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Venerdì, 03 Febbraio 2023

Meloni agli alleati: concorrere tutti all'interesse nazionale

La Lega ha riunito il Consiglio federale per rilanciare i 'desiderata' per l'esecutivo (Viminale, Agricoltura, Infrastrutture e Riforme e Autonomia) e puntare a una accelerazione sulla formazione del governo. Del resto, la stessa premier in pectore ieri ha spiegato ai cronisti che bisogna fare in fretta perché ci sono delle urgenze da affrontare.

Forza Italia e la Lega hanno avanzato le proprie richieste ma sui nomi si tratterà, con il mantra in FdI che serve un governo con professionalità di alto profilo. Berlusconi e Salvini non vogliono ripetere l'esperienza - lo confidano sia esponenti azzurri che del partito di via Bellerio - dello scorso esecutivo, quando fu il premier Draghi di fatto a scegliere tutti i membri di governo.

In cima alle priorità del presidente di FdI c'è il dossier energia. Nel primo pomeriggio ha incontrato alla Camera il ministro Cingolani per concordare la strategia, in una logica "non di inciucio", come ha sottolineato ieri Meloni, "ma di transizione" tra il vecchio governo e quello che nascerà. Domani il presidente di FdI riunirà l'esecutivo del partito. Sarà un passaggio formale per ringraziare la classe dirigente e per far sì che il partito dia il 'mandato' per l'incarico a Palazzo Chigi, ma anche l'occasione per rilanciare ciò che ha sottolineato oggi Meloni. Ovvero "la necessità" di guardare al Paese, affinché tutti "concorrano, pur nelle differenze, all'interesse nazionale" per affrontare "le difficili sfide che l'Italia ha davanti".

Ma formalmente, sottolinea anche un 'big' di FdI, l'intenzione è quella di discutere dei nomi dopo il passaggio al Quirinale, ovvero dopo aver ricevuto l'incarico. Una intenzione per rispettare il dettame costituzionale ma anche per valutare al meglio il da farsi. Ha più volte detto di avere in testa i nomi ("Sta lavorando giorno e notte" per completare la lista, "la sintesi" spetta a lei, rimarca La Russa).

"Spero che il senso di responsabilità della politica prevalga sull'odio ideologico, perché l'Italia e gli italiani devono tornare a correre, insieme". Lo scrive il presidente del Consiglio in pectore e presidente di FdI, Giorgia Meloni.  

la leader del primo partito italiano ha parlato anche delle minacce rivolte nelle ultime ore a Ignazio La Russa, neo presidente del Senato. "Sin dalle sue prime parole" ha dimostrato di essere "uomo che conosce bene il peso delle Istituzioni e che farà di tutto per rappresentare con imparzialità e autorevolezza la seconda carica dello Stato".

Erano i tempi del "Bottegone" comunista in via delle Botteghe Oscure e della sede Dc di Piazza del Gesù, pilastri dell'Italia della guerra fredda a pochi centinaia di metri, a metà strada dei quali le Brigate Rosse decisero di abbandonare il cadavere di Aldo Moro martire del compromesso storico. Poi c'era la sede del Psi a via del Corso e, alla fine dei "pastoni" politici, dopo aver riferito delle posizioni di quello che era chiamato "arco costituzionale", si dava conto anche del parere di "via della Scrofa" sede del Msi.

Poi la geografia del potere cambiò, e con l'irruzione del Cavaliere sulla scena politica arrivarono Arcore, Palazzo Grazioli, via Bellerio per la Lega o le nuove sedi della sinistra, con l'effimera parentesi veltroniana del loft, prima della definitiva affermazione del Nazareno. Ma l'ampia sede scelta da Giorgio Almirante (che ne ospitò anche la camera ardente) ha resistito, grazie sostanzialmente a un fattore: quando terminò la parabola storica del Msi con la svolta di Fiuggi, il nuovo partito di Gianfranco Fini emigrò, ma a via della Scrofa restò la redazione della storica testata del partito, il Secolo d'Italia, mentre la proprietà delle mura fu intestata alla fondazione Alleanza Nazionale.

