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Mercoledì, 19 Gennaio 2022

Berlusconi si fida di Tremonti: con la Lega ricuciremo

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Le polemiche sul trattato di Schengen e sulla concessione dei permessi temporanei ai clandestini non bastavano. L'Unione europea è tornata a
condannare l'Italia anche sulla norma che prevede che la clandestinità sia un reato punibile con la reclusione da uno a quattro anni. Che fare allora? Secondo le leggi europee, l'unica soluzione legittima è quella di rimpatriare gli immigrati irregolari.
Una sentenza che non piace affatto all'euro deputato leghista Mario Borghezio, che commenta. "Tutto il mondo civile - Stati Uniti in testa, ma anche vari Paesi europei - persegue e sanziona penalmente l’immigrazione clandestina e relativi racket mafiosi. Ma, sul punto, la Corte di giustizia sanziona esclusivamente la norma italiana che prevede il reato di clandestinità, con una motivazione che non sta nè in cielo nè in terra". Poi sbotta: "Come mai? Forse perchè in Europa, come ho avuto più volte modo di affermare senza peli sulla lingua, l’Italia non conta un c.... E, allora, cosa ci stiamo a fare in questa Ue?"
E l'opposizione non si fa sfuggire l'occasione per criticare il governo. Duro l'attacco di Antonio Di Pietro: "È ormai provato che siamo di fronte a una dittatura strisciante in cui vengono presi provvedimenti contro la Carta deidiritti dell’uomo, si dichiara guerra senza passare per il Parlamento e si occupano le istituzioni per fini personali". Il leader Idv approfitta della sentenza per sparare a zero su Berlusconi: "È gravissimo che questa
maggioranza, asservita al padrone, continui a fare leggi incostituzionali e contro i diritti fondamentali delle persone. Siamo alla vigilia di un nuovo
Stato fascista che va fermato e l’occasionesaranno le amministrative e i referendum del 12 e 13 giugno".
La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea che boccia il reato di clandestinità introdotto in Italia "dimostra attenzione alla persona umana anche quando si trova in una situazione irregolare". Lo dichiara il presidente del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, monsignor Antonio Maria Vegliò. "La sentenza dimostra attenzione e sensibilità verso la dignità della persona umana - ha detto monsingor Vegliò - anche se essa, cioè la persona umana, si trova in situazione irregolare. Questa attenzione alla persona - ha aggiunto - è alla base della sollecitudine pastorale della Chiesa e della sua dottrina sociale. Ovviamente - ha detto ancora Vegliò - i governi si trovano a dover individuare il giusto equilibrio che rispetti sia le esigenze di sicurezza interna e internazionale, sia le forme di legalità previste dai singoli sistemi normativi".
Non è la prima volta che il reato di clandestinità viene criticato: già lo scorso giugno, la Corte Costituzionale considerò illegittimità l’aggravante di
clandestinità nei confronti degli immigrati che si trovano irregolarmente sul territorio italiano. La norma venne introdotta nel 2008 col primo pacchetto sicurezza del governo, che prevede un aumento di pena fino ad un terzo. Allo stesso tempo, però, la Consulta ha sostanzialmente dato il via libera alla legittimità dello stesso reato di clandestinità, punito con l’ammenda da 5 mila a 10 mila euro. La Corte italiana considera quindi "discriminatoria" l’aggravante della clandestinità perchè in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione "che non tollera irragionevoli diversità di trattamento".
La norma bocciata La Corte di giustizia Ue ha quindi bocciato la norma italiana che prevede il reato di clandestinità e l’arresto per gli immigrati
irregolari, perché è in contrasto con la direttiva europea sui rimpatri dei migranti irregolari. Direttiva che "osta ad una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare il territorio nazionale", come riferisce la Corte Ue in un comunicato. "Una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali", si legge ancora. Da questo momento, quindi, il giudice nazionale dovrà, secondo i giudici europei, "disapplicare ogni disposizione nazionale contraria al risultato della direttiva e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri".
E in questa occasione la Corte ne ha approfittato per richiamare l’Italia anche su un altro tema, quello dei rimpatri. Il Paese, infatti, non si sarebbe
ancora adeguato alle norme europee, mantenendo una procedura di allontanamento che "differisce notevolmente" da quella europea. La legge italiana prevede infatti l’accompagnamento coattivo alla frontiera come modalità ordinaria di espulsione mentre la direttiva prevede un rimpatrio volontario entro un termine compreso tra sette e trenta giorni. La legislazione penale è di competenza degli stati membri e non della giurisdizione europea, ma le norme interne devono comunque rispettare il diritto Ue e non possono comprometterne la realizzazione degli obiettivi. Per questo motivo, ha concluso Lussemburgo, "gli stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo, una pena detentiva". Il carcere, infatti, "rischia di compromettere la realizzazione dell’obiettivo perseguito dalla direttiva" di Bruxelles, ossia "l’instaurazione di una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare nel rispetto dei loro diritti fondamentali".
