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Martedì, 16 Agosto 2022

Viaggio intergenerazionale fra le note… con Paki canzi “I Nuovi Angeli”

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Recentemente, nell’ambito di una serata musicale “revival” in un noto locale milanese, ho avuto occasione di conoscere il musicista Pasquale Canzi, meglio noto con il nome di Paki, del complesso “I Nuovi Angeli”.

La sua solarità mi porta istintivamente a chiedergli un’intervista per “Il Corriere del Sud” e lui, persona dai modi estremamente garbati, mi spiazza subito rispondendo: “Quando, ora? Andiamo…”

Ci spostiamo, quindi, in una zona più tranquilla, al riparo dai rumori e fra noi si crea subito l’atmosfera giusta, che poi mi consentirà di entrare nella sua anima, tanto innamorata della Musica, al punto di essere riuscito a mantenere sempre viva questa sua innata passione, con coerenza ed un impegno mai venuto meno.

Già dai suoi primi racconti, intuisco che Paki sia stato colpito dal cosiddetto “germe della creatività” sin dalla tenera età. Grazie alla sua precoce ispirazione creativa, a soli quattro anni riusciva ad imitare le note che ascoltava alla Radio, suonando il pianoforte a coda presente nella sua casa. All’età di sei anni i genitori, ben consapevoli del suo talento, lo iscrissero al Conservatorio di Milano, tracciando quello che poi sarà il suo futuro artistico.

D) Se non ti seguissi fin da quando ero bambina, stenterei a credere che sei presente nel panorama musicale italiano da mezzo secolo. Hai conservato un aspetto estremamente giovanile e l’accattivante sorriso di quando eri un ragazzino che, appena sedicenne, già frequentava con disinvoltura e talento le sale d’incisione. Appena uscito dal Conservatorio,dove conseguisti brillantemente il diploma in pianoforte, insieme ad un tuo amico, (che si chiama proprio come te!), fondasti il duo “Paki & Paki. Vorresti raccontarmi come e quando nacque in voi questa idea?

R) Tutto cominciò la mattina in cui decisi di marinare la scuola, insieme al mio amico Pasquale, con il quale condividevo la passione per la musica. Entrambi eravamo venuti a conoscenza di un bando di concorso per “voci nuove” indetto dal clan di Adriano Celentano e ci presentammo al provino con il brano “Un soldino per il juke box” di Gene Pitney. Dopo una ventina di giorni, con nostro sommo stupore, unito a quello dei rispettivi familiari, venne recapitata a mia madre una raccomandata, dove venivo convocato per l’audizione, cui seguì la formalizzazione del contratto discografico con la produzione del Clan Celentano. In seguito, passammo alla casa discografica La Voce del Padrone, con la quale incidemmo il nostro primo singolo nel gennaio del ’64, dal titolo “Lascia stare Susy”. Ancora sotto l’egida di Celentano, incidemmo la sigla del programma di Mike Bongiorno “La fiera dei sogni”. Il brano si chiamava “Allegria”, traendo spunto dalla storica frase del famoso presentatore. Seguì la partecipazione ad un programma con Giorgio Gaber che si chiamava “Questo e Quello” e andava in onda il sabato sera. Ma, nel frattempo, iniziavano ad arrivare richieste per concerti, quindi si presentò la necessità di un accompagnamento strumentale; pertanto, scegliemmo un gruppo di musicisti per accompagnarci, decidendo per noi il nome di “ Paki & Paki e i Nuovi Angeli”, proprio come un film ad episodi di Ugo Gregoretti del 1961.

Nel 1966 l’altro Paki, per incompatibilità professionali, uscì dal gruppo e rimasi l’unico cantante. Nacquero così “I Nuovi Angeli” non più come duo, bensì come complesso musicale, in linea con il genere “beat” allora tanto in voga, riscuotendo un successo sempre più crescente.

