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Il grande filosofo e fisico benedettino dom Stanley L. Jaki (1924-2009), nel rimarcare l’importanza decisiva del contesto teologico e, conseguentemente, filosofico entro il quale era potuta nascere e svilupparsi la scienza galileiana, scrisse: “Le religioni rientrano in due categorie: nella prima c’è la fede giudeo-cristiana, che crede in una storia cosmica lineare dall’” in principio”---verso “cieli e terra nuovi”. Nell’altra stanno tutte le religioni pagane, primitive o sofisticate, vecchie e moderne. Esse postulano, invariabilmente, una ricorrenza ciclica ed eterna delle cose, imprigionandoci tutti in una ruota di tortura senza fine che è il sistema più efficace per creare infelicità e smarrimento”. Abbiamo già visto l’importanza della nozione di creatio ex nihilo, per livellare la materia sub e sopralunare, donandole coerenza scientifica: cosa che non poté fare nessun’altra cultura antica. Ora vedremo, brevemente, come la concezione del mondo materiale proveniente dalla teologia e filosofia cristiana, ha reso possibile la nascita e lo sviluppo della scienza galileiana. La concezione cristiana esclude un mondo dipendente direttamente dalla Volontà di Dio, negando, così, l’intervento delle cause seconde; questa è una concezione tipica dell’Islam. Il partito musulmano ortodosso, il Mutakallimum, operò in ogni modo per combattere l’idea di un universo funzionante secondo leggi coerenti e stabili. In pratica, Dio (Allah), non può essere imprigionato in un’equazione. Maimonide, (1138-1204), che era medico del Califfo del Cairo, così sintetizzò la posizione islamica, nella sua famosa Guida per i Perplessi : ”I musulmani considerano le varie leggi dell’universo come simili alle abitudini del califfo che può cambiare il suo comportamento a ogni momento”. Purtroppo, Maimonide non si accorse delle conseguenze negative di questa concezione per la nascita della scienza: questa visione privilegia la libertà di Dio sulla sua razionalità. Naturalmente, è esclusa anche la versione opposta, cioè quella che mostra la razionalità di Dio a scapito della sua Libertà. Tipica del settecento deista-era questa la concezione di Voltaire (1694-1788)-, presuppone che Dio abbia creato il mondo, dato un colpetto per metterlo in moto e poi si sia ritirato in buon ordine, lasciando che il mondo vada avanti da solo: seguendo le sue leggi, quelle inscritte in esso. Già Blaise Pascal (1623-1662) riteneva che questa fosse la convinzione, più intima, di Cartesio (1596-1650); una convinzione, che mascherava un cripto- ateismo. Una delle concezioni più antiscientifiche dell’universo è quella che lo vorrebbe necessario e non contingente. In questo modo ogni asserzione di natura cosmologica sarebbe vera su una base a priori della sola forma in cui l’universo, necessariamente, può esistere. Einstein (1879-1955) era affascinato dalla questione se il Creatore fosse stato libero o meno nell’atto creativo; in altre parole, voleva scoprire se il mondo doveva essere specificatamente quello che è. In realtà, la stessa storia della scienza sperimentale- orgoglio smisurato della Ragione moderna-, attesta, come vuole la teologia, che Dio era libero nel creare, altrimenti come rileva P. Hodgson negando che il mondo sia contingente si distrugge la scienza perché viene rimosso il bisogno di una sperimentazione. Se il mondo fosse necessario, potremmo sperare di comprenderlo attraverso il puro pensiero. In questo modo, dovremmo abolire tutti i dipartimenti di fisica del mondo; basterebbero quelli di matematica per dedurre, a tavolino, il come e il perché il mondo è fatto, così come si presenta ai nostri occhi. Ovviamente, le cose non stanno in questo modo, come sperimentano tutti i fisici, da Galileo (1564-1642) in poi: senza la verifica sperimentale, le teorie fisiche restano aria fritta, ergo il mondo è contingente. Il colmo dell’ironia è che Einstein ha avuto la risposta sottomano per decenni, senza tuttavia accorgersene! Egli, infatti, era amico intimo di Kurt Godel (1906-1978) – assieme hanno fatto, per anni, lunghe passeggiate quotidiane-, il più grande logico-matematico dai tempi di Aristotele (384 /3 a. C.