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Mercoledì, 26 Giugno 2019

Uno dei grandi meriti di papa Francesco durante l’ormai arcinoto colloquio svoltosi a Santa Marta con il giornalista Eugenio Scalfari, riguarda l’aver incalzato il noto interlocutore a definire in cosa crede. Questa, l’imbarazzante risposta di Scalfari: “L’Essere è un tessuto di energia. Energia caotica ma indistruttibile e in eterna caoticità. Da quell’energia emergono le forme quando l’energia arriva al punto di esplodere. Le forme hanno le loro leggi, i loro campi magnetici, i loro elementi chimici, che si combinano casualmente, evolvono, infine si spengono ma la loro energia non si distrugge. L’uomo è probabilmente il solo animale dotato di pensiero, almeno in questo nostro pianeta e sistema solare. Ho detto è animato da istinti e desideri ma aggiungo che contiene anche dentro di sé una risonanza, un’eco, una vocazione di caos”. Inoltre, quasi come per magia e senza spiegare perché, da questo Essere, poi, sorgono le forme e gli enti. Pur nella confusione logica e terminologica oltre ad una chiara ignoranza di leggi scientifiche basilari, a fatica, si “riconoscono”, in questa definizione, alcuni tratti tomisti, vedi anche l’uso della maiuscola per indicare l’Essere, probabile retaggio della passata cultura cattolica di Scalfari.

