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Venerdì, 19 Luglio 2019

Ognuno di noi si sarà chiesto, almeno una volta: “Cosa posso fare per dare vita ad un mondo migliore?”.

Il Natale ci dà la risposta giusta, forse, l’unica possibile: “Posso migliorare me stesso! Posso cercare di rinascere ogni giorno migliore!”.

La persona dotata di un animo sensibile accetta e si avvicina agli altri in modo pieno e completo, in quanto l’amore e il rispetto per l’altro è ricchezza interiore, è nobiltà d’animo, è indice di elevata cultura e altruismo, è sinonimo di quella generosità che conduce alla costruzione di un mondo migliore.

Non è certamente grande quella persona che alla minima occasione dice: “Gliela farò pagare”, oppure: “Devo difendermi”, o “Occhio per occhio …..”. La persona davvero grande è quella che è in grado di cambiare il male in bene; è quella che è capace di mutare il negativo in positivo, la disonestà in rettitudine, il vizio in virtù, la corruzione in moralità. Ebbene, il primo modo di comportarsi è certamente più semplice e più facile da seguire; il secondo, invece, richiede un impegno notevole, il possesso di particolari doti, la condivisione di specifici principi, il possesso e la comprensione dei valori autentici.

E’ necessario, perciò, essere, a tutti costi, persone dabbene, virtuose e brave, anche se essere sempre disponibili e generosi, il più delle volte, determina incomprensioni, fraintendimenti, esiti negativi. Talune persone finiscono con il confondere la disponibilità e la bontà con la dabbenaggine, con l’ingenuità, e spesso la interpretano come vera e propria stupidità.

Voler cambiare il mondo è impossibile, agire per incominciare a cambiare qualcosa è, invece, l’impegno che ogni persona dovrebbe assumere.

Sarebbe veramente bello se le armi venissero raccolte in grossi capannoni, in attesa di essere distrutte; se i terroristi dell’Isis e di altre appartenenze ancora non stroncassero più vite innocenti; se le sostanze stupefacenti si trasformassero in cibo per sfamare chi vive una situazione di indigenza e di disagio; se ognuno avesse un lavoro, una casa, una famiglia unita; se l’illegalità, le ingiustizie, le prepotenze, gli sprechi non ci fossero più e tutti potessero disporre delle risorse necessarie per mangiare, vestirsi, curarsi. Sarebbe veramente bello se la pace regnasse sull’intero pianeta. Sarebbe veramente bello se ….. Forse sono davvero tanti i se…..! Forse nessuno di questi “se” si realizzerà mai! Forse l’unica certezza è che gli uomini continueranno ad essere sempre gli stessi. Continueranno ad essere indegni di cotanto nome e del ruolo che svolgono all’interno dell’armonia dell’universo.

Sebbene questa nota di diffidenza e di scetticismo, è necessario, comunque, avere fiducia nella persona e continuare a sperare; è necessario supporre che, in tempi non particolarmente lunghi, ognuno potrà vedere in chi ci sta di fronte una persona da rispettare, da sostenere e difendere senza mai sminuire l’altrui dignità.

Il tema della pace è, oggi, diventato argomento di particolare importanza tanto da coinvolgere e interessare sia il campo della politica, sia quello della morale, della sociologia, della filosofia, del diritto, della religione.

Pace, legalità, socialità, libertà, salute, salvezza, sono valori saldamente connessi tra loro e non separabili l’uno dall’altro. Della pace se ne sono sempre occupati non solo i vari governi, ma soprattutto la Chiesa. Ha come fondamento la morale, la giustizia, la carità, il rispetto delle leggi e dell’altro. È, in sintesi, conquista dei valori effettivi e concreti della persona e della società.

La pace è, soprattutto, il messaggio saldo e irremovibile della Chiesa, in quanto è il messaggio primario di Cristo. Il suo esempio ed i suoi princìpi sono insegnamenti di redenzione, di riscatto, di carità, di amore; precetti, questi, che conducono alla pace. Si tratta, comunque, di una pace che affonda le sue radici nella giustizia, nella lealtà, nella carità, nell’etica, nella osservanza e nel rispetto delle leggi.

Spesso l’uomo è portato a differenziare e ad attribuire significati diversi al concetto di pace, distinguendo tra una pace “politica”, cioè una pace degli uomini e dei popoli che ha come fine il perseguimento di interessi materiali e personali, e una pace “cristiana” intesa in senso religioso, ovvero una pace rivolta all’equilibrio interiore, alla relazione uomo/Dio il cui obiettivo primario e determinante è il raggiungimento della salvezza eterna della persona e dell’intero genere umano in quanto tutti figli dell’unico Padre: Dio.

