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Lo 'spettro' del voto collegato all'ipotesi di una elezione di Mario Draghi al Quirinale

Evitare le elezioni anticipate: prima Luigi Di Maio e poi Matteo Salvini, da posizioni diverse, tornano a evocare lo 'spettro' del voto collegato all'ipotesi di una elezione di Mario Draghi al Quirinale.

Per il ministro degli Esteri, il voto minerebbe il percorso di crescita avviato dall'Italia in questi anni e, per questa ragione, sarebbe da evitare. Di Maio, però, non sbarra la strada alla salita del premier al Colle più alto. Non esplicitamente, almeno.

"La destra non usi il Colle per ricattare il Paese con il voto anticipato. Raggiungerebbe l'unico, inaccettabile, obiettivo di bloccare la ripresa", dice il responsabile della Farnesina. Il voto, tuttavia, sembra essere solo una delle opzioni in campo nel caso che si arrivasse a una elezione di Draghi. Alla domanda se voterebbe Draghi al Quirinale, infatti, Salvini risponde "anche domattina. Ma sul Quirinale gli scenari cambiano ogni momento", aggiunge il segretario della Lega, "Draghi è certamente una risorsa per il Paese, ma non so se voglia andarci".  

Giancarlo Giorgetti butta lì, quasi fosse un caso, un pronostico quirinalizio che tiene insieme gli auspici delle diplomazie occidentali con le legittime aspirazioni di un Mario Draghi a cui non dispiacerebbe affatto traslocare armi e bagagli al Colle. Due le soluzioni: confermare Sergio Mattarella «ancora per un anno» oppure, «se questo non è possibile», mandare al Quirinale Draghi. Che «potrebbe guidare il convoglio», cioè il Paese, «dal Colle», dando così vita a un «semipresidenzialismo de facto».

E, comunque, "anche se ci andasse, non credo che ci sarebbero le elezioni anticipate". Parole, quelle di Salvini, che sembrano prefigurare un nuovo esecutivo senza passare dalle urne, il quarto in quattro anni, con quattro maggioranze diverse. Eppure, rimane Mario Draghi la pista più accreditata per il Colle. Anche e soprattutto per il centrodestra. Silvio Berlusconi, almeno sulla carta, rimane il "piano A" di Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega. Il suo nome, tuttavia, è spuntato fuori molto in anticipo rispetto al 'fischio d'inizio' fissato per la fine dell'anno. E, come spesso accade in questi casi, "chi entra Papa esce cardinale", o anche meno.  

Solo coincidenze, ovviamente. Al netto del fatto che è altamente improbabile che il numero due della Lega - nonché ministro dello Sviluppo economico - si sia ancora una volta avventurato a disquisire di Quirinale senza rete. Soprattutto E, comunque, "anche se ci andasse, non credo che ci sarebbero le elezioni anticipate". Parole, quelle del leghista, che sembrano prefigurare un nuovo esecutivo senza passare dalle urne, il quarto in quattro anni, con quattro maggioranze diverse. 

Ma ieri, di nuovo, Giorgetti è tornato sul tema. Affrontando la questione Colle in un colloquio con Bruno Vespa per il suo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando). L'ultima fatica di una lunga collana di saggi le cui anticipazioni, ormai da circa un decennio, vengono sapientemente veicolate a giornali e agenzie con una tempistica studiata con cura certosina. Ci sta, quindi, che tra i ministri del governo siano in molti a pensare che Giorgetti non abbia semplicemente buttato il cuore oltre l'ostacolo. E che lo schema dei due cammini per il Colle sia di fatto condiviso con i suoi principali interlocutori. 

Con il premier, perché a Palazzo Chigi il ministro dello Sviluppo è da tutti descritto come uno dei pochissimi che ha una consuetudine quotidiana con l'ex numero uno della Bce. Ma anche con le principali diplomazie occidentali, visto che - da Washington a Berlino, passando per Parigi - è forte il pressing affinché l'ex Bce resti a Palazzo Chigi. Auspicio che la diplomazia americana ha ribadito all'Italia anche nelle recenti interlocuzioni romane in occasione del G20. E se Draghi dovesse restare premier nonostante le sue legittime e umane ambizioni, è evidente che l'unico schema alternativo a lui gradito sarebbe quello di continuare la coabitazione con al Quirinale l'attuale capo dello Stato. 

