Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 07 Dicembre 2022

Giorgia Meloni: Una madre, una donna, una premier

Fratelli d’Italia ha confermato le aspettative della vigilia, passando dal 4 per cento del 2018 al 26 per cento. Giorgia Meloni è la grande trionfatrice di queste elezioni, non vediamo come possa non ricevere l’incarico di presidente del Consiglio. Sarebbe la prima donna premier in Italia, una donna di destra, come spesso capita nel panorama politico occidentale.

Nel suo primo commento, ieri notte, spiccano le parole “tempo della responsabilità” e “unire il Paese”. Un discorso, e una campagna, come ha osservato Daniele Capezzone, non da far-right ma da right-wing. “Merita di ricevere giudizi e non pregiudizi”.

Chi ha fatto opposizione credibile al governo Draghi vince, anzi stravince. Chi lo ha sostenuto perde, alcuni straperdono. Chi in zona Cesarini si è trovato, quasi involontariamente, a staccargli la spina, perde ma non tracolla, anzi rimonta.

Si potrebbe sintetizzare così l’esito delle elezioni politiche tenute ieri, che hanno visto anche il record negativo di affluenza, 63,9 per cento, la più bassa della storia della Repubblica, dato su cui torneremo.

“Il fatto che FdI sia il primo partito in Italia significa tante cose" dichiara la leader di FdI Giorgia Meloni all’Hotel Parco dei Principi commentando i risultati delle elezioni nel comizio notturno. Ad accoglierla un lungo applauso.

Questa è sicuramente per tante persone una notte di orgoglio, di riscatto, di lacrime, sogni e ricordi. È una vittoria che voglio dedicare a tutti quelli che non ci sono più e che meritavano di vedere questa nottata”. “Quello che ci racconta questa notte è che le scommesse apparentemente impossibili sono possibili. In uno dei primi eventi di Fdi citai una frase di San Francesco che diceva ``tu comincia a fare quello che è necessario, poi quello che è possibile, e alla fine ti scoprirai a fare l’impossibile. È quello che abbiamo fatto noi”.

E ancora: "Gli italiani potranno avere finalmente un governo che esce dalla loro indicazione alle urne". E ancora: "La situazione del Paese in questo momento richiedo rispetto reciproco". Meloni nel suo intervento ha voluto poi rivolgere un grazie ai suoi alleati, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Maurizio Lupi che "non si sono risparmiati in questa campagna elettorale". “Voglio ringraziare Fdi, tutte quelle persone che ci hanno creduto, che non si sono dichiarate per vinte. Noi siamo stati dati per spacciati dal primo giorno in cui siamo nati, dal giorno della fondazione. Non abbiamo creduto a quello che gli altri dicevano di noi, non abbiamo mollato, non ci siamo abbattuti”.

Vinta la prima battaglia, quella elettorale, è già all’orizzonte la prossima: non farsi scippare la vittoria. Se come sembra la maggioranza sarà abbastanza ampia al Senato, non dovrebbero esserci sorprese da parte degli alleati e del Quirinale: Giorgia Meloni dovrebbe ricevere l’incarico di presidente del Consiglio.

Il problema, a quel punto, sarà la formazione del governo e l’indicazione dei ministri. Facilmente prevedibile infatti che il presidente Mattarella cercherà di mettere sotto tutela il governo Meloni condizionando le scelte sui Ministeri-chiave: su tutti il nome del ministro dell’economia e delle finanze.

Sarà il primo banco di prova della coalizione. La Meloni dovrà essere pronta, se necessario, anche ad un braccio di ferro con il Quirinale. E gli alleati dovranno evitare di prestare il fianco ai prevedibili tentativi di metterli l’uno contro l’altro sui nomi dei ministri.

Se la Meloni e il centrodestra si lasceranno imporre da Mattarella i nomi dei ministri-chiave, o se loro stessi faranno scelte “tecniche” per rassicurare e legittimarsi, saranno commissariati ancor prima di partire, come è accaduto al governo giallo-verde e alla Lega nel governo Draghi.

Smascherata dunque la più grossa balla che ci è stata raccontata per oltre un anno dalla narrazione mainstream, ovvero la grande popolarità di cui avrebbe goduto il governo Draghi, e in particolare la persona del premier.

A tal punto questa balla è stata introiettata da Letta, Renzi e Calenda, da basare gran parte dei loro attacchi contro gli avversari sull’accusa di averlo fatto cadere. Erano convinti che gli italiani li avrebbero puniti, invece li hanno premiati.

Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione di Draghi, si ritrova partito di maggioranza relativa. E la sua leader prenderà probabilmente il suo posto a Palazzo Chigi.

