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Venerdì, 22 Novembre 2019

Stati Uniti: Italia nel mirino

Gli Stati Uniti hanno messo l’Italia nel mirino. E i nostri servizi segreti, forse mai come quest’anno, sono al centro di una delle più importanti indagini della storia repubblicana americana, quel sistema di inchieste e contro-inchieste racchiuso nella grande galassia del Russiagate e che vede a Roma uno dei suoi centri nevralgici. Tra università, incontri, professori misteriosi, viaggi di delegati americani a Roma e incontri ad alto livello delle intelligence Usa e italiane, a Roma si gioca una partita fondamentale del Russiagate. E l’audizione di Giuseppe Conte al Copasir è la prova che questo sistema di inchieste incide (e molto) anche sulla stessa capacità di resistenza del governo italiano.

Convoca i giornalisti a Palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte, subito dopo l'audizione al Copasir durata due ore e mezza, per raccontare la sua verità sui due viaggi di Barr in Italia e sgombrare il campo dalle "ricostruzione fantasiose" apparse sui media, che "rischiano di gettare ombre sul nostro operato istituzionale, cosa che non possiamo permetterci". L'affaire Russiagate ha comunque fatto emergere alcune criticità nei servizi, che il presidente si propone di affrontare a breve.  

La prima richiesta secondo l Ansa di informazioni dagli Stati Uniti, nell'ambito dell'inchiesta "preliminare" ("se invece era un'inchiesta giudiziaria sarebbe scattato un altro binario, la cooperazione giudiziaria, la rogatoria", precisa Conte) che Barr e il procuratore speciale John Durham stanno conducendo sulle origini del