-322 a. C.); Godel aveva fatto, nel 1931, una scoperta incredibile: la matematica era incompleta! Ciò significa che una teoria matematica può essere vera, ma non su una base a priori. Il mondo, in pratica, non è obbligato a essere quel che è. Probabilmente, Einstein non ha mai approfondito con Godel le conseguenze filosofiche dei due teoremi di incompletezza. La portata metafisica di quei teoremi è enorme. Probabilmente, nessuno l’ha capito allo stesso modo del già ricordato padre Jaki; ragionando sulla possibilità di una verità legata alla derivazione a priori della sola forma in cui l’universo può esistere, concluse: ” In questo caso non sarebbe più possibile sostenere la contingenza dell’universo, cioè, la tesi che la specificità esistente nell’universo è il risultato di una scelta fra molte altre possibilità. Dal momento che una tale scelta implica l’esistenza di un Creatore, il sostegno che i teoremi di Godel forniscono alla metafisica e alla teologia dovrebbe essere ovvio”. Già, dovrebbe essere ovvio... ma di questi tempi anche l’ovvio è merce rara. La concezione cristiana, naturalmente, spazzava via anche il panteismo, peccato d’origine di quasi tutte le culture passate ed anche della gnosi cristiana, antica e moderna. Secondo questa dottrina il mondo emana da Dio o da una sua parte e, dunque, la sua essenza è divina, non quantitativa. Da Platone (428/27 a. C.348/7 a. C.), a Cicerone (106 a. C.- 43 a. C.), fino a Plotino (204-270) la crema del mondo greco-romano, quindi, l’universo costituiva il solo ente generato dal Principio Primo, o Motore Immobile o Bene Supremo che dir si voglia Chiaramente, un Dio immanente, il mondo, e non trascendente, divinizzava i cieli superiori, rendendo irrazionali e caotici i cieli inferiori. Il cristianesimo con il suo dogma trinitario e con quello dell’Incarnazione, fu un colpo mortale per la dottrina panteista. Infatti, per i cristiani l’unico generato dal Padre divino è il Logos, il Figlio, che è anche l’Unigenito. Pertanto, il cristianesimo “retrocesse” l’universo da generato a creato, al pari di ogni altro ente e, dunque, come ogni altra creatura dotata di proprietà quantitative, misurabili dalla scienza. Infine, un universo creato dal logos implica altre due proprietà fondamentali per la nascita e lo sviluppo della scienza: l’ordine, cioè l’insieme dei nessi causali fra le cose, nessi che spetta alla ragione trovare e, come corollario, che il mondo non può essere intrinsecamente disordinato. Il caso, cioè, non può essere invocato come agente causativo: la contraddizione è così elementare che anche un bambino di cinque anni può coglierla. Alcune considerazioni di Papa Benedetto XVI, in tal senso, sembrano particolarmente efficaci; sono tratte da un Discorso ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, il 28 ottobre 2010: ” Da parte sua la Chiesa è convinta del fatto che l'attività scientifica benefici decisamente della consapevolezza della dimensione spirituale dell'uomo e della sua ricerca di risposte definitive, che permettano il riconoscimento di un mondo che esiste indipendentemente da noi, che non comprendiamo del tutto e che possiamo comprendere soltanto nella misura in cui riusciamo ad afferrare la sua logica intrinseca. Gli scienziati non creano il mondo. Essi apprendono delle cose su di esso e tentano di imitarlo, seguendo le leggi e l'intelligibilità che la natura ci manifesta. L'esperienza dello scienziato quale essere umano è quindi quella di percepire una costante, una legge, un logos che egli non ha creato, ma che ha invece osservato: infatti, esso ci porta ad ammettere l'esistenza di una Ragione onnipotente, che è altro da quella dell'uomo e che sostiene il mondo. Questo è il punto di incontro fra le scienze naturali e la religione. Di conseguenza, la scienza diventa un luogo di dialogo, un incontro fra l'uomo e la natura e, potenzialmente, anche fra l'uomo e il suo Creatore.”. La teologia cristiana, assieme alla sana filosofia, ha spazzato via il cosmo da spiriti, da atti volitivi irrazionali e da gigantesche ruote cicliche che ne hanno paralizzato per secoli lo studio scientifico galileiano, rendendo problematica anche la vita di tutti i giorni. Ora, è tempo di vedere alcune delle grandi conquiste scientifiche, che ci hanno permesso di rischiarare almeno un po’, il mistero del reale nel quale siamo immersi e che esiste da prima e indipendentemente da noi.