Parafrasando il noto proverbio “la montagna ha partorito il topolino”, si resta stupiti nel costatare come uno dei più acclamati intellettuali nostrani basi il suo ateismo “razionale”su una serie di enunciati senza né capo né coda! Uno degli errori più evidenti è quello definito dai logici greci come metabasis eis allo genos, cioè la confusione dei piani:, in generale, non si possono paragonare grandezze esprimibili in grammi, centimetri e secondi, come l’energia, con concetti come Essere, forma, legge che, diversamente, sono qualitativi. Con un esempio tutto sarà più chiaro. Se dico: “Il tavolo è lì”, non posso poi chiedermi quanto pesa o quanto è lunga la è del verbo essere! Il nostro linguaggio, per mezzo del quale esprimiamo il reale, è un tessuto di parole che possono o no entrare in relazione tra loro: questa relazione, dunque, non è casuale, ma deve sottostare alle regole della grammatica. La possibilità del collegamento fra le parole per mezzo delle quali costruiamo i nostri enunciati, tutti, anche quelli usati da Scalfari, viene dal verbo essere, che permeando ogni cosa, funziona come un connettivo universale, trasversale a tutti i generi. In questo modo, dire l’Essere è un tessuto di energia, è un vero non senso; in filosofia, come nelle scienze galileiane, la precisione, anche terminologica, è d’obbligo: pertanto, dire energia significa, inequivocabilmente, dire, dopo la famosa scoperta di Albert Einstein (1879-1955), che l’Essere è un tessuto di mc2, cioè di massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato! Non c’entra assolutamente nulla! Inoltre, che un così alto esponente della cultura razionalista, fedele seguace dello spirito e della lettera del “secolo dei lumi”, -e, dunque, teoricamente informato su tutti gli ultimi sviluppi della Scienza -parli di energia caotica e indistruttibile, a oltre un secolo e mezzo dalla scoperta della termodinamica, ha del paradossale! Le sue affermazioni sembrano copiate pari pari dall’Anti-During di Engels (1820-1895), che scrisse: ” La materia senza moto è inconcepibile come il moto senza materia. Perciò il moto non si ferma e non si distrugge, come la materia stessa”. Lo stesso Engels, poi, dall’opera, Dialettica della materia, come disse lo storico della scienza, fisico e monaco benedettino Stanley Jaki (1924-2009), non perdeva occasione per tacciare di imbecillità i creatori della termodinamica, Clausius e Thomson (Lord Kelvin), dato che avevano affermato che l’universo stava esaurendosi. Parafrasando E. Bloch (1885-1977), se l’Ideologia precostituita e le scoperte scientifiche non concordano, tanto peggio per le scoperte, con buona pace dei proclami inneggianti la ragione illuminata, castigatrice dell’oscurantismo cattolico! Quanto al Caos e al suo significato comunemente inteso di totale arbitrio di un sistema, in scienza, semplicemente, non esiste, anzi. Oggi, giustamente, si parla di caos deterministico, che è la negazione stessa del caos, poiché è determinato, anche se noi non siamo in grado di misurare con esattezza le condizioni iniziali di un dato sistema. Il merito di aver precisato il caos deterministico va al matematico e meteorologo Edward Lorenz (1917-2008). Così il prof. Zichichi, ne ha sintetizzata l’opera: ”Una vera teoria matematica del Caos dovrebbe avere come base un sistema di equazioni che, partendo da condizioni rigorosamente identiche, riuscisse a dare risultati completamente diversi. Questo sarebbe il vero, autentico, rigoroso, Caos matematico. Finora nessuno è mai riuscito a costruirlo. Quindi, dal punto di vista matematico, il Caos non esiste”. Diversamente, la speculazione sull’Essere è la più alta mai raggiunta dall’umanità ed è massima in San Tommaso d’Aquino(1225-1274). Per l’aquinate, Dio è ipsum Esse per se subsistens, il Quale partecipa il suo essere, chiamandolo all’esistenza, a ogni ens non subsistens, cioè a ogni cosa creata, uomo compreso. La concezione scalfariana, poi, nega, ma può farlo solo a parole, anche un altro pilastro, che la nostra ragione coglie, essere radicato nelle cose: l’agens agit simile sibi, cioè il fatto constatabile da tutti, che ogni agente produce qualcosa che gli è simile in qualche modo. Un esempio evidente è dato dalla somiglianza tra genitori e figli; chissà quante volte, nella nostra vita, abbiamo detto: è tutto suo padre o è tutta sua madre! Il creato nel suo insieme, dunque, dalle stelle alle piante, da noi stessi al gattino col quale giochiamo, reca in sé un’impronta dell’agente che lo ha fatto. Se guarderemo alle cose in maniera profonda e non superficiale, coglieremo in esse quegli aspetti che sono il riflesso dell’Altro che le ha fatte…In soldoni, il principio di causa così come, a fortiori, quello di non-contraddizione non può essere negato. Il padre gesuita Guido Sommavilla in modo insuperabile, così sintetizzò questo concetto: ”Aristotele ha ricondotto tutta la varietà dei pensieri umani logici a tre ultimi o primi principi: 1) identità (contraddizione) 2) causalità 3) finalità (…) Quelli stessi che hanno negato, in base ai nuovi principi, validità all’uno o all’altro dei tre principi, o a tutti e tre (per esempio, Hegel, Marx, Engels, Lenin), l’hanno, di fatto, negata mediante discorsi (…) tutti impastati dei principi che si impugnavano. Per accorgersene basta aprire a caso una qualsiasi pagina, per esempio della Scienza della logica di Hegel”. Scalfari, dunque, è in buona compagnia…Cosa c’entra Cartesio(1596-1650) in tutto ciò? E’ presto detto. La chiarificazione migliore, in questo campo, la diede il grande filosofo e sacerdote stimmatino Cornelio Fabro (1911-1995), a proposito del quale, sono più che mai attuali le parole dette quasi venti anni fa dallo scrittore Eugenio Corti: ” Minimo come sono, m’è capitato più volte di chiedermi (e me lo chiedo tuttora) come mai il mondo cattolico non abbia utilizzato —per difendersi— il mirabile strumento messo a sua disposizione da Padre Cornelio Fabro, con l’analisi ineccepibile del progressivo asservimento della teologia cattolica alla linea di pensiero Kant—Hegel—Heidegger (asservimento nel nostro secolo operato soprattutto dal gesuita tedesco Karl Rahner, un personaggio che in campo teologico ha messo in moto una frana per certi aspetti analoga a quella avviata da Maritain in campo politico)”. Fabro, in una monumentale opera in due volumi, Introduzione all’ateismo moderno, descrisse in maniera puntuale le tappe che portarono dal cogito cartesiano all’inevitabile ateismo dei giorni nostri: percorso compiuto non soltanto da Scalfari, ma anche, ormai, dalla classica “casalinga di Voghera”. Sintetizzando al massimo, il filosofo stimmatino mostrò come il cogito- Io penso- equivalesse al volo- (Io voglio)-, dunque Cartesio non fu costretto a quella scelta dall’evidenza delle cose, ma unicamente dalla sua volontà. In questo modo l’Io fu assolutizzato e anziché essere scolaro delle cose, cioè dell’esse -come asserivano gli scolastici-, divenne il paradigma alla luce del quale, tutto il resto doveva essere interpretato: persino il Creatore e la morale non furono più considerati oggettivi, ma solo come contenuti della coscienza umana e a essa subordinati! Fu il trionfo del soggettivismo- più volte condannato da papa Francesco- e, quindi, Scalfari, così come la “casalinga di Voghera”, sono “legittimati”, nel bazar delle ideologie moderne, a costruirsi liberamente il loro dio, secondo i gusti e le sensibilità personali, in maniera assolutamente indipendente dai dati dell’esperienza comune. Invece, il Concilio Vaticano I aveva insegnato, che Dio si può conoscere naturalmente, per mezzo di un’inferenza spontanea, dall’evidente ’insufficienza del reale che ci circonda, per poi risalire a Lui, attraverso il principio di causa. A inceppare questa risalita dalle cose create al Creatore, mediante la causa, si è inserito prepotentemente il cogito-volo cartesiano. Tale meccanismo è stato sintetizzato efficacemente, dal teologo e filosofo Don Piero Cantoni: ”Ovunque vi è un passaggio logico da fare può intervenire la volontà per bloccare il cammino dell’intelligenza”. In pratica, è il ritratto preciso di quel che avviene ai nostri giorni. Questo è il contesto nel quale siamo chiamati, dal Padre Celeste, a lavorare e a collaborare con Lui Se non riusciremo a leggere l’ora presente, come i cani, abbaieremo alla Luna. Magari sarà un bell’abbaiare, nel quale, come narcisi, ci specchieremo sicuri e tronfi del nostro agire da duri e puri, che non si piegano davanti a niente e nessuno: ma avremo fallito nel nostro compito principale: evangelizzare il nostro prossimo, partendo da come egli è, ora e qui, e non come ci piacerebbe che fosse. Questo, credo, è quanto papa Francesco sta cercando di dirci.

cop stiamo freschi lomborg

 

Spesso i giornali, i notiziari televisivi lanciano grida allarmistiche sull’ennesima emergenza ambientale imputabile al riscaldamento globale e ai gas serra. Il panorama è sempre lo stesso: enormi cifre di morti per il caldo, enormi blocchi di banchisa che si staccano dai poli, orsi polari e pinguini prossimi all’estinzione, uragani d’insolita violenza, oltre straripamenti e inondazioni a tutte le latitudini.