D) Quindi, i “Nuovi Angeli”, dei quali tu sei sempre stato leader e vero punto di forza, si costituirono proprio negli anni migliori del boom economico, quando tutto o quasi sembrava realizzabile, la gente sapeva ancora divertirsi e la diffusa positività lasciava ben sperare per il futuro. Numerosi furono i vostri successi, in vetta alla classifiche discografiche anche per mesi. Qual è il tuo personale ricordo di quegli anni?

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R)Un ricordo di successi inarrestabili, che percorre un periodo di circa dieci anni, dove immancabilmente ogni anno era presente un nostro brano in classifica. In quel periodo, vendemmo circa otto milioni di dischi, cifre da capogiro, numeri fantascientifici se riferiti al mercato odierno.

D) Con il tuo complesso sei stato contemporaneo dei Beatles e dei Rolling Stones ed altri gruppi, generalmente di provenienza anglosassone. Ci sono state opportunità od eventi in cui hai conosciuti alcuni di questi artisti?

R) Durante quegli anni viaggiammo molto, quindi ci furono mille possibilità di incontrare e condividere bei momenti con molti di loro; fra l’altro, con Joe Cocker e Ringo Star avevamo la stessa casa discografica. Ricordo l’incontro con Burt Bacharach, un grande nome della musica internazionale, come quelli con Wilson Picket, Dionne Warwick e tanti altri musicisti o complessi di allora. A proposito del Festival di Sanremo, per alcuni anni,al termine della serata di gara canora, la gente veniva a proseguire la serata in un famoso locale del centro, dove noi suonavamo fino all’alba ed in quelle particolari occasioni sono passati numerosi musicisti di fama.

D) Un domanda apparentemente banale: qual è la tua opinione nei confronti della musica straniera?

R) Innanzitutto, trovo che la musica straniera, in particolare quella di oltre oceano, sia molto più avanti rispetto alla nostra. Quindi, ritengo che sarebbe opportuno portare in giro per il mondo il “bel canto”, come da tempo fanno nostri bravissimi artisti, da Andrea Bocelli e Laura Pausini, utilizzando lo stile musicale che appartiene alla nostra migliore tradizione, anzichè controbatterla, come hanno scelto di fare altri, che scimmiottano i vari bluesman e rockers stranieri. Le fondamenta della musica italiana hanno basi completamente distanti dalle altre, partendo dal melodramma, fino ad arrivare all’opera lirica. I nostri compositori del passato, con le loro opere hanno reso famosa ed apprezzata nel mondo la qualità della nostra musica classica ed anche nell’ambito della musica cosiddetta leggera, i nostri cantanti hanno saputo farsi distinguere. Inoltre, dobbiamo tener presente che la fonetica della lingua italiana non si presta assolutamente alla trasformazione dei testi dall’inglese e questo rappresenta un ostacolo non facilmente superabile, quando il suono delle parole deve trovare un punto d’incontro con la “grammatica musicale”.

D) Sei un musicista con una preparazione accademica di tutto rispetto che conta collaborazioni di una certa caratura, come quella con Roberto Vecchioni. Vorresti parlarmene?

R) La collaborazione con Vecchioni è nata con “Donna Felicità”, scritta insieme a Renato Pareti e Andrea Lo Vecchio. Con questo brano partecipammo al “Disco per l’Estate 1971” ed arrivammo secondi al famoso “Festivalbar”, con vendite superiori ad un milione e mezzo di dischi. “Donna Felicità” fu tradotta anche in lingua spagnola e fece letteralmente il giro del mondo, diventando un successo non sono in Europa ma anche in Messico e in Argentina. Con il mio amico Roberto Vecchioni,ho avuto il piacere di arrangiare i brani di suoi tre album: “Elisir”, “Ipertensione” e “Samarcanda”. Conservo di questa esperienza un bellissimo ricordo, poiché l’arrangiatore deve decidere l’utilizzo di uno strumento al posto di altri ed è un po’ come un sarto, quando sceglie le sue stoffe. La decisione dell’arrangiamento è uno degli aspetti più importanti in un brano e rappresenta la fase essenziale per la sua buona riuscita. Un buon arrangiamento ha la capacità di trasformare, quasi magicamente, un banalissimo frammento melodico in un brano di eccelsa fattura. Allo stesso tempo, un arrangiamento sbagliato ha il potere di rovinare una canzone, penalizzandone i pregi e le qualità intrinseche. Se non mi fermi, potrei proseguire nei miei discorsi accademici, parlarti anche di solfeggio, se vuoi…

