operato a 360 gradi, in particolare nel messinese, organizzando convegni, manifestazioni e perfino ho collaborato con una radio.

Ho cercato di fare quello che da decenni auspica Alleanza Cattolica, e cioè un’azioneprepolitica necessaria per rinnovare la sua qualità, senza presunzione, ho cercato di rianimare insieme ad amiciil tessuto sociale mediante un’opera di apostolato culturale, in ambienti religiosi, ma anche politici, collaborando in particolare con la gente più vicina al mio ideale sociopolitico, per intenderci quegli ambienti di destra, anche se non ho mai posseduto una tessera politica. Probabilmente ho fatto anche degli errori, ma dopo tanti anni nonostante il “lavoro” gratuito notavo, che c’era una specie di muro di gomma, di rifiuto, soprattutto tra i dirigenti politici di destra, ma anche tra quelli locali che li rappresentavano, probabilmente creati a immagine e somiglianza dei loro capi, ricordo cheun noto esponente, mi aveva detto che ero perfino una risorsa, soltanto che dopo non l’ho mai visto e sentito.Purtroppo per me gli interlocutori politici non erano Alessandro Pagano o Alfredo Mantovano che da decenni sono attivamente sensibili alla cultura che prepara la buona politica, proprio in questa settimana a Lecce, organizzata da Mantovano parte la 7 edizione di Sfide culturali e politiche, una serie di incontri, dove quest’anno si affronta il tema della Bellezza. Comunque sia, alla fine dovendo lasciare la mia terra per motivi personali, non ho provato nessun rimpianto.

Non voglio peccare di presunzione, ma credo che qualche nesso ci sia tra la mia esperienza e quello che è successo qualche giorno fa. Certamente i motivi della sconfitta del centrodestra e in particolare del Pdl sono molteplici, gli analisti in questi giorni li stanno evidenziando egregiamente. Il primo, forse quello principale è che il centrodestra si è presentato alle elezioni regionali diviso e quindi inesorabilmente destinato a sicura sconfitta. E poi tutti gli scandali, gli sprechi della politica siciliana, che vedevano coinvolti più o meno tutti gli schieramenti.

Così per la prima volta nella storia della Re­pubblica la maggioranza assoluta degli elettori non è andata a votare, il 52,58%( compreso il sottoscritto) il residuo voto ha premiato come primo partito un movimento di protesta radicale e i restan­ti spiccioli si disperdono in liste tra loro incomponibili.Hanno scritto che l’astensionismo sia una sconfitta della democrazia, non sono d’accordo. Senza“dubbio gli astenuti non sono né i “grillini”, che illusi di “protestare”, hanno votato per un partito funzionale al sistema e guidato da un giullare di corte, né quello zoccolo duro che resiste di elettori di sinistra che vanno a votare sempre e comunque.  È lecito pensare che gli astenuti siano quella gran massa di persone serie e lavoratrici, che vorrebbero solo un’Autorità che li tuteli e che garantisca loro una vita normale, e che si sono fatti bloccare da un legittimo disgusto”.

Un ottimo articolo riassuntivo lo ha fatto Andrea Morigi su Libero, leggendo essenzialmente i numeri, ha utilizzato uno studio particolare dell’Idis (Istituto per la Dottrina e l’informazione sociale) a proposito del Pdl scrive che si tratta di una vera emorragia anche se si potrebbe sorvolare sul fatto che rispetto al 2008 passa da 900.149 voti a 220.751 del 2012, un calo secco del 75%, ma se poi si calcolano che i voti presi da Cantiere popolare e Lista Musumeci, rispettivamente 102.254 e 96.433, appartengono al Pdl, allora il conteggio negativo si ferma a -480.711. con una contrazione del 53%. Infine andrebbero contemplati anche i voti che quattro anni fa sostenevano la candidatura Lombardo, per cui l’emorragia diventa più contenuta. Ma se il Pdl ha perso, non ha vinto neanche il Pd e l’Udc. In quattro anni il Partito Democratico ha subito un’emorragia di 245.178 elettori e l’Udc ne ha perduti 150.193. Eppure risultano primi, tanto che Pier Luigi Bersani si spinge a definire “un risultato storico”l’esito della tornata elettorale di domenica. Insomma ilsuo partito passa dai 589.120voti del 2008 ai 343.942 del 2012 e il segretario si è convinto cheun po’ glieli abbia “dragati” la listaCrocetta. “Un rapido controllo, inrealtà, indica che il Movimento Politico Crocetta Presidente ha sì incassato118.346 crocette. Peccato che non si sappia dove siano finite le altre126.832che mancano all’appello. Se non sono andate a pettinare le bambole, si tratta di gente che per qualche motivo non ha più votato per ilPd. Un pochettomostra di aver capito ilragionamento solo il direttoredeL’Unità, Claudio Sardo, chesul quotidiano fondato da AntonioGramsci firma un editorialedal titolo «O si cambia o simuore»”. (Andrea Morigi, Bersani esulta ma in Sicilia perde un voto su due, 31.10.12 Libero)