In pratica da anni si predica, “paura, terrore, disastri”, “E’ un repertorio diffuso ovunque e generalmente utilizzato in tutto lo spettro ideologico, concludeva in un rapporto l’Institute for Public Policy Research (IPPR), in manifesti e giornali scandalistici, in riviste popolari e in materiale informativo di governi e gruppi ambientalisti. E’ caratterizzato da un lessico esagerato o estremo, toni di urgenza e taglio cinematografico. Usa coloriture quasi religiose i concetti di morte e di fato, e adotta un linguaggio pressante e assertorio”.

Recentemente perfino il COMECE, l’organismo che raccoglie le Conferenze episcopali cattoliche dell’Unione Europea, in un seminario arriva alle stesse conclusioni dando la colpa di tutto questo all’uomo occidentale, che continua a bruciare combustibile fossile e divora le risorse in modo scriteriato. Per questo è necessario introdurre legislazioni vincolanti per mettere gli uomini in riga.

In un libro, che ho appena finito di leggere, viene sfatato questo atteggiamento di eco catastrofismo, ci pensa Bjorn Lomborg, con il suo “Stiamo freschi”. Perché non dobbiamo preoccuparci troppo del riscaldamento globale, pubblicato da Mondadori qualche anno fa. Lomborg lui stesso uomo di punta dell’ecologismo mondiale, è autore del molto discusso, L’ambientalista scettico, prende posizione contro l’ecocatastrofismo e confuta le tesi di certe associazioni ambientaliste, in particolare di Al Gore. “La paura da cambiamento climatico ha sempre eccitato la fantasia delle persone, come se si fosse davanti a un “evento a luci rosse”, scrive Lomborg.

Con dati alla mano il professore di statistica danese dimostra che il presunto riscaldamento globale è il frutto più di “slanci emotivi che di scelte scientificamente ponderate”. Il protocollo di Kyoto è troppo costoso e produce soltanto piccoli benefici, infatti ammesso che tutti i Paesi attuassero le sue direttive, i cambiamenti climatici sarebbero lievi: la temperatura si ridurrebbe di un impercettibile 0,5 C. Invece di spendere ingenti risorse finanziarie con molto meno si possono risolvere i gravi problemi che attanagliano la grande maggioranza della popolazione: fame, povertà, malaria, l’AIDS, la mancanza dell’acqua potabile, le fognature.

E Lomborg si chiede:“perché siamo stranamente concentrati sui cambiamenti climatici quando ci sono altri ambiti in cui esistono grandi bisogni e potremmo fare davvero tanto con i nostri sforzi?”. Come Al Gore concorda che abbiamo una missione generazionale, ma certamente la priorità non è il “global warming”, ma i problemi sociali. Non possiamo fare tutto, come pensano i politici, affetti da ideologia, non è realistico. Bisogna concentrarsi sui bisogni concreti e immediati della nostra generazione, “quelli che possiamo risolvere con facilità e senza grandi somme di denaro,prima di cercare di fronteggiare il problema a lungo termine dei cambiamenti climatici, che sarà così terribilmente caro e avrà ben pochi effetti benefici”

Lomborg essendo professore di statistica riesce a dimostrare con numeri e tabelle che addirittura il caldo fa più bene del freddo e sfata certe “leggende” delle morti per caldo nel continente europeo. Se le temperature aumentano non è una catastrofe, neanche l’aumento del livello del mare che viene drammatizzato agli occhi del pubblico. Come la favola delle Maldive sommerse a causa del riscaldamento che ci propina Greenpeace. Altro evento catastrofico propagandistico dell’ideologia ambientalista è quello degli uragani, e viene riproposto quello di Katrina a New Orleans. Forse la questione principale dei tanti morti a causa degli uragani, ma anche delle inondazioni dei fiumi è che oggi “molte più persone vivono in zone assai vulnerabili, disponendo di una maggior quantità di beni. In Florida, le contee di Dade e di Broward hanno oggi molto più abitanti di quanti ne avessero nel 1930 tutte le 109 contee che si estendono dal Texas alla Virginia, lungo le coste del golfo del Messico e dell’Oceano Atlantico”. Infatti alcuni ricercatori si sono chiesti se per caso nella prima parte del secolo le cose sono andate meglio solo perché c’erano meno persone e meno beni da danneggiare. E qui mi vengono in mente i disastri causati dall’alluvione di tre anni fa a Scaletta e Giampilieri nella Riviera Jonica messinese.

Per Lomborg basterebbero alcuni semplici provvedimenti pratici per far calare i danni totali del 90% circa e le perdite si ridurrebbero almeno della metà mettendo in atto misure poco costose e accessibili. Mentre Kyoto secondo Lomborg potrebbe farli abbassare soltanto dello 0,5% circa, mentre una semplice politica di prevenzione potrebbe ridurli del 50%, cioè cento volte di più. Quello di Katrina è “disastro annunciato”, bastava fare prevenzione.

