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Mercoledì, 26 Giugno 2019

Martin Pistorius dopo 12 anni di coma cosiddetto “irreversibile” si è risvegliato. Oggi racconta così la sua esperienza di stato vegetativo cominciata quando a soli 12 anni si ammala di meningite. "All'inizio non ero consapevole di nulla, solo dopo circa due anni mi sono risvegliato e ho cominciato a essere cosciente di ogni cosa che mi veniva fatta o detta": I suoi genitori, Rodney e Joan Pistorius, aggrappati alla speranza che il loro figlio si sarebbe ripreso lo hanno curato amorevolmente per tutti questi anni. Cosciente come lo è qualunque persona, sottolinea: erano tutti così abituati a considerarmi incosciente, che non si sono resi conto di quando ho cominciato a essere nuovamente cosciente. "La mia paura era che dovessi passare così il resto della mia vita, completamente solo, spaventato dal fatto che nessuno potesse più mostrarmi tenerezza e amore". Tranne che per la madre, aggiunge: "Diventavo sempre più cosciente della disperazione e del dolore di mia madre". Martin in realtà  non è mai stato solo: per dodici anni il padre si è preso cura di lui, portandolo ogni giorno in un centro medico apposito, mettendo la sveglia di notte ogni due ore per girarlo in modo che non subisse piaghe da decubito, nutrendolo e lavandolo. E così la madre, che confessa che in alcuni momenti ha desiderato che il figlio morisse per terminare tutta quella sofferenza e fatica. Ma a nessuno è venuto in mente di lasciarlo morire, e dodici anni dopo Martin si è risvegliato ed è tornato a vivere una vita piena. Martin ha anche pubblicato un libro in cui racconta la sua storia: "Ghost Boy: My Escape From a Life Locked Inside My Own Body." Per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, alla luce di questo racconto è evidente non solo il percorso difficile delle persone in stato vegetativo e delle loro famiglie ma anche che non siamo in grado di inquadrare con precisione un paziente in stato vegetativo persistente. Questo è un aspetto fondamentale quando si valutano tutti quei casi difficilmente diagnosticabili, quel numero sempre maggiore di Terri Schiavo ed Eluana Englaro per le quali “staccare la spina” sembra per alcuni essere la soluzione più semplice, anche se in realtà è molto probabilmente la più spietata.