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Iniziamo con questo articolo un piccolo – cioè, senza pretese – viaggio “esplorativo dello stato attuale della ricerca scientifica sul nostro Universo; tuttavia, cercheremo di fare un viaggio “completo”, partendo, cioè, dal contesto culturale che ha permesso alla scienza galileiana di nascere e descrivere, con una buona approssimazione, le proprietà fisiche, ossia quantitative, dell’universo che ci circonda. Chiaramente, un viaggio siffatto, richiederà un approccio multidisciplinare coinvolgendo nello studio anche la storia e, soprattutto, la filosofia. Da sempre l’uomo ha contemplato gli spazi siderei, chiedendosi il senso e il significato di quanto gli girava sulla testa. Il fascino del cielo stellato si è mantenuto pressoché inalterato nel corso dei secoli, tanto da indurre un grandissimo fisico italiano, – Enrico Fermi (1901-1954), premio Nobel per la fisica nel 1938 –, a raccontare una sua singolare esperienza, quasi “mistica”, vissuta d’estate, nel silenzio dei campi, sotto la volta celeste. Ascoltiamolo: «Ero giovanissimo, avevo l’illusione che l’intelligenza umana potesse arrivare a tutto. E perciò m’ero ingolfato negli studi oltre misura. Non bastandomi la lettura di molti libri, passavo metà della notte a meditare sulle questioni più astruse. Una fortissima nevrastenia mi obbligò a smettere; anzi a lasciare la città, piena di tentazioni per il mio cervello esaurito, e a rifugiarmi in una remota campagna umbra. (…) Una sera, anzi una notte, mentre aspettavo il sonno, tardo a venire, seduto sull’erba di un prato, ascoltavo le placide conversazioni di alcuni contadini lì presso.(…) Infine si tacquero, come se la maestà serena e solenne di quella notte italica, priva di luna ma folta di stelle, avesse versato su quei semplici spiriti un misterioso incanto». «Poi, prosegue il racconto di Fermi, uno di loro, apparentemente rozzo, mentre volgeva gli occhi al cielo, disse: Com’è bello! E pure c’è chi dice che Dio non esiste”. Lo ripeto, quella frase del vecchio contadino in quel luogo, in quell’ora: dopo mesi di studi aridissimi, toccò tanto al vivo l’animo mio che ricordo la semplice scena come fosse ieri.(…) Quel contadino umbro non sapeva nemmeno leggere. Ma c’era nell’animo suo, custoditovi da una vita onesta e laboriosa, un breve angolo in cui scendeva la luce di Dio, con una potenza non troppo inferiore a quella dei profeti e forse superiore a quella dei filosofi». È vero, dunque, che tutti i popoli, bene o male, fin dall’inizio, guardarono i cieli tentando e di leggervi il proprio destino e, più in concreto, di ricavarne utili indicazioni per misurare il tempo e, soprattutto, per esigenze agricole. Fra tutti i popoli, a un certo punto, si distinsero gli ebrei, nella cui letteratura sacra – ciò che per i cristiani, oggi, è l’Antico Testamento –, i cieli, stabili e maestosi, erano una prova della grandezza e della bontà del Dio Creatore: Yahweh. Bellissimo, a questo scopo, è l’intero capitolo 38 del Libro di Giobbe. La dottrina della creazione, tipica della cultura giudaico cristiana, fece sì che il popolo ebraico si distinguesse subito dalle tribù coeve circostanti: immerse nel panteismo e nell’idolatria. Già nel Libro dei Maccabei fece capolino la dottrina, unica, della creazione dal nulla, poi fatta propria in maniera caratteristica dal cristianesimo. Questa dottrina fu importantissima anche per lo studio scientifico, quantitativo, dell’Universo: fu uno dei motivi per il quale la scienza è nata in casa cattolica. Vediamo brevemente la questione, ricorrendo all’aiuto del padre domenicano Giovanni Cavalcoli, per quel che concerne la parte filosofica: «Secondo la Bibbia