Bjorn Lomborg sostiene con forza nel suo saggio brillante e documentato (26 pagine di note e ben 40 pagine di bibliografia) che le politiche climatiche non sono l’unica opzione. Ridurre l’anidride carbonica, non avrà conseguenze significative su nessuno dei problemi come la fame, la povertà o la malaria. “Esistono politiche sociali che ci consentirebbero sia di sfruttare i benefici del riscaldamento globale, riducendo le morti dal freddo, sia di contrastare quelle da caldo, meno numerose ma in crescita, grazie a città rese più fresche dalla presenza di acqua, parchi e superfici chiare, e grazie a una maggiore disponibilità di aria condizionata e di assistenza medica”.

Lomborg ama portare l’esempio degli orsi polari, che secondo gli ambientalisti stanno morendo a causa del riscaldamento, nel 1° capitolo sfata questo mito: “per ogni orso polare che salviamo grazie a Kyoto, possiamo salvarne più di ottocento abolendo la caccia”.

A questo punto ci sarebbe da chiedersi perché bisogna saltare sul carrozzone della catastrofe, come hanno fatto anche i vescovi della COMECE, e illustrare in modo parziale i tanti aspetti del riscaldamento globale e sfruttare la paura del disastro? Per vendere più giornali, attirare spettatori e ricevere attenzione? Probabilmente per ragioni ideologiche. Lo scrive su la NuovaBQ.it Riccardo Cascioli, riferendosi all’organismo ecclesiastico europeo, E’ questo uno degli esempi più eclatanti di quel “cristianesimo ideologico” denunciato da papa Francesco la settimana scorsa: una spruzzatina di spiritualità per dare una veste cristiana all’ideologia dominante, la citazione di un salmo o di una lettera di San Paolo per seguire ideologie alla moda senza dare nell’occhio. Come negli anni ’70 si seguiva il marxismo, oggi si segue l’ecologismo e diventa “profetico” installare pannelli solari per scaldare la parrocchia”.( R. Cascioli, Quando i vescovi diventano meteopatici, 24.10.13, LaNuovaBQ.it) Scorrere le relazioni svolte al seminario, è quantomeno sconfortante - scrive Cascioli - E’ la ripetizione di luoghi comuni, peraltro superati dalla realtà, spacciati per scienza indiscutibile (…)”. Perché allora l’organismo che riunisce tutti gli episcopati dell’Unione Europea sposa questa linea? Si domanda Cascioli, “I motivi possono essere vari, ma al fondo c’è una scelta essenzialmente ideologica, una riduzione delle Scritture a puro moralismo. Senza rendersi conto che l’ideologia ecologista è profondamente anti-umana e per ciò stesso anti-cristiana. L’uomo è infatti visto come un corpo estraneo rispetto all’ambiente che lo circonda, è il nemico della natura,  che – va da sé – senza la nostra presenza vivrebbe in perfetto equilibrio. C’è dietro una concezione negativa dell’uomo, tipica di un certo protestantesimo che, non a caso, genera forti tendenze totalitarie: se l’uomo, infatti, è intrinsecamente cattivo c’è bisogno di una autorità statale forte per limitare al massimo i danni che può fare. Che siano anche i vescovi cattolici a seguire questa strada non è decisamente una bella testimonianza. Forse gli episcopati nazionali dovrebbero vigilare meglio sulle attività che a proprio nome vengono effettuate in ambito europeo”. (Ibidem)

Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni, e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, le stelle.» (Gn 1, 14-16).