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Gamow(1904-1968), dunque, aveva “consegnato” a Ralph Alpher( 1921-2007) un buon punto di partenza: ora occorreva affinare i calcoli, per capire come avesse avuto luogo l’interazione tra protoni e neutroni nei processi di nucleo sintesi stellare, subito dopo il Big Bang. In particolare, si concentrarono sul problema della formazione dell’elio, per spiegarne l’evidenza osservativa. Comprendere il processo di nucleo sintesi stellare, significava sciogliere il nodo cruciale delle sezioni d’urto fra le particelle coinvolte. In breve, la sezione d’urto misura la grandezza della superficie che una particella “offre” all’altra per interagire. Con un esempio, sarà tutto più chiaro. Immaginiamo di essere in una stanza con un amico e di lanciarci,vicendevolmente, dei grossi palloni di peluche-quelli morbidi,usati dai bambini- , l’uno contro l’altro: avremo molte probabilità di farli scontrare. Viceversa, se ci lanciamo contro delle palline da ping-pong, sarà estremamente improbabile far avvenire una collisione. Conoscere, quindi, le sezioni d’urto della particelle, equivale a calcolare le probabilità e le dinamiche del processo di nucleo-sintesi. Fortunatamente, per Gamow e , soprattutto, per Alpher, che eseguiva materialmente i calcoli, proprio in quegli anni, il Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti stava togliendo il segreto di Stato sulle misurazioni d’urto nucleare. Queste misurazioni erano indispensabili per capire quanto uranio dovesse essere usato sia nel caso di reazioni nucleari incontrollate, es. Bombe atomiche, sia controllate, come nelle centrali nucleari. Maggiore era la sezione d’urto, e più alta sarebbe stata la possibilità di un’interazione nucleare, con conseguente diminuzione dell’uranio impiegato Nessuno, all’epoca, aveva pensato di usare dati bellici, per applicarli al problema dell’origine dell’universo: ciò testimonia la grandezza del genio di Alpher, il quale, ricordiamolo, in pratica, era ancora uno studente che, in questo modo, stava preparando il suo dottorato! Insieme al suo professore, Gamow, studiò per tre anni il problema, fino a che non fu in grado di giustificare da un punto di vista matematico, la proporzione,realmente osservata, di un nucleo di elio ogni dieci di idrogeno. Applicando le leggi della fisica nucleare alle condizioni iniziali dell’universo, nel quadro del Big Bang caldo-teorizzato da Gamow-, aveva dimostrato che l’universo si era evoluto e non poteva essere eterno: un’altra grande prova a favore del Big Bang. Mancava, è vero, una spiegazione della nucleo sintesi degli elementi più pesanti, tuttavia, aveva spiegato al mondo come mai oltre il 99% dell’universo fosse costituito da idrogeno ed elio. Ogni precedente tentativo di giustificare la presenza dell’elio a partire dalle stelle, si era rivelato infruttuoso: le reazioni nucleari stellari erano troppo lente e potevano giustificare solo una minima frazione dell’elio osservato. In questa occasione si rivelò, ai danni di Alpher, tutta la carica istrionica di Gamow: nell’eccitazione del momento, nel consegnare l’importantissimo articolo alla rivista Physical Rewiew, che doveva pubblicarlo il primo aprile- pesce d’aprile…- 48, il fisico sovietico, senza che nessuno sapesse nulla, aggiunse all’ultimo momento il nome del fisico Hans Bethe (1906-2005),- noto per i suoi studi sulle reazioni termonucleari nelle stelle che gli varranno il Nobel per la fisica nel 1967- allo scopo di ottenere, con riferimento alle iniziali greche del nome di ciascun autore, nel titolo dell’articolo, il seguente gioco di parole: Alpher(alfa), Bethe(beta), Gamow(gamma)!Da allora,infatti, questo pezzo,che è uno dei più importanti mai scritti nella storia della scienza, è unanimemente conosciuto come articolo alfa,beta,gamma. La qual cosa, ovviamente, offese, e a ragione, il povero Alpher: essendo,di gran lunga il più giovane e il meno titolato dei tre, temeva,come infatti avvenne, di essere sottovalutato… Torniamo alle vicende scientifiche strictu senso. Ora, c’erano due grosse prove a favore del Big bang; l’espansione dell’universo e le abbondanze relative di idrogeno ed elio. Tuttavia, restavano alcune difficoltà,apparentemente insormontabili: non si trovava la via,nel quadro del big bang, per produrre gli elementi più pesanti dell’elio. Anzi, le ricerche sembravano giunte ad un punto morto: nel procedere dall’elio al carbonio, si giungeva al cosiddetto crepaccio 5,problema che vedremo in seguito, e la catena di nucleo sintesi si arrestava. Mentre discutevano di questi problemi, Gamow ed Alpher, furono avvicinati da Robert Herman(1914-1997), altro giovane fisico,figlio di emigrati russi ebrei come Alpher. Soprattutto i due giovani ricercatori, si applicarono ad un altro aspetto del problema del Big Bang. Partirono dall’epoca studiata dal pezzo Alfa,Beta,Gamma: l’universo era ormai troppo freddo per continuare a produrre elementi attraverso la fusione nucleare, ma era ancora abbastanza caldo da sussistere nel quarto stato della materia: il plasma. Ricordiamo brevemente gli stati della materia: solido,ES ghiaccio, nel quale i legami fra le molecole sono stabili e forti; liquido, nel quale ,grazie alla fornitura di energia i legami fra molecole si allentano, divenendo fluidi, come l’acqua che beviamo; gassoso, nel quale ulteriore energia ha rotto ogni legame fra molecole,che sono,così, libere di vagare, ES vapore; plasma, nel quale l’energia in gioco è tale che, non sussistono più neanche gli atomi, completamente separati in nucleo ed elettroni ,liberi di vagare, come nel neon che accendiamo ogni sera…Da qui ripartirono Alpher ed Herman, con un ‘ulteriore novità rispetto allo studio Alfa,Beta,Gamma: effettuarono i loro calcoli, nel quadro offerto dal modello di universo in espansione,anziché statico. Questo cambio di “paradigma”, fu decisivo. A circa un’ora dalla creazione, l’universo si presentava pieno di elettroni, con carica elettrica negativa, che inutilmente cercavano di “accoppiarsi”, con i nuclei di idrogeno, protoni con carica elettrica positiva: questo perché, la naturale “attrazione”di tipo elettrico era sovrastata, in termini quantitativi, dall’energia fornita da una temperatura ancora troppo alta, che costringeva elettroni e protoni a sbattere gli uni contro gli altri, senza potersi legare a formare nuclei stabili di idrogeno ed elio. Inoltre, questo Universo giovanissimo è ripieno di fotoni, i quanti di luce, i quali hanno una speciale affinità con gli elettroni che vagano liberi nello spazio. Risultato: il cosmo, seppur ripieno di luce, è in realtà buio, perché i fotoni legandosi con gli elettroni non riescono a propagarsi e, dunque, ad illuminare.

