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Domenica, 05 Luglio 2020

La Commissione europea presenta il suo piano Marshall

Il Consiglio europeo si è limitato a confermare le misure già decise all’Eurogruppo di due settimane fa. In breve, sono stati definitivamente archiviati gli eurobond (o coronabond che dir si voglia) e ogni forma di mutualizzazione del debito, con buona pace di Conte, mentre rimane sul tavolo il cosiddetto Recovery Fund, cioè un fondo che dovrebbe teoricamente sostenere la ripresa economica degli Stati europei. Nello specifico, però, si sa poco o nulla di come funzionerà questo fantomatico fondo.
 

"La crisi ha effetti di contagio in tutti i Paesi e nessuno può ripararsi da solo. Un'economia in difficoltà da una parte indebolisce una forte dall'altra. Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte: o andiamo da soli, lasciando Paesi e regioni indietro, o prendiamo la strada insieme. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo una strada forte insieme": lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.  

I 172,7 miliardi proposti dalla Commissione Ue per l'Italia nell'ambito del pacchetto Recovery Fund rappresentano la quota più alta destinata a un singolo Paese. E questo sia in termini assoluti sia per quanto riguarda gli aiuti a fondo perduto che i prestiti. Segue l'Italia la Spagna, con un totale di 140,4 miliardi, divisi tra 77,3 miliardi di aiuti e 63,1 miliardi di prestiti.


E mentre giungono le prime indiscrezioni sul Recovery Fund – l’Italia dovrebbe poter beneficiare di 172,7 miliardi di euro tra stanziamenti, secondo fonti Ue – il presidente del Parlamento europeo David Sassoli prova a mostrare il pugno di ferro nei confronti di Bruxelles e in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa afferma: “Se il Recovery Plan non sarà all’altezza delle ambizioni, il Parlamento non lo sosterrà”.

 «L'Italia ha oggi bisogno di una immediata disponibilità di risorse finanziarie sufficienti a combattere l'epidemia e difendere imprese e posti di lavoro» ma «il Mes non è una soluzione». Lo ha ribadito il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni in una lettera al Corriere della Sera nel giorno in cui la commissione Ue farà conoscere i dettagli del Recovery Fund.  

«Se in Italia ci fosse un governo con una visione strategica, il nostro premier sarebbe già volato a Washington per parlare dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, consapevole che le sorti di una grande Nazione come l'Italia non possono dipendere solo da quanto vorranno decidere Francia e Germania in ambito Ue. Ma per operazioni come questa, forse, servirebbe un governo politico, con un chiaro mandato popolare e con la consapevolezza della forza che ha l'Italia nello scenario mondiale»

Secondo il quotidiano il Giornale la Banca centrale europea prepara il “piano B”, che potrebbe scattare nel caso in cui nei prossimi mesi la Bundesbank si ritirasse dal programma comune di acquisto titoli a seguito di un inasprimento della crisi aperta dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio.

Ben quattro fonti hanno affidato all’agenzia Reuters la confidenza sulla manovra allo studio dell’Eurotower, che intende disinnescare la minaccia posta dalla messa in discussione delle manovre portate avanti dal quantitative easing in avanti dalle critiche di Karlsruhe. “Ipotizzando lo scenario peggiore”, nota Reuters, “la Bce avvierebbe un’azione legale senza precedenti contro la banca centrale tedesca, suo principale azionista, per riportarla nel programma, hanno aggiunto le fonti, che hanno parlato a condizione di anonimato”, sottolineando però di aspettarsi che, in fin dei conti, la banca centrale tedesca troverà una strada per scendere a compromessi con l’Eurotower, evitando uno strappo potenzialmente in grado di mandare a terra l’euro.

Secondo insiede Over pure il tanto sbandierato Recovery Fund è un mezzo bluff. Come sottolinea in un’intervista rilasciata a Il Sussidiario Sergio Cesaratto, professore di Economia monetaria europea all’Università di Siena, in realtà c’è ben poco da festeggiare. La verità, spiega il docente, “è che verrà utilizzato il bilancio europeo 2021-27 per restituire ai mercati i soldi che verranno stanziati. L’Italia dovrebbe ricevere di più di quella che è la sua quota di versamenti nel bilancio Ue, quindi semmai a fondo perduto sarà solo la differenza tra queste due cifre”. Probabilmente, sottolinea, “considerando che stiamo parlando del bilancio europeo 2021-27, le risorse non arriveranno subito e dovranno essere restituite abbastanza presto”.

Come sottolinea inoltre Giulio Sapelli su L’Occidentale, sempre di debito si tratta. “Basta saperlo e sapere che le regole del Trattato di Maastricht ci sono tutte e funzionano, Corte Costituzionale Tedesca vigiliante, in accordo con il governo tedesco.” E si continuerà quindi, sottolinea Sapelli, “a non fare investimenti diretti in conto capitale ma condizionati dal Trattato e a ciò che ne è derivato, con tutte le conseguenze del caso. Quindi nulla di nuovo sotto il sole se non la riproposizione di una vicenda storica plurisecolare”. Per accedere al Recovery Fund, inoltre, spiega La Repubblica, “i governi dovranno farsi approvare da Bruxelles un programma nel quale indicheranno come spendere i fondi guardando alle priorità Ue (Green deal e digitale), ai settori più colpiti dalla crisi (turismo e trasporti) e alle riforme che ogni anno Bruxelles raccomanda ai vari governi”. Soldi sì, dunque, ma in cambio di riforme dettate da Bruxelles.