In effetti, proprio dalla lettura e dalla registrazione dei moti del Sole, della Luna – col variare delle sue fasi – e delle stelle, raggruppate in costellazioni – variabili con le stagioni –, l’uomo ricavò il calendario, ossia uno strumento che gli indicava il variare del tempo, anche e soprattutto, almeno all’inizio, in relazione all’attività agricola: il significato primario del calendario, in definitiva, è quello di legare i moti degli astri alle nostre vicende quotidiane. Dai movimenti regolari delle stelle, abbiamo ricavato le nostre unità temporali di misurazione. Il “giorno” – periodo di ventiquattro ore, con alternanza del dì e della notte – è scaturito dal moto di rotazione della Terra intorno al suo asse; la settimana – sette giorni – è derivata dalla misurazione temporale di una singola fase lunare, es. primo quarto; il mese – 30 giorni – è derivato dal periodo di rotazione orbitale della Luna intorno alla Terra, con tutte le sue fasi: Luna Nuova, Primo Quarto, Luna Piena, Ultimo Quarto. Infine, dobbiamo considerare le quattro stagioni: Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Da cosa dipendono? Dall’inclinazione dell’asse terrestre (23,27) rispetto al piano orbitale e dal moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole. L’asse si mantiene sempre parallelo a se stesso; ciò che cambia giornalmente – è una proprietà geometrica euclidea – durante la rivoluzione del nostro pianeta, è l’angolo tra lo stesso asse e la retta congiungente il centro del Sole con quello terrestre. Questo angolo vale novanta gradi nei due Equinozi – primavera e autunno –, sessantasei gradi e mezzo nel solstizio di Giugno – estate per il nostro emisfero – e centotredici gradi e mezzo nel solstizio d’inverno. Tali valori numerici determinano la durata del dì e della notte – uguale agli Equinozi, massima e minima rispettivamente al solstizio estivo e invernale – e l’intensità della radiazione solare, dipendente dall’altezza del sole sull’orizzonte. Naturalmente, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite. Il valore di dodici mesi per l’anno è stato dedotto dal moto lunare; da notare anche – è una scoperta relativamente recente, 1993 –, che l’angolo d’inclinazione dell’asse terrestre è dovuto all’influenza gravitazionale della Luna. Gli studiosi francesi J. Laskar, F. Joutel e P. Robutel che scoprirono questa proprietà, nel 1993, definirono la Luna, come il nostro indispensabile regolatore climatico: senza di essa, in altre parole, non potremmo vivere. Il calendario, dunque, ha radici affascinanti, costituite dalla combinazione e dall’intreccio di una concezione del tempo non solo immanente ma aperta al Trascendente. Il nostro calendario – poi impostosi in tutto il mondo – è il risultato della commistione del moto circolare della Terra attorno al Sole – o se vogliamo, per questo scopo, in modo del tutto equivalente –, del moto apparente del Sole attorno alla terra –, con un insieme di tradizioni storiche, sacre, cultuali, mitiche, delle quali le varie feste ricorrenti erano un simbolo per ricordare all’uomo, che non tutto si esauriva su questa Terra. Il tempo, infatti, oltre alla sua dimensione cronologica – cronos –, aveva anche una sua dimensione spirituale, Kairos. Significative, al riguardo, sono le riflessioni di un grande scienziato, – presidente, tra l’altro, della federazione mondiale degli scienziati – il prof. Antonino Zichichi: «Dalla Babele di calendari, nel 1582, ne viene fuori uno con una precisione di otto parti su dieci milioni: incredibile. (…) Esso è frutto della dimensione mistica del Tempo che fu sentita da Dionigi il piccolo e che spinse i credenti a sincronizzare con la massima precisione la data del Calendario con l’equinozio di primavera. Equinozio legato alla Resurrezione di Cristo». Questa concezione della Festa come simbolo indicante qualcosa oltre se stessa, purtroppo, si sta perdendo, di pari passo con la perdita della dimensione spirituale del Tempo. Illuminanti, al proposito, sono le riflessioni del già citato Cattabiani: «Con l’inizio del nuovo millennio molte tradizioni, ancora vive fino a cento anni fa benché presentassero già segni di disfacimento, sembrano dissolversi nella ormai predominante concezione del tempo lineare e strumentale dove le feste stanno perdendo la funzione di ponti fra la dimensione atemporale e quella temporale e sono ridotte, tranne in ambienti limitati, a comportamenti genericamente e talvolta tetramente festosi o a semplici occasioni di vacanza dal verbo vacare, essere vuoto, privo di impegni e di compere affannose». Ripercorrere, qui, la storia del nostro calendario può essere utile per ridarci consapevolezza sulle nostre radici. L’espressione del moto circolare della Terra attorno al Sole – o, è utile ripeterlo, del Sole, in modo apparente, intorno alla terra come pensavano i nostri avi, tanto per i calcoli è indifferente –, è già racchiusa nell’etimologia della parola “anno”, proveniente dal latino annus. Secondo quanto insegnato da Gaio Ateio Capitone, infatti, gli antichi Romani utilizzavano la particella an per significare “circolo”; da an, poi scaturì Annus –sempre a indicare circolo – e il suo diminutivo annulus, cioè anello, indicante, dunque, l’anello del tempo, figura simbolica del moto orbitale del nostro pianeta.