La pace si trova nella giustizia, ma va ricercata, soprattutto, nella carità intesa come rispetto e amore per l’altro. Ebbene, sono proprio questi due elementi, carità e giustizia, che rappresentano i principi determinanti, necessari e sostanziali su cui fondare ogni dissertazione e ogni discussione sulla pace.

La giustizia abbraccia e racchiude l’armonia sociale; ed è proprio l’armonia sociale che determina quell’essenziale equilibrio, necessario per offrire, a tutti, una determinata certezza di vita.

Ma la pace non si ottiene né si raggiunge una volta per tutte. Bisogna ricercarla sempre, di continuo, ininterrottamente e, sebbene questa ricerca incessante, non sarà mai definitivamente raggiunta. È, nello stesso tempo, ricerca e conquista continua. Lo stesso Salvatore, Gesù Cristo, si è fatto uomo per portare la pace nel mondo. Egli si annuncia agli uomini con il messaggio: “Pace agli uomini di buona volontà”.

La pace è un impegno, una grazia, una promessa divina; è una benedizione del Signore che arricchisce e pervade la vita degli uomini. È dalla pace con se stessi che sboccia e cresce l’amore per l’altro e per il creato; mentre è dalla pace con se stessi, con il mondo e con Dio che nasce la Fede.

Ma la pace può anche venir meno, può essere persa; la sua conservazione è legata al modo in cui gli uomini riescono a salvaguardarla, a difenderla ed a tutelarla.

Ecco perché salvaguardare e promuovere la pace vuol dire agire sempre verso la sua più completa e piena attuazione.

Non un segnale di fiducia, non uno spiraglio di speranza, non un segno di ottimismo sembra giungere dalla realtà che ci circonda. Ma ormai il Natale è vicino.

Il Natale non è solo una importante occasione per stare insieme con altri; non è neanche un momento opportuno per scambiarsi dei doni, né una favorevole circostanza per ritrovarsi nella intimità familiare e con gli amici. Il Natale è qualcosa di più significativo e profondo. È la festa dell’uomo. È la ricorrenza della rivelazione di Dio all’uomo. È un evento che determina un cambiamento profondo nella vita degli uomini.

Per il Natale ogni persona è un valore da rispettare e tutelare. Questo vuol dire che gli avvenimenti che, oggi, sovvertono e turbano la nostra realtà, se vissuti alla luce che il Natale emana e diffonde, acquistano un significato particolare, diverso e profondo. Si tratta, comunque, di eventi importanti e, spesso, drammatici; ma si tratta, comunque, di eventi che ci offrono la possibilità di sentirci vicini a quanti soffrono e di condividere le loro difficoltà. Condividere non significa commuoversi di fronte alle altrui difficoltà; vuol dire, invece, denunciare le prepotenze e l’arroganza di quanti detengono il potere commettendo varie forme di abusi nei confronti della collettività. Ma significa, soprattutto che nessuno potrà mai sentirsi in pace con se stesso fino a quando la luce della speranza in una realtà migliore e più umana non ritornerà ad illuminare il volto dei disoccupati, degli emarginati, dei sofferenti, degli ammalati. Ecco perché il Natale deve entrare nel cuore di ogni persona per portare quella percezione e quel senso di fiducia, di serenità e di pace che solo il Natale emana ed effonde nell’aria e nell’animo di ogni persona.

Se ognuno pulisse davanti al proprio portone, alla fine tutta la strada risulterebbe pulita; se ognuno vivesse il Natale tutti i giorni, il mondo diventerebbe certamente migliore!

 

Siamo tutti a conoscenza del continuo dilagare della violenza. Si tratta, di certo, di una modalità della condotta dell’uomo che, nell’attuale realtà sociale, ha assunto una portata e una entità allarmanti. Viviamo, oggi, sommersi da comportamenti violenti, sebbene il proliferare di sempre nuove ed articolate indagini e teorie sulla sua origine.

Sia nelle grandi città che nei piccoli centri la violenza non è da addebitare alla sola presenza di gruppi eversivi, ma soprattutto al comportamento di tanti giovani che, noncuranti delle conseguenze, saccheggiano, violentano, abusano, prevaricano, devastano locali e interi quartieri. Sono giovani che si mostrano sempre più baldanzosi, arroganti, presuntuosi e convinti di poter calpestare, a loro piacimento, le regole più comuni del vivere civile. Si tratta, in ogni caso, di forme di violenza prettamente giovanile che nulla hanno a che vedere con proteste di ordine sindacale o politico.