Ora, la principale sfida del centrodestra al governo sarà quella di non dare vita ad una versione solo leggermente ammorbidita e “moderata” dei governi che abbiamo avuto nell’ultimo decennio, deludendo anche gli elettori che gli hanno dato fiducia.

Dovrà governare senza però dimenticare che la sua vittoria nelle urne non basta di per sé a cancellare il gigantesco problema di agibilità democratica nel nostro Paese, a causa di vincoli esterni e meccanismi di blocco interni deliberatamente introdotti e sedimentati nel corso dell’ultimo decennio.

Detto più banalmente: si ritroverà contro tutti e tutto. Non ci sono abiure, né “moderazione” di cui i centri di potere ancora occupati dalla sinistra, o Bruxelles, possano e vogliano accontentarsi.

Mai dimenticare che sono disposti a vedere il Paese in macerie pur di abbattere un governo di destra. Il centrodestra dovrà quindi essere pronto a combattere.

Enrico Letta si nasconde a microfoni e telecamere e manda allo sbaraglio Debora Serracchiani. Il segretario del Pd sceglie di restare muto di fronte alla sconfitta cocente e lascia che a parlare al Nazareno sia la vicepresidente del partito. Serracchiani è in evidente imbarazzo: "Siamo la prima forza di opposizione", dice subito cercando di trovare un minimo sospetto positivo. "E siamo la seconda forza in parlamento, quindi abbiamo una grande responsabilità", aggiunge. Nessuna analisi delle possibili cause della sconfitta, nessun mea culpa. Anzi, Serracchiani trova il modo di spostare l'attenzione sugli altri. Sulla Lega data al momento all'8% e sul Terzo Polo di Calenda e Renzi che non ha sfondato. Anche se, di sicuro, una buona dose di voti al Pd li ha portati via. E Letta tace.

Sulle ceneri del governo Draghi, e sulla conseguente mancata alleanza con il Pd, che il Movimento 5 Stelle è resuscitato, che l’ex premier Giuseppe Conte ha costruito la rimonta, portandolo a limitare le perdite rispetto al 32 per cento del 2018.

Non dimentichiamo infatti che all’inizio della campagna elettorale i sondaggi attribuivano ai 5 Stelle a mala pena la doppia cifra, mentre ha chiuso al 15 per cento vincendo numerose sfide nei collegi uninominali al sud, in particolare in Campania.

Laddove è riuscito Conte, ha fallito Matteo Salvini. La Lega è crollata, punita dai suoi elettori per la partecipazione al governo Draghi e per il sostegno alla linea chiusurista e al Green Pass, ma paradossalmente a pagare sarà il suo segretario, che era il più scettico.

Di fatto commissariato da governisti e governatori, il leader della Lega ha perso il bandolo della matassa. Non ha avuto la forza di condizionare l’azione di governo, né di convocare un Congresso per chiarire la linea del suo partito, né ha avuto il coraggio di essere lui a staccare la spina quando, dopo la rielezione del presidente Mattarella, era chiaro che l’esperienza del governo Draghi era agli sgoccioli.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza sarà il primo grande banco di prova per il nuovo Governo italiano a Bruxelles. Al centro ci sarà l'attuazione degli obiettivi nel rispetto delle tempistiche previste. La Commissione europea ha gia' fatto capire, per bocca del commissario all'Economia, Paolo Gentiloni, che non saranno ammessi stravolgimenti ma solo piccole modifiche.

Nei prossimi mesi, inoltre, l'Italia dovrà mettere fine anche ad alcuni contenziosi che vanno avanti da anni. Primo fra tutti la gestione delle licenze per il balneari. Il nuovo governo dovrà emanare i decreti attuativi per completare il lavoro iniziato dall'esecutivo di Mario Draghi e dare piena attuazione alla tanto odiata (in Italia) direttiva Bolkestein.

E ancora: da fine ottobre, quando a Palazzo Chigi avrà appena preso posto  il nuovo premier, la Commissione avvierà con gli Stati il confronto sulla riforma del Patto di stabilità. Una partita cruciale che segnerà il rapporto tra capitali e Bruxelles nella gestione delle finanze pubbliche.

L'Italia, essendo sul podio dei Paesi più indebitati, avrà molto da negoziare. Ma già prima di arrivare alla riforma del Patto, Roma dovrà sottoporre alla Commissione la manovra finanziaria (generalmente a ottobre). Nonostante sia sospeso anche per quest'anno il Patto di stabilità (niente regola del 3% del deficit), Bruxelles insiste comunque sulla necessità di mantenere sotto controllo la spesa pubblica.