Gregorio XIII


Già dal medioevo-trecento- in tanti, grazie alla diffusione di precisi orologi meccanici nelle cattedrali, si erano accorti di uno sfasamento, ormai visibile, tra Anno Tropico e Calendario Giuliano, con conseguenti problemi e per la data della Pasqua e per la recita del breviario ecclesiastico; s’imponeva, dunque, alla vigilia del cinquecento, la riforma del Calendario. Dopo alcune proposte ritenute insoddisfacenti, si occupò del problema Papa Leone X, che durante il quinto concilio lateranense (1512-1517) fece trattare il problema, pur senza giungere a una conclusione. Uno dei grandi promotori dell’impresa fu il vescovo e matematico Ignazio Danti, che meglio di ogni altro convinse il papa della necessità, ormai improcrastinabile, della riforma del calendario Giuliano. Copernico aveva scoperto che la durata dell’Anno Tropico è variabile e Ignazio Danti l’aveva calcolata con una precisione mai vista prima di allora. Il Calendario Giuliano, sulla scorta dei calcoli di Sosigene, considerava la misura dell’Anno Tropico in 365 giorni e sei ore esatte; il Danti, scoprì, invece, il valore di 365 giorni 5 ore 48 minuti e 46.48 secondi: questa differenza provocava lo sfasamento del calendario con l’equinozio di primavera. Ignazio Danti aveva fatto costruire una grande meridiana nella Basilica di San Petronio a Bologna, con la quale aveva osservato i due solstizi del 1576. Costruì pure la meridiana della Torre dei Venti, in Vaticano, -primo nucleo della futura Specola vaticana-, con la quale secondo una vecchia tradizione- mostrò al Papa lo sfasamento tra Calendario Giuliano e data dell’equinozio. In pratica, al 21 marzo calendariale il raggio di Sole toccava la linea meridiana in un punto distante oltre mezzo metro da quello corrispondente al vero Equinozio. Papa Gregorio XIII istituì così una Commissione incaricata di vagliare i vari progetti di riforma calendariale pervenuti. Fra tutti, fu scelto quello di un medico di professione e astronomo per passione, calabrese: Luigi Giglio (Aloisius Lilius, 1510.1574). Il progetto-presentato postumo dal fratello Antonio- si basava sui seguenti punti cardine: 1) calcolo della durata dell’Anno tropico sulle tavole alfonsine, che dalla scoperta di Copernico - nell’impossibilità di ottenere un valore esatto-, consideravano una durata media dell’Anno Tropico, accuratamente calcolata. 2) Data dell’Equinozio fissata al 21 marzo, invece del ventiquattro come richiesto da una pletora di studiosi. 3) Calcolo dell’Epatta- età della Luna al primo gennaio- al fine di avere la data precisa del plenilunio di primavera. Prima si usava il ciclo metonico che combinava diciannove anni solari con 235 mesi lunari; il grande medico calabrese si accorse che anche questo ciclo era sfasato di quattro giorni e redasse apposite tabelle di correzione che allegò al progetto.

In pratica, per riportare l’equinozio in fase col calendario propose:

L’immediata soppressione dei giorni dal 5 al 14 ottobre 1582 compreso; poiché l’anno Giuliano ha un eccesso di settantotto decimillesimi di giorno l’anno, propose di togliere, rispetto alla normale procedura giuliana, tre anni bisestili ogni 400 anni mantenendo bisestili tutti gli anni divisibili per 400. In questo modo sono stati bisestili, ad esempio, il 1600 e il 2000, ma non il 1700,1800 e 1900. Ci fu solo un piccolo errore non corretto; in effetti, i settantotto decimillesimi cui facevo riferimento, moltiplicati per 400 non danno 3 ma 3,12: questa piccola discrasia comporta una differenza di ventisei secondi annui tra calendario gregoriano e Anno Tropico, che equivale a perdere un giorno ogni 3323 anni (!) e a portare all’inversione delle stagioni dopo ben 610 mila anni! Per tutte queste ragioni, il progetto fu approvato e lungo i secoli, gradatamente, si è affermato in tutto il mondo. Possiamo ottenere un calendario ancora più perfetto? Sì, ma sempre dal calendario gregoriano. Sentiamo Zichichi: ”Dobbiamo togliere dal Calendario Giuliano 3,12 giorni ogni quattro secoli non tre. Il calendario gregoriano resta quindi con 0,12 giorni in più ogni 400 anni. Il che fa tre giorni ogni diecimila anni. La concezione mistica del Tempo porta quindi al calendario perfetto la cui regola è: ”I giorni dell’anno sono 365, più uno ogni quattro anni, meno tre ogni quattro secoli, e meno tre ogni diecimila anni”.

E pensare che queste poche righe sono il condensato del pensiero di molti uomini lungo cinquanta secoli…

Gregorianscher_Kalender_Petersdom

Particolare della tomba di papa Gregorio XIII relativo all'introduzione del calendario gregoriano

 

Oggi diamo per scontata l’esistenza del calendario, il nome dei suoi mesi, il numero dei suoi giorni, la coincidenza tra data e stagione- con buona approssimazione ci aspettiamo freddo per il 15 gennaio e caldo per il 15 luglio…-, il considerarlo, più che un dono, quasi un fastidio alla fine dell’anno…sono troppi i calendari che riceviamo! Questa abbondanza, in realtà, offusca e addormenta la nostra ragione, non facendoci più percepire la complessità e il fascino che stanno dietro ad una delle più grandi conquiste intellettuali di tutti i tempi. Il calendario, infatti, lungi dall’apparirci come il frutto di una faticosa conquista durata almeno quarantacinque secoli di storia scritta, ci sembra quasi “naturale”, come un qualsiasi prodotto della Terra, ma non sempre è stato così. La proposizione, apparentemente banale, “Ci vediamo Giovedì alle dieci sotto casa mia”, nasconde un portato metafisico e culturale del quale, purtroppo, non abbiamo più contezza. Tutti i popoli, da sempre, avevano tentato la sincronizzazione dei moti dei grandi luminari-Sole e Luna- con le stagioni, attraverso i calendari, con tentativi quasi riusciti ma lontani dalla perfezione.