innanzitutto la potenza creatrice divina appare come un attributo divino una volta che, partendo dalla considerazione dell’esistenza dell’universo, giungiamo, in base al principio di causalità, a scoprire che Dio esiste, inteso come Essere sussistente, come insegna S.Tommaso d’Aquino sulla scorta di Es 3,14, quindi come Essere assoluto, che fa ricordare quello di Parmenide, e tuttavia è diverso, in quanto, mentre il Dio di Parmenide è l’unico Essere che esiste, per cui il mondo non è distinto da Dio ma appartiene all’essenza divina, il vero Dio biblico è un Assoluto che appare al vertice e al di sopra della scala degli esseri, come sommo Ente, come l’“Altissimo” su tutti gli altri enti del mondo e su “tutti gli dèi”: un Ente imparagonabile con tutti gli altri, eppure dal Quale tutti gli altri provengono ed al Quale tutti gli altri conducono.(…) Il Dio biblico è invece una persona infinitamente sapiente, potente e provvidente, dalla quale il mondo trae origine non in modo deterministico come dalla scintilla nasce il fuoco(…) ma, in modo simile al quale una nostra opera trae origine da una nostra idea e da una libera decisione della nostra volontà. Concludendo.” Dio esclude dentro di Sé il nulla, in quanto Egli è Tutto: è quanto anche Parmenide aveva capito; egli tuttavia non comprese che l’esistenza dell’Essere assoluto non esclude però la possibilità del nulla al di fuori di Lui, quel nulla dal quale Dio trae la creatura (ex nihilo). Se Dio non avesse creato, questo nulla non esisterebbe”. Gli antichi, diversamente, privi della Rivelazione non sanno immaginare un mondo che viene dal nulla o che presuppone il nulla del mondo stesso (ex nihilo sui et subiecti), ma ammettono sempre una materia originaria dalla quale o nella quale si attuano la trasformazione o la generazione. Essi già sapevano che l’Assoluto non può provenire dal nulla e che neppure il finito può da sé provenire dal nulla (ex nihilo nihil fit)». Ricapitolando: nella concezione cristiana, l’universo non è dipendente da Dio solo per quel che riguarda la creazione, ma anche per la sua continua sussistenza. La fede nell’inizio del tempo, poi sancita nel Concilio Lateranense IV (1215), costituiva un unicum nell’antichità: in pratica tutti i popoli, greci compresi, credevano in un mondo eterno e circolare, nel quale tutto si ripeteva ciclicamente. Come hanno notato vari studiosi- Jaki in primis, Dawson, Hodgson, ect, perché dovremmo migliorare la nostra conoscenza, studiando scientificamente, se tutto, alla fine, si ripeterà sempre uguale? Il grande Aristotele, cui l’umanità sarà debitrice per sempre, non poté nulla per far avanzare la scienza quantitativa, perché mancando del concetto giudaico-cristiano di creatio ex nihilo, rimase imprigionato nel panteismo: credendo in un mondo eterno e con la materia divisa in celeste e, dunque, incorruttibile e terrestre, quindi corruttibile, aveva azzoppato la scienza quantitativa sul nascere. Ci volle il concetto giudeo-cristiano di creazione, con Dio distinto e trascendente le sue creature, per permettere alla scienza di nascere. Lo studioso Peter Hodgson ha, così, sintetizzato la questione: «La teologia cristiana forniva quella convinzione nell’esistenza di un ordine naturale che è il presupposto fondante di qualsiasi scienza (…) Se Dio aveva creato l’universo dal nulla, la concezione del tempo passava da circolare a lineare; questo implicava poi che tanto la materia celeste quanto quella terrestre dovessero obbedire alle stesse leggi, essendo entrambe create da Dio». Per quanto possa sembrare paradossale, lo studio quantitativo dell’universo è partito, necessariamente, da una corretta inquadratura teologica. Continueremo l’approfondimento.

