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Il perdono: questo complesso ed arduo sentimento

Il perdono è una evoluzione psicologica particolarmente difficile ed articolata. Nella maggior parte dei casi richiede tempi alquanto lunghi, anche se il solo trascorrere del tempo, il più delle volte, non basta perché la persona offesa possa perdonare.

Richiede uno sviluppo propedeutico profondo e consapevole, in grado di coinvolgere ogni possibile dote e ogni risorsa della persona interessata.

Gli insulti, i torti, le calunnie, le ingiustizie, possono essere di vario genere e sono avvertiti, dalla persona che si ritiene offesa, come comportamenti intenzionali scorretti ed iniqui. Determinano angosce e tormenti sia a livello fisico che psichico.

Il rancore è la conseguenza dalla convinzione di avere ricevuto un danno, una ingiuria, un oltraggio ingiustificati.

Comunque, bisogna distinguere la diversità di sentimenti avvertiti da chi riceve una offesa rispetto a chi l’offesa la compie, in quanto chi offende tende sempre a minimizzare e svalutare le proprie colpe ponendo in risalto l’involontarietà, la propria innocenza, la propria schiettezza e rettitudine, mentre chi riceve l’offesa enfatizza ed accentua la volontarietà, la premeditazione, la perfidia, respingendo e contestando ogni e qualsiasi forma di corresponsabilità.

Il perdono richiede, anzitutto, che la persona offesa assuma un atteggiamento aperto, sereno e non ostile nei confronti dell’oltraggiatore, del denigratore. È necessario, perciò, non serbare rancori profondi, non nutrire sentimenti di avversione e, soprattutto, essere convinti di non voler ricambiare l’offesa ricevuta.

Il perdono è un susseguirsi e un evolversi di sentimenti e di stati d’animo. Richiede una notevole capacità di autocontrollo tanto dei comportamenti, quanto degli impulsi, degli istinti. Presuppone il riconoscimento di essere degni di una diversa e migliore considerazione, ma richiede, anche, la volontà di voler concedere all’offensore una preziosa occasione per dimostrare, nei fatti, che quanto è avvenuto in precedenza è stato solo uno spiacevole episodio, un equivoco, ma che non vi era affatto alcuna volontà di offendere e di ferire.

Il dolore, la sofferenza, la significatività dell’offesa e gli effetti che determinano a livello psicologico, variano da soggetto a soggetto, indipendentemente dalla gravità della offesa stessa. Una importanza particolare è data sia al tipo di relazioni esistenti tra l’offeso e l’offensore, sia al senso, al valore, al rilievo che l’oltraggio assume per la persona offesa.

Il perdono concorre ad aiutare la persona oltraggiata a liberarsi da talune circostanze logoranti e faticose. Facilita e migliora le relazioni. L’attestazione del perdono è un atto della nostra ragione ed è indipendente da chi ha cagionato l’offesa. Il perdono, così inteso, implica la capacità di effettuare una scelta consapevole, vuol dire saper controllare l’impulso a volere reagire. Perdonare, comunque, non significa affatto giustificare il modo di agire dell’altro, significa, invece, trovare la giusta determinazione e la forza di staccarsi dalla sofferenza e dal risentimento causati dall’offesa ricevuta; vuol dire, in breve, liberarsi di un qualcosa che ci angustia.

Quando la nostra mente e il nostro cuore sono chiusi ed offuscati dal rancore, avvertiamo, sempre più forte, sentimenti di indignazione, di disappunto, di collera. Non riusciamo ad intuire quanto di giusto, di positivo, di valido e di vero è presente nella situazione che viviamo.

Quando, invece, siamo aperti, leali, sinceri, allora riusciamo a percepire e ad attribuire il giusto significato, valore e senso alla vita, ma soprattutto riusciamo ad aprirci ed a cogliere la felicità.

Riscoprire il perdono vuol dire imparare a voler bene ed a rispettare l’altro.

Spesso non è affatto difficile usare la parola “Perdono”, ma non ha alcun significato ed alcun senso se non è coinvolta e chiamata in causa tutta la persona. Certamente è indispensabile ed essenziale l’intenzionalità dell’azione, ma risulta scarsamente efficace se non sono coinvolti anche la ragione, l’intelletto, la razionalità, l’animo, la sensibilità.

Il perdono assume forma ed aspetto diversi nel caso in cui ad offendere è una persona di famiglia o di comprovata fiducia. In queste circostanze risulta maggiormente difficile perdonare, dal momento che si tratta di persone con cui esiste un forte legame affettivo oltre che una fiducia piena e completa. Si tratta di offese che appaiono subito ingiustificabili e inammissibili, proprio perché arrecate da persone in cui si era riposta incondizionata fiducia. Ma, invece, sono proprio i legami affettivi che devono aiutare e stimolare la persona offesa a ricercare un ravvicinamento ed una rappacificazione. La riconciliazione, in questo caso, concorre sia a salvare una relazione ed un rapporto ormai compromessi, sia a risanare ed arricchire la qualità del rapporto stesso.