In questo contesto si inserisce il grande lavoro di Alpher ed Herman; nel quadro di un universo non statico, si chiesero cosa sarebbe accaduto a quel mare di plasma-ribattezzato Ylem- inserendo nei calcoli i fattori tempo ed espansione. Fu la svolta decisiva. Inserendo quelle variabili nei calcoli, si accorsero di un risultato sbalorditivo; l’energia in un universo in espansione, disperdendosi in un volume progressivamente crescente, diminuisce fino ad arrivare a una soglia critica al di sotto della quale il plasma cessa di essere tale, permettendo, così’, agli elettroni di rallentare producendo due risultati gravidi di conseguenze: primo, la formazione di nuclei leggeri, come idrogeno ed elio. Secondo, i fotoni si “liberano” dall’abbraccio “mortale” con gli elettroni; ora, essendo liberi di vagare, accendono l’universo,che termina di essere opaco e buio. Il talento matematico di entrambi, consentì ad Alpher ed Herman di fare dei calcoli e una previsione molto precisa e decisiva nella storia della scienza. Calcolarono che lo stato di transizione dal plasma agli atomi doveva avvenire ad una temperatura di circa 3000 K e circa 300 mila anni dopo la creazione dell’universo. A questo passaggio fu dato il nome di ri-combinazione. Contestualmente, ebbero la geniale intuizione di comprendere che quella “luce” liberatasi al momento della ri-combinazione con una energia altissima, doveva trovarsi ancora oggi,uniformemente, in tutto lo spazio ad una temperatura,naturalmente, molto inferiore; a motivo ,come abbiamo già visto, che i fotoni sono incapaci di interazioni con gli atomi elettricamente neutri formatisi con la progressiva espansione/raffreddamento dell’universo. Calcolarono che ad una temperatura di 3000 k questa luce dovesse avere una lunghezza d’onda di circa un millesimo di millimetro, mentre, per i nostri giorni , stimarono, a causa dell’avvenuto raffreddamento una lunghezza d’onda di circa un millimetro, invisibile dall’occhio umano, ma potenzialmente rilevabile da apparecchiature appositamente costruite.