Alla fine scrive Morigi, la differenza in Sicilia la fanno gli ex democristiani:“nonostante la grossa perdita sarebbero stati sufficienti a far vincere il centrodestra: in quel caso il confronto sarebbe stato tra 564.545 consensi al centrosinistra e 610.754 al centrodestra, con una differenza positiva, a favore di quest’ultimo, di 46.209 voti”.A questo proposito mi sembrano pertinenti le riflessioni di Paolo Deottosul blog Riscossacristiana.it , in merito all’Udc e a Casini un presunto “leader” che, pur di stare a galla, pur di rimediare ai suoi complessi di eterno secondo (se non terzo, quarto , quinto eccetera) è disposto a far patti con chiunque. Viene da chiedersi con quale spessore di faccia di bronzo Pierferdinando Casini, poche settimane orsono, abbia potuto incontrare, con la delegazione degli europarlamentari del Partito Popolare, il Santo Padre. Forse da questo mini-successo siciliano Casini avrà tratto motivo di intima gioia; di sicuro il voto cattolico non potrà non tener conto di un politico che, sotto il comodo ombrello della rappresentanza dei “moderati” (che non è dato sapere, in definitiva, chi siano), non ebbe esitazioni a sostenere in Piemonte l’abortista Mercedes Bresso e ora non ha avuto dubbi nel sostenere l’omosessuale Crocetta, sponsorizzato da quel PD che, in mezzo ai terribili problemi in cui si dibatte l’Italia, non trova di meglio che progettare, con totale mancanza di senso morale e totale sprezzo del ridicolo, il “matrimonio omosessuale”.

Ecco i cattolici italiani dovrebbero riflettere su questi risultati elettorali, anche perché tra qualche mese sarannochiamati a decidere se continuare a essere un popolo cristiano e civile, o se creare a livello nazionale il bel caos creato in Sicilia. Se anche a livello nazionale gli elettori si asterranno e i politici cattolici continueranno ad avere paura di mostrare come solo il ritorno ai valori cristiani possa salvare il Paese, ci troveremo nella stessa palude in cui adesso si trovano i siciliani. “Allora sarà il momento di invocare di nuovo il salvatore, il ragioniere killer in Loden, perché dia il colpo di grazia. Poi saremo tutti felici. Alla fame e rincretiniti dalla massificazione, per cui non ci vorrà nulla a convincerci che siamo felici. Del resto scrive Deotto“Non ha appena dichiarato il Loden, con una delle sue migliori manifestazioni di spudoratezza, che il popolo italiano ha più fiducia nel governo che nei partiti? È una balla colossale, perché chiunque si sforzi di parlare un po’ con la gente sa che il popolo italiano ha i conati di vomito per tutto e per tutti, e inoltre ha la prospettiva di una miseria generalizzata e di uno stato di polizia liberal-sovietico”.

Pertanto, è necessario che icattolici si sveglino, e guardino a chi realmente propone una politica fondata sui valori di sempre, i valori cristiani che hanno creato la civiltà europea, e che non a caso la UE dei massoni ha rifiutato. I politici cattolici non abbiano paura e non si rifugino a cercare strane alleanze. I nostri amici siciliani rischiano il caos amministrativo, al più condito da qualche bella fiaccolata anti-mafia e da qualche registro delle coppie di fatto.