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Casualmente gli ultimi argomenti affrontati riguardano alcune nuove ideologie come quella dell’immigrazionismo e del Gender, ora quella ecologista che, come hanno sostenuto fior di studiosi, ha preso il posto del marxismo soprattutto per le forme di intolleranza e di violenza. Le ideologie hanno un comune denominatore, quello di falsare la realtà, la concretezza, non tenere conto dei fatti. Gli ecologisti sono degli ideologi superlativi.

Lo ha scritto Bjorn Lomborg nel suo “Stiamo freschi”, in pratica chi non accetta l’interpretazione corrente secondo cui l’umanità è responsabile del riscaldamento globale, viene etichettato come un negazionista simile a quello dell’Olocausto, giusto per dare un suggestivo messaggio sublimale. E a questo proposito Lomborg, scrive: “un giornalista australiano ha proposto di mettere fuorilegge i negazionisti del cambiamento climatico,’David Irving è stato arrestato in Austria per aver negato l’Olocausto. Forse è il caso di far diventare un reato anche la negazione dei cambiamenti climatici: dopo tutto, è un crimine contro l’umanità.

Eppure quasi tutti gli argomenti che portano avanti le lobby ecologiste sul cambiamento climatico sono o si sono rilevate delle bufale, lo sostengono anche due studiosi, esperti, giornalisti cattolici, Antonio Gaspari e Riccardo Cascioli. Da alcuni anni producono inchieste a valanga per smascherare i falsi allarmi dei movimenti ecologisti. Nel giro di un decennio hanno scritto a quattro mani, cinque saggi interessanti: Le bugie degli ambientalisti 1 e 2 (2004 e 2006), Che tempo farà (2008), I Padroni del pianeta (2009), e l’ultimo 2012. Catastrofismo e fine dei tempi, tutti pubblicati dalla casa editrice Piemme. Gli autori oltre a smascherare la non scientificità delle tesi catastrofiche degli ecologisti, descrivono bene gli aspetti ideologici del loro movimento, quello che non riesce a fare Lomborg.

cascioli le bugie

 

L’ecologismo sta diventando un sistema che governa le relazioni internazionali, a cominciare dall’Unione Europea. Ormai da tempo diversi gruppi ambientalisti e uomini politici ripetono che “i cambiamenti climatici pongono problemi alla sicurezza nazionale maggiori che non il terrorismo”. Ma le basi scientifiche su cui poggia l’impianto degli ecologisti sono discutibili, anche se spesso viene evocato “il consenso scientifico”, che poi se c’è è soltanto su alcuni pochi punti, ha ricordato uno dei maggiori climatologi mondiali, Richard S. Lindzen. Pertanto i continui allarmi hanno spesso motivazioni politiche. Tra l’altro “è difficile non essere scettici quando si nota che i maggiori propugnatori della tesi del riscaldamento globale sono gli stessi che non molto tempo fa agitavano lo spettro del raffreddamento globale”, come il caso di Steven Schneider, consigliere di Bill Clinton.

Secondo gli ecologisti i cambiamenti climatici avranno conseguenze catastrofiche che porteranno a un crollo della produzione di cibo con conseguenti carestie, milioni di morti per fame e ovviamente guerre, previsioni fatte negli anni settanta, per la glaciazione del pianeta, dimostratesi sbagliate, basta guardare tra le statistiche della FAO, l’organismo per l’ONU per l’agricoltura, la produzione complessiva è aumentata del 62,4%. Nessuna catastrofe, nessuna età glaciale incombente. Ora sta avvenendo la stessa cosa per il motivo opposto, il riscaldamento del pianeta.