In conclusione: scrissero che il cosmo intero avrebbe dovuto essere permeato da una debole radiazione di fondo, nel campo delle micro-onde, proveniente in modo uniforme da tutte le direzioni, stimando per essa una temperatura di circa 5 K! Andarono vicinissimi al bersaglio. Ora era possibile fare ricerche e accettare definitivamente la teoria del Big bang: dopo l’espansione dell’universo, e il calcolo delle percentuali di idrogeno ed elio iniziali, un altro tassello era stato potenzialmente trovato. Se i due avessero sbagliato, il modello Big Bang sarebbe stato affossato, diversamente avrebbe trionfato. A questo punto, accade qualcosa di incredibile, sembra quasi una “ maledizione”, per chi lavora alla teoria del Big bang: una serie di circostanze sfortunate attenuerà ,per decenni, e si concluderà ,comunque, con la mancata assegnazione del premio Nobel ai tre e in particolare , velerà nell’opinione pubblica, i meriti reali di Alpher ed Herman, un po’ meno quelli di Gamow. In sintesi; nel 48, Gamow manda prima alla rivista Nature e poi a al duo Alpher-Herman, un articolo sull’universo primordiale. I due, che stavano per inviare, alla stessa rivista, l’articolo con la famosa previsione della radiazione fossile(5K), si accorgono di un errore matematico nel lavoro dell’antico maestro e lo avvisano; quest’ultimo,- essendo ormai troppo tardi per ritirare o correggere l’articolo-,correttamente, segnala il fatto al Direttore di Nature, pregandolo di pubblicare nel numero immediatamente successivo, la correzione di Alpher-Herman: così avvenne. Nei cinque anni successivi, Gamow pubblicò altri 3 articoli nei quali propose, per la radiazione fossile, valori variabili fra i 3k e i 7K, senza darne ,tuttavia, un’adeguata giustificazione matematica. Gamow,nei suoi pezzi,stavolta, non citò mai i lavori più corretti dei suoi ex-allievi e ciò determinerà un loro maggiore oblio nella coscienza collettiva. Oblio,però, che ,seppur in misura minore, colpì anche lo stesso Gamow. Vediamo come. Incredibilmente, tra il 48’ e il 64’, nessuno si prende né la briga di leggere i lavori pionieristici dei 3 sulla radiazione fossile, né, tantomeno, di ricalcolarla in maniera indipendente. Una sorta di incomunicabilità impediva di passarsi i risultati tra fisici sperimentali e teorici; una situazione,questa, così descritta dall’astrofisico Jean-Pierre-Luminet:”I teorici non sapevano che una radiazione di bassissima temperatura fosse rilevabile sperimentalmente, e gli sperimentali non sapevano che potesse esistere una radiazione dell’universo primitivo”. Le difficoltà attraversate dai tre,anni dopo, furono così riassunte da Alpher:”Spendemmo un sacco di energia tenendo discorsi sul nostro lavoro. Nessuno ci diede ascolto; nessuno diceva che poteva essere misurata”. Questo accadeva tra il 48 e il 53. In quel momento storico, il modello del Big Bang segnava il passo: l’incapacità persistente a spiegare come si erano formati gli elementi più pesanti, lo relegava dietro al modello stazionario di Hoyle (1915-2001) , Hermann Bondi(1909-2005) e Thomas.Gold (1920-2004) ! Pertanto, oltre dieci anni dopo, nel 64, nessuno nemmeno si ricordava più del loro lavoro pionieristico sulla radiazione fossile; l’idea del Big Bang,dunque, era posta in una posizione d’attesa e solo la scoperta della radiazione fossile avrebbe potuto salvarla. Così avvenne, per un caso ,forse, più unico che raro di serendipità- cioè di scoperta casuale, mentre si cerca altro- nella storia della scienza. Verso la metà degli anni 60’ Arno Penzias e Robert Wilson, due radioastronomi che lavoravano per i Laboratori Bell, impegnati nelle telecomunicazioni, chiesero e ottennero dalla Compagnia l’utilizzo di una gigantesca antenna a tromba, poi trasformata in radiotelescopio, per monitorare la purezza dei segnali radio provenienti dal cielo. In pratica, si proponevano di trovare un modo per eliminare il rumore, cioè un’interferenza casuale che “sporca” il segnale radio di origine celeste. Puntarono l’antenna su porzioni di cielo prive di radiosorgenti, aspettandosi di trovare, dunque, solo un disturbo trascurabile. Diversamente, rimasero assai sorpresi nel rilevare un livello di rumore abbastanza elevato, quasi fastidioso. Formularono diverse ipotesi, dando man mano la colpa perfino alle deiezioni di due piccioni! Ma il rumore rimaneva lì; perplessi, da bravi scienziati, cercarono a fondo una spiegazione plausibile: mai e poi mai, non essendo minimamente a conoscenza dei lavori di Gamow, Alpher ed Herman, avrebbero pensato di collegare quel “rumore” fastidioso al momento stesso della creazione! Quasi in contemporanea, il gruppo di lavoro facente capo ai fisici Robert Dicke81916-1997) e James Peebles, anch’essi all’oscuro delle predizioni di Gamow, Alpher ed Herman, predisse l’esistenza di una radiazione fossile. Fortunatamente, Penzias aveva parlato di questo problema con Bernard Burke, il quale era a conoscenza del lavoro di Dicke e Peebles e, finalmente, in poco tempo il mistero fu risolto. La scoperta della radiazione fossile era la prova regina a favore del Big bang. Grandi onori, Nobel compreso, piovvero addosso a Penzias e Wilson, mentre continuò l’oblio per Gamow,Alpher ed Herman e soprattutto per gli ultimi due ,opacizzati anche da Gamow. Questa vicenda insegna ancora una volta ,semmai ce ne fosse bisogno, che, in realtà, i pregiudizi filosofici sono sempre prepotentemente all’opera, anche nella scienza. Il vero motivo,infatti, della’dimenticanza, per tanti anni, del lavoro del trio Gamow,Alpher ed Herman , ha a che fare con le implicazioni filosofiche dello stesso. Uno dei più grandi fisici del novecento, Steven Weinberg, Nobel nel 1979, lo scrisse candidamente , nel suo libro divulgativo di maggior successo,I primi tre minuti. Dopo aver elencato le prime due cause scrive:”In terzo luogo, ed è questo a mio avviso l’elemento più importante, la teoria del Big Bang non condusse a una ricerca del fondo di radiazione cosmica di 3 K perché era estremamente difficile per i fisici prendere sul serio qualsiasi teoria sulle origini dell’universo”(…)L’aspetto più rilevante della recente scoperta della radiazione di fondo di 3 K è stato quello di costringerci a considerare seriamente l’idea che l’universo abbia avuto un inizio”..Non meno chiaro, fu uno degli scopritori della radiazione fossile,Arno Penzias, che dopo aver “affossato”il modello eterno ed increato di Hoyle, disse:”Ho imparato la cosmologia da Hoyle al Caltech e mi piaceva molto l’universo dello stato stazionario. Da un punto di vista filosofico continua a piacermi.”Recentemente, anche Papa Francesco è tornato sulla questione. Riflettendo sul Big Bang ,ha detto:” L’inizio del mondo non è opera del caos che deve a un altro la sua origine, ma deriva direttamente da un Principio supremo che crea per amore. Il Big-Bang, che oggi si pone all’origine del mondo, non contraddice l’intervento creatore divino ma lo esige. L’evoluzione nella natura non contrasta con la nozione di Creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono”. .(…) Lo scienziato dev’essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore”.