E proprio nel momento in cui si parla della giovane generazione, l’attenzione viene subito rivolta alleistituzioni, le quali se da una lato hanno contribuito notevolmente alla crescita culturale ed alla solidarietà sociale, dall’altro hanno dato origine anche alla nascita di un elevato numero di persone incuranti di compiere azioni di devastazione, di distruzione, di inaudita violenza. Quantoaccaduto nel quartiere di Pianura, a Napoli, rappresenta uno dei tanti incresciosi, spiacevoli e condannabili casi di assurda e non giustificabile violenza.

L’ignara vittima è Salvatore, un quattordicenne, ricoverato, in gravissime condizioni, all’ospedale San Paolo di Napoli, dove gli èstato asportato il colon, a seguito delle numerose e gravi lesioni riportate. Gli autori del raccapricciante gesto sono tre giovani di 24 anni, di cui uno fermato con l’accusa di tentato omicidio e violenza sessuale.

Ai medici che l’hanno preso in cura il minorenne ha raccontato di essere stato oggetto, in un primo momento, di insulti perché troppo grasso e,poco dopo, di una violenta aggressione.

La dinamica dei fatti è spaventosa, terribile, sia per la violenza usata, sia per lo strumento adoperato: una pistola compressore utilizzata per gonfiare pneumatici.

Siffatti episodi denotano che la violenza rappresenta, ormai, uno degli elementi costitutivi di una società, in cui il degrado culturale, sociale ed economico dell’ultimo decennio, associato alla crescente crisi di valori e assenza dello Stato e delle Istituzioni, sta determinando un profondodeclino. Questo vuol dire che la violenza può insorgere in qualsiasi momento e senza motivo alcuno.

Cosa ancora meno accettabile è la giustificazione fornita dai familiari dell’irresponsabile gesto, i quali hanno asserito, in modo semplicistico, che si trattava solo di un “gioco”.

Si tratta di affermazioni che ci presentano una società deviata, degenerata, deteriorata nei valori e nella stima degli elementi portanti e connotativi della coesistenza socialee dei suoi sentimenti essenziali.

Si tratta di un gesto del tutto privo di qualsiasi senso della vita, di rispetto dell’altro e dell’altrui decoro.

Anche questi parenti dell’autore del censurabile e spiacevole gesto, nel cercare in tutti i modi di giustificare il proprio congiunto, dimostrano di non essere esenti da colpe in quanto, con le loro scelte educative e con la loro discutibile e opinabile idea di rispetto dell’altro, hanno contribuito ad infondere ed ispirare la formazione di questo giovane. Si tratta, quindi, di una persona cresciuta nella convinzione che il rispetto delle leggi e delle norme che regolano la convivenza civile sono solamente degli ostacoli che bisogna superare ad ogni costo; che la vita degli altri è semplicemente un “gioco”, e che il proprio compito e il proprio dovere, è quello di prevalere sugli altri, di vincere sempre e ad ogni costo, di prevaricare, di opprimere, di soffocare e annientare i più deboli e gli indifesi.

Ebbene, è proprio il desiderio di sentirsi superiori che fa nascere, in queste persone,il desiderio di assumere comportamenti primitivi, incivili, privi di qualsiasi oggettività morale.

Oggi viviamo fenomeni di devianza nuove sia nei modi in cui si presentano, sia nell’insieme dei sistemi che coinvolgono. Per quanto riguarda le cause delle devianze, allo stato attuale, vengono valutate nuove ipotesi rispetto al passato. In un recente passato si sosteneva che le persone che presentavano comportamenti deviati erano dei soggettiaffetti da disturbi del comportamento e da disturbi psicologici. Oggi, invece, si valutano anche i disturbi a livello medico, sociale, sociologico. Spesso ci si interroga su che cosa questi ragazzi intendono comunicare ai propri familiari, agli adulti, alla comunità sociale,con questi loro gestianomali e deviati.Ecco perché è necessario, sempre di più, far leva sulla prevenzione; ma è necessario soprattutto valutare con attenzione i problemi dei fanciulli, degli adolescenti, dei giovani, attribuendo loro l’oggettiva responsabilità per gli eventuali reati e misfatti che compiono, senza mai dimenticare che la pena o la sanzione da infliggere rappresenta la giusta e necessaria dimensione.

Siamo, perciò, tutti vicino al giovane Salvatore ed alla sua famiglia e ci auguriamo che, in tempi brevi, possa uscire dalla grave situazione clinica in cui, attualmente, versa.

Di fronte a siffatti eventi nascono spontanee tante domande: è vero che la violenza è una caratteristica del nostro tempo o c'è sempre stata? Forse l'uomo è violento per natura e non avendo le ultime generazioni potuto scaricare in guerra la loro innata violenza lo fanno con altre forme? Non è forse vero che queigenitori che si disinteressano dei propri figli equegli insegnanti che picchiano i propri alunni,assumono comportamenti violenti? E, poi, è giusto parlare solamente di violenza giovanile? Dove l'hanno respirata gli attuali giovani? Da dove l'hanno assimilata? A quali figure di adulti si sono ispirati?