Nel messaggio evangelico non esiste una regola del perdono, né sono consentiti confini o barriere.

Dobbiamo imparare a perdonare anche perché il primo a perdonare gli uomini è stato Dio e il perdono divino rappresenta, per il genere umano, un potente ed efficace motivo di indulgenza.

Ma, in definitiva, cosa significa perdonare?

E, poi, alla luce degli ultimi fatti di cronaca, è sempre possibile perdonare?

Ed, inoltre, può davvero perdonare una madre che perde un figlio solo perché si trovava nel momento sbagliato sull’aereo, nel museo, nella chiesa, nel mercato, sbagliati?

In questi casi non si tratta affatto di perdonare una persona, più o meno conosciuta, si tratta, invece, di perdonare una ingiustificata, incomprensibile ed inspiegabile furia omicida perpetrata da gruppi di persone che pretendono, fra l’altro, di agire in nome di ideali religiosi; la sola ragione difficilmente potrà venirci in aiuto. Ma è proprio in queste circostanze che il perdono può essere considerato come un “Dono”, come un “Atto di fede”.

Perdonare, in definitiva, vuol dire possedere la capacità e la forza di rispondere con il bene alle ingiustizie, alle iniquità, ai dispiaceri, al male ricevuto, al dolore che si prova.

Le offese subite stimolano in noi la nascita di sentimenti di avversione e di vendetta. La capacità di saper perdonare, invece, consente alla verità, al bene, al buono, al giusto, all’amore, di affiorare e di sconfiggere il male, le ingiustizie, la cattiveria, la sofferenza. Solo il perdono consente alla persona di controllare, superare e vincere i risentimenti, le irritazioni, il disprezzo, il rancore, l’odio.

Concedere il perdono e chiedere di essere perdonati sono le strade, forse le uniche, che danno dignità e fortezza all’uomo. Sono gli unici percorsi che offrono alla persona la possibilità di venir fuori da ataviche situazioni contrassegnate da profondo odio, disprezzo, avversione, repulsione.

Perdonare non significa affatto far finta che nulla sia accaduto e non pensare più ad una offesa ricevuta. Spesso, ed a torto, sentiamo dire: “Dimentichiamo – non pensiamoci più – facciamo finta di nulla, ecc.”. L’atto del perdono richiede, invece, che il torto ricevuto sia rielaborato e presente nella mente di chi lo ha ricevuto, affinché ci si possa liberare dall’amarezza e dal dolore che ha provocato. Questo sta a significare che il ricordare una ingiustizia ricevuta non provoca più in noi alcuna angoscia, alcun tormento. Il suo ricordo, invece, concorrerà a farci divenire più equilibrati, più sereni e responsabili.

San Paolo affermava: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”, e sosteneva ancora che bisogna: ”Annegare il male nella sovrabbondanza del bene”.

Quando ci troviamo in momenti di raccoglimento e di riflessione siamo convinti di amare Dio, senza sapere che il difficile, per noi, è amare Dio nel nostro prossimo, anche in quelle persone che consideriamo nostre nemiche.

Nell’Antico Testamento con l’espressione “Perdonare” si voleva mettere in evidenza la discordanza e il conflitto esistente tra la volontà umana e quella divina. Nel Nuovo Testamento, invece, questo termine assume il significato di “Mettere in libertà una persona”, ma significa anche “Perdono dei peccati”.

La Parabola del “Figliol Prodigo” è un valido ed efficace esempio di perdono. Il giovane, prima di chiedere al padre di essere perdonato, si pente della sua scelta e della sua condotta di vita. Il padre, comunque, nella sua mente e nel suo animo, lo aveva già perdonato. Il perdono è una libera, cosciente ed incondizionata scelta.

Il sentiero che conduce al perdono è sempre angusto ed irto di difficoltà. Gli intoppi e gli ostacoli aumentano nel tempo perché i sentimenti negativi si radicano sempre più forti nel nostro animo, soprattutto perché, il più delle volte, ci convinciamo di avere sempre ragione.

Per fortuna esistono ancora persone disposte al perdono. Sono proprio questi validi esempi che ci invitano a scegliere tra il perdonare una offesa ricevuta o assumere comportamenti di vendetta.

Perdonare significa creare le premesse per un domani migliore e diverso a livello relazionale, affettivo ed umano. Vuol dire fidarsi dell’altro, ed è proprio questo atto di fiducia che ci consente di intraprendere la via della riconciliazione e del rispetto per l’altro.

Il perdono, in definitiva, è un beneficio per chi lo riceve, ma è un bene ancora più grande per chi lo concede. Perdonare, quindi, vuol dire abbattere quel muro che ci separa dall’altro, così come ha fatto Gesù Cristo, l’unico che ha realizzato il vero Perdono.Ebbene, solo quando saremo in grado di raggiungere questa consapevolezza ci verrà naturale e spontaneo PERDONARE!

 

 

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