E ancora la Meloni nella sua lettera al Corriere della sera «Il dibattito su dove trovare quelle risorse è quotidiano - ha rilevato Meloni - ma nonostante ciò rimangono strade inspiegabilmente inesplorate. Perché non esiste solo l'Unione Europea tra le possibili istituzioni che potrebbero rendersi utili. Tra l'altro la Ue si sta dimostrando ancora una volta vittima degli egoismi di taluni. Le decisioni tardano ad arrivare - ha sottolineato - non sappiamo per quanto tempo la Bce garantirà il suo supporto, non conosciamo ancora come il recovery fund sarà approvato dalla Ue, ancora di meno sappiamo sulle condizioni di restituzione di un eventuale prestito da parte del Mes (visto che finora si è ipotizzato solo di assenza di condizionalità per l'accesso al Mes, ma mai di che cosa accadrebbe a uno Stato che non rispettasse tempi e modi di restituzione del prestito)».

«Siamo dunque alla mercé dell'asse franco tedesco? si domanda Meloni sulla sua lettera al corriere, Non necessariamente», ha rilevato Meloni. L'Italia, ha spiegato, «è una grande Nazione che oltre a essere membro fondatore delle istituzioni europee, è parte del più ampio sistema multilaterale centrato, nel campo della cooperazione macroeconomica internazionale, sul Fondo monetario internazionale.

Attraverso il Fmi, i suoi 189 Stati membri possono creare nuovi Diritti speciali di prelievo (Dsp), sarebbe a dire attività di riserva internazionali introdotte nel 1969 per generare liquidità internazionale. Non sono un prestito del Fmi, di quelli che attiva la Troika. L'emissione di Dsp - ha sostenuto - non costa nulla, non è soggetta ad alcuna condizionalità e ciascuno Stato membro ne beneficia in ragione della propria quota nel capitale dell'istituzione. Nell'arco degli anni il Fmi ha emesso circa 250 miliardi di euro in Dsp, la maggior parte dei quali per fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria internazionale del 2007-2009. Di recente, il «Financial Times» ha proposto l'emissione di nuovi Dsp per 1.250 miliardi di euro. L'Italia ne beneficerebbe per circa 40 miliardi, in virtù del suo 3% di quota: una cifra persino superiore a quella dell'eventuale prestito Mes (ma in questo caso veramente senza condizionalità e soprattutto senza doverli restituire)».

L'emissione di Dsp, ha proseguito Meloni, «richiede l'assenso dell'85% dei voti detenuti dagli Stati membri. Solo gli Stati Uniti, con il loro 17%, hanno diritto di veto su tale decisione. Ovviamente occorre attivarsi politicamente, soprattutto con gli Usa, ma sarebbe una ipotesi almeno da esplorare». Per Meloni «si possono, poi, verificare meccanismi per amplificare ulteriormente la portata finanziaria di questa emissione. L'economista Domenico Lombardi e l'ex segretario al Tesoro britannico Jim O'Neill hanno proposto uno schema per valorizzare tali allocazioni che, per l'Italia, consentirebbe facilmente di attivare una leva di 1 a 5 per incrementare le risorse disponibili fino a 200 miliardi. Perché quindi - si è chiesta il presidente di FdI - non verificare la proposta del «Financial Times» e lo schema Lombardi-O'Neill, magari congiuntamente ai Bond Patriottici proposti da Tremonti? Ci consentirebbe di trattare in ambito europeo con maggiore serenità e quindi con più forza».

Intanto "Salvini ? Ha ragione ma va attaccato", è tutto qui il senso della polemica che ha travolto le toghe. Le parole di Luca Palamara in chat whatsapp con Paolo Auriemma non lasciano molto spazio all'interpretazione e hanno scoperchiato una fitta rete fatta di intrighi e di trame ordite con meticolosa attenzione
 
a intervenire in difesa di Salvini è scesa in campo anche Rita Dalla Chiesa, figlia dell'irreprensibile generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo ucciso in un attentato da parte di Cosa Nostra nel 1982.

"Mi inquieta sentire un magistrato dire: 'Ha ragione ma dobbiamo dargli addosso lo stesso'. Questa è la negazione della giustizia", dice Rita Dalla Chiesa in riferimento ai recenti fatti che hanno coinvolto Matteo Salvini. La conduttrice e giornalista non ha mai nascosto le sue idee e se ne è sempre fatta orgogliosa divulgatrice. 
 
La Dalla Chiesa è cresciuta con i valori di lealtà e giustizia che le sono stati trasmessi da suo padre, uomo tutto d'un pezzo che ha servito il Paese, dando la sua vita per rincorrere quegli ideali che ha sempre perseguito contro le mafie e la criminalità organizzata. "Non è simpatia o antipatia. È proprio lo smarrimento di ogni valore etico nei confronti dei cittadini che ancora credono in una giustizia giusta", tuona Rita Dalla Chiesa, che dimostra un senso civico superiore rispetto a certe toghe che manipolano il potere.  
 
 
 

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