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Domenica, 03 Luglio 2022

Intervista al grande cantautore Sergio Cammariere

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Intervistare il cantautore Sergio Cammariere significa intraprendere un magico viaggio fra le note. Nel nostro recente incontro, le ore sono trascorse in fretta e in modo assolutamente piacevole; la sua cultura musicale è vastissima ed eterogenea e poi l’argomento “musica” mi affascina da sempre.

La musica è vita, respiro, libertà e proprio parlando con Sergio ho riscontrato che le mie sensazioni non sono un fatto isolato, poichè trovano rispondenza con la sua spiccata sensibilità artistica. Egli sin da bambino ha dimostrato una grande attitudine per le arti musicali e il suo percorso, costellato di successi, è la prova che il talento va coltivato sempre e ad ogni costo. Oggigiorno non è facile, né comodo intraprendere la carriere artistica, in ogni sua accezione; tuttavia, quando la passione è forte, con impegno, costanza e, spesso, una buona dose di sacrifici si può riuscire…

Generalmente artisti si nasce, in altre parole, il cosiddetto germe della creatività, quando è autentico, non tarda a farsi riconoscere. Vorrebbe raccontarmi come è stato il suo iniziale approccio con la musica?

Le racconto in breve la mia adolescenza: tutto è iniziato a Crotone, all’interno delle realtà parrocchiali che negli anni Sessanta erano una, se non l’unica, possibilità di aggregazione dei giovani al sud. Il mio sogno all’epoca era quello di diventare un musicista, avevo già avuto esperienze in passato, a 8 anni facevo parte del coro di voci bianche diretto dal maestro Giuseppe Campagna, dove cantavo e suonavo il mio primo strumento, una melodica soprano, (una piccola clavietta a forma di tastierina che si estende su due ottave). Il coro, formato da 40 bambini, si esibiva tutti gli anni nello storico Teatro Apollo, nel nostro repertorio: l’Ave Maria di Schubert e altri classici.

Il passaggio dallo strumentino didattico alla tastiera fu naturale e crescendo, a 12 anni, cominciai a suonare l’organo a canne nella chiesa di San Giuseppe tutte le domeniche durante le celebrazioni eucaristiche.

A 13 anni chiesi a mio padre come regalo di compleanno un organo Gem, con il quale suonai nella mia prima band: gli Emmaus (le prove le facevamo in un spazio attinente alla sagrestia della chiesa).

Già da tempo suonavo pianoforte, poichè avevo una cuginetta più grande di me che ne possedeva uno. Spesso andavo a trovarla e in quelle occasioni suonava Per Elisa, la famosa sonata di Beethoven; questo è stato il primo brano che ho imparato da autodidatta, senza l’aiuto dello spartito. Continuai la mia esperienza musicale ascoltando e riascoltando in continuazione i brani che più mi emozionavano: la musica dei Genesis, i Pink Floyd, ma anche Bach o Debussy. Poi li risuonavo al piano.

Sempre in quegli anni, da un’altra parrocchia, quella del Duomo, nacque il Gruppo Teatro; mia sorella più grande ne faceva parte e così a 14 anni cominciai a comporre le mie prime musiche per alcune opere teatrali, in particolare per la commedia “A Tavola in quattro” di Gaetano Cavarretta e Rossella Vincelli. Ricordo che registrammo le musiche sul pianoforte a muro di una mia vicina di casa. Direttamente su un Revox, due piste a bobine…..

Nello stesso periodo mi invitarono a suonare alla “Casa Rossa” e diventai pianista dell’albergo. Mio padre, pur restando un po’ in disparte, mi seguiva ed ogni volta rimaneva piacevolmente stupito dalle mie esibizioni musicali. Riuscivo a risuonare tutti i brani che mi faceva ascoltare. Mio padre Salvatore Cammariere era un coltivatore diretto, ma con una particolare passione: anni prima aveva comprato un registratore a bobine, marca “Geloso”, con il quale registrava tutte le canzoni di Sanremo, direttamente avvicinando il microfonino dell’apparecchio alla tv (esisteva allora un solo canale). Quelle bellissime canzoni di quegli anni, riascoltate più volte dal Geloso, sono state la base del mio start up artistico; inconsapevolmente, mio padre aveva fissato su nastro il Dna della musica d’autore italiana, Carlo Alberto Rossi, Modugno, Sergio Endrigo… . Alla Casa Rossa suonavo quelle canzoni ascoltate da piccolo, inventando a volte anche melodie nuove, che nascevano in quel momento; avevo una spiccata predisposizione all’improvvisazione, i momenti che preferivo, quando rimanevo solo e potevo giocare con le note, in piena libertà.

