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Venerdì, 24 Febbraio 2017

Dalida, esistenziale mediterranea: un film per comprenderla

Quest'anno, a Sanremo, e' tornata Dalida.

Il film biografico sulla cantante nata in Egitto nel 1933 da genitori calabresi di Serrastretta, Pietro e Giuseppina Gigliotti, e' stato infatti presentato all'Ariston nel corso della serata iniziale del Festival.

Poi la pellicola, per concessione della Pathe', e' andata in onda in prima tv mercoldi 15 sul Primo Canale RAI.

Iolanda Gigliotti, questo il nome di battesimo dell'artista, e'

personaggio che ancora oggi interessa e fa discutere.

A partire dal suo legame con Luigi Tenco, del quale si sono appena celebrati i 50 anni dalla morte mentre si ricordano i 30 di Dalida.

Ma e' tutta la sua biografia, costellata, si, di successi, da Bang Bang a Bambino (Guaglione), da Come prima (Tu me donnes) a Quelli eran giorni, da Dan Dan Dan a Laissez moi danser, a Gigi l'amoroso, ma anche dalla depressione che l'avrebbe portata al suicidio nel 1987, al terzo disperato tentativo, quello riuscito, a 54 anni, nel 1987.

Ma chi era veramente Dalida?

Un contributo a chiarire alcuni aspetti della biografia lo fornisce il lavoro cinematografico in questione che si avvale della firma di Lisa Azuelos e della interpretazione di una straordinaria Sveva Alviti nel ruolo della protagonista.

Una donna fragile, intimamente sola, sentimentalmente irrisolta. Non Diva.

Dalla voce unica, mix di ruvidezza mediterranea e melodicita'

bohémienne derivante dal dna italo/franco/egiziano, distante dagli arrembanti rock e yeye dei '60 ma aperta verso la discomusic sul finire dei '70.

E soprattutto in grado di comunicare all'esterno il pathos dell'anima anche ai benpensanti piu accaniti che mal digerivano la sua liberta'

comportamentale, i flirt successivi alla separazione col primo marito, il produttore discografico Lucien Morisse (Jean Paul Rouve), in una liaison durata pochi mesi.

Probabile che gia' da bambina a Il Cairo alcuni eventi, come l'arresto del padre, le avessero causato dei traumi poi riverberati durante la crescita. Il racconto che ne fa il fratello Orlando (Riccardo

Scamarcio) e' un viatico a tale deduzione. Ed il marito dal canto suo accenna a un possibile sdoppiamento fra Iolanda e Dalida, fra la donna e l'interprete. Il centro della narrazione sul percorso di vita si ha comunque quando, da Eddie Barclay (il produttore e' interpretato da Vincent Perez) si porta a Sanremo nel 1967, a fianco a Luigi Tenco, che nel film e' Alessandro Borghi. La bocciatura del brano nella gara targata Gianni Ravera (Nico Max Tedeschi) e' un nuovo choc.

E il Ciao Amore Ciao di Tenco si trasforma in un tragico addio alla vita del cantautore.

Questo passaggio, tuttavia, e' sfocato, fors'anche perché le nebbie che avvolgono la vicenda del cantautore non ne consentono ancora oggi una ricostruzione del tutto certa. Il film prosegue per episodi, pagine distaccate un fitto diario. Fra le varie relazioni di Dalida, a quella intessuta con il giovane Lucio (Brenno Placido) viene riservato uno spazio ampio, a rimarcare la continua ricerca di amore di Dalida, che si infrangera' di fronte ad una gravidanza inattesa e non voluta.

Eppoi ecco il capitolo del viaggio in India, per placare il proprio travaglio spirituale.

Il ritorno all'Olimpia, dopo la prima volta nel 1956, suggella l'evoluzione esistenzialista delle sue canzoni beneficiate da milioni di dischi venduti nel mondo.

Ed ancora la si vede davanti al pubblico in visibilio alla Carnegie Hall, in piena Febbre del sabato sera mentre, nel privato, naufraga il rapporto con Richard Chanfray (Nicholas Duvauchelle) durato dal 1972 al 1981.

Un dramma crudo, non agiografico, dove la Musica appare vera compagna di Dalida in una vita vissuta Avec Le Temp. Fino alla fine.

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