Anche nelle scuole e nelle famiglie, istituzioni con competenze intenzionalmente educative e formative, il più delle volte non c'è rispetto per i ruoli, per le istituzioni, per i colleghi, per i propri superiori gerarchici, per i vari componenti; non c’è più rispetto per niente!

Questo significa che ogni adulto dovrebbe chiedersi con maggiore frequenza: con quale coraggio, domani, potrò chiedere ai miei alunni di attendere il loro turno, di ascoltare i propri compagni e i docenti, di non essere prepotenti e prevaricatori? Con quale coraggio potrò dire a mio figlio di compiere il proprio dovere di studente, di rispettare le leggi, le istituzioni, gli altri?

Ebbene, sono proprio taluni comportamenti discutibili di tanti adulti che rappresentano le radici della violenza; sono una grave forma di violenza, anzi, costituiscono la base di ogni forma di violenza.

In Parlamento, nei Consigli comunali, provinciali e regionali non siedono ragazzini; nelle riunioni dei collegi dei docenti non ci sono giovani, così come in alcune famiglie, oggi, non si riesce più a dialogare, a discutere. Assistiamo, spesso, a sceneggiate veramente deprimenti; in questi adulti c'è violenza allo stato puro! Ci sono genitori che giustificano, padri che istigano, docenti che non sanno "docere"; dall’altra parte ci sono, invece, tanti ragazzi e tanti giovani che imparano!

Ma, in definitiva, dove sono le radici della violenza? È certamente difficile dare una risposta esauriente e completa a questa domanda. In effetti non lo sappiamo, forse "è la somma che fa il totale", diceva il grande “Totò”. E, allora, dove ricercarle, dove risiedono! Non nella crisi economica e nella disoccupazione .... ma è pur vero che l'ozio è il padre di tutti i vizi; non nella società ..... ma è pur vero che l'ambiente in cui viviamo ci condiziona; non nella famiglia .... ma è pur vero che è nel periodo dell'infanzia che si plasma il nostro "io"; non nella scuola .... ma è pur vero che è una delle prime forme di aggregazione sociale che incontriamo; non nella fede .... ma è pur vero che spesso ideali religiosi o politici sono il paravento di gravissime violenze!

La violenza è una pianta che ha tantissime radici; radici che pescano nel presente e nel passato, radici che assorbono veleni, radici che vanno in profondità e che è difficile sradicare.

Ma anche questa pianta, come tutte le piante, se incontrerà il sole, riuscirà a trasformare tutto in linfa vitale: il sole dell'AMORE, che è rispetto, tolleranza, solidarietà, disponibilità, speranza! La speranza non può mancare perché sono "giovani" anche i ragazzi che vanno a spalare il fango nelle zone alluvionate, i ragazzi che operano in tante associazioni di volontariato, i tanti ragazzi che in modo semplice e naturale fanno il loro dovere in un mondo non certo facile!

 



Chi vi scrive è una pubblicista francescana terziaria secolare, senza tessere di partiti in tasca, che si sente in dovere di offrire il proprio modesto servizio contribuendo alla riflessione sui criteri che dovrebbero guidare le nostre scelte politiche nelle prossime elezioni europee.

La mia “lettera”si rivolge in particolare a coloro che, impegnati a vario titolo personale o professionale nel secolo, sentono, chiari e distinti, i valori che qualificano la loro identità di cattolici, ma hanno scarse possibilità d’informarsi sui programmi dei diversi schieramenti. È una“lettera aperta” perché riguarda, nello stesso tempo, i problemi della società civile del mondo in cui noi tutti viviamo egli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, unitamenteagli approfondimenti formativi dei suoi Vescovi.

Quei “pochi che salveranno i molti”, chiamati a testimoniare il Vangelo “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8), dispongono certamente di un senso di responsabilità e di un discernimento che non tutti noi abbiamo. Ecco perché, ponendomi dalla parte dei “molti” laici cattolici, ho deciso di scrivervi per ricordarvi che nessuno, per quanto deluso o preoccupato della personale situazione economica o esistenziale, si può chiamare fuori e astenersi dall’esercitare il proprio diritto-dovere di votare.

Vi sono almeno due imperativi ai quali noi non possiamo sottrarci: ricordare e discernere.

Ricordare di esseri liberi di avere la nostra sensibilità politica e di farla valere in vista del bene comune.

Ricordare ed essere consapevoli della responsabilità che comporta l’espressione delle nostre convinzioni e del nostro modo di pensare e di agire.

Ricordare, soprattutto, che l’essere umano, soggetto della libertà, non è un individuo autoreferenziale, e che le scelte del singolo influiscono sulle condizioni d'ordine economico e sociale, politico e culturale della società in cui tutti noi viviamo.

Ricordare, infine, il magistero dei Pontefici e le linee direttive della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Alla luce dei decreti[1]delConcilio Vaticano II, l’azione di formazione sociale e politica dei fedeli laici, svolta dai Vescovi[2], dovrebbe essere per tutti i cattolici il punto di riferimento irrinunciabile per discernere i criteri di valutazione ai quali ispirarsi nella partecipazione alla vita pubblica.

Nella prossima tornata elettorale del 25 Maggio per l’elezione del Parlamento europeo, saremo chiamati aesprimere le nostre scelte politiche. Se tali scelte[3] saranno coerenti con i valori della fede cristiana che professiamo, e si baseranno su un’attenta riflessione sui programmi presentati dai vari partiti in competizione, non dovremo avere paura diaprire“i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo[4] ad una visione cristiana che guarda al futuro in una prospettiva storica e spirituale.

Leggendo i segni dei tempi in questa chiave, il nostro voto non dovrebbe essere mai un atto d’impulso, a seconda delle nostre private simpatie e antipatie nei riguardi di determinati politici. Non dovrebbe altresì essere dettato dalle cosiddette ragioni della “pancia” alla quale si rivolgono di solito i discorsi elettorali.

So fin troppo bene che non è affatto facile discernere, tra i tanti messaggi ingannevoli con cui ci bombardano quotidianamente i mass media, quelli che non rischierebbero di metterci in contraddizione con noi stessi.

La strategia della confusione, messa in atto da giornali di parte o dai talkshow televisivi, ci rendono un po’ tutti frastornati e confusi. Questo è, appunto, il secondo motivo per cui ho deciso di scrivervi.

A differenza di tutte le altre categorie sociali, i cattolici non sono una massa amorfa ed inerte da manipolare e strumentalizzarea proprio uso e consumo, ma persone ben consapevoli delle proprie convinzioni. Vi sono, infatti,alcuni principi propri della coscienza cristiana che informano non solo l’esistenza personale, ma anche i fini da perseguire.

L’assunzione consapevole di questi principi, richiede la conoscenza e la valutazione degliobiettivi[5] non solo programmatici, ma anche ideologici di ciascun partito.

All’azione diplomatica e politica di Giovanni Paolo II si deve, in gran parte, il crollo dei sistemi del socialismo reale nell’Unione Sovietica e nei paesi dell’Est Europa.

A distanza di mezzo secolo, il suo esempio e la sua Esortazione Apostolica rivolta ai laici[6] deve restare per tutti noi un monito. Da qui nasce il mio appello rivolto ai cattolici.

L’esercizio del discernimento ci impone uno sguardo critico. Poiché nessun schieramento politico corrisponde completamente alle esigenze di un cristiano autentico, è gioco forza scegliere quello che risulti compatibile con i valori cristiani.

Non cadiamo nell’errore di sottovalutare la tentazione di guardare alla sinistra dell’arco costituzionale, oppure di assecondare i fuochi di paglia di movimenti contestatari spuntati dal nulla nel panorama politico italiano. La marginalizzazione del Cristianesimo, ormai imperante in Europa, e soprattutto i repentini attentati alla legge morale naturale, propagandati dalle ideologie di sinistra in nome al pluralismo etico, sono tra i pericoli più subdoli che si annidano nelle proposteelettorali.

Alla coscienza di un laico credente, la fiducia accordata a un partito somiglia molto da vicino ad un atto di fede in difesa dei valori che professiamo. Facciamo quindi molta attenzione ai suggerimenti che ci vogliono far credere che la soluzione delle soluzioni sarebbe uscire dalla Comunità e dall’Euro. Sarebbe un grosso errore! In poco tempo l’inflazione brucerebbe i nostri risparmi e aumenterebbe il costo dell’energia e delle materie prime che consumiamo e che dobbiamo importare.

Informatevi bene prima di decidere a chi accordare la vostra fiducia!

Per quanto mi riguarda, faccio mio il programma e ilmotto: “Più Italia in Europa; meno Europa e Germania in Italia” con cui “Forza Italia” si presenta alle elezioni.

Mi auguro che la mia “Lettera aperta” possa esservi stata utile. Me lo auguro di vero cuore.



[1]Apostolicamactuositatem, n.7, Lumen gentium, n.36 e Gaudium et spes, nn. 31 e 43.

