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Venerdì, 16 Aprile 2021

Scontri al Cairo

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Sarebbero circa 600 i feriti negli scontri di stamani al Cairo fra manifestanti e forze dell'ordine, in piazza Tahrir e nei pressi del ministero dell'Interno. Lo ha reso noto il ministero della Sanità egiziano.

Migliaia di persone stanno convergendo sul ministero dell'Interno egiziano in una strada adiacente a Piazza Tahrir e le forze dell'ordine stanno cercando di disperderle con lanci di lacrimogeni e cariche.
Molte strade di accesso alla grande piazza, epicentro della rivolta anti Mubarak, sono chiuse al traffico da improvvisati servizi d'ordine. Le strade sono lastricate di sassi e di pietre e l'aria è densa di gas lacrimogeni.

Un migliaio di manifestanti è tuttora sulla grande piazza al centro del Cairo, lanciando slogan che chiedono la rimozione del capo del Consiglio Supremo delle forze armate, Hussein Tantawi, che in nottata ha diffuso un comunicato per condannare gli incidenti.
In nottata la giunta militare ha diffuso il suo comunicato numero 65 definendo gli incidenti in piazza "deplorevoli" e affermando che il loro unico obiettivo é quello di "destabilizzare il paese secondo un piano organizzato basato sull'uso del sangue dei martiri per seminare divisioni tra i rivoluzionari e le istituzioni della sicurezza". Il Consiglio militare ha fatto appello "al popolo egiziano e ai giovani della rivoluzione a non seguire questi richiami".

Secondo il giornale on line Al Masry Al Youm, i disordini sono cominciati dopo che sono state arrestate diverse persone, una quindicina secondo testimoni, di un gruppo di parenti di manifestanti uccisi nei giorni della 'rivoluzione del 25 gennaio' - che ha portato alla caduta del rais Hosni Mubarak - i quali stavano protestando nel quartiere di Aguza.
I manifestanti scandivano lo slogan: "Il popolo vuole la caduta del generale", riferendosi a Mohammed Hussein Tantawi, capo del Consiglio supremo militare che ha preso il potere in Egitto, ed ex ministro della difesa del deposto presidente Mubarak.

Il 17 dicembre 2010 un giovane venditore ambulante tunisino si e' dato fuoco per protestare contro i soprusi della polizia e cosi' facendo ha incendiato una intera regione. A sei mesi dal tragico gesto di Mohamed Bouazizi, il Medio Oriente vive la sua piu' grande stagione di cambiamento dalla fine dell'epoca coloniale, ma la primavera araba, cominciata nella violenza, pur con grandi speranze rimane incompiuta anche nei paesi come Tunisia e Egitto dove la rivolta popolare e' riuscita a cacciare regimi decennali. E l'instabilita' accresce l'apprensione di Israele, che dopo avere perso un alleato storico come il presidente egiziano Hosni Mubarak, guarda con grande attenzione a quanto avviene nell'altro vicino, la Giordania, unico paese arabo con l' Egitto ad avere firmato la pace.

La transizione verso la democrazia in Tunisia marcia a tappe serrate con l'apertura il 20 giugno del processo contro l'ex dittatore Zine El Abidine Ben Ali e molti personaggi del suo entourage e il 23 ottobre si terranno le prime elezioni legislative del dopo rivoluzione. Ma il percorso non sara' facile, vista la difficile situazione economica del paese che ha gia' indotto molti ad accaparrarsi generi alimentari in vista del mese di Ramadan, ad agosto. Situazione analoga anche in Egitto dove pero' il quadro e' complicato dal fatto che si tratta del piu' grande paese del mondo arabo, percorso da anni da forti tensioni interreligiose, e che ha tuttora un ruolo strategico determinante per la sua vicinanza con Israele. La decisione di fissare la prima udienza del processo contro l'ex rais e i suoi figli per il 3 agosto ha per il momento depotenziato la rabbia dei manifestanti che chiedono che 'giustizia sia fatta'.

Nel frattempo, mentre si avviano partiti di ispirazione islamica piu' o meno integralista, prende piede l'idea di indire una nuova mega-manifestazione l'8 luglio, per chiedere che la Costituzione venga scritta prima delle legislative, al momento previste per settembre, per impedire che a cambiarla sia il partito che sulla carta ha le maggiori chance di ottenere la maggioranza, i Fratelli musulmani. La primavera araba non sta sbocciando in Libia dove il colonnello Muammar Gheddafi tiene duro e la coalizione internazionale non riesce a sbloccare militarmente la situazione ne' in Siria, dove il presidente Bashar al Assad porta avanti da mesi una repressione sanguinaria che ha causato oltre un migliaio di morti e un flusso sempre crescente di rifugiati che scappa verso la vicina Turchia.

E proprio ad Ankara, soprattutto alla luce del recente trionfo elettorale di Recep Tayyib Erdogan, che guarda il mondo arabo in subbuglio per vedere se quel modello di democrazia fondata su un islam moderato ma non ostile a Occidente e Usa possa essere esportabile nelle nascenti democrazie arabe. Nei paesi del Golfo, percorsi da rivolte congelate in Bahrein e in Yemen, si guarda all'Arabia saudita come ultimo baluardo del vecchio mondo anche in chiave anti Iran. Ma una piccolo gesto, come quello di una giovane donna che ha sfidato il divieto di guidare l'automobile da sola, potrebbe essere un altro catalizzatore di scontento, come quello del venditore ambulante tunisino. L'appuntamento e' per venerdi' quando le donne saudite e non si metteranno al volante e posteranno i loro video su youtube, perche' il mondo veda.

Esponenti dei ribelli libici sono arrivati nella sede della Corte penale internazionale all'Aja dopo il mandato di arresto spiccato ieri dalla Cpi contro Gheddafi. "Si sono presentati alla Corte per dire che sono a disposizione per eseguire l'arresto di Gheddafi", ha riferito il procuratore della Corte, Luis Moreno-Ocampo, in un incontro stampa all'Aja.
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