In particolare per i Paesi maggiormente indebitati . Un'altra delle lunghe partite che vedono Roma contrapporsi alle altre capitali, in particolare a quelle del Nord, riguarda le migrazioni. È ancora in fase di negoziato il nuovo Patto per l'asilo e le migrazioni. L'obiettivo è portarlo ad approvazione definitiva prima delle elezioni europee che si terranno nel 2024.

Ecco in estrema sintesi alcuni dei dossier più urgenti:

- è la madre di tutti i problemi. I dati definitivi dell'Istat confermano che, ad agosto, ha raggiunto un tasso record dalla fine del 1985: l'8,4%. Per il carrello della spesa i rincari sono stati quasi del 10%.

- fare nuovo debito per sostenere famiglie e imprese. Nel centrodestra le posizioni sono diverse tra chi richiama alla prudenza e chi lo chiede subito mentre il premier uscente ha avvertito: sono già stati erogati 31 miliardi. La sinistra dice 'no' e chiede che a pagare siano le aziende, il M5s avverte: si rischia di doverlo fare molto piu' corposo. Dal Pd si invoca come estrema ratio.

- Il Governo uscente è già intervenuto puntando ad un incasso quest'anno oltre i 6 miliardi con un contributo straordinario a carico dei produttori. Molte forze politiche chiedono di incrementare questo contributo sugli utili in più.

- Se ne chiede l'azzeramento per i beni di prima necessità per aiutare le famiglie.

- c'è da recuperare la delega fiscale che e' stata definitivamente bocciata in Senato insieme all'equo compenso. Tra i nodi controversi la riforma del catasto.

- I tavoli di crisi al ministero del Lavoro rischiano di fare il boom: secondo quanto calcola Confindustria il caro energia sta mettendo in ginocchio le aziende con un maggior onere di 68 miliardi su base annua.

- A fine anno scade Quota 102 (in pensione con 64 anni di età e 38 di contributi). I sindacati chiedono di introdurre maggiore flessibilità - tra le richieste quella di andare in pensione da 62 anni o con 41 anni di contributi - per far fronte al ritorno all'uscita solo con 67 anni di età o con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, così come prevede la Fornero.

Sostenere l'occupazione e difenderla dal rischio che la crisi energetica si scarichi sui lavoratori è un'altra delle questioni prioritarie, che vede al centro anche il tema della precarietà.

- L'inflazione galoppante ed il caro-energia erodono il potere d'acquisto delle retribuzioni. Di qui l'urgenza, secondo i sindacati, di rinnovare tutti i contratti e detassare gli aumenti.

-Il salario minimo è chiesto a gran voce dalla sinistra. Più cauti i sindacati. Resta 'sospesa' la direttiva dell'Ue. Per il Reddito una vera e propria guerra elettorale tra gli 'abolizionisti' e i 'miglioristi'. La misura potrebbe essere rivista.

- anche sul superbonus edilizio al 110% si è scatenata la campagna elettorale tra chi lo difende per il lavoro creato e l'impatto ambientale e chi invece fa notare come lo Stato sia stato 'depredato'.

- e' in questo momento l'emergenza maggiore per famiglie e imprese. Il Governo è intervenuto ma a parere di quasi tutti in modo insufficiente. Attesi nuovi interventi.

- E' ipotizzabile una proroga per lo sconto: poco più di 30 cent al litro fino a ottobre. Per il gas si discute a livello europeo di un 'tetto' al prezzo.

- Già partiti i cantieri. L'ipotesi è di ridiscuterlo visto che è nato prima dell'emergenza energetica e quindi quando il livello dei prezzi era ben diverso.

- Uno dei dossier più complessi atterra sul tavolo del nuovo governo. Il Mef ha scelto il fondo Usa Certares, in partnership commerciale con Delta ed Air France-Klm, per la trattativa esclusiva. Il closing a fine anno.

- Agens, l'associazione datoriale del Tpl, chiede un tetto alle tariffe energia, rispetto dei tempi dei ristori e continuo sostegno al settore perché venga mantenuto l'equilibrio finanziario delle imprese, necessario a garantire la continuità dei servizi.

-Tra i dossier caldi che passano dal Governo Draghi a quello prossimo c'è quello della Rete Unica. I Ministeri più direttamente coinvolti sono quelli dello Sviluppo economico, dell'Innovazione e transizione digitale e naturalmente il Mef a cui risponde Cdp che a sua volta controlla per il 60% Open Fiber, l'operatore che vende fibra all'ingrosso. E così i ministri Daniele Franco, Giancarlo Giorgetti e Vittorio Colao hanno seguito da vicino l'evoluzione del piano di riorganizzazione preparato dall'ad di Tim Pietro Labriola e che, passando per la separazione societaria di rete e servizi, ha come soluzione ottimale quella di una fusione della Netco con Open Fiber.

 

fonti varie agenzie

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI