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Giovedì, 13 Agosto 2020

La Grecia rifiuta la Troika: "Non ci inchineremo all'Ue"

«Il peggio della crisi sanitaria del Covid-19 e della caduta del Pil è passato, ma per evitare gravi conseguenze sociali e un aumento delle divergenze fra le economie dei paesi europei bisogna ora varare al più presto il Piano di rilancio comune presentato dalla Commissione europea, per garantire una forte ripresa economica in tutti gli Stati membri». Lo ha affermato il commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Paolo Gentiloni, rispondendo oggi a Bruxelles ad alcuni giornalisti italiani, a margine della sua conferenza stampa sulla presentazione delle Previsioni economiche d'estate dell'Esecutivo comunitario.

«Il peggio è passato senz'altro dal punto di vista della pandemia, e dal punto di vista delle cifre del Prodotto interno lordo, che hanno avuto ovviamente una caduta enorme nel primo e nel secondo trimestre di quest'anno, e che si riprenderanno nei prossimi trimestri», ha rilevato Gentiloni.


“Basta Troika, la Grecia non accetterà intromissione europee all'interno degli indirizzi economici del Paese”. Con questa parole lo stesso premier greco Kyriakos Mitsotakis ha respinto ogni possibilità che Bruxelles possa intervenire all'interno del processo decisionale sulle questioni economiche della Grecia, ottenendo al contempo lo stesso supporto della quasi totalità della popolazione.  

Spagna, Portogallo e Grecia dicono No al Mes. Almeno per ora, i tre governi del blocco meridionale Ue - di cui fa parte anche l’Italia - sono dell’idea che non ci siano le condizioni per ricorrere alla nuova linea di credito messa a punto dal Fondo Salva-Stati per affrontare l’emergenza sanitaria del Covid. Il Mes è stato al centro di un lungo negoziato tra i Paesi del Sud e quelli del Nord Europa per inserirlo nel ventaglio degli strumenti da utilizzare contro la crisi economica. Il compromesso, com’è noto, prevede un prestito massimo del 2% del Pil da impiegare solo per le spese sanitarie dirette o indirette per il coronavirus, ma con una sospensione temporanea - seppur non regolata giuridicamente - delle condizionalità per i Paesi che ne richiedono l’attivazione.  

Negli ultimi mesi, tante le rassicurazioni sul fatto che non c’è nessuna trappola in vista eppure la diffidenza resta. Ultimo a intervenire “sponsorizzando” il Mes, è stato nelle scorse ore il Direttore Klaus Regling: “L’unica condizione legata alla linea di credito anticrisi pandemica del MES sarà che il denaro fornito sia utilizzato per spese relative al settore sanitario, ai suoi costi diretti e indiretti”, e “non ci sarà nient'altro, neanche in seguito” in termini di sorveglianza finanziaria speciale; all'Italia, se deciderà di richiederlo, il prestito con scadenza a 10 anni a tassi d'interesse prossimi allo zero permetterà di risparmiare “7 miliardi di euro”.

Sono anni che difficilmente spariranno dalla memoria della popolazione della Grecia quelli caratterizzati dalle misure di austerity messe in campo dalla cosiddetta “Troika” e volte a ristrutturare l’immenso indebitamento pubblico di Atene. Dopo essere riusciti nel corso dello scorso anno a liberarsi anche dell'ultima catena che vincolava le sue manovre finanziarie all'approvazione del Fondo monetario internazionale, per il 2020 la popolazione greca avrebbe sperato in manovre espansive e soprattutto decise esclusivamente da coloro che avevano ottenuto i propri voti. Ma con le ultime misure messe in campo dall’Unione europea, adesso si palesa la possibilità che ancora una per una volta le cose non andranno in questo modo, ma per il popolo greco questa volta potrebbe davvero essere troppo.  

Presentato e “impacchettato” per bene, il MES non sembra riscuotere, almeno per ora, l’atteso successo con Spagna, Portogallo e Grecia che hanno già declinato “l’invito”. Allo stato attuale, i governi del blocco meridionale Ue – di cui fa parte anche il nostro Paese – ritengono che non ci siano le condizioni per ricorrere alla nuova linea di credito messa a punto dal Fondo Salva-Stati per affrontare l’emergenza sanitaria.

Impossibile, quando si parla di Mes, non tirare in ballo la Grecia che ha fatto sapere di non essere interessata. Visto il rapporto di certo non amorevole con lo strumento, come dargli torto.

Sulla linea del no, saldamente anche Madrid ha fatto sapere che al momento non farà ricorso fondo guidato dal tedesco Klaus Regling. Nelle scorse ore, anche il governo di Lisbona ha escluso la possibilità di ricorrere al Mes.

