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Giovedì, 04 Giugno 2020

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Libia: la guerra dimenticata che fa male all’Italia

Il Coronavirus con annessa crisi economica e la Libia sono le due questioni più importanti della vita politica italiana. La Libia riguarda la politica estera e il virus la politica interna. Comprensibilmente oscurata dall’emergenza sanitaria, la questione nordafricana ha continuato ad evolversi però nel silenzio generale favorendo azioni e manovre nell’ombra o quantomeno al riparo degli sguardi dell’opinione pubblica

In Libia ci sono due governi che si combattono da anni. Il governo di Tripoli è appoggiato dall’Italia e il governo di Tobruk è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Prossima a cadere sotto assedio, Tripoli ha chiesto aiuto militare a Conte, che ha rifiutato per ragioni costituzionali: l’Italia non può utilizzare la guerra per dirimere le controversie internazionali. E così Tripoli ha chiesto aiuto a Erdogan, che ha accettato. Nel volgere di poche settimane, la Turchia, che ha il secondo esercito più grande della Nato, ha ribaltato i rapporti di forza

Mentre accadeva tutto questo, l’Italia era paralizzata dal virus e il governo Conte non ha potuto investire energie sufficienti in Libia, con il risultato tangibile che i suoi interessi sono stati difesi dalla Turchia.

Ma vediamo come quando era Gheddafi che era salito al potere nel 1969, come era la situazione in Libia  : lui ha portato avanti ideali nasseriani, figli del panarabismo socialista che in quegli anni ha instaurato diverse nuove repubbliche in nord Africa ed in medio oriente. L’idea di società del rais, illustrata nel suo Libro Verde del 1977, appare laica e con diversi richiami alla “democrazia delle masse”. Ma in questa visione, c’è anche spazio per un importante ruolo dell’Islam. Gheddafi non ha mai nascosto la portata centrale della religione musulmana nel suo progetto di unificazione del mondo arabo. Tanto è vero che nel 1992 lo stesso rais ha rivelato di un’offerta da parte di alcuni gruppi fondamentalisti volta a consegnargli il titolo di “califfo”.

L’estremismo islamico in Libia è ancora oggi un fenomeno molto presente e che incide in diverse regioni. Ma le sue radici affondano tra gli anni Ottanta e Novanta, quando i gruppi jihadisti hanno iniziato a radicarsi bene sul territorio sopratutto nell’est del Paese nordafricano. Ben presto i gruppi islamisti sono diventati i principali avversari del rais Muammar Gheddafi, il quale poi a metà degli anni Novanta ha lanciato una dura repressione

Per avere un’idea del dilagare dal fondamentalismo islamico in Cirenaica, basti pensare che tra gli anni Novanta e il 2000 un miliziano di Al Qaeda su cinque operante in Iraq era di origine libica e, in particolare, proveniente dall’est del Paese. La città di Derna è quella che storicamente in assoluto ha sempre fornito un gran numero di foreign fighter alla causa islamica. Le scuole terroristiche in Cirenaica sono divenute tra le più importanti ed al contempo pericolose di tutto il medio oriente.

Intanto ai giorni nostri dopo la morte e l era di Gheddafi e dopo tante guerre tra di loro, la guerra civile in Libia oggi è ufficialmente entrara in una nuova fase. La mossa Russa, con l’invio degli otto caccia nell’ aeroporto di Tobruk e nella base di Al Jufra, lo certifica ulteriormente.

Serraj, a capo dell’unico governo riconosciuto come legittimo dall’ONU, ha dalla sua parte la Turchia, che ha mandato in Libia circa 3 mila miliziani siriani che combattono a fianco delle forze turche nel nord della Siria, oltre che droni armati che hanno permesso di distruggere alcune difese aeree nemiche. Dall’ altra parte, Haftar ha l’appoggio di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto e di qualche altro paese, come la Francia.

Si staglia all’orizzonte uno schema incredibilmente lineare, che prevede il disinteresse a stelle e strisce in Libia che invece hanno scelto la Grecia come neo hub nel Mediterraneo, i tentennamenti francesi, che scontano anche una crisi politica interna per Macron, e la consueta irrilevanza italiana che vede il porto di Taranto spostarsi in mani orientali.  

Intanto quel che è certo è che lo scacchiere da guerra civile libica, dove l’infuenza dell’Europa si sta assottigliando, potrebbe essere incanalato verso una nuova fase dove a regnare sarebbe l’interventismo di chi ha pesato con parsimonia e tattica le sue mosse e le sue contromosse. I pozzi della mezzaluna petrolifera controllati da Haftar sono un obiettivo conclamato, assieme all’ircocervo di equilibri che questo risiko porterà in dote.  

Mosca e Ankara si preparano ad una spartizione della “tunica” libica così come da modus operandi siriano. Se fino a ieri le truppe fedeli al Generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica da troppi mesi in procinto di prendersi Tripoli, avevano registrato molti ko anche grazie all’uso dei droni turchi, da domani lo scenario potrebbe cambiare anche in virtù dei Mig russi giunti dalla Siria.