Due pesi e due misure Durissimo il contrattacco del ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che boccia la sentenza della Corte di giustizia europea. "E' una decisione che mi lascia insoddisfatto - tuona il titolare del Viminale - perché primo ci sono altri Paesi europei che prevedono il reato di
clandestinità e non sono stati censurati". In seconda battuta, continua il ministro leghista, "l’eliminazione del reato accoppiata a una direttiva europea sui rimpatri rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni".
Intanto....
Due Tornado italiani decollati da Trapani Birgi hanno compiuto la prima missione sulla Libia. Al momento si ignorano gli obiettivi mentre - informano fonti del ministero della Difesa - le comunicazioni sono state assunte dalla Nato. I due aerei erano dotati di un armamento di precisione per colpire obiettivi selezionati.  Il ministro della Difesa La Russa ha fatto sapere che a fornire eventuali dettagli sulla missione sarà la Nato. La notizia agita le acque della politica: "Di male in peggio", ha commentato il ministro Roberto Calderoli, rispondendo ai cronisti in Transatlantico. E Maroni rincara la dose: "È già stato detto tutto su questo argomento. È stato scritto sulla Padania, la posizione ufficiale della Lega è quella e non ho altro da aggiungere". Poche parole da cui trapela, però, un forte nervosismo.
Come un abile giocatore di poker il Pd ha presentato alla Camera una mozione sulla missione militare in Libia. L’Aula, dunque, sarà chiamata a votare. Il tentativo del partito di Bersani è quello di calcare la mano sulle divisioni in seno alla maggioranza, per far risaltare le contraddizioni fra la linea del capo del governo e quella pacifista della Lega. Due posizioni che, con una guerra in corso, paiono difficili da conciliare...
La decisione di Berlusconi di aderire alla richiesta di Obama - e della Nato - di intervenire con i raid aerei sulla Libia ha causato un forte nervosismo della Lega, che prima si è smarcata - bocciando l'intervento militare - poi ha preteso il voto parlamentare. Ieri la Padania in prima pagina ha attaccato duramente il Cavaliere, scrivendo che si "inginocchia a Parigi". Oggi dalle colonne del quotidiano leghista arriva un altro titolo abbastanza eloquente: "Bombe uguale più clandestini". E' il segnale che il Carroccio non intende mollare la presa e, restando fermamente contrario all'intervento militare, insiste sul tema più caro al proprio elettorato: la lotta all'immigrazione clandestina. Il premier reagisce ostentando sicurezza. Lo dice a chiare lettere Berlusconi: il voto (dell'aula) non ci fa paura. Un modo come un altro per far capire, alla Lega, che intende andare fino in fondo, assumendosi in pieno ogni responsabilità, di fronte agli elettori e alla comunità internazionale. Perché
è evidente che in ballo non c'è solo la propaganda elettorale - e la convenienza a cavalcare questa o quella battaglia - ma la credibilità del Paese
agli occhi del mondo. E sulle questioni di politica estera, specie quando di mezzo c'è una guerra, non si scherza.
Il presidente del Consiglio, lasciando una cena organizzata, ieri sera, dalla deputata del Pdl Melania Rizzoli, si è fermato a rispondere alle domande dei cronisti. Con la Lega si risolverà tutto? "Si, certo", ha risposto il Cavaliere. Quando vi vedrete con Bossi? "Ad horas ci vediamo presto, anche se non ci siamo ancora collegati per l’appuntamento, ma ci vedremo di sicuro". Ma queste fibrillazioni...? "Non aumentiamo le cose - interrompe il premier -, non c’è nulla da aumentare: ci possono essere a volte delle posizioni diverse su un certo problema, ma questo non significa che si possa inficiare quello che è l’accordo generale". Insomma il governo va avanti? "Questo non è nemmeno da
mettere in discussione", risponde Berlusconi. Quanto all’ipotesi che via sia un voto parlamentare, il Cavaliere risponde: "Non so, vedremo, ma non ci fa paura assolutamente". Non è che la Lega si potrebbe smarcare? "Non fatemi dire cose che non voglio dire posso dirvi qual è il mio stato d’animo: non sono affatto preoccupato per quanto riguarda i lavori di coalizione e di governo". 
Franceschini: fare chiarezza Per il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, se la Lega dovesse votare contro la mozione del Pd sulla Libia si aprirebbe di fatto una crisi di governo. "Non so cosa farà la Lega che fa la voce grossa in Padania e cala le braghe a Roma. Sono più propenso a pensare che calerà le braghe, ma se ci fosse un voto differenziato sarebbe crisi nei fatti", ha aggiunto. Il voto in aula "farà chiarezza perché non si può andare avanti con il doppio gioco e le ambiguità". Il Cavaliere tende la mano a Tremonti: nessuna rottura, piena fiducia nel
titolare del ministero dell'Economia. "Riconfermo - si legge nel testo della nota - la piena fiducia nel ministro Tremonti e debbo perciò nella maniera più assoluta smentire il Giornale di oggi. D’altronde proprio oggi, alla Camera, come tutti sanno, abbiamo approvato il Documento Economico Finanziario che reca la sua firma con la mia". Al centro della polemica l'editoriale del direttore del Giornale Alessandro Sallusti.
"Subito dopo - prosegue il premier - porteremo avanti il lavoro che Giulio Tremonti e i ministri competenti stanno preparando sul terreno delle politiche reali". "Inoltre - conclude Berlusconi - Tremonti è impegnato con me a ritrovare con la Lega i termini di un comune impegno politico anche sulla politica estera".

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