[2]Nel 2004la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea, si pronunciava in questi terminiin vistadell’elezione del Parlamento europeo:A partire dalla prima elezione a suffragio diretto, ormai 25 anni fa, i suoi poteri si sono estesi considerevolmente. Con il Consiglio dei ministri, che riunisce i governi nazionali, esso adotta leggi che hanno un impatto su numerosi aspetti della nostra vita quotidiana. In quanto espressione diretta della volontà dei cittadini dell’Unione, il Parlamento contribuisce a orientare l’azione politica a livello europeo. È nei suoi confronti che la Commissione europea e gli altri organismi dell’Unione rispondono delle loro azioni ed è il Parlamento che ha l’ultima parola circa il modo con cui il bilancio comunitario è gestito. Coloro che limitano le sue attività a «chiacchiere» dimenticano di mettere in conto un aspetto importante del processo decisionale democratico europeo. La legittimità e l’autorità con le quali il prossimo Parlamento europeo rappresenterà i valori e gli interessi dei cittadini dell’Unione dipenderanno dall’impegno di questi cittadini ad andare a votare (…). Per tale motivo, la nostra partecipazione alle elezioni europee risponde allo stesso tempo sia al nostro interesse sia a un nostro dovere morale.

[3]La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali(Congregazione per la dottrina della fede, nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica).

[4]Papa Giovanni Paolo II, Omeliadella messa di inaugurazione del pontificato, pronunciata il 22 Ottobre 1978.

[5]Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materiadi aborto e di eutanasia (da non confondersicon la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà” (Congregazione per la dottrina della fede, nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica).

[6] Papa Giovanni Paolo II, Christifideles laici, n. 42.

All'inizio del terzo millennio, noi cristiani siamo chiamati a vivere una nuova primavera della fede, ad impegnarci in nuove iniziative pastorali perché la Chiesa per bocca del suo Pastore supremo  ci spinge a compiere una nova evangelizzazione.

Credo che non ci sia nulla di più immediato e di più stimolante , per entrare nel tessuto vivo della nostra società , che imitare  la vita dei santi e nel nostro caso specifico di San Rocco, cioè  di coloro  che, seguendo le orme di Cristo, non hanno anteposto nulla al suo Regno.

Hanno dato tutto con coraggio, senza chiedere nulla in cambio, sono passati  facendo del bene e amando, escono morti perdonando.

A volte mi sono chiesto perché il signore mi abbia messo davanti San Rocco, come santo da invocare, da proclamare, da venerare.

Siccome nulla il Signore fa "per caso ", allora ho creduto che l'esempio di carità verso i poveri, gli ultimi, i malati  che San Rocco ha dato, mi ponga sul binario della carità .

Una carità vissuta, praticata, per la quale ognuno deve dare il meglio di se.

Questo nostro quindicesimo anno di cammino della nostra Associazione vuole proporre e vuole aiutarci a capire come anche San Rocco che tanto amiamo abbia posto a fondamento della sua vita Cristo Gesù.

Anche Lui ha bene dimostrato, come San Paolo , che "Per me il vivere è Cristo  e il morire un guadagno" ( Fil.1,21).

Il Signore oggi ci dice a tutti noi, nuovi evangelizzatori, che che il nostro cammino personale, quello delle nostre famiglie e delle nostre comunità parrocchiali, la nostra Associazione, deve essere un cammino di santità.

Non possiamo esimerei nessuno da questo.

Noi cristiani, sempre e in ogni luogo, dobbiamo essere disposti a diffondere. La luce della vita che è Cristo  (cfr. Dignitatis humanae, n. 14).

La Chiesa  proclamando santo il nostro caro San Rocco, lo ha reso nella liturgia. Oggetto di rispetto e di venerazione e lo ha  indicato all'umanità come modello a cui far riferimento.

È noi tutti rapiti dal l'esempio di vita di San Rocco ci rivolgiamo in questi giorni che veneriamo le reliquie del suo corpo glorioso per ricevere protezione e conforto nelle sofferenze.

Il mondo ha bisogno di valori autentici.

Si può immaginarlo senza questo campione di fede e di umanità che ci fa scoprire o riscoprire  nella sua testimonianza il senso vero della vita?

 

Fraternamente

Fratel Costantino

Lettera aperta ai lettori: ricordare è una cosa seria

La proverbiale memoria degli elefanti, forse non esiste, ma gli archivi segreti, come i giornali, pur non essendo i depositari incontrovertibili della memoria storica di un paese,permettono talvolta, ai lettori più attenti dei fatti pubblici, di stabilire delle connessioni o di leggere la Storia come una concatenazione di cause e di effetti solo apparentemente disparati.

Gli elefanti e, in particolare, le femmine più anziane, mettono il loro intuito e la loro esperienza di vita vissuta a disposizione del branco, aiutandolo a distinguere gli amici dai nemici.

