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Finisce 3-3 la partita delle Regionali

Al referendum il Sì sfiora il 70%. D'altronde era sponsorizzato anche da Lega e FdI. Però, nei partiti, le crepe erano molte. Stando all'analisi di Tecneitalia, nel centrosinistra il No avrebbe prevalso nell'elettorato del Pd col 55%, di Italia Viva (77%) e de La Sinistra (58%). Tra l'elettorato del centrodestra avrebbe prevalso il Sì (75% FdI, 76% FI, 78% Lega).Per le Regionali, secondo le proiezioni il centrosinistra è davanti sia in Toscana, con Giani al 48% e la Ceccardi al 41%, sia in Puglia, dove Emiliano è oltre il 46% e Raffaele Fitto al 38%, e pure in Campania, con De Luca al 67% e Stefano Caldoro al 18%. Il centrodestra conquista le Marche, dove Acquaroli naviga sul 47% e Maurizio Mangialardi (Pd-Iv) sul 37%, e poi mantiene il Veneto, con Luca Zaia al 77% e Arturo Lorenzoni al 16%, e la Liguria, dove Giovanni Toti è al 54% e Ferruccio Sansa al 40%. Alto il dato dell'affluenza, che sfora il 54% per il Referendum e si avvicina al 58% per le Regionali.

"Gli italiani - è il commento di Palazzo Chigi - hanno offerto una grande testimonianza di partecipazione democratica. Gli italiani hanno dimostrato un forte attaccamento alla democrazia". A voto ancora "caldo", Zingaretti "detta" la linea e "corteggia" Di Maio a distanza. Anche perché, probabilmente sulla vittoria dei candidati di centrosinistra in bilico ha pesato anche il voto disgiunto. "Se gli alleati ci avessero dato retta - ha fatto notare il segretario Pd - l'alleanza di governo avrebbe vinto quasi tutte le regioni italiane". Un assist al ministro degli Esteri, che ne ha approfittato per una critica al modo con cui il M5s si è presentato al voto: "Potevano essere organizzate diversamente e anche per il Movimento, con un'altra strategia". D'altronde nel M5s si sta giocando la partita per la leadership. E, malgrado i reciproci riconoscimenti pubblici, fra il reggente Vito Crimi e il ministro degli Esteri, la corsa è aperta. Il voto rafforza invece la segreteria di Zingaretti. Nei giorni scorsi, quando la Toscana era data in bilico, la poltrona del segretario non era apparsa particolarmente stabile. Un dato che non può dispiacere a Palazzo Chigi, con il premier Giuseppe Conte ufficialmente alle prese con il Recovery fund, ma che esce "indenne" dalla tornata elettorale.

L'esito del voto allontana anche l'ipotesi di rimpasto: "Non cadiamo in questo tranello", ha detto il segretario dem. Sia Zingaretti sia Di Maio già parlano della nuova stagione di riforme, per una legge elettorale che si adegui al taglio dei parlamentari e per quella architettura che servirà a sfruttare i miliardi in arrivo dall'Europa. Ma è il linguaggio di Zingaretti quello più deciso: "Sui decreti Salvini c'è un accordo e ora vanno assolutamente modificati". Oltre che per le Regionali e il Referendum, in ballo c'erano anche due seggi al Senato, attribuiti con le suppletive: Luca De Carlo, di centrodestra, ha vinto quella veneta, mentre in Sardegna c'è un testa a testa fra il candidato di centrosinistra, Lorenzo Corda, e quello di centrodestra, Carlo Doria.

Pericolo scampato per il governo. I risultati in Puglia, con la conferma di Michele Emiliano, e soprattutto in Toscana, con l'elezione di Eugenio Giani, allontanano il pericolo di un contraccolpo sull'Esecutivo e sul Pd. E blindano la maggioranza. A puntellarla c'è poi l'esito del Referendum, con la solida vittoria del Sì. Per le Regionali un 3 a 3, con il centrosinistra che mantiene anche la Campania di Vincenzo De Luca e perde le Marche, dove è in vantaggio Francesco Acquaroli (Fdi). Mentre il centrodestra si conferma alla guida della Liguria, con Giovanni Toti, e del Veneto, con il leghista Luca Zaia.