“Si ha la netta percezione che i cambiamenti climatici siano in realtà un pretesto per raggiungere altri obiettivi. Quali? Per capirlo – scrivono Gaspari e Cascioli – possiamo notare che c’è un minimo comune denominatore negli opposti allarmismi che ci martellano da oltre trenta anni: la richiesta urgente di limitare al massimo le attività umane o, per essere più precisi, limitare al massimo la presenza umana sia quantitativa sia qualitativa”. Le modalità per raggiungere questo scopo sono due: “il controllo delle nascite, essenzialmente nei Paesi poveri (limitazione quantitativa), e lo stop allo sviluppo, a partire dai Paesi ricchi (limitazione qualitativa)”.

Gli autori dei libri che ho citato prima identificano tutta questa visione pessimistica catastrofica della realtà economica e sociale in una specie di biocentrismo ed ecocentrismo, presentati come nuove e avanzate concezioni del rapporto tra umanità e ambiente, il tutto si rivela, “funzionale a una ideologia panteista che in nome di una presunta difesa della flora e fauna ha indicato l’uomo il ‘cancro del pianeta’

Pertanto secondo Cascioli e Gaspari, “la crescita demografica, il miglioramento delle condizioni di vita, le attività lavorative ed economiche intraprese dall’umanità sono state descritte dall’ideologia verde come la più grande minaccia alla sopravvivenza del pianeta”.

cop 2012 catastrofismo

 

Per questo motivo “sono stati disegnati e diffusi per decenni scenari catastrofici quali la bomba demografica, (ha cominciato nel 1969,Paul Erlich, ossessionato dalla “crescita della popolazione”, scrivendo “The Population Bomb”) i cambiamenti climatici, la scomparsa delle foreste e della biodiversità, la scarsità delle risorse, la diffusione di virus e malattie, la scarsità alimentare, con l’intento di spaventare la popolazione e costringerla ad accettare misure di riduzione e selezione delle nascite, nonché misure di austerità economica quali l’enorme incremento dei prezzi dei combustibili, nuove tasse planetarie come la carbon tax, multe e pesanti limitazioni allo sviluppo infrastrutturale”.

Le potenti lobbies, associazioni e partiti verdi hanno raccontato bugie in un contesto di scenari apocalittici, agitando fantasmi e diffondendo solo paure e proponendo soluzioni che si sono dimostrate più dannose degli stessi problemi.

La bufala più evidente è quella della bomba popolazione uguale a quella atomica, prendendo per buone gli insegnamenti del pastore anglicano, Thomas Robert Malthus, “i guru del variegato arcipelago ecologista hanno sostenuto che la continua ed inarrestabile crescita della popolazione avrebbe provocato: fame, carestia, povertà scomparsa delle risorse, affollamento insostenibile del globo…”“Non era vero nulla, il vero problema è che oggi abbiamo le culle vuote e l’inverno demografico. In Europa si pratica un’interruzione volontaria di gravidanza ogni ventisette secondi, senza contare l’effetto delle pillole abortive. Mancano i giovani, e i sistemi pensionistici e sanitari rischiano di collassare”.

Tutte bugie una dopo l’altra, dalla scomparsa delle foreste, a quella sull’energia nucleare, dal riscaldamento globale, ai treni ad alta velocità. In pratica l’ideologia eco pessimistica l’unica industria a saper sviluppare è quella delle “paure”.

medio-ambiente

 

Ne “Le bugie degli ambientalisti”, il testo di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, quello che forse, ha avuto più successo, gli studiosi della realtà ambientale sostengono diverse tesi interessanti, quella che mi ha colpito maggiormente è affrontata nella seconda parte, “sviluppo è ambiente”. Cascioli e Gaspari affrontano il tema dell’“impronta ecologica”, un concetto importante dell’ideologia ambientalista. Qui si svelano i veri obiettivi futuri dell’ecologismo.

Intanto che cos’è l’impronta ecologica, sarebbe“la superficie di terra e acqua che una popolazione richiede per produrre risorse che esse consuma e per smaltire i suoi rifiuti tenendo conto della tecnologia prevalente”, una unità di misura arbitraria che ha poco di scientificità, secondo i due studiosi. Il concetto è nato negli ambienti accademici della University of British Columbia a Vancouver (Canada), sono stati i professori Mathis Wackernagel e William Rees, che lo hanno sintetizzato in un volume, “Our Ecological Footprint”, (La versione italiana: “L’impronta ecologica. Come ridurre l’impatto dell’uomo sulla terra”, Edizione Ambiente 1996) subito adottato dal WWF, diventando il fondamento teorico a sostegno delle tesi ecologiste.