Fu proprio in ossequio a questa storia e al potere evocativo della sede della destra italiana che Meloni e gli altri fondatori di Fratelli d'Italia decisero di "tornare all'ovile", cosa che in parte avevano simbolicamente già fatto accogliendo di nuovo nel proprio simbolo la fiamma tricolore che si era persa con la confluenza nel Pdl.

E così, negli ultimi anni, via della Scrofa era tornata ad essere viva, a ospitare sia le iniziative politiche (numerose conferenze stampa) che le riunioni degli organismi di un partito della destra. Ciò che non era forse prevedibile, è che per la prima volta nella sua storia, via della Scrofa non si limitasse ad essere quartier generale di una forza politica, ma a entrare a pieno diritto nei luoghi del potere. Un potere a cui oggi, Silvio Berlusconi, recandosi da Villa Grande al centro di Roma, ha fornito un palese segno di riconoscimento.

Il fatto che Silvio Berlusconi si sia recato qualche giorno fa a via della Scrofa per ricucire con Giorgia Meloni ha un significato simbolico rilevante, che non si esaurisce nella contingenza politica legata alla formazione del nascituro governo. L'edificio al civico 39 di questa via lunga e stretta nel cuore del Campo Marzio, infatti, ha un primato: è l'unico quartiere generale di un partito che è riuscito a superare indenne il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, quando le alterne fortune delle forze politiche travolte dal ciclone Tangentopoli o ridimensionate nelle loro capacità economiche, provocarono l'abbandono o il trasloco a sedi più economiche di quelle che gli italiani si erano abituati a sentire nominate per gran parte del Dopoguerra.

Intanto  La Verità dice che il Cav ributta tutto all’aria. E Sallusti scrive: “Silvio fermati”. La Zuppa titola: “Ma siete scemi?” A meno di fotografie, scrive il Giornale che magari appariranno a breve, nessuno potrà mai sapere se quelle 20 bottiglie di Vodka Silvio Berlusconi le abbia davvero ricevute da Vladimir Putin. Tutti concentrati a valutare l’impatto politico di quelle dichiarazioni (che da un giorno stanno terremotando l’alleanza di centrodestra), nessuno ha pensato a se quelle bottiglie fossero “vietate”. O meglio, sotto sanzioni. Incredibile ma vero, pare che ci penserà l’Ue a indagare su questo fondamentale (si fa per dire) dettaglio.

Oggi la portavoce della Commissione Europea sottolinea il Giornale, per la Concorrenza, Arianna Podestà, rispondendo ai cronisti a Bruxelles. Col quinto pacchetto di sanzioni deciso la primavera scorsa, infatti, l’Europa ha deciso di “vietare” l’importazione di vodka, prodotto ovviamente tipico della Russia. Non è detto che Berlusconi abbia violato le norme ricevendo quel dono dallo Zar, visto che bisogna stabilire se tecnicamente si tratta di “importazione”. L’attuazione delle sanzioni, fa sapere la Podestà, spetta infatti agli Stati. Ma comunque lei verificherà se i regali vadano considerati come importazioni oppure no.

Al netto dei dettagli, scrive il Giornale,che poi lasciano il tempo che trovano, qui occorre fare almeno tre considerazioni. Primo: bisogna capire se effettivamente questo scambio di bottiglie ci sia stato, e soprattutto quando. Secondo: possibile che l’Ue in questa fase di crisi del gas, prezzi folli dell’energia, inflazione che galoppa, debba occuparsi del Lambrusco del Cav? Terzo: se Putin in persona è riuscito a “bucare” le sanzioni inviando una cassa di vodka direttamente a Silvio Berlusconi, pure lui persona nota, forse vien da pensare che poi questi divieti non funzionino proprio a dovere.

Fonti Agi / Il Giornale

 

 

 

 

 

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