Mentre il Brain Training (l’allenamento del cervello) è diventato solo di recente un tema attuale, l’importanza dell’attività fisica gode già da tempo di una consolidata considerazione nella nostra società.

L’allenamento fisico non è solo un ‘must’ per i più giovani o per gli amanti del corpo palestrato, per chi vuole sfoggiare addominali o muscoli definiti. Lo sportha assunto un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana anche di tutti coloro che hanno deciso di abbracciare la filosofia di uno stile di vita corretto e che vogliono unire ad una buona alimentazione anche del sano movimento.

Partendo dai benefici sul funzionamento del cuore e dagli equilibri cardiovascolari, fino ad arrivare ai muscoli tonificati e al miglioramento del funzionamento generale del nostro organismo, l’attività sportiva è diventata uno strumento chiave del quotidiano, per mantenersi attivi e in salute, non solo per chi avanza con l’età. Sull’importanza di praticare sport c’è un gran consenso generale: l’invigorimento fisico porta a vivere una vita più lunga e sana e serena.

Con occhi ancora un po’ pieni di sfiducia viene invece visto il brain training, l’allenamento del cervello. Sulla sua efficienza le opinioni si spaccano in tendenze opposte, anche se lo stesso cerca con le filosofie di nuova generazione di farsi largo tra la folla e raggiungere un posto in prima fila, accanto alla cura e al mantenimento del corpo.

