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Martedì, 21 Maggio 2019

Papa Benedetto XVI si è dimesso adducendo motivi di salute. Naturalmente, le vere ragioni non sono state svelate. Non è peregrino ipotizzare che papa Ratzinger abbia perso il braccio di ferro con chi gli remava contro. Va ricordato che l’intero pontificato di Benedetto XVI era impostato sulla necessità di fare pulizia all’interno della Chiesa. Le sue riflessioni risuonate la sera del Venerdì Santo del 2005 nel suggestivo scenario del Colosseo costituiscono il “mandato” papale che gli sarebbe stato affidato da li a poco. In quell’occasione ebbe a dire che: "Non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire per la sua stessa Chiesa? Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Signore  spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi". Diversamente dal papa polacco, che si “limitò” a fare mea culpa per gli errori della Chiesa del passato, Ratzinger dedicò l’intero arco del suo pontificato a cercare di “purificare” la sentina della Barca di Pietro del terzo millennio. Le sue azioni “purificatrici” e al contempo “innovatrici” furono molteplici, impossibile menzionarle tutte. Vale forse la pena ricordare: il Motu Proprio che permise la celebrazione della Santa Messa in latino; la condanna della pedofilia del clero;  la difesa della vita e della famiglia tradizionale; la disapprovazione per i cosiddetti diritti gay, ma soprattutto, la censura  delle correnti “eretiche” che albergavano, non solo sui pulpiti di mezzo pianeta (in primis, Austria e America Latina) ma addirittura in Vaticano. Ad ”epurare” Benedetto XVI, o meglio a indurlo alle dimissioni, sono stati con ogni probabilità, i “disobbedienti” in odor di massoneria e modernismo che sin dal primo giorno del suo insediamento hanno fatto di tutto per invalidare il suo pontificato. I “discepoli” dell’estinto Card. Martini, officiosamente considerato capo della dissidenza “antiratzingeriana”, hanno vinto il primo round. “Pregate per me, perchè io non fugga, per paura, davanti ai lupi” disse papa Ratzinger il 24 aprile 2005. Evidentemente, di preghiere in cielo, ne sono arrivate poche.

Carte. Tante. Una scrivania piena di documenti, cartelle, domande, fogli stampati, che dietro l’apparenza nascondono storie di delusioni, di denegata dignità, di corse per rincorrere i propri diritti.

Sono semplici fogli in bianco e nero che rivelano una verità amara, che testimoniano un diritto ignorato, che raccontano storie diverse, tutte legate ad un unico grande problema.

Buste paga lontane dalla realtà, ferie non pagate, permessi non retribuiti, tredicesime e quattordicesime dissolte nel nulla, TFR dimenticati, straordinari svaniti. Carte diverse con un nome comune: vertenze sindacali. Sono percorsi tortuosi, spesso lunghi e laceranti, un alternarsi di proposte e compromessi, di avvocati e contro-offerte.

Sulla scrivania di un ufficio di un Sindacato di Vibo Valentia i documenti raccontano della lotta intrapresa da ogni singolo lavoratore per far rispettare i propri diritti. 42 è il numero di pratiche che l’ufficio ha gestito nel 2012. La media annua è in aumento, accentuata dalla crisi economica.   “L’ atteggiamento dei datori di lavoro convocati – testimonia un sindacalista – risulta freddo, distaccato. Non badano alle difficoltà che creano, ma si preoccupano di ritardare il più possibile il pagamento”. Frustrazione, rabbia, delusione, sono invece i sentimenti che accompagnano il lavoratore, costretto a rincorrere i suoi sogni, i suoi diritti e i suoi soldi.

Dovrebbe avere dell’assurdo, e invece è pura quotidianità. Storie che si susseguono in uno dei tanti uffici del vibonese, che rappresentano solo una piccola parte di una realtà più imponente.

Il principio essenziale del lavoro dovrebbe essere quello di mettere a disposizione il proprio dispendio di energie, per ottenere un compenso monetario grazie al quale soddisfare le proprie necessità primarie e secondarie.

Eppure, nella realtà di una Regione già sofferente per gli alti livelli di disoccupazione e a forte rischio di desertificazione industriale, non soltanto è la caccia al lavoro a risultare un’ ardua missione, ma anche quella allo stipendio.

Le cartelle si sommano, si accumulano una sull’altra, spostate ora qui, ora un po’ più in là, ingiallite dal tempo, mentre gli anni passano. Testimoniano le difficoltà di molti ad arrivare a fine mese, mentre chi dovrebbe retribuire i loro sacrifici, in realtà sfrutta solo le loro competenze e il loro lavoro.

