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Martedì, 14 Luglio 2020

Grecia: compra F-35 fabbricati negli Stati Uniti per difendersi contro i suoi avversari

Il ministro della Difesa Nikos Panagiotopoulos ha dichiarato giovedì scorso, 9 gennaio 2020, che la Grecia è interessata ad acquisire, nei prossimi anni, uno squadrone di caccia Lockheed Martin F-35 fabbricati negli Stati Uniti come parte del suo piano per rivendicare la sua superiorità sulla Turchia nella difesa aerea. Parlando alla televisione, il ministro ha detto che l’upgrade degli F-16 della Hellenic Air Force inizierà nei prossimi giorni, aggiungendo che il processo richiederà circa sette-otto anni.

Panagiotopoulos ha anche affermato che la Grecia risponderà “in modo dinamico” a qualsiasi sfida alla sua sovranità e ha confermato che gli Stati Uniti hanno in programma di prendere iniziative per disinnescare le tensioni con Ankara in seguito alle riunioni del Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis con la leadership, i senatori e i legislatori statunitensi a Washington.

Proprio sul tema della difesa aerea, la Grecia fronteggia quasi giornalmente i caccia turchi sul Mar Egeo. Negli ultimi giorni sono state 40 le violazioni dello spazio aereo greco da parte di sette aerei da combattimento turchi nell’Egeo nord e sud-orientale. Cinque di queste incursioni hanno portato al combattimento aereo “simulato” tra i jet greci e quelli turchi. 18 di queste violazioni sono state registrate sulle isole di Ro, Kastellorizo e Strongyli nell’Egeo sud-orientale, subito dopo una visita nell’area da parte del capo dello stato maggiore dell’esercito ellenico, il tenente generale Georgios Kambas.

Allo stesso tempo, il direttore generale ad interim del Ministero degli Esteri turco, Cagatay Erciyes, ha pubblicato un commento su Twitter sfidando i diritti sovrani della Grecia, con una foto allegata che indica Kastellorizo. “È ridicolo credere che una piccola isola di 10 km2 che si trova a 2 km dalla Turchia e 570 km di distanza dalla Grecia possa creare una zona marittima di 40.000 km2 nel Mediterraneo“.

Intanto Il Generale Haftar vola segretamente in Grecia per colloqui con Atene, risentita per la sua esclusione dalla Conferenza di Berlino di domenica prossima sulla Libia, e soprattutto irritata perché il governo di Sarraj, riconosciuto dall’ONU e dall’Italia, ha firmato un accordo di cooperazione energetica e militare con la Turchia, rivale della Grecia. L’accordo tra Tripoli ed Ankara dunque riguarda non solo gli aiuti militari, soldati turchi e cosiddetti Syrian fighters sono già in Libia, ma pure l’esplorazione delle risorse energetiche nel Mediterraneo. Ciò confligge con gli interessi di Grecia, Cipro ed Israele, ma anche dell’Italia vista la storica presenza dell’ENI in Libia ed il gasdotto EastMed project.

Durante il suo blitz romano, Haftar ha incontrato Victoria Coates, vice consigliere per la Sicurezza nazionale e Richard Norland, ambasciatore statunitense in Libia. A novembre, il generale aveva incontrato altri altissimi funzionari Usa (tra cui lo stesso Norland) in un Paese del Medio Oriente. Come rivelato dal Washington Post, Haftar in quell’occasione incontrò l’Ambasciatore Usa in Libia, il funzionario per l’Energia Matthew Zais e generale Steven deMilliano, vice direttore di Africom (il comando Usa per l’Africa). Se a questo si aggiungono gli incontri avvenuti al Congresso tra lobbisti pro Haftar e uomini del Partito repubblicano e del dipartimento dell’Energia, tutto assume un connotato diverso: la Libia non è per nulla un problema secondario per Washington.