Stando a quanto dichiarato da Mitsotakis e riportato dalla testata britannica Financial Times, nel corso di questi anni i greci sarebbero infatti maturati molto e sarebbe corretto se le decisioni volte a sostenere l'economia e le famiglie fossero prese esclusivamente da Atene. Soprattutto, anche per dimostrare come il Paese si sia ormai lasciato alle spalle gli anni bui che lo avevano portato sull’orlo della bancarotta, obbligandolo a subire quasi un decennio di controllo da parte della Troika. E in fin dei conti, tale prerogativa sarebbe nell’interesse anche della stessa Europa, che potrebbe in questo valutare la stessa affidabilità di Atene.
Europa, il pericolo viene dalla Grecia

La Grecia, unico Paese Ue ad avere un debito/Pil superiore all’Italia (per note ragioni) ha fatto sapere ieri che non è interessata al Mes, con il quale ha già in corso un rapporto - in passato non proprio affettuoso  - e destinato a durare fino al 2070. Il ministro delle Finanze di Atene Christos Staikouras ha affermato a Skai Tv che la Grecia, della nuova linea di credito pandemica, “attualmente non ha bisogno” in base ai dati economici attuali. Secondo le previsioni economiche di primavera della Commissione Ue, Atene sarà il Paese che subirà il contraccolpo economico più forte per il Covid, con un crollo del Pil del 9,7% nel 2020, superiore persino all’Italia. Ciò non toglie che in futuro possa essere utilizzato, se le condizioni dovessero peggiorare.

Il Governo italiano è molto diviso al suo interno sul ricorso al Fondo Salva-Stati. Altrove, dove il dibattito pubblico tocca punte meno drammatiche, non è così. Dare uno sguardo ai Paesi vicini tuttavia può essere utile, dal momento che una eventuale richiesta solitaria di un Paese rischia di consegnare un pessimo messaggio ai mercati sulla sua capacità di finanziarsi autonomamente nell’immediato futuro, il cosiddetto stigma. Il Commissario agli affari economici Paolo Gentiloni, in una intervista alla Stampa, ha convenuto sul fatto che una richiesta di gruppo potrebbe essere un buon segnale.  

Nei giorni scorsi anche Madrid ha fatto sapere che al momento non intende rivolgersi al fondo guidato dal tedesco Klaus Regling. Già il 23 aprile, quando il Consiglio Ue ha approvato l’accordo sul Mes pandemico, la ministra degli Esteri spagnola Arancha González Laya aveva assicurato che la Spagna non aveva intenzione di attivarlo. Il dubbio era nato dopo le parole del premier italiano Giuseppe Conte che, per giustificare il mancato veto al Fondo Salva-Stati durante gli accesi negoziati con il blocco del Nord, disse che così facendo avrebbe fatto “un torto alla Spagna che è interessata”. Sulla questione la ministra dell’Economia Nadia Calvino ha lasciato intendere che al momento non se ne parla: “Noi abbiamo buone condizioni di mercato e finora non abbiamo nessun problema di accesso ai mercati finanziari”, ha detto a Bloomberg Tv.  Ha poi aggiunto che comunque ”è bene avere una rete protettiva per i cittadini, la società e i governi contro l’epidemia”. Anche Madrid al momento non si espone sul futuro, ma per il presente l’orientamento è chiaro: non ce n’è bisogno. Eppure, secondo i calcoli di Regling, le casse spagnole potrebbero risparmiare due miliardi in dieci anni. Per la ministra delle Finanze María Jesús Montero è “positivo che esista il Mes, ma in questo momento il Governo trova una buona accoglienza sul mercato del debito”.

Infine il Portogallo. Venerdì scorso il governo di Lisbona ha escluso la possibilità di ricorrere al Mes: “Le linee precauzionali sono destinate ai Paesi che incontrano difficoltà finanziarie sui mercati e il Portogallo, a causa degli aggiustamenti fatti negli anni passati, in questo momento ce l’ha, regolare e anche abbastanza favorevole. Ora, quindi, non sembra che l’attivazione di una linea di credito del Mes abbia senso”, ha affermato Ricardo Mourinho Félix, viceministro e segretario di Stato alle Finanze. Insomma, “può essere utilizzato in situazione di necessità, ma non è questo il caso”.

Spesso la Grecia e considerata ai margini dell’Unione sia per il suo ridotto Pil pubblico che per la sua collocazione geografica, la Grecia ha dimostrato però in questi anni di essere un punto cruciale all’interno di quasi tutti i discorsi di Bruxelles. In parte a causa della questione migratoria dettata dal confine con la Turchia e in parte in quanto primo vero e proprio “esperimento” di controllo economico diretto da parte dell’Unione europea, Atene ha comunque svolto in modo quasi impeccabile il proprio lavoro. Tuttavia, ciò era costato la fatica e il sudore della fronte di tutta la popolazione ellenica, de facto immolata per salvare i bilanci pubblici del Paese e costretta a subire una stagione di austerity che ancora oggi ha lasciato aperto molte ferite. Adesso, però, la popolazione è arrivata allo stremo delle proprie forze e dopo aver ottemperato ai propri doveri è giunto il momento di esigere i propri diritti. Ma sarà Bruxelles intenzionata a darli, oppure uno scontro è proprio dietro l’angolo?