Intanto, neanche le specie animali più intelligenti, hanno la benché minima concezione del tempo; immaginiamo, a es, un gruppo di scimpanzè, che fissa un appuntamento per il prossimo fine settimana presso il tal albero per discutere della riforma delle pensioni…L’uomo è il solo essere vivente proiettato contemporaneamente nelle tre dimensioni temporali caratterizzanti la vita: vive nel presente, ricordando il passato, traendone, mediante l’esperienza, ciò che aveva di buono per meglio progettare e vivere il futuro. Per secoli, poi, la conoscenza del calendario è stata un privilegio, appannaggio solo delle classi sociali più nobili e sacerdotali, come nell’antica Roma. Ma procediamo con ordine. La parola “calendario” deriva dal latino Kalendarium, - a sua volta derivata da Kalendae, termine indicante il primo giorno di ogni mese, nel calendario romano-, che altro non era se non il libro dei crediti dei banchieri e di chi prestava denaro, dunque, era un giorno funesto per i debitori: tristis Kalendae, tristi calende, non a caso, era l’appellativo con il quale era conosciuto. In quel tempo, a Roma, vigeva il calendario romuleo-una sorta di calendario lunare, lungo appena 304 giorni- e il mese iniziava con l’osservazione della prima falce lunare nel cielo serale. Poi il re e il pontefice minore, dopo aver compiuto un sacrificio, eseguivano la “chiamata”-dal verbo greco calo -della plebe presso la capanna di Romolo, e annunciavano quanti giorni occorrevano per andare dalle calende alle none: se pronunciavano sei volte la parola “calo”, allora mancavano sei giorni alle none. Come scrive Cattabiani: ”Quanto a calo (Kalo) è un verbo greco che significa “chiamo”, e dunque, sembrò bene chiamare calende”questo giorno in quanto era il primo dei giorni calati, chiamati”. Conoscere la data del calendario, dunque, per secoli è stato un privilegio; ancora nel 304 a. C. la piena parità fra plebei e patrizi non era ancora stata raggiunta, -nonostante che la proclamazione delle Leggi delle XII Tavole era avvenuta oltre un secolo prima (451 a. C.)-, tanto da indurre il liberto plebeo Gneo Flavio a rubare i codici che permettevano di conoscere la data del calendario e a divulgarli a tutti nel foro Romano, cioè pubblicamente. Il motivo è semplice; conoscere la data voleva dire sapere i dies fasti, cioè i giorni in cui era lecito occuparsi di affari giudiziari validi: chi li conosceva era avvantaggiato nella vita sociale. A quel tempo era prerogativa delle classi dominanti: per questo l’atto di Gneo Flavio fu veramente importante; tuttavia, i patrizi continuarono a controllare ancora per quasi tre secoli il potere sul calendario. Quello romuleo, infatti, era largamente impreciso: contando solo 304 giorni in soli tre anni era completamente sfasato con le stagioni e a una data estiva corrispondeva un clima invernale. Una prima correzione fu apportata da Numa Pompilio che nel 700 a.C. aggiunse due mesi-gennaio e febbraio- al calendario di Romolo; si arrivò, così, a un calendario-ancora lunare- di 354 giorni. L’orrore per i numeri pari fece aggiungere un giorno e l’anno passò in questo modo a 355giorni. Con questi accorgimenti le cose andarono meglio; tuttavia, dopo diciotto anni, si tornava al punto di partenza. Questo calendario, infatti, “perdeva”, pur sempre, dieci giorni l’anno rispetto all’andamento stagionale. Ogni tanto si aggiungevano mesi supplementari, ma la confusione era grande soprattutto riguardo a certe cariche pubbliche -come i magistrati-di durata temporale limitata. La confusione durò fino al 46 a.C. quell'anno, infatti, Giulio Cesare tornò dall’Egitto, accompagnato dall’astronomo alessandrino Sosigene e mise fine alla gran confusione. Per sincronizzare la data del calendario con le stagioni fu necessario allungare quell’anno fino a 445 giorni: ultimus annus confusionis, fu l’appellativo con il quale lo stesso Cesare lo battezzò. Curiosamente, il grande oratore Marco Tullio Cicerone- nemico giurato di Cesare- accecato dall’odio anziché elogiare Cesare, lo criticò dicendogli, che dopo aver conquistato tutto sulla Terra, ora voleva dominare anche le stelle…