Gli Stati Uniti non sono affatto fuori dai giochi in Libia. E l’ultima catena di episodi che coinvolge il Paese nordafricano è un insieme particolarmente importante di eventi, incontri, interventi militari e minacce che fa credere che a Washington il dossier libico sia entrato prepotentemente al Dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti, per molto tempo, hanno “dimenticato” la Libia.

il Mediterraneo e allargato, che ogni giorno di più assume una valenza strategica fondamentale, non può essere considerato un problema minore per gli strateghi americani. Specialmente se a dividerlo sono Russia e Turchia: la prima un avversario di sempre, la seconda un alleato che da troppo tempo ammicca verso Mosca e Pechino.Le trattative sotterranee sono ben altre e a Washington, evidentemente, non si fidano totalmente del governo libico. Soprattutto perché il sostengo di Recep Tayyip Erdogan, del Qatar e la sua debolissima leadership fanno sì che gli Usa abbiano da tempo guardato altrove. E quell’altrove si chiama Khalifa Haftar, generale della Cirenaica che, oltre alla partnership con Russia, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, e diversi legami con parecchi alleati americani, è anche un vecchio amico della Cia. Proprio quella Cia di cui era direttore Mike Pompeo, oggi a capo della diplomazia statunitense.

Gli Stati Uniti hanno messo sul piatto alcune richieste per acconsentire a concedere ad Haftar un ruolo. E un uomo che è anche cittadino americano e che ha contatti con la Cia non può rimanerne sordo. Gli Stati Uniti vogliono garanzie soprattutto sotto due profili: la presenza dei mercenari russi della Wagner (e quindi sul legame tra Bengasi e Mosca) e la spartizione delle rendite del petrolio della Noc. Ottenute queste garanzie, si passa poi agli affari più pragmatici. E, come confermato anche da Startmag, questi si incentrano sul ruolo delle compagnie americane nel territorio libico, in particolare della Halliburton, la compagnia di sicurezza Guidry Group e la General Electric.

Insomma, l’interesse Usa per la Libia è tutt’altro che finito. E non è un caso Haftar abbia fatto saltare la tregua a Mosca mentre è pronto a firmarla a Berlino: città prescelta anche dai funzionari americani come luogo per l’approvazione dell’accordo. Per Putin, il meeting moscovita si è concluso con uno smacco che ha dimostrato l’inaffidabilità della Cirenaica. E questo nonostante i contractors della Wagner da tempo sostengano l’Esercito nazionale libico. Mentre adesso gli Stati Uniti possono comunque far capire al mondo che quella pace passa anhce dal loro ruolo che in questo momento è meno divisivo di quanto si possa immaginare: quasi a imitare quello che ha provato a fare fino ad ora la Russia.

Intanto la Turchia avvierà quest'anno "attività di esplorazione e perforazione" nel Mediterraneo nelle zone inquadrate dall'accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, spiegando che "la nave Oruc Reis effettuerà inizialmente un'esplorazione sismica". "Non è più possibile per altri Paesi condurre attività di ricerca sismica e di perforazione senza il consenso della Turchia e della Libia nelle aree designate dall'accordo marittimo", ha aggiunto il leader di Ankara. Il memorandum d'intesa, siglato a fine novembre a Istanbul da Erdogan con il premier del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli Fayez al-Sarraj, è stato condannato da gran parte della comunità internazionale, che non lo ritiene legittimo. In particolare, Grecia e Cipro denunciano violazioni delle rispettive frontiere.

L’Italia osserva molto attentamente scrive il giornale. Giuseppe Conte e Di Maio continuano a ripetere che il ruolo americano sarà essenziale per la pace in Libia. E questo serve anche per far comprendere a tutto il blocco che sostiene Haftar che, nei fatti, l’asse con Washington esiste. E che il sostegno a Serraj è in realtà parallelo ai contatti con Bengasi. A Tripoli c’è Sarraj: ma c’è soprattutto Erdogan, che da tempo dà spallate a Roma. Trump ha interesse a evitare una Libia spaccata che porti a un’ascesa del ruolo dei suoi rivali. E l’Italia sa che può soltanto sperare nell’asse con gli Stati Uniti per tentare non certo di riprendersi la Libia (ormai persa definitivamente): ma evitare di vedersi esclusa anche dal futuro consesso per la pace.

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