Sono la prova concreta di un male profondo, radicato nel territorio, che si diffonde grazie alla mentalità comune che considera normale il “non” pagare il proprio dipendente.

Purtroppo non bastano gli articoli della Costituzione, le leggi, i contratti. Non sono sufficienti i diritti del lavoratore stampati su libri, manuali e regolamenti. E’ necessario cambiare le menti, educare al rispetto dei dipendenti, che sono la fonte preziosa di un’ attività e non un limone da spremere fino a quando, sfiniti, giungono davanti alla porta di un Sindacato rivendicando la propria dignità.

 

 

Molti commentatori considerano Mario Monti troppo ingessato e serio, vale a dire, il contrario dell’istrione Berlusconi. Vero, ma solo in parte. In realtà, l’uomo che ha tassato (o meglio, tartassato) gli italiani più di tutti i governi della Repubblica Italiana, nasconde in se, insospettabile “risorse” umoristiche. Aveva asserito che dopo la fine del suo governo sarebbe tornato a fare l’accademico, ma appena rialzatosi dallo sgambetto, si è buttato nell’aborrito agone politico. Aveva ripristinato, anzi, raddoppiato l’Imu, e un attimo dopo ha scimmiottato Berlusconi asserendo che l’imposta si può ridurre o abolire. Aveva “inventato” il redditometro (leggasi anche ficco il naso nelle tue tasche e se scopro che mangi troppa marmellata ti porto alla miseria) e un attimo dopo ha asserito che le “vessazioni” sono conseguenze operative dei governi precedenti. Aveva confessato di essere cattolico, ma si è alleato con  il liberal Gianfranco Fini (notoriamente favorevole ai gay, all’aborto e all’eutanasia) ed ha candidato due gay conclamati come direttore di Gay.it Alessio De Giorgi e il presidente del laboratorio politico “Officine democratiche” Giuliano Gasparotti. Aveva lasciato credere di essere una persona rispettosa, ma durante la sante messe risponde irrispettosamente al cellulare disturbando fedeli e celebranti. Amletico dubbio: è più pifferaio ed illusionista ringalluzzito Berlusconi, o più involontario comico Pinocchio, il dotto in letteratura per poppanti che sa di tutto di Hamelin e nulla di Collodi?

Il valore di una terra è ciò che essa offre, corrisponde a ciò che essa sa donare ai suoi uomini, a ciò che regala agli occhi di chi posa lo sguardo sulle sue distese, a chi entra nei suoi musei, a chi assapora i suoi cibi.

L’Italia è una terra di grande cultura. Un patrimonio enorme che si propaga per chilometri, che attraversa le sue città e le coste, i cibi saporiti e le tradizioni. Da Nord a Sud l’Italia è un tesoro. E’ uno scrigno che custodisce al suo interno bellezze rare. E’ un guscio che al suo interno protegge le sue distese pianeggianti, i suoi parchi, le rovine antiche, le architetture Rinascimentali. Camminando tra le sue strade si rivive la storia: ecco che si susseguono i resti delle città colonizzate da greci e fenici, l’età romana, i tratti Medievali, i dipinti del ‘700. E poi ancora grandi nomi, Giotto , Cimabue, Botticelli, Buonarroti, Caravaggio. E passando dall’arte all’ ingegno, l’Italia è la culla di Leonardo da Vinci, Giordano Bruno, Galileo Galilei. L’Italia è la patria di Giulio Cesare, generale, console, dittatore, oratore; è la terra di Mazzini, politico, giornalista e attivista per l’unificazione; è la Madre di Cristoforo Colombo, navigatore ed esploratore; è la casa di Dante Alighieri, poeta eterno.

L’Italia è terra di musica, arte, pittura, scultura, riversate tra i suoi viottoli, che abbracciano città grandiose. E’ la terra di grandi uomini:comandanti, scultori, generali, pittori, musicisti. E’ un patrimonio immenso, che chi ci ha preceduto ci ha regalato con il suo sudore, lavoro, sacrificio. Tutto questo appartiene a noi.

Promuovere e tutelare la nostra cultura non è un diritto, bensì un dovere. E’ qualcosa che dobbiamo al nostro Paese e alle persone che hanno contribuito a renderla tale.

Veniamo identificati come italiani appena varcate le soglie dei confini, riconosciuti per il nostro stile, per la nostra lingua, per la moda, perla nostra gestualità.