Nella società umana, gli elefanti dalla lunga memoria sono i lettori smaliziati che non si limitano a consumare le notizie riportate dai mass-media, ma le “ruminano” per comprendere dove vanno a parare. Quei lettori siamonoi quando non ci lasciamo accecare dai polveroni politici o dalle cortine fumogene che ogni tanto si alzano per depistare o per allontanare la gente comune dalla comprensione di eventi che stanno sotto gli occhi di tutti.

Questo tipo di strategia mistificatrice è facilmente riconoscibile perché è sempre la stessa. Per distogliere l’attenzione da una notizia dalle conseguenze potenzialmente devastanti per alcuni partiti o centri di potere, nazionali o internazionali, si architettano piccoli e subdoli scandalipiù o meno pruriginosio diffamanti contro quegli avversari che sono in grado di mettere sotto i riflettori verità scottanti nell’ambito della lotta politica.

Il recente provvedimento di Palazzo Chigisulla declassificazione degli atti relativi ai “misteri d’Italia” e il trasferimento all’Archivio pubblico centrale di tutti i documenti processuali,in precedenzacoperti dal vincolo di segretezza, fanno parte di un pacchetto d’iniziative politiche,promosse dall’attuale esecutivo, allo scopo di rendere un “contributo alla memoria storica del paese” e confermare il principio di “trasparenza e di apertura” che qualifical’azione del governo in carica. Questa encomiabile operazione in stile “glasnost”,appena iniziata, riguarda però esclusivamente vicende accadute tra gli anni Settanta e Ottanta.

Non sono molto più recenti nemmeno gli atti deldossier di “Vasilij Mitrokhin”, ex archivista del KGB che, rifugiatosi in Inghilterra, avrebbe fornito, tra l’altro,informazioni circa l’attività dei servizi segreti russi in Italia tra il 1917 e il 1984. Tali informazioni riguarderebbero i finanziamenti illegali sovietici al Partito Comunista Italiano, al Partito Socialista di Unità Proletaria e al Partito Comunista di San Marino, nonchéi nomi degli agenti sovietici e dei loro collaboratori, pronti ad entrare in azione con atti di sabotaggio ed interventi speciali nel caso in cui un colpo di Stato di destra avesse messo fuori legge il PCI.

Tra i numerosi nomi e cognomi menzionati nel “dossier Mitrokhin” figuravano, accanto avari politici di sinistra, diplomatici ed alti funzionari, anche giornalisti del Corriere della Sera, del Manifesto, dell’Espresso e della Repubblica. Non si sa con precisione se ci siano stati capri espiatori, perchénel corso della trattazione del materiale informativo da parte della magistratura, non sarebbero emersi"elementi probatori giudiziariamente rilevanti a carico dei nominativi contenuti nel dossier Mitrokhin”.

In seguito, l’apertura degli archivi del KGB, a partire dal 1994, avrebbein gran parte svuotato il “dossier Mitrokhin” dell’importanza che gli era stata attribuita dall’FBI,secondo cui la sua acquisizione sarebbe stato il più grande successo in materia di contro-intelligence del dopoguerra.

Nel 2001, durante il governo di Lamberto Dini, l’affaire innescata dalle rivelazioni dell’ex funzionario del KGB registrò una brusca impennata.

Nel 2004 furono iscritti nel registro degli indagati Romano Prodi eMassimo D’Alema, assieme ad altre diciannove persone.

Nel Febbraio del 2006, i pubblici ministeri della procura di Roma,titolari dell’inchiesta e dei fascicoli inviati al Tribunale dei Ministri, chiesero però l’archiviazione dell’inchiesta, ritenendo che "le scelte e le determinazioni assunte in relazione al dossier Mitrokhin”, non fossero rilevanti sotto il profilo penale.

Il disegno di legge del secondo governo Berlusconi, che prevedeva l’istituzione di una commissione d’inchiesta riguardante il “dossier Mitrokhin” inasprì all’improvviso il clima politico e fu probabilmente una delle cause principali della campagna di demonizzazione lanciatagli contro dagli ex leader del PC, nonché dai parlamentari e dai giornali di sinistra e di centro-sinistra, che accusarono il Premier di utilizzare in maniera strumentale documenti contestati dai servizi segreti russi e italiani, ma non da quelli americani.

Forse non esiste una relazione di tipo causale tra questo episodio poco noto e il numero impressionante di processipenalie civiliavviati contro Silvio Berlusconinegli ultimi vent’anni. Nessuno più di questo imprenditore di successo, oltre che leader politico,fondatore di Forza Italia e statista votato da milioni d’Italiani, è statoinquisito, intercettato, bombardato da avvisi di garanzia e convocato in giudizio. Dal Nord al Sud del paese, dalle procure di Milano, fino a quelle di Roma, di Trani, di Bari e di Napoli, Berlusconi potrebbe ben dire di aver vinto il guinness dei primati in campo giudiziario. Dei 108 procedimenti penali avviati contro il Gruppo Fininvest e dei tanti reati contestati direttamente o indirettamente al suo maggiore azionista, soltanto uno si è concluso, il 1 Agosto del 2013, con una condanna di frode fiscalepassata in giudicato. Eppure la Fininvestha versato, dal 1994 ad oggi, oltre nove miliardi di euro nelle casse dello Stato, ma si sa che la matematica è talvolta un’opinione (politica).