Il Presidente del Consiglio Mario Monti, ha dichiarato, in riferimento alla crisi economica che sta attanagliando l’Europa, di intravvedere segnali positivi che fanno ritenere quasi prossima l’uscita dal tunnel, anche se gli ultimi dati sulla disoccupazione, piuttosto che sul PIL, dicono il contrario, ma è pur vero che il fondo del barile è già stato raschiato, e timidamente qualche indicatore economico comincia ad avere il segno positivo, portando un cauto ottimismo nel Vecchio Continente, vero anello debole del sistema economico mondiale. Un dato è incontrovertibile: il vento è cambiato, almeno politicamente, la Merkel, ed i rigoristi più agguerriti sono ora minoranza, anche se hanno ancora parecchio potere, tutto ciò a beneficio di chi come Monti, Rajoy e Hollande portano avanti energicamente con forza la battaglia per la crescita, affiancata da un rigore, dal volto umano. Prendete come esempio il nostro Paese: nel breve volgere di 8-9 mesi abbiamo dovuto digerire provvedimenti come la Riforma sulle pensioni; la reintroduzione dell’ex ICI (ora IMU, con aumenti di aliquote molto sostenuti); aumenti generalizzati delle addizionali; aumenti spesso consistenti delle accise sui carburanti; la reintroduzione costituzionalizzata del pareggio di bilancio, che quindi prelude a nuovi tagli; la spending review ed altri provvedimenti impopolari che questo esecutivo ha dovuto prendere, su indicazione di BCE, FMI e Commissione Economica Europea, per rimanere attaccati al carro dell’Europa. Ora fatti i compiti a casa, come hanno ben riconosciuto i suddetti organi di controllo, ci si aspettava un riscontro positivo dall’andamento dei mercati finanziari, ma non è stato così, se è vero come è vero che la Borsa è altalenante e lo spread è sempre molto alto rispetto ai grossi sacrifici che abbiamo dovuto fare. Perché tutto ciò? Perché i mercati guardano al lungo periodo, giudicando il nostro Paese vulnerabile e quindi ancora attaccabile dalla speculazione poiché non mostra di avere una guida politica consolidata, per via del fatto che questo governo tecnico è un esecutivo a breve scadenza, e che quindi terminato il suo mandato (aprile 2013), e avvenute le elezioni, c’è il rischio, anche favoriti dal protrarsi del Porcellum (la legge elettorale, vigente, difficile da cambiare, vista la litigiosità dei partiti, in extremis) che non nasca dopo Monti un governo autorevole, capace di affrontare la fase 2 della crisi. Ecco perché se ci sono, devono venire fuori, non i politici politicanti, bensì gli statisti, che siano capaci di guardare oltre i loro interessi di bottega, e quindi puntino sul futuro di questo Paese, dimostrando una maturità fin qui poco esternata; da qui una proposta che secondo me può aiutare l’Italia a uscire dal pantano in cui si trova, evitando dopo i tanti sacrifici fatti dai cittadini, di ritornare di nuovo al punto di partenza: prima di tutto cerchiamo di cambiare questa legge elettorale che non favorirebbe, come già accennato, il compito per una composizione più lineare di un nuovo governo, dopo di che affrontata con correttezza una campagna elettorale comunque che si annuncia calda, ed avuto l’esito delle urne, il giorno dopo sarebbe auspicabile, che tutte le forze politiche che si richiamano ad un certo senso di responsabilità, si mettano a disposizione di un nuovo esecutivo, di larghe intese, che si possa occupare con autorevolezza e forza parlamentare della già citata fase 2 della crisi, e che quindi prosegua il lavoro dell’attuale Ministero Monti, e che si occupi in più delle riforme che ancora urgono a questo Paese. D’altronde non converrebbe a nessuno degli schieramenti, governare da soli, un Paese in recessione, e che ha tanti altri problemi. Lo so, sono un sognatore, ma a volte la necessità può fare miracoli.

Alcuni eventi non sono frutto del destino, ma dell’uomo. Forse sono frutto del maligno che va alla incessante ricerca di nuove prede da divorare. Con il passare del tempo, l’uomo sembra diventare sempre più insofferente, irragionevole, intollerante, irriflessivo, forse perchè il pianeta terra è davvero dominato da una crescente forma di irrazionalità. Comunque sia, più ci si guarda in giro e più ci riesce difficile capire. Abbiamo seguito con crescente attenzione le vicende, diverse ma accomunate da analogo destino, di Yara Gambirasio, di Shara Scazzi, di Melania Rea, il ritrovamento dei loro corpi, ormai senza vita, e una prima sentenza di condanna nei confronti del caporale salvatore Parolisi. Riteniamo che ogni persona sia rimasto particolarmente colpito da questi eventi davvero terribili e orrendi.