La parola 'brain training' è stata coniata nel 1980 da Siegfried Lehrl, psicologo tedesco che si è occupato nei suoi studi della misurazione e delle variazioni delle prestazioni mentali sia nelle persone sane che in quelle malate. Anche se l’introduzione di una parola apposita risale solo a tempi recentissimi, l’idea in sé risale già a tempi più antichi.

A differenza di un computer che memorizza dati e informazioni e impara una sola volta tutto ciò che deve, il cervello è molto più simile ad un muscolo che obbedisce alla stessa regola di base di tutti gli altri muscoli del nostro corpo: "use it or loseit". L'idea in sé potrebbe sembrare deprimente, ma l'analogia va oltre: comportandosi esattamente come un muscolo, il cervello può essere portato non solo a tornare in forma, ma anche ad avere una prestazione notevolmente migliorata.

Secondo diversi studi, il cervello raggiunge tra i 16 e i 25 anni d’età il suo livello maggiore di intelligenza e capacità di prestazione. Giochi e Rebus come Sudoku o le parole crociate vengono considerati dei passatempi interessanti e utili per le persone che vogliono tenere sveglia la mente.

Circa 100 milioni di anni fa l’Africa, staccatasi dal Sudamerica, iniziò la sua deriva andando successivamente a collidere con l’Europa ed originare con l’orogenesi alpina le nostre montagne. In tempi molto più recenti, circa 30 milioni di anni di anni fa, nell’area che comprende la Valsesia la spinta dell’Africa causò il ripiegamento dell’intera crosta terrestre, spingendola verso l’alto e facendo risalire le sue parti più profonde con tutto il sistema di alimentazione del supervulcano. Questo è avvenuto in corrispondenza della Linea Insubrica che a partire da Ivrea percorre tutte le Alpi lungo il limite tra la zolla africana e quella europea.

Così, grazie a questo processo qui descritto in modo molto semplice, oggi possiamo osservare direttamente quello che succedeva nella crosta terrestre sotto al vulcano fino a profondità di circa 25 chilometri: lo si vede percorrendo in discesa la valle, lungo il fiume Sesia, da Balmuccia (la parte più profonda del vulcano risalita in superficie) fino a Prato Sesia. È una situazione unica al mondo e continuare a studiarla consentirà di migliorare la comprensione dei sistemi magmatici con evidenti benefici per il monitoraggio dei vulcani attivi”.

La presenza del supervulcano nelle valli del Sesia, abbinata alla vasta area di Wilderness rappresentata dall'area montuosa del Parco nazionale della Val Grande che si estende tra Ossola e Lago Maggiore, ha portato nel settembre 2013 al riconoscimento da parte dell'Unesco del Sesia Val Grande Geopark. Questo ha consentito all’Italia di essere il primo Paese in Europa, il secondo al Mondo per numero di Geoparchi; un richiamo per studiosi e turisti da tutto il mondo che possono visitare le grandi ricchezze geologiche, naturalistiche, storiche e culturali.

 

Nel cuore delle Alpi occidentali, nella parte più settentrionale del Piemonte al confine con la Valle d’Aosta e la Svizzera, c’è il fossile di un supervulcano e noi saremo lì, scenderemo a vederlo da vicino durante La Settimana del Pianeta Terra” ha affermato Alice Freschi, Presidente Associazione Geoturistica Supervulcano Valsesia al Corriere del sud, annunciando la spettacolare escursione che vedrà protagonista il Supervulcano scoperto nella Valle del Sesia ed in programma durante La Settimana del Pianeta Terra organizzata, solo in Italia, dalla Federazione Italiana Scienze della Terra. “Saremo ai piedi del Monte Rosa – ha proseguito Freschi– e vedremo il S. Monte di Varallo uno dei sette Sacri Monti riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità di grande valore artistico. Entreremo in un vero Museo all’aperto con continue e straordinarie opere lungo l’escursione. Ammireremo i vigneti ed i terreni strettamente legati alla presenza del supervulcano.