Il semplice fatto che nessun criminale incallito sia mai stato così tanto perseguito per vie legali e sottoposto alla gogna mediatica, ha incoraggiato qualcuno a sospettare che si trattasse, in realtà, di un autentico “complotto”, ordito contro la persona e il patrimonio di Silvio Berlusconi. Questo legittimo sospetto si sarebbe dimostrato più che fondato dall’intervista rilasciata al “Tempo”, nel Febbraio del 2014, da Amedeo Laboccetta, ex braccio destro di Gianfranco Fini.Basta estrapolare solo alcune affermazioni di questo ex leader di Alleanza Nazionale e delPopolo della Liberà per comprendere i retroscena di un’effettiva azione di “killeraggio” politicodel Cavaliere.

Il golpe contro Berlusconi, afferma Laboccetta, non è cominciato nell’estate del 2011 come scrive Friedman. Ma molto prima, nel 2009”, e taleoperazione si sarebbe attuataper iniziativa di Gianfranco Fini, conl’aiuto di settori della magistratura e il «placet» di ambienti internazionali”.

Lo scopo di Fini sembra essere stato, in un primo tempo:tenere per le palle Berlusconi”,affinché quest’ultimo gli concedesse, su un piatto d’argento, la “testa” dei suoi vecchi amici: La Russa, Matteoli e Gasparri. Non avendo ottenuto ciò che aveva chiesto, la posta in gioco sarebbe aumentata vertiginosamente.

Secondo quanto Finiavrebbe confidato a Laboccetta, “varie procure erano già al lavoro” per “massacrare” Berlusconi e far nascere un governo di “salvezza nazionale” presieduto da lui stesso, in qualità di Presidente della Camera.

Le cose andarono invece altrimenti, come tutti sanno.

L’intervista rilasciata da Laboccetta comprendeva molti altri passaggi interessanti, come d’altronde l’articolo di Alan Friedman sullo stesso argomento, pubblicato recentemente sul Corriere della Sera. In questo articolo, Friedman accennavaad ambienti internazionali concordi nell’utilizzare strumenti di pressione economica, oltre che giudiziale, per estromettere Berlusconi dal governo.

Ciò che però lascia sbigottiti, a dir poco, è la sincronizzazione tra le tornate elettorali e la diffusione da parte dei mass media delle motivazioni depositate a seguito delle sentenze pronunciate contro Berlusconi dai Tribunali. Un esempio vale per tutti.

n questi giorni, trovano un grande risalto mediatico le motivazioni del gup del Tribunale di Bari, in merito allasentenza emessa il 10 Dicembre del 2013, nel processo a carico di Gianpaolo Tarantini e delle “escort” da lui reclutateche, a quanto pare, erano solite recarsi alle loro attività ordinariemunite di registratori e di videocamere.

Tra queste motivazioni,di cui il Corriere della Seraha pubblicato uno stralcio il 28 Aprile ultimo scorso, non compaiono però unicamentele conclusioni processuali riguardanti i sette principali imputati ma,guarda caso, vengono espresse anche valutazioni etiche sulla vita privata di Berlusconi.

La Storia politica di un paese è sempre una “interpretazione” del materiale documentale a cui lo storico ha accesso.

L’OGGETTIVITÀ STORICA è una grossa bufala.

Ai lettori di giornali indipendenti non interessa, in via prioritaria, sapere come sarà scritta la Storia dell’Italia dell’ultimo ventennio.

Ai lettori più avveduti basta l’esperienza di vita vissuta per formarsi una convinzione sugli amici da sostenere e sui nemici da evitare, prendendo ad esempio la saggezza degli elefanti.

Le mezze verità godono di una buona diffusione nei mass media. I sospetti circa gli intrighi che si svolgerebbero tra le quinte nazionali e internazionalicontro Berlusconi appaiono quindi più che giustificati. Perché? Lascio ai lettori il compito di tirare le conclusioni e di regolarsi di conseguenza.

Il motto forzista: “più Italia in Europa e meno Europa in Italia” dovrebbe essere, nel segreto delle urne, il motto di tutti gli Italiani o di buona parte di essi.

Gli elefanti siamo noi quando ci accorgiamo che ricordare è una cosa seria.

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