Quante domande ci siamo posti! Quante volte ci siamo chiesti perché si uccide una persona! Quanti interrogativi sono rimasti senza risposta! Quanti dubbi resteranno sempre nella mente della gente! Non riusciamo a trovate risposte idonee e attendibili, non riusciamo a trovare un perché! Comunque, sono proprio eventi come questi che ci fanno constatare che il male, generalmente, siamo portati a rappresentarlo come un qualcosa di estraneo e distante da noi. Purtroppo, non è affatto così e questi avvenimenti ce lo dimostrano in modo inequivocabile, anche perché, se così non fosse, si finirebbe con l’affievolire il senso di responsabilità personale. Questi eventi atroci, crudeli, terrificanti, ci invitano a valutare con attenzione particolare il concetto di male; non solo quello esterno ed a noi estraneo, ma anche quello che alberga dentro di noi, a nostra insaputa. Quando parliamo di male, siamo portati a definirlo come assenza di bene, come mancanza di amore verso i nostri simili ed ecco che appare subito evidente la necessità di incessanti riflessioni sul senso e sul significato profondo della vita. Ma appare anche particolarmente urgente la capacità di chiedere a noi stessi il perché del verificarsi di talune aberranti manifestazioni, senza cercare di scaricare sugli altri ogni responsabilità, per liberarci, così, di quella inquietudine costante che le immature e sconvolgenti vicende di Yara, di Shara, di Melania e tante altre ancora, hanno collocato tanto davanti ai nostri occhi, quanto al di dentro di ognuno di noi. Appare evidente che la giustizia deve cercare e punire i responsabili di questi delitti, di questi feroci misfatti. Ma è proprio questa continua e incessante ricerca di giustizia che suscita un particolare fascino in ognuno di noi, in quanto la giustizia di per sé non esiste se non nella ricorrente e assidua esigenza di scoprire la verità. Spesso cerchiamo di convincerci che il male non è un qualcosa che riguarda anche noi; il male appartiene sempre e solo agli altri o, quantomeno, è frutto delle dinamiche psicologiche e dei modelli e sistemi sociali. Invece, il male possiamo trovarlo per strada, nella nostra casa, in noi stessi. Invece, è, ormai, giunto il momento di affrontare con decisione questo argomento e ragionare sulla differenza esistente tra il bene e ciò che bene, invece, non è. Durante la nostra esistenza non conosciamo solo il male, ma vari tipi di male. I mali, infatti, sono molteplici. A questo punto, la valutazione si sposta dalla mera astrazione al realismo e alla praticità della vita; ai gesti ed alle azioni che, quotidianamente, ognuno di noi compie. Ascoltando le notizie che ci pervengono dai mass-media, ci sembra di vivere in una realtà satura di contraddizioni e di comportamenti fuori di ogni logica: persone sfruttate, bambini picchiati e adibiti a lavori pesanti, donne malmenate, segregate, violentate.

Cosa si ravvisa di umano in siffatti comportamenti? Diventa veramente difficile capire e cercare una motivazione e una legittimazione per azioni così malvagie e brutali, così crudeli. Di fronte a queste vicende, spesso ci sentiamo incapaci di comportamenti in grado di contrastare questo stato di cose, e proprio nel momento in cui riteniamo che tutto sia finito, e che le cose vanno meglio, apprendiamo la notizia di un’altra vita umana distrutta, di un’altra donna violentata o di un altro bambino rapito o sfruttato.

L’acqua è un bene prezioso!

Questa frase è talmente lapalissiana che rischia di passare inosservata.

Forse le cifre rendono meglio la verità e la drammaticità di questa affermazione: 3/4 del nostro pianeta è coperto di acqua, ma, se non consideriamo l’acqua salata, l’acqua dei ghiacciai e l’acqua del sottosuolo, la percentuale di acqua disponibile si riduce allo 0,008%.

Non è necessario essere dei matematici per capire che si tratta di un quantitativo irrisorio, per di più distribuito in modo ineguale sulla superficie terrestre.

Se un piccolo diamante ci cadesse nello scarico del lavandino, smonteremmo il sanitario per recuperarlo, invece, senza la minima consapevolezza, sprechiamo tutti i giorni qualche cosa di ben più prezioso, un elemento indispensabile alla nostra stessa sopravvivenza.

L’Italia, con ben 1200 metri cubi pro capite all’anno, è al terzo posto nel mondo (dopo Stati Uniti e Canada) per consumo d’acqua.    Le vie di sperpero sono essenzialmente due: le condutture troppo vecchie (nel tragitto dalla fonte al consumatore se ne perde circa il 47%) e le cattive abitudini dei consumatori.