Il merito della scoperta di questa realtà geologica – è infatti qui esposto il sistema di alimentazione di un vulcano, caso unico al mondo - va ai professori Silvano Sinigoi dell’Università di Trieste e James E. Quick della Southern Methodist University di Dallas, che da oltre trent’anni studiano la geologia del bacino del Sesia.

In Valsesia da oltre cento anni si sapeva infatti dell’esistenza di rocce vulcaniche  ma non ne era chiara l’origine e che tutte avessero all’incirca la stessa datazione”.

La storia ha inizio circa 290 milioni di anni fa quando sulla Terra esisteva un unico ed enorme continente, la Pangea, che comprendeva tutti i continenti come li conosciamo oggi. La zona della futura Africa, ancora attaccata a quello che è ora il Sudamerica, era teatro di eruzioni vulcaniche disastrose, spesso esplosive.

“È una situazione straordinaria unica al Mondo. Vedremo direttamente e da vicino quello che accadde milioni di anni fa nella crosta terrestre sotto al vulcano fino ad una profondità di 25 chilometri, nel cuore delle Alpi” dichiara Freschi...

“Qui, circa 280 milioni di anni fa e dopo quasi dieci milioni di anni di eruzioni – ha concluso Freschi -  dove si era formato un grosso complesso vulcanico è avvenuta la catastrofe: il vulcano è collassato formando una voragine di almeno 15 chilometri di diametro. In poco tempo sono stati sparati in aria più di 500 chilometri cubi di materiale piroclastico, nubi ardenti e ceneri, che hanno sicuramente oscurato il cielo per anni.

Copertina_Marchesini_La psicologia e san Tommaso

Una delle tendenze culturali più insidiose degli ultimi decenni è stata senz'altro la formidabile ascesa della psicanalisi freudiana che è entrata a pieno titolo, in un arco di tempo relativamente breve, come magna pars della cultura mainstream. Libri di e su Freud affollano ormai gli scaffali di intere librerie mentre i suoi approcci e i suoi canoni interpretativi sono diventati nel frattempo intellettualmente condivisi sia dalla classe medica che dall'uomo della strada. Cinema, teatro e letteratura, da parte loro, hanno contribuito in modo tutt'altro che marginale a fare da preziosa cassa di risonanza a questa operazione (letteramente esplosa negli anni intorno alla Contestazione del 1968) rinnovando continuamente l'attualità dello studioso austriaco. Duole ammettere che a fronte di questo vero e proprio attacco frontale all'origine e allo scopo della natura e della persona umana che - nell'ottica freudiana - venivano ridotte unilateralmente alla sola dimensione materialistica (peraltro deformata) la risposta della comunità cristiana è stata per tanti, troppi anni un imbarazzato silenzio. Ben venga quindi questo volume di Roberto Marchesini (cfr. La psicologia e san Tommaso d'Aquino. Il contributo di padre Duynstee, Anna Terruwe e Conrad W. Baars, D'Ettoris Editori, Crotone 2013, pp. 88, Euro 9,90) che proseguendo un cammino avviato anni fa con lo studio e la diffusione degli scritti (inediti in Italia) dello psichiatra e psicologo austriaco Rudolf Allers (1883-1963), continua a proporre al grande pubblico, come agli specialisti, possibili voci alternative - scientificamente plausibili - ma decisamente fuori dal coro rispetto alle scuole psicanalitiche tuttora dominanti (e riconducibili non solo a Freud, ma anche allo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961)). Come spiega infatti il Segretario Generale della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC), Ermanno Pavesi, nell'“Invito alla Lettura” (pp. 9-14) che apre l'opera, la 'lezione' di Jung - accolta da numerosi discepoli e feconda di rilevanti conseguenze pratiche - è consistita perlopiù nel sostenere che “solo il distacco dal cristianesimo avrebbe consentito di scoprire la complessità dei dinamismi psichici e la loro conflittualità” (pag. 10), sancendo così l'addio a ogni residua possibilità di accordo tra i dati della Rivelazione e la moderna psicologia del profondo.

Contro questa interpretazione, però, si sono ammirevolmente battuti, fin dalla seconda metà del Novecento, due psichiatri cattolici olandesi, Anna Terruwe (1911-2004) e Conrad Baars (1919-1981) che hanno invece “riconosciuto la validità dell'antropologia di Tommaso d'Aquino” e hanno cercato, conseguentemente, “di conciliarla con le teorie della psicologia del profondo moderna” (pag. 14) arrivando a inquadrarne anche i principali disturbi clinici. Si tratta quindi di un lavoro pionieristico, ancora troppo poco noto in Italia e invece decisamente da rivalutare come scrive – a seguire – lo studioso argentino Martin F. Echavarrìa nella successiva “Presentazione” (pp.15-22). Ancora oggi, in effetti, “le filosofie, e in particolare le antropologie sulle quali si fondano la maggior parte delle scuole di psicoterapia, sono non soltanto lacunose, ma in generale apertamente contrarie alla sana ragione e a quello che sull'uomo ci insegna la Rivelazione” (pag. 16). Il dato fondamentale della centralità del libero arbitrio nelle azioni umane, ad esempio, o la dimensione costitutiva dell'essere umano quale “animale familiare” (pag. 20) che nasce e cresce all'interno di una famiglia, per citare solo due punti tra i tanti, vengono regolarmente oscurati dai 'professionisti' della psiche odierna secondo cui, tendenzialmente, la colpa o il male non derivano mai (o quasi mai) dal singolo che agisce contro ragione (e contro natura) ma dall'ambiente che lo circonda e lo plagia, dalla 'società', dalla 'scuola', dalle 'strutture', dallo 'Stato' eccetera. La famiglia quale prima cellula della società, nonché luogo essenziale di apprendimento del reale, poi, rappresenterebbe uno di quegli ostacoli da rimuovere per il 'libero' sviluppo del singolo e quindi qualcosa (comunque di 'culturale' e di costruito, non di biologico e preesistente) da combattere in ogni modo.

Ripercorrendone la biografia e la produzione bibliografica l'Autore spiega che i due studiosi olandesi si sono formati alla scuola del padre redentorista Willem Jacobus Antonius Joseph Duynstee (1886-1968), teologo morale di vaglia (fu docente e poi rettore dell'Università Cattolica di Nijmegen) che tenne coraggiosamente le posizioni dottrinali in anni certo non facilissimi per il cattolicesimo olandese. Fu grazie ai suoi iniziali studi critici, d'impostazione tomista, sulla teoria della repressione freudiana che Terruwe e Baars poterono in seguito elaborare dei solidi modelli clinici che, riprendendo la dottrina delle passioni dell'Aquinate, riuscivano a dare comunque conto dei risultati della più recente esperienza clinica mostrando come delle riflessioni più tardi confluite anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II (1992) potessero essere suffragate anche da un punto di vista strettamente psicanalitico. Il bello è che, come spiega ancora Marchesini approfondendo la categoria ermeneuticamente-chiave, da un punto di vista terapeutico, degli 'atti liberi' - ovvero quelli determinati direttamente dalla volontà - “il concetto di peccato originale é fondamentale sia dal punto di vista antropologico e psicologico che da quello morale e penale” (pag. 66) nonostante la società contemporanea – come noto – si fondi in larga parte sull'assunto opposto, seguace com'è, in questo ma non solo in questo, dell'idea giustificazionista del pensatore ginevrino Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) “secondo la quale l'uomo sarebbe buono per natura e senza peccato originale”. Anche qui, però, ricordando l'indimenticabile, e ancora di san Tommaso, “contra factum non valet argomentum”, le evidenze della realtà sembrano essere decisamente diverse rispetto all'ideologia di comodo. Chiudono l'opera una sintetica “Postfazione” del teologo domenicano padre Giovanni Cavalcoli e un'utile “Appendice” con la descrizione schematica di alcuni princìpi aristotelico-tomisti e della loro applicazione clinica. Il risultato finale è un riuscito 'antidoto' al pensiero unico e una salutare, c'è da sperare che sia solo agli inizi, inversione di tendenza nei nebulosi sentieri della psicanalisi dei giorni nostri.

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