Servono, infatti, due mesi per ridefinire i collegi sulla scorta del nuovo assetto del parlamento. Dopo inizieranno i dolori: la sessione di Bilancio e a gennaio la Commissione Ue faranno scannare la maggioranza chiamata a decidere dove allocare i soldi del Recovery Fund. La prima finestra elettorale si aprirà soltanto tra febbraio e fine luglio, quando scatterà il semestre bianco, periodo in cui non si possono sciogliere le Camere. Per il momento, però, i big che sostengono il premier Giuseppe Conte assicurano non solo di voler tirar dritto ma addirittura di voler aprire una stagione di riforme. Una boutade che rischia soltanto di creare ulteriori divisioni. Pensare che riescano a trovare un accordo sulla legge elettorale è fantasia. Il ritorno delle preferenze e le soglie di sbarramento sono solo alcuni dei nodi da sciogliere. E poi c'è la proposta di superare il bicameralismo paritario. Insomma, più che una stagione di riforme li aspetta una stagione di litigi continui.

Partecipare senza mai essere in partita. Basta guardare le percentuali del Movimento 5 Stelle per comprendere il flop di Vito Crimi e compagni. Come sottolinea il giornale,niente di nuovo sotto il sole, per carità. Ma a questo giro nessuno dei candidati grillini è riuscito a fare la differenza: in Toscana Irene Galletti incassa appena il 6%, in Puglia Antonella Laricchia va di poco oltre il 10%, in Veneto Enrico Cappelletti si deve accontentare del 4%. E ancora: in Liguria Aristide Massardo incassa appena il 3,5%, nelle Marche Gian Mario Mercorelli supera appena il 10% così come Valeria Ciarambino. Una disfatta. Eppure, mentre lo spoglio è ancora in corso, ecco Luigi Di Maio affrettarsi ad appuntarsi sul petto "un risultato storico". "È la politica che dà un segnale ai cittadini - ha scritto su Facebook - senza di noi tutto questo non sarebbe mai successo". Non una parola, ovviamente, sul flop alle regionali. Un flop in linea con le sconfitte incassate negli ultimi tre anni alle Amministrative. Dopo il boom di Virginia Raggi e Chiara Appendino, il declino è stato pressoché inesorabile.

Chi cresce, chi scende, chi scompare. E’ il caso del Movimento Cinque Stelle scrive il giornale, che dopo aver incassato l'ennesima batosta alle amministrative, in Veneto scopre addirittura di essere stato estromesso dal Consiglio regionale. Il candidato Enrico Cappelletti non riesce a ottenere neppure il seggio per se stesso visto che il M5S non ha ottenuto il 3% dei voti necessari per superare la soglia di sbarramento.

I grillini sono andati male un po’ ovunque, e non è un caso se i vertici pentastellati (e Di Maio in particolare) da 24 ore parlano solo del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Ma in Veneto il risultato è tragico. Il 2,69% raggranellato dai grillini lascerà fuori i “portavoce”, trasformando la regione in un polo a due tra centrodestra e centrosinistra. Secondo le proiezioni Zaia potrà contare su una maggioranza di 41 seggi, praticamente un regno sovrano, mentre l’opposizione dovrà accontentarsi di 8 seggi.

La vittoria del sì al referendum costituzionale scrivono le Agenzie di stampa,  è destinata a cambiare completamente il volto del parlamento, i cui inquilini passeranno dagli attuali 945 ai futuri 600. La riforma costituzionale taglia 345 parlamentari. L'approvazione definitiva è arrivata nell'ottobre del 2019, con il via libera della Camera. E con la nascita del governo giallorosso è stata appoggiata per la prima volta anche da Pd, Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni avessero votato contro). Hanno votato a favore anche le forze di opposizione, Forza Italia, FdI e Lega. La netta vittoria dei Sì al referendum conferma la riforma. Ora serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi.

Il taglio degli eletti complessivo è pari al 36,5% e porterà certamente dei risparmi. Il punto è quale sia l’entità degli stessi. Stando ai detrattori della riforma, la riduzione dei costi si limiterebbe allo 0,007%. Per i 5 Stelle, che della riforma hanno fatto un cavallo di battaglia, si risparmierebbero invece circa 500 milioni di euro a legislatura, ovvero 100 milioni annui

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