Entrambe queste cause non sono ineluttabili: basterebbe mettere in atto una corretta politica urbanistica e avviare una estesa campagna educativo/informativa; basterebbe ascoltare i lamenti dei popoli assetati, invece di cedere alle lusinghe di facili guadagni.

Oggi, in media, ogni abitante del pianeta consuma il doppio di acqua rispetto all’inizio del 1900 e il consumo mondiale è decuplicato, ma, come al solito, la statistica ci fornisce una verità solo matematica, la verità “sociale”ci dice che oggi 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e nel 2025 saranno 3 miliardi.

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità più di 200 milioni di bambini muoiono ogni anno a causa del consumo di acqua insalubre e sempre ad una cattiva qualità dell’acqua sono imputabili l’80% delle malattie che affliggono il Paesi del Sud del mondo.

E la sete d’acqua scatena …… la sete di profitto!

Il mondo della finanza, banche e multinazionali in prima fila, hanno da tempo intuito che la gestione dell’acqua è un’occasione d’oro da non lasciarsi sfuggire.

E il potere politico, ancora una volta “complice” del potere economico, favorisce il crescente fenomeno di privatizzazione dell’acqua.

Nel marzo del 2000, all’Aia, il 2° Forum Mondiale sull’Acqua ha rigettato l’idea dell’accesso all’acqua come un diritto umano e sociale inalienabile.

La Dichiarazione dell’Aia riduce l’acqua ad una merce e, come tale, soggetta alle regole dell’economia capitalistica di mercato.

Autorevoli voci si sono levate contro la mercificazione dell’acqua.

Già nel 1994, Papa Giovanni Paolo II sottolineava la necessità di: “…… considerare l’importanza dell’acqua per la vita e la sussistenza degli individui e delle comunità. Giacché ognuno deve avere la possibilità di accesso a rifornimenti d’acqua incontaminata; la comunità internazionale è chiamata a cooperare per proteggere questa preziosa risorsa da forme di utilizzazione non adeguate e dal suo spreco irrazionale….”

Riccardo Petrella, Consigliere alla Commissione Europea per la ricerca sulla politica dell’acqua e autore del “Manifesto dell’acqua”, sostiene che …“qualunque sia la motivazione, la privatizzazione dell’acqua non è una soluzione efficace dal punto di vista politico, sociale, economico, ambientale, etico. Non è giustificabile considerare l’acqua come una fonte di profitto. In quanto fonte di vita, l’acqua è un bene patrimoniale che appartiene agli abitanti del pianeta. ….Il dominio (dell’acqua) provocherà innumerevoli conflitti territoriali e condurrà a rovinose battaglie economiche, industriali e commerciali”.

Per ricordare quanto sia preziosa questa risorsa e quanto sia sconsiderato lo spreco che ne facciamo, nel 1992, l’ONU ha istituito la Giornata Mondale dell’Acqua che ricorre il 22 marzo.

Il referendum di giugno non solo ha detto NO alla privatizzazione dell’acqua, ma ,forse, è servito anche a farci prendere coscienza che sprecare o inquinare la nostra principale fonte di vita è insensato e criminale.

Ma aver detto NO alla privatizzazione non basta, ora bisogna dire tutti insieme un grande sì: sì alla sensibilizzazione, sì all’educazione, sì alla solidarietà, sì alla difesa e alla condivisione delle risorse vitali.

Il mondo della Cultura, e la Scuola in prima fila, deve mobilitarsi per promuovere l’unica globalizzazione che può salvarci: dobbiamo rendere globale il rispetto e l’amore per la nostra Terra e per l’umanità che la abita.

Non trinceriamoci dietro al disfattismo e alla rassegnazione del “tanto non cambia nulla”, già essere informati è un valore in sé, parlarne in famiglia, con gli amici, sul posto di lavoro, significa fare comunicazione, significa diffondere conoscenza e solo chi sa può decidere liberamente da che parte stare.

Voglio concludere con le parole di una poetessa americana, Emily Dickinson:

L’acqua è insegnata dalla sete.

La terra, dagli oceani traversati.

La gioia dal dolore.

La pace, dai racconti di battaglia. ………..

Amara constatazione! Speriamo che l’uomo non debba “imparare l’acqua dalla sete”, perché, forse, a quel punto, sarebbe troppo tardi!

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