La guerra che si sta combattendo è iniziata ad aprile dello scorso anno per volontà di Haftar, che allora controllava l’est della Libia e dei pezzi di sud. Haftar aveva ordinato alle sue milizie di attaccare Tripoli, la capitale del paese, controllata da Serraj e dalle milizie alleate del suo governo. Nei piani di Haftar, l’attacco avrebbe dovuto portare rapidamente alla caduta di Tripoli, grazie anche all’appoggio delle milizie della città che avevano mostrato segni di insofferenza verso il governo di Serraj. Le cose però non era andate come aveva sperato il maresciallo: le milizie di Tripoli non avevano cambiato schieramento, e grazie anche alle forze di Misurata, città libica molto importante e molto influente, Serraj era riuscito a rimanere al potere e a respingere l’offensiva.

Dopo molti mesi di stallo nei combattimenti, dove la posizione di Serraj era comunque rimasta sempre molto in bilico, la situazione ora sembra essere cambiata. Solo nell’ultima settimana le milizie di Serraj hanno conquistato un’importante base aerea a ovest di Tripoli (la base di al Watiya) usando i droni della Turchia per distruggere le difese aeree della Russia, alleata di Haftar. Le forze di Serraj, con l’aiuto dei turchi, hanno inoltre preso il controllo di al Asaba, una cittadina di grande importanza strategica che si trova un centinaio di chilometri a sud di Tripoli.

Pare proprio che, tra il 20 gennaio e il 3 maggio 2020, la Germania abbia deciso di vendere armi per 308,2 milioni di euro all’Egitto e per 15,1 milioni di euro agli Emirati Arabi Uniti. La notizia, diventata nota grazie a un’interrogazione parlamentare del partito Die Linke (la sinistra), è stata rilanciata da Deutsche Welle e dall’agenzia di stampa DPA, che hanno preso visione di un documento del ministero dell’Economia tedesco con le voci di spesa militari. Queste fonti di stampa hanno fatto notare che la Germania vende armi agli amici di Haftar, che poi le girano al coriaceo generale che assedia Tripoli dal 4 aprile 2019, dove c’è un ambasciatore italiano, Eni e molto altro. Non vorremmo mai dire che la Germania sostiene indirettamente Tobruk però è lecito affermare che, se la Merkel vende armi a coloro che armano Haftar, non fa un favore a Conte ma neanche alla missione Irini targata Ue e Onu che ha il compito di far rispettare l’embargo di armi alla Libia

Intanto da ieri in Libia si intensifica l'offensiva del Governo di accordo nazionale di Tripoli contro le forze del maresciallo della Cirenaica, Khalifa Haftar. Conquistata la base di Al Watiya, l'aviazione del premier Fayez al-Sarraj si è concentrata nelle ultime ore sulla città di Tarhuna, 80 chilometri a sud-est della capitale, ritenuta nevralgica per l'uomo forte di Bengasi.

Dall'alba secondo l agenzia Agi, i jet libici, sostenuti dai turchi, hanno fatto piovere decine di missili contro le postazioni dei miliziani che puntavano a conquistare Tripoli. Solo oggi, secondo il comando dell'operazione Vulcano di Rabbia, sono stati distrutti quattro sistemi antiaerei russi Pantsir-S1. Un duro colpo non solo per l'uomo forte della Cirenaica ma anche per i suoi due principali sponsor: Emirati e Russia.

Il portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed al Mismari, ha annunciato una "ritirata di 2-3 chilometri da tutte le linee del fronte a Tripoli per consentire agli abitanti della capitale di muoversi liberamente per le cerimonie della fine del Ramadan".I media pro-governo Tripoli parlano   invece di uno sfaldamento delle milizie, divise tra quelle della Cirenaica e quella di Qani che a Tarhuna combatteva al fianco di Haftar e pare si stia distaccando.

Sul fronte politico, Ankara pregusta la vittoria finale. "Il nostro intervento in Libia ha permesso un significativo rovesciamento degli equilibri del conflitto a favore di Fayez al Serraj", ha dichiarato il ministro della Difesa, Hulusi Akar. Da Tripoli, invece, il ministro dell'Interno, Fathi Bashaga, indica gli Emirati come "causa principale della crisi". "Non ci sarebbe stata alcuna crisi in Libia se gli Emirati avessero interrotto le loro interferenze dannose nei nostri affari interni, il loro sostegno ai golpisti e il loro rifornimento di armi", ha twittato Bashaga in risposta a un tweet del ministro degli Esteri emiratino, Anwar Gargash, che invece accusava le fazioni in lotta in Libia di mirare solo a "vittorie sul piano tattico" e rinnovava l'invito a un cessate il fuoco per una soluzione politica.

 

 

  

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