Questi accademici hanno introdotto l’impronta ecologica, come una unità di misura, tipo il metro, per farla apparire come qualcosa di oggettivo, indiscutibile, sul quale calibrare la propria esistenza. “Ma non ha nulla a che vedere con il sistema metrico decimale e la sua oggettività è soltanto presunta”, scrivono Cascioli e Gaspari. Anche qui si tenta di applicare alla realtà una ideologia particolare.

In pratica gli ecologisti avvertono l’attuale impronta dell’umanità è maggiore del 23%, rispetto a ciò che il pianeta può rigenerare. Per capire la nostra personale impronta ecologica, bisogna rispondere a un semplice test, di 15 domande sul proprio stile di vita: tipo, com’è il nucleo familiare, le dimensioni della casa, l’uso più o meno dell’energia elettrica, dell’acqua, l’uso dei mezzi pubblici o dell’auto privata, etc.

Cascioli e Gaspari portano come esempio una persona che vive nell’hinterland di Milano, in una famiglia di 4 persone e in un appartamento di 85 mq. e che fa la vita normale, risulta consumare 5,4 ettari annui di terreno, secondo le stime del Global Footprint Network, diretto da Wackernagel, la persona che vive così avrebbe bisogno di tre pianeti. In pratica “ogni italiano in media, ecologicamente parlando, vive due volte e mezzo sopra la sua capacità, o meglio sopra la capacità del pianeta” (Cfr. Luca Sciortino, “Dimmi come vivi e ti dirò quanto inquini”, Panorama, 5.6.2006)

Interessante quale dovrebbe essere lo stile di vita ideale cui gli ecologisti vogliono portare l’umanità. “il cittadino di cui sopra dovrebbe abitare da solo in una casa al massimo di 30 mq., casa singola possibilmente senza acqua corrente e senza elettricità; dovrebbe diventare vegetariano e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra (il cibo processato industrialmente fa impennare l’impronta ecologica); ovviamente dovrebbe rinunciare all’auto ma, possibilmente, anche ai mezzi pubblici (in pratica muoversi il meno possibile e, al massimo, a piedi e in bicicletta)”. Si dovrebbe scendere così a un’impronta ecologica di 1,3 ettari. Chiunque usi il buon senso può comprendere che l’obiettivo degli ecologisti è di portarci dritti alla miseria più assoluta e nel lungo termine all’autoestinzione del genere umano.

Cascioli e Gaspari sono convinti che i militanti ecologisti vogliono farci raggiungere il “mitico sviluppo” della Corea del Nord. Infatti, guardando le statistiche del Global Footprint Network, si scopre “che è la Corea del Nord a trovarsi nella condizione migliore, ovvero con un più basso deficit ecologico”. Infatti attualmente l’impronta ecologica del coreano del nord è di 1,5 ettari annui pro capite, mentre quello del sud è di 4,4 ettari.

Come tutti sanno il problema della Corea del Nord è l’ideologia folle dell’”autosufficienza” instaurato dal regime comunista, che ha ridotto alla fame un paese che era partito invece con delle buone basi economiche, che forse era partito con un pil superiore alla Corea del Sud, che invece per gli ecologisti, si è sviluppata notevolmente peggiorando il suo deficit ecologico. Quindi secondo i verdi“bisogna progredire verso una povertà generalizzata per poter rientrare all’interno delle risorse che il pianeta ci mette a disposizione. Traducendo: l’ideale che Wackernagel e soci hanno in mente è un mondo trasformato in una immensa Corea del Nord, povera e arretrata, solo gestita un po’ meglio per evitare almeno le crisi peggiori.