In questo modo, dunque, si e palese forse per la prima volta la possibilità di una “rottura” di dialogo tra la Grecia e Bruxelles, qualora le due istituzioni rimanessero fisse sulle proprie posizioni. Tuttavia, la stessa Grecia in questo modo avrebbe una potente arma nei confronti degli alti palazzi dell’Europa: il dissenso. Strumento che, se ben ponderato, può causare notevoli problemi a Bruxelles, in quanto facilmente emulabile anche in altre occasioni da parte degli altri Paesi aderenti all’Unione europea. In uno scenario che, sul lungo periodo, diviene particolarmente pericoloso per la stessa stabilità comunitaria, fondata sull’approvazione e sull’esecuzione (teorica) all’unisono delle direttive (senza lasciare spesso troppi spazi al dissenso).

Intanto la Grecia oltre la battaglia del mes e il suo rifiuto alla troika, ha ripreso una battaglia religiosa ma anche culturale, ma questa volta ha al suo fianco la Russia di Putin,
Il progetto di Erdogan di convertire la chiesa ortodossa Ellenica e ora museo in Moschea ha immediatamente sollevato le proteste di Atene,  che è anche la sede di uno dei Patriarcati ortodossi, quindi si sente direttamente colpito dalla decisione turca. Però questa volta la Grecia non è stata lasciata sola. Anche la Russia ha reagito, con sia con il Cremlino che attraverso il Patriarca ortodosso russo Kirill ed entrambi hanno condannato ogni possibile mossa per trasformare Hagia Sophia in una moschea.  

La Chiesa ortodossa russa ha definito la potenziale mossa turca “Inaccettabile” e “Una violazione della libertà religiosa“. La dichiarazione diceva: “Non possiamo tornare al Medioevo ora” – riferendosi a secoli in cui la politica ottomana reprimeva severamente i cristiani in tutta l’Asia Minore.  

 Nell’epoca zarista  Mosca , la “Terza Roma” dopo Roma stessa e Costantinopoli, si considerava come massima protettrice dei cristiani ortodossi in tutto il mondo. Questa sua pretese ha condotto dell'ottocento allo scoppio della Guerra di Crimea contro l’allora Impero Ottomano appoggiato da Regno Unito, Francia e Piemonte. La nascita dell'area Unione Sovietica aveva fatto cessare questa pretesa, ma ora la nuova Russia di Putin sembra tornare alla politica imperiale di appoggio alla religione ortodossa, come dimostrano le ricostruzioni delle Basiliche a Mosca, buona ultima quella impressionante dell’Esercito. Questo nuovo fronte si aggiunge a quelli di scontro turco-russo, già caldi, come la Siria e la Libia, viene anche a creare una nuova alleanza cristiana che si oppone culturalmente ad Erdogan. Cosa fa l’Italia? Il pesce nel barile, schiacciata fra la vicinanza culturale ai cristiani, l'essere nella NATO con la Turchia e l'incapacità generale del  governo Conte nel gestire gli affari internazionali.  

Cosi a decisione del presidente turco Erdogan di convertire la basilica di Santa Sofia, una delle più antiche della Cristianità., da Museo  a moschea, ridandole un valore di carattere religioso, ma opposto alle sue origini, sta muovendo tutto il mondo cristiano, soprattutto quello Ortodosso, ricreando legami che si pensavano persi o indeboliti. Ricordiamo che Santa Sofia fu costruita dall'imperatore Giustiniano nel V secolo , quindi convertita in Moschea dopo la caduta della città in mano turche nel 1453, quindi trasformata in un museo dal Mustapha Kemal nel 1935, nell’ambito del processo di laicizzazione e modernizzazione della Turchia dopo la caduta della monarchia ottomana.

“Speriamo in ogni caso che venga preso in considerazione lo status di Hagia Sophia come sito del patrimonio culturale mondiale“, ha detto un portavoce del Cremlino lunedì.


“Certo, questo è un capolavoro mondiale amato dai turisti che vengono in Turchia da tutto il mondo , e soprattutto dai turisti russi che ne riconoscono non solo il valore turistico di Hagia Sophia, ma anche il sacro valore spirituale“, ha aggiunto.
Si dice che la corte suprema della Turchia stia ancora discutendo della mossa del presidente. Ci sono ancora decine di migliaia di cristiani che vivono  ad Istanbul e in alcune parti dell’Anatolia, principalmente greci, siriaci e alcuni pochi cristiani armeni rimasti. Queste antiche comunità affermano che Erdogan ha recentemente scatenato una guerra di religione contro di loro per la completa islamizzazione del paese, ma sono, ovviamente, completamente inascoltati dalla comunità internazionale che difende qualsiasi minoranza, tranne quella dei credenti in Cristo.

 

 

 

 

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