Era nato, dunque, il calendario Giuliano, che contava -secondo i calcoli di Sosigene- 365,25 giorni, una cifra incredibilmente precisa per quei tempi: ovviamente, quel quarto di giorno non conteggiato era recuperato con l’aggiunta di un giorno ogni quattro anni; si scelse d’inserirlo nello stesso giorno in cui, nel calendario di Numa, s’inserivano i giorni intercalari: al sesto giorno prima delle calende di marzo, cioè il 24 febbraio, che siccome si ripeteva fu chiamato bisextus. Naturalmente, l’anno contenente due volte il sesto giorno prima delle calende di marzo fu chiamato bisestile. Tra i provvedimenti adottati, occorre segnalare lo spostamento d’inizio anno da marzo a gennaio, l’adozione di dodici mesi in sequenze di trenta e trentuno giorni eccetto febbraio che presentava ventinove giorni negli anni normali e trenta in quello bisestile. Cesare aveva realizzato, finalmente, un calendario “scientifico”, slegato dalla Luna, e dagli dei; un calendario accessibile a tutti, adottato universalmente e che era andato avanti per oltre 1500 anni. Curiosamente, come possiamo verificare ancora oggi, non cambiò il nome di alcuni mesi del Calendario romuleo, sicché ci troviamo- in modo illogico, per quel che concerne la numerazione- con “settembre”, ”ottobre”, “novembre” e “dicembre”, che rispettivamente indicano il settimo, l’ottavo, il nono e decimo mese, ma non all’interno del Calendario giuliano, bensì in quello di Romolo…La storia, è noto, ha esigenze diverse, talvolta, da quelle del rigore matematico…Tuttavia quel che contava, cioè la sincronizzazione delle date con le stagioni era assicurata per oltre ventitré mila anni: sui nomi si poteva anche chiudere un occhio! Alla sua morte, per onorarlo il senato Romano sostituì il quinto mese (Quintilis) del calendario romuleo con (Julius), il nostro Luglio, mese di nascita dello stesso Cesare. Parimenti, quando il Senato volle onorare l’Imperatore Augusto, decise di cambiare nome al sesto mese (Sexstilis), con Augustus, il nostro agosto; tuttavia sorse un inghippo. Sexstilis, nel calendario di Romolo, a differenza di Quintilis -ora luglio- contava trenta giorni e non trentuno; questo fatto era intollerabile per i sostenitori di Augusto, così che si fu costretti a togliere un giorno al già piccolo Febbraio per aggiungerlo ad agosto. A quel punto, per non avere tre mesi consecutivi di trentuno giorni, si fu costretti a mettere mano anche alla durata dei mesi da settembre a dicembre. La parità, almeno calendariale, fra Cesare e Augusto, dunque, era stata raggiunta! Oggi conosciamo con notevole precisione la durata del cosiddetto Anno Tropico- quello su cui cerca di sincronizzarsi i nostri calendari e che determina le stagioni-, cioè l’intervallo di tempo intercorrente affinché l’asse terrestre ritorni alla medesima inclinazione, ecco il suo valore: 365,24220 giorni o, tradotto in secondi, 31.556.000.926, dunque oltre trentuno milioni e mezzo di secondi in un anno…Su questo valore, ai nostri tempi agevolmente misurato con gli orologi atomici, gli uomini hanno “ragionato”per oltre quarantacinque secoli, prima di giungere all’attuale risultato del calendario gregoriano. Parliamo, ora, della sua origine. Come detto, il calendario Giuliano aveva già raggiunto una notevole precisione nel calcolo, rispetto l’anno tropico; infatti, a differenza di tutti gli altri calendari- come quelli degli ebrei e degli egiziani, che al massimo duravano sette secoli e mezzo prima di invertire totalmente la data con le stagioni- calendario segna inverno, ma fuori c’è il solleone-, quello Giuliano è il primo la cui validità si conta in migliaia di anni. In effetti, ancora oggi, la differenza con l’Anno Tropico ammonta all’incirca, a “soli” 13 giorni, per questo non è stata –come spiegato bene dal Prof. Zichichi- la sincronizzazione della data con le stagioni, la molla che ha fatto scattare l’esigenza di cambiare il calendario Giuliano, bensì l’esigenza -in rispetto alle disposizioni del Concilio di Nicea risalente al 325 d.C- di sincronizzare fra loro le date dell’Equinozio di primavera e del Calendario: infatti, quel Concilio stabilì che la Pasqua dovesse cadere la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Ma quando inizia primavera? Questa è la domanda dalla quale sono partiti il monaco Dionigi, il Piccolo prima e Papa Gregorio XIII poi. Il calendario Giuliano presentava rispetto l’anno tropico un ritardo annuo di 674 secondi, pari a un giorno ogni 128 anni, pertanto entrato in vigore nel 46 a.C. già, ai tempi del Concilio di Nicea presentava un errore di quattro giorni per il calcolo della data dell’equinozio. In pratica, l’equinozio avveniva, quando il calendario Giuliano segnava il 25 marzo; quel Concilio, empiricamente, corresse l’errore, riportando l’equinozio al 21 marzo. Tuttavia, oltre mille anni dopo anche il solstizio invernale era retrocesso al tredici dicembre-giorno di Santa Lucia- al posto del 22 Dicembre. Alla vigilia della riforma gregoriana l’equinozio era caduto, quando il calendario Giuliano segnava il 10 marzo. Ecco come il prof. Zichichi ha splendidamente sintetizzato il problema concernente, la determinazione della data dell’Equinozio primaverile sulla nascita del nostro calendario: ”Il Calendario che usiamo tutti i giorni ha le sue radici nell’equinozio di primavera, non per motivi astrofisici, ma perché il Concilio di Nicea, primo Concilio ecumenico, millesettecento anni fa, aveva stabilito che la Resurrezione del Signore aveva avuto luogo nella prima domenica dopo il plenilunio che segue l’equinozio di primavera. Ecco perché il Concilio di Nicea nel 325 d.C. anticipò dal 25 marzo al 21 marzo l’equinozio di primavera La concezione Mistica del Tempo la sentì nel profondo del suo cuore un piccolo abate Dionisius Exiguus, che millecinquecento anni fa studiò la data dell’Incarnazione di Cristo e della sua Resurrezione”. Possiamo notare, en passant, che se i vescovi a Nicea non avessero scelto di legare la data della Pasqua al moto della Luna, - rispettando, così, il calendario lunare ebraico, in uso all’epoca della Crocifissione di Cristo- preferendo magari una data fissa all’interno del calendario Giuliano, probabilmente avremmo avuto con secoli di ritardo il nuovo, quasi perfetto, calendario gregoriano…

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