È solo Mattarella, infatti, il garante della sua premiership, l'uomo che l'ha chiamato a prendere le redini di un Paese la cui classe politica era allo sbando, l'interlocutore con il quale si relaziona per tutte le scelte chiave. Quelle relative al Pnrr e non solo. Se cambiasse l'inquilino del Colle, insomma, la strada dello stesso Draghi si farebbe tutta in salita. Al netto del fatto che - chiunque vada al Quirinale a fine gennaio - la maggioranza inizierà comunque a ballare sull'ottovolante. Per dirla con le riflessioni di questi giorni del ministro Dario Franceschini, «dopo l'elezione del presidente della Repubblica l'instabilità sarà inevitabile». «Gestibile», forse, se Draghi resterà a Palazzo Chigi. Altrimenti, anche diventasse premier il superdraghiano Daniele Franco, dal giorno dopo «sarebbe un liberi tutti». 

Ne è consapevole anche un esponente come Gianfranco Rotondi, profondo conoscitore della macchina di Palazzo e delle dinamiche interne al centrodestra: "Sul Quirinale i due leader della destra", Matteo Salvini e Giorgia Meloni, "sono stati correttissimi con Berlusconi. Non è un doppio gioco: si cerca sempre una soluzione unitaria nelle prime tre votazioni e questa può essere solo Draghi, onestamente", spiega Rotondi:

"La candidatura di Berlusconi sopravviene in quarta votazione, nel caso in cui le forze politiche non raggiungano un'intesa unanime. E in questo caso, Salvini e Meloni hanno già detto che sosterranno Berlusconi. A me basta, francamente". Analisi con la quale Rotondi spazza il campo anche rispetto ai malumori che cominciano a serpeggiare in Forza Italia per quello che verrebbe considerato un 'tradimento del Cavaliere per mano dei due alleati.

Il rischio di bruciare nomi e strategie è sempre dietro l'angolo. Non a caso, altre forze politiche tendono a prograstrinare il totonomi. Per il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, "di Quirinale si parla a gennaio" perchè prima, spiega il leader dem, "c'è la legge di bilancio e il Piano di ripartenza e resilienza da 230 miliardi".

Priorità che il Paese non può permettersi di trascurare, come spiega anche il ministro dei rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà. "Prima di arrivare alla data" dell'elezione del Presidente della Repubblica "abbiamo otto decreti in conversione, la legge di bilancio, la riforma del civile, la riforma sulla disabilità. Abbiamo un percorso molto pieno da qui al 31 dicembre. Si abbia coscienza che il Paese ci sta guardando e dobbiamo ottenere i miliardi del Pnrr", aggiunge D'Incà. "Occorre che la decisione venga maturata nel tempo con il coinvolgimento di tutti i protagonisti del Parlamento. Mi auguro una convergenza verso figure di altissima autorevolezza del nostro Paese".

Altissima autorevolezza che, per il ministro M5s, manca a Silvio Berlusconi, "invotabile" per i Cinque Stelle. Cinque Stelle e Partito Democratico tengono le carte coperte. Il presidente M5s, Giuseppe Conte, non esclude che l'attuale premier possa passare direttamente da Chigi al Quirinale, anche se "è ancora presto per trarre delle conclusioni, lavoreremo per trovare il candidato migliore e Draghi rientra in questa descrizione ma è chiaro che devono realizzarsi alcune condizioni, ora è prematuro parlarne", dice Conte.

Il ministro D'Incà non esclude nemmeno il ricorso alla base per scegliere una candidatura, come fu per Stefano Rodotà a suo tempo. I dem, al contrario, non hanno ancora un nome in 'caldo': fra i gruppi parlamentari si fanno quelli di Paolo Gentiloni, di Rosy Bindi, di Dario Franceschini, ma al momento si tratta più di desiderata di correnti che non di ipotesi concrete. "Le verità", spiega un parlamentare dem di primo piano, "è che sarebbe difficile per tutti dire No a Mario Draghi nel caso la sua candidatura dovesse concretizzarsi".

Uno scenario, questo, che acquista concretezza con il passare dei giorni. Per le voci che vogliono il premier sempre più insofferente dei litigi fra i partiti che sostengono il suo governo, ma anche per le affermazioni dello stesso Draghi che esclude per sé il ruolo di leader: "Io candidato a leader di qualcosa? No no, per carità...". Leader politico no, dunque. "Arbitro e garante delle Istituzioni" si vedrà.

Fonti agi / il giornale e varie agenzie

 

 

 

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