La nostra cultura, con annessi e connessi, siamo noi. E’ un tesoro che affascina l’Estero, che ammalia turisti e viandanti, che porta tra le nostre strade occhi curiosi. E’ una folla di stranieri nei ristoranti italiani. E’ il cappuccino sul menù di un Paese del Nord Europa, è la Pizzeria nel centro di Londra, è il nome dei nostri stilisti nelle vetrine francesi, dei nostri cantanti, delle nostre meraviglie naturali conosciute in tutto il mondo.

E’ nostro compito tutelarla: proteggerne l’ ambiente, restaurare e riqualificare gli edifici storici, creare eventi, aprire le porte dei Musei, organizzare giornate di memoria, diffonderne il sapere, vivere le biblioteche, incentivare gli approfondimenti, riconoscere il passato, riabilitare edifici in disuso, avere iniziativa, sostenere i progetti, le idee.

Il nostro è un immenso patrimonio artistico, storico e letterario, che spesso noi stessi non apprezziamo, non comprendiamo, non valorizziamo, non pubblicizziamo.

Sostenere la nostra cultura significa per prima cosa essere dei cittadini fieri, amare il nostro territorio, la nostra lingua, i nostri libri, le nostre opere d’arte, le nostre città. E poi diventarne testimoni. Nel piccolo, portando i nostri figli ai musei, raccontandogli la storia dei grandi uomini, anteponendo un week end nella città a fianco al viaggio versol’ Alaska alla scoperta del mondo, senza prima aver conosciuto quello in cui viviamo.

Proteggere la nostra cultura significa tutelare noi stessi. Possiamo anche emigrare, cambiare cittadinanza, vivere altrove. Ma siamo italiani, e lo saremo ovunque.

Tutto parte da noi. Proteggere la propria cultura significa anche raccontare al mondo non solo dei nostri problemi, ma anche delle cose belle che ci circondano. Significa descrivere il nostro cielo e la nostra arte, le nostre valli e le torri; i fiumi e i palazzi antichi. Tutelare vuol dire amare. Amare qualcosa con i suoi difetti e le sue difficoltà, riconoscendone il candore e le controversie.

Amiamo. Tuteliamo. Sosteniamo.

Parlare di lavoro, oggi, vuol dire mettere in evidenza che ogni uomo ha un suo orgoglio, un suo decoro, una sua etica, una sua dignità. Da molto tempo i mezzi di comunicazione di massa diffondono notizie sulla costante crescita dei posti di lavoro a rischio, sul progressivo aumento dei disoccupati, sul ricorso alla cassa integrazione.

Solo pochi anni addietro, il Governo italiano, per stimolare l’occupazione, metteva a disposizione fondi per l’imprenditoria giovanile e per altre forme di attività, oggi, invece, si registra una forte inversione di tendenza: infatti, sono tante le piccole e medie imprese che dismettono la loro attività sia per l’eccessiva imposizione fiscale, sia per l’alto costo delle materie prime e della mano d’opera, sia per l’illecita introduzione nel mercato italiano di prodotti provenienti da altri Stati e fatti passare per “made in Italy”. Ormai non si contano più neanche gli imprenditori che, ridotti sul lastrico e non intravedendo una via di sbocco alla crescente crisi, decidono di porre fine alla propria esistenza.

Molte volte il lavoro che svolgiamo non corrisponde alle nostre aspettative e alle nostre aspirazioni, ma rappresenta, comunque, una via d’uscita che consente di poter soddisfare le esigenze quotidiane della vita. Sono numerose, anche, le circostanze in cui il lavoro risulta particolarmente faticoso per le proprie forze fisiche, oppure non risulta abbastanza remunerativo per il sostentamento della propria famiglia. Comunque sia, siamo sempre più convinti che è solo nel lavoro che si realizza l’identità della persona. Lavoro che non è, di certo, un qualcosa di esterno o di marginale del nostro essere persona, e non è neanche un impegno etico che deriva dall’essere con gli altri, cioè con quelli che, invece, un lavoro ce l’hanno. Il lavoro è il mezzo attraverso cui l’uomo realizza se stesso. Questo vuol dire che è di primaria importanza anche la qualità del lavoro stesso, in quanto evidenzia il nostro modo di agire nei confronti della nostra identità e il modo in cui riusciamo a concretizzarla; ma significa, soprattutto, che è solo con il lavoro che la persona conferisce significato e valore alla propria esistenza e arricchisce i vincoli e le relazioni di intesa e di amicizia che lo accomunano agli altri. Ecco perché la perdita del lavoro, associata ai bisogni primari della vita, tende ad estraniare l’individuo dal tessuto sociale, relegandolo in una situazione di particolare disagio esistenziale. Disagio che si manifesta soprattutto all’interno del tessuto domestico, per cui la persona tende ad isolarsi sempre di più, assumendo, nella quasi totalità dei casi, comportamenti ostili, rabbiosi, facilmente irritabili. Ed è proprio nel momento in cui subentrano siffatti stati d’animo che incomincia a prendere forma l’idea che ormai ci si trova in un mondo estraneo, in una realtà che non ci appartiene più. Chiudere i rapporti con questa realtà e, quindi, con la propria esistenza, conferisce un senso di sollievo e di conforto; appare come una sorta di riscatto e di liberazione da quel senso di angoscia e di disagio che opprime e soffoca. Si avverte, sempre di più, un forte e continuo senso di impotenza.

Ecco perché la persona, una volta pervenuta all’apice dell’avvilimento e sopraffatta da sensi di mortificazione e di disagio per la perdita del lavoro, si convince di non essere più utile a se stesso e alla propria famiglia; finisce con il percepire la società come una realtà ostile e scivola in uno sconforto che, inevitabilmente, conduce a compiere gesti estremi.

Queste riflessioni sono desunte da alcuni eventi accaduti di recente a danno di alcune persone rimaste senza lavoro e senza la speranza di poter sostentare la propria famiglia, avvicinandosi, ormai, la fine della cassa integrazione. Sono episodi successi in Lombardia, in Campania, nel Veneto, in Sicilia, e non si è trattato, in nessuno di questi casi, di una decisione assunta all’improvviso, in un particolare momento di sconforto. Si è trattato, invece, di una scelta cosciente, intervenuta dopo un lungo periodo di angoscia, di sofferenza, di profonda meditazione.

Queste persone hanno assunto questa decisione dopo aver cercato, per mesi, una occupazione qualsiasi, occupazione negata sempre con le stesse motivazioni: riduzione di personale; necessità di riqualificazione; età avanzata! È veramente triste pensare che queste persone, chiuse in una stanza di casa, prima che i familiari rincasassero, hanno deciso di porre fine alla propria esistenza.

I familiari di una di queste persone hanno voluto precisare che il proprio congiunto era una persona sana e moralmente retta, affermando: “Si è ucciso per dignità; si è tolto la vita perché quell’assegno che gli arrivava a casa da circa due anni, senza che lui lavorasse, aveva il sapore amaro dell’offesa, e forse anche dell’elemosina. Era sano nel fisico e nella mente, ma l’ha ammazzato la cassa integrazione”.

La cassa integrazione, certamente, consente di sopravvivere, ma non dà alla persona la dignità del lavoro. La perdita del lavoro, invece, priva l’uomo di una parte importante di se stesso, ecco perché la mancanza di lavoro può far nascere la convinzione che la vita, ormai, non ha più alcun significato; ha perso ogni valore. Ed è così che si perde anche l’interesse alla vita.

Di fronte a questo grave problema molto spesso il nostro pensiero si blocca, cade nell’indicibile, si trasforma in vera e propria angoscia che non si riesce a controllare in quanto contiene solo timori, paure, fantasmi. La vita appare, a questo punto, priva di senso. Questo significa che, ormai, non è più la vita che parla all’uomo, ma la potenza, la lusinga, della morte, vista come fuga estrema da un disagio insopportabile.

Spesso la rinuncia alla lotta e alla speranza, diventa più forte proprio nei giorni di festa: è risaputo che in questo periodo i suicidi aumentano sempre.

A Natale, la città, con le sue luci, i suoi addobbi, le sue vetrine, ostenta allegria e opulenza …. e chi è in difficoltà si sente ancora più triste e solo.

Le persone parlano di amore, di pace, di fratellanza, di solidarietà ….. e intanto non si guardano nemmeno intorno; sembra che abbiano paura di fermarsi, come se non volessero avere il tempo di “vedere” e di “pensare” …… e i colpi di pistola si confondono fra i botti dei fuochi d’artificio.

Raoul Follereau scriveva: “Se Cristo domani batterà alla vostra porta, Lo riconoscerete?

Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo.

Sarà, senza dubbio, un operaio, forse un disoccupato …..”.

 

 

 

 

 

 

 

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