Il confronto parallelo tra le due Coree è unico e sconvolgente, Cascioli e Gaspari lo affrontano meglio nel testo “I Padroni del pianeta”. I due Paesi entrambi nel 1953 partirono da zero, anzi quello del Nord aveva più vantaggi, avendo ereditato il 65% delle industrie eppure dopo cinquant’anni ora si trova nel baratro della più totale miseria e arretratezza rispetto al Sud, non solo, ma anche più inquinato, in cui l’ambiente si sta gravemente deteriorando e con uno sfruttamento selvaggio delle risorse. Ricordo ai distratti che la Corea del Nord si trova in queste condizioni perché per cinquant’anni il regime comunista ha pensato solo ad armarsi e a prepararsi in vista di una guerra atomica contro la Corea del Sud, investendo somme enormi in spese militari, ingrossando uno dei più grandi eserciti del mondo.

Oltre alla Corea gli ecologisti considerano come ideale di vita le condizioni dell’Africa Sub-sahariana mentre sarebbero devastanti quelle dei paesi occidentali. Basterebbe un po’ di buon senso per capire che l’ideologia ecologista è completamente avulsa dalla realtà. “Infatti ogni persona di buon senso capisce che è meglio vivere in un paese dove ci sono scuole e insegnanti; dove ci sono medici e buone strutture ospedaliere e anche disponibilità di medicine; dove c’è possibilità di lavorare e anche a condizioni dignitose; dove c’è una rete di servizi sociali; dove c’è accesso all’acqua potabile e dove è possibile avere alimenti in abbondanza; rispetto a un paese dove tutto questo manca, dove la mortalità infantile e quella materna sono una tragica quotidianità; dove lo sfruttamento di donne e bambini è consuetudine, dove la vita media raggiunge appena i 40 anni e dove si muore ancora di morbillo e di dissenteria”.

Ironicamente Cascioli e Gaspari sottolineano che tutto questo è talmente vero che gli stessi guru dell’ecologismo mondiale come Wackernagel, Rees, Brown, Latouche e tutti loro discepoli, “preferiscono vivere negli Stati Uniti o in Francia piuttosto che trasferirsi in Congo o in Ruanda o in Corea del Nord”

E’ Kepler-78b il pianeta più simile alla Terra tra quelli fino ad oggi osservati, almeno per quanto riguarda massa, raggio e densità. Diverso è invece il clima: data la sua vicinanza alla stella madre, la temperatura sul pianeta si aggira intorno ai 2000 gradi centigradi.

La scoperta del fratello gemello della Terra si deve a due studi pubblicati su “Nature”, il primo di Francesco Pepe e l’altro di Andrew W. Howard, in cui sono state analizzate le variazione della luce proveniente da Kepler 78 (la stella madre) con lo spettrometro HARPS-N (High AccuracyRadialvelocity Planet Searcher, progettato per identificare e caratterizzare pianeti extrasolari simili per massa e struttura alla Terra e per studi di astrosismologia). Il progetto Harps-N è una collaborazione tra l’Osservatorio Astronomico di Ginevra, il Center of Astrophysics di Cambridge, la Queen’sUniversity di Belfast, le Università di St. Andrew ed Edimburgo e l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf, ente principale di ricerca italiano per l’Astrofisica e l’Astronomia).

Kepler-78b è un esopianeta, cioè un pianeta non appartenete al sistema solare e quindi orbitante attorno ad una stella diversa dal sole. E’poco più grande della Terra, ha un nucleo di ferro, riflette dal 20% al 60% della luce stellare che riceve ed è roccioso come la Terra. Ha un periodo di rivoluzione di sole 8.5 ore e, essendo distante solo un centesimo di unità astronomica (che corrisponde a poco più di un milione di chilometri) dalla sua stella madre, ha una superficie piuttosto rovente.

Fabrizio Bignami, presidente dell’Inaf, commenta la scoperta definendola un ‘risultato straordinario’. - Mai si era arrivati così vicini a individuare un pianeta di massa e densità simili a quelli della Terra. Una dimostrazione di come la caccia agli esopianeti si stia affinando e di quanto sia stata corretta la scelta di installare lo spettrometro Harps al Telescopio Nazionale Galileo, mettendolo nelle condizioni di guardare lo stesso emisfero del satellite Kepler, usando sinergicamente due tecniche per rilevare pianeti extra solari.

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