Verso la fine degli anni ’70 mi trasferii a Firenze, dove avrei dovuto terminare gli studi all’università, ma allo stesso tempo cominciavo a suonare nei locali, e i soldi che guadagnavo mi permettevano una certa indipendenza, fondamentale per chi vuole fare questo mestiere. Frequentavo tutti quei luoghi dove si esibivano i vecchi chansonnier e cominciavo ad apprezzare il jazz, il repertorio degli standards americani. Ascoltavo dal vivo vecchi musicisti che suonavano per me una musica nuova: la bossa nova, Tom Jobim, Chico Buarque, ma anche Cole Porter, George Gershwin, Hoagy Carmichael, pezzi come “The Nearness Of You”, “My Funny Valentine”, “When I Fall in Love”.

Mi appassionavano le canzoni napoletane e i cantautori italiani, in particolare la scuola genovese, Paoli, Tenco, Bindi, Lauzi e poi Gaber, Endrigo, De André. All’inizio le suonavo in un noto locale poco distante da piazza della Signoria, lo Yellow Bar, (esiste ancora oggi); c’era il piano e il mio ruolo, come a Casa Rossa, era di “suonare soltanto” possibilmente in sordina. L’anno dopo mi ritrovai a suonare in un posto più prestigioso, la paga era più alta, sempre a Firenze, si chiamava Il Tabetà. Il gestore era un pianista professionista, si chiamava Giancarlo Chiari, è stato uno dei miei “maestri”: il suo consiglio era quello che avrei dovuto sì suonare, ma soprattutto cantare. Così cominciai a farlo dal vivo proponendo un repertorio anglo- americano, il jazz, la musica brasiliana e i cantautori.

Verso la metà degli anni Ottanta mi trasferii a Roma e cominciai a comporre le mie prime canzoni. Una fu incisa dal mio amico Gegé Telesforo, un’altra da Paola Turci. Partecipai anche in qualche varietà televisivo come pianista di servizio, fino a quando nel ’90 conobbi il regista Pino Quartullo che mi commissionò la colonna sonora per il film “Quando eravamo repressi”. Il mio primo disco, la mia prima esperienza discografica. Si aprirono subito nuove strade e così nel ’92 conobbi Roberto Kunstler, con il quale è iniziata una collaborazione per i testi che continua tuttora.

Quindi, arrivò il primo disco da cantautore per l’etichetta indipendente “it dischi” di Vincenzo Micocci (RCA), una casa storica dalla quale sono passati De Gregori, Venditti, Cocciante... L’album s’intitolava “I ricordi e le persone”, Kunstler/Cammariere e la Stress Band (1994). Finalmente, verso la metà degli anni ’90, iniziavo a proporre dal vivo la mia musica nei locali romani, facendo parte della cosiddetta nuova scuola romana . Nel ‘97 partecipai al Premio Tenco a Sanremo, condividendo il palco con Fabrizio De André, Paolo Conte e Francesco Guccini, cantai 5 brani e vinsi una borsa di studio istituita dall’Imaie come miglior esordiente. E’ stato l’incipit di un nuovo percorso, con una nuova consapevolezza acquisita sul campo. Il mio primo singolo da solista “Tempo Perduto” uscì l’anno dopo e nel 2000 arrivò Biagio Pagano, il mio produttore, la persona a cui devo tutto il mio successo, che è stato al mio fianco come un fratello. Insieme concepimmo l’album “Dalla pace del mare lontano”, entrammo in una major (la EMI), ma proprio nel momento culmine, quando è arrivata la popolarità, un anno dopo è scomparso per un male improvviso.

Nel suo primo album Dalla pace del mare lontano, prodotto nel 2001, figurano collaborazioni di alto livello, come Pasquale Panella, autore di Lucio Battisti nella fase più matura e di vari musicisti di talento, che ancora oggi fanno parte della sua band, alla quale negli anni si sono aggiunti altri elementi. Quindi, un sodalizio artistico?

Penso proprio di sì, insieme a me da sempre suonano Amedeo Ariano alla batteria, Luca Bulgarelli al contrabbasso, Fabrizio Bosso alla tromba e Bruno Marcozzi alle percussioni; dal vivo, come nelle registrazioni, la band è sempre stata questa e le vicende umane ci hanno ancor più uniti.

Con Lino (Pasquale Panella) è stato bellissimo collaborare; ho avuto la fortuna d’incontrarlo negli storici studi della RCA, alla fine degli anni ’90, e da allora abbiamo scritto insieme e pubblicato un po’ di canzoni.

Cosa ricorda della sua esperienza al Festival di Sanremo 2003, dove fu terzo classificato, oltre a ricevere il Premio della Critica e il Premio Speciale Miglior Musica?

Deve sapere che la mia grande passione, il mio hobby preferito è filmare con la videocamera. Sono 25 anni che riprendo gli accadimenti più significativi della mia vita. Credo di essere uno dei primi inventori del selfie, all’inizio degli anni ‘90 mi autoriprendevo con la videocamera munita di uno speciale grandangolo (fish eye). Chiaramente a Sanremo avevo la mia handycam e avrò girato una ventina di ore, materiale vario, backstage e quant’altro. Ne è venuto fuori un lungometraggio di 5 ore. Ogni tanto rivedo quelle immagini, e rivivo l’emozione crescente di un evento che ha cambiato il corso della mia esistenza.

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Nei suoi album sono sempre presenti brani strumentali, a volte arrangiati con Orchestra. Da ciò si evince una cultura musicale che parte dai piani alti. Infatti, conosco la sua intensa attività concertistica. Ama anche la musica classica?

E’ vero, nei miei album inserisco sempre un brano strumentale, coinvolgo orchestre sinfoniche, musicisti brasiliani, indiani, africani. Mi piace molto allargare gli orizzonti espressivi. Ma le confesso che l’esperienza musicale che continua a ispirarmi è l’ascolto della musica classica, dal ‘600 a oggi. Sono tanti i compositori e le opere che mi hanno profondamente plasmato. Da ragazzo mi piacevano i film capolavoro con le grandi musiche: “L’Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick con la nona sinfonia di Ludwig Van Beethoven, “Morte a Venezia” di Luchino Visconti con la “Quinta sinfonia” di Gustav Mahler oppure, “Fantasia” di Walt Disney con la magnifica “Sagra della Primavera” di Igor Stravinsky.

Ho approfondito la mia ricerca ascoltando ripetutamente le grandi opere classiche fino alla musica seriale o dodecafonica. Ascoltare veramente la Musica è un’esperienza personale, ognuno di noi percepisce e si emoziona in modo diverso, ma solo l’ascolto attento riesce a catturare in profondità, per assurgere…. Per me, riascoltare la “Suite Bergamasque” di Debussy o l’Adagietto e Rondò finale dalla “Sinfonia n 5” di Mahler, o “Béla Bartók - Music for Strings, Percussion and Celesta”, significa immergersi ogni volta in un universo di sensazioni uniche.

Il suo quarto album Cantautore piccolino è un disco antologico dedicato a due figure di grande riferimento: Sergio Bardotti e Bruno Lauzi. Qual è il motivo che l’ha portato a parlare di questi artisti?

Sono stati miei amici, entrambi conosciuti al Tenco; con Sergio Bardotti abbiamo scritto qualche canzone, una di queste, “L’azzurro immenso” è stata incisa da Ornella Vanoni anni fa. Condividevamo insieme il grande amore per la musica brasiliana. Con Bruno Lauzi ci siamo incontrati la prima volta nel gennaio del ’96, (glielo dico con precisione perché è nei miei archivi audio-video). Nel mio ultimo album “Mano nella mano” ho inciso e riarrangiato un suo brano “Io senza te, tu senza me”.

Il suo album Carovane, tra le varie sonorità, comprende anche contaminazioni Jazz, la sua grande passione. Come si può, attraverso la musica, esplorare paesi lontani, anche nell’aspetto socio-culturale?

La musica etnica mi ha sempre affascinato, in quell’album del 2009 ho sperimentato soluzioni diverse, più vicine forse alla progressive che al jazz. Musicisti indiani, strumenti come il sitar o la tabla. Brani forse più difficili a primo ascolto, che però hanno fatto parte del mio percorso artistico. I viaggi in Africa poi sono stati per me fonte di ispirazione, ma anche il ritorno alla terra natia, dove sono radicate le mie radici e i miei ricordi d’infanzia. Carovane (EMI 2009) è stato un album contro la guerra, un disco che parla di amore, di pace e di ecologia. Nel 2012 ho pubblicato un album dal titolo “Sergio Cammariere” (SONY) inserendo un brano strumentale dal titolo “Essaouira”, il ricordo di un viaggio in Marocco. Questa città mi ha incantato per il suo fascino architettonico, per l’immensità evocativa dell’Oceano Atlantico, per i suoi colori, i profumi, il suo calore e la sua atmosfera. E’ un luogo dove convivono etnie e religioni diverse; tanti artisti della controcultura occidentale l’hanno frequentata, l’hanno scelta, soprattutto dopo la metà degli anni ‘60, come luogo di musica, di pace e d’ispirazione.... Jimi Hendrix, Frank Zappa, Bob Marley, John Lennon…. Ogni anno a giugno c’è il Festival di musica gnawa, a cui partecipano musicisti da tutto il mondo, alla scoperta di nuove sonorità. Ho voluto offrire il mio personale omaggio a questa bellissima città, tanto antica e ricca di richiami, con un brano che ha profumo e danza di oceano, che evoca le sue calde suggestioni, ma anche le emozioni che ha suscitato in me. Credo che ogni esperienza, ogni incontro contribuisca ad arricchire il nostro patrimonio interiore e per me questo ha un’ importanza fondamentale.

In questi ultimi anni, oltre ad essere tornato al cinema, ha lavorato anche per opere teatrali, fra le quali Teresa la ladra, su testo tratto dal romanzo di Dacia Maraini Memorie di una ladra. Sempre alla ricerca di nuovi orizzonti?

Comporre musica per il cinema e il teatro è un puro divertimento …. La mia amica attrice Mariangela D’Abbraccio voleva portare in scena “Teresa”; mi ha fatto incontrare la grande scrittrice Dacia Maraini e sono così nate 10 canzoni, tra chanson, madrigali e tarantelle. Lo spettacolo viene replicato tutti gli anni, ricordo che alla prima qui a Roma al Teatro Eliseo incontrai l’indimenticabile Giorgio Albertazzi, un gigante del teatro italiano, amico di Mariangela; espresse parole molto belle nei miei confronti, momenti che difficilmente dimenticherò.

Potrebbe parlarmi dei progetti sui quali sta lavorando in questo periodo?

Stiamo lavorando ad un nuovo disco che uscirà il prossimo autunno. Posso anticiparle che ci sarà la band storica insieme all’orchestra d’archi diretta da Paolo Silvestri e altri ospiti che duetteranno con me. Contemporaneamente, suono in giro per l’Italia e sto scrivendo le musiche per un docu-film sulla vita di Don Gallo.

Il suo personale ricordo dell’indimenticabile Rino Gaetano, suo cugino?

Ho scoperto di avere un legame di parentela con Rino Gaetano soltanto dopo la sua prematura scomparsa. Accadde nella primavera del ‘97, ricordo quel pomeriggio come fosse ieri. Maria, la madre di Rino, mi contattò e mi disse che avrebbe voluto incontrarmi, ci vedemmo per un caffè e mi rivelò che io e Rino avevamo avuto lo stesso nonno, mio padre e lei erano fratello e sorella. Maria Gaetano era figlia illegittima di mio nonno Francesco, per via di quelle articolate vicende che spesso capitano nelle famiglie del sud quando sono troppo numerose. La prima cosa che ho pensato è stata: - allora è vero che la passione per la musica è nel sangue-, poi mi sono tornate in mente le sue canzoni e mi sono accorto di ricordarle ancora tutte, è stato un pomeriggio emozionante, abbiamo parlato di Rino, di quanto avrebbe ancora dato alla musica italiana, se in quell’alba maledetta non fosse andato incontro ad un destino beffardo. Certamente, lui è stato un precursore dei tempi, una voce fuori dal coro, realista e malinconico, al tempo stesso profondo ma divertente. Non per niente canzoni come “Gianna” o “Ma il cielo è sempre più blù” sono ancora nella memoria di tutti. Uno dei suoi mitici cilindri, quello con cui si presentò a Sanremo, mi è stata regalato da sua sorella Anna: avrà pensato che quella tuba con me sarebbe stata in cassaforte ed infatti così è stato. Rino era un uomo che non cedeva a compromessi, sensibile e con un grande senso dell’ironia; ha scritto canzoni che sono ancora adesso attuali. Avrei voluto conoscerlo ed averlo come amico, per scrivere insieme, ridere e magari tornare ogni estate nella nostra terra e nel nostro mare.

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