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D) Resto incantata dinanzi alle tue dettagliate spiegazioni e starei ad ascoltarti per ore…Mentre parlavi, mi si è posto dinanzi l’attuale mercato discografico, che sta attraversando una grave crisi. Questo anche a causa della pirateria, della quale tanto si parla ma nessuno fa nulla di concreto per contrastarla. Anche il web gioca un ruolo determinante, che abbatte ulteriormente le vendite dei dischi. A volte, ho nostalgia del vinile, sei d’accordo?

R) D’accordissimo! Anzi, aggiungerei una terza cosa: la crisi ha determinato anche un crollo della qualità, poiché i grandi autori non scrivono più e, quindi, ci si ripiega troppo spesso all’improvvisazione dei dilettanti, con risultati ben visibili.

D) Cosa ne pensi dei “Talent Show”, importati dagli Stati Uniti e grossolanamente copiati dalle nostre produzioni televisive?

R) Tempo fa il grande Elton John, a proposito di questo genere di programma ora tanto di moda, ha pronunciato una frase che, con molta umiltà, mi sento di condividere pienamente: “I Talent Show sono una fabbrica di illusioni prima e di delusioni dopo”. Non credo di dover aggiungere altro a tale illuminata affermazione, che mi trova totalmente in linea con l’intramontabile artista inglese.

D) In ogni percorso intergenerazionale dobbiamo fare i conti con le tendenze della moda e questo vale anche per la musica. Oggi ho l’impressione che si punti più sul “carpe diem” che sulla professionalità, così come veniva intesa fino alla fine degli anni ’90. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

R) Oggi il prodotto discografico ha vita breve e ciò è determinato anche da un altro fattore molto importante, ovvero la cattiva educazione allo studio dai parte dei giovani. Un volta, sin da piccoli si doveva studiare, io ricordo che a sei anni facevo almeno due ore di solfeggio al giorno; adesso è cambiato il modo di ragionare, non si studia abbastanza, quindi, è pressoché assente la preparazione di base nello studio della musica, che consente di saper suonare e leggere. Questo determina la ricerca di scorciatoie inutili, madri dell’improvvisazione.

La gente, soprattutto nel nostro Paese, cerca di apparire per ciò che in realtà non è, in una sorta di downgrade culturale da parte di chi propone che, inevitabilmente, viene ereditato da chi ascolta. Nel 1987 andai in Corea come direttore d’orchestra e scrissi una partitura per ottanta elementi. Durante la stesura, cercai di semplificarla, nel timore che questi ragazzi potessero incontrare difficoltà, poiché il livello musicale era molto articolato e complesso. Ebbene, rimasi piacevolmente ammirato dalle loro straordinarie capacità, frutto di anni di studio. Questa è la dimostrazione evidente di quanto affermavo prima!

D) Sei una persona in continuo fermento, sempre motivata a fare progetti futuri. Quali sono i tuoi programmi a breve?

R) Da sempre,durante l’inverno si lavora per la programmazione degli eventi estivi, che mi vedranno in giro per tutte le piazze italiane e non solo insieme ai “Nuovi Angeli”, sempre all’insegna della buona musica. Il rapporto con il mio pubblico è talmente empatico e consolidato, che dopo tanti anni è entrato a far parte della mia famiglia.

D) Se un giovane artista oggi si rivolgesse a te per chiederti qualche consiglio, cosa ti sentiresti di suggerirgli?

R) Sarò estremamente conciso, solo tre parole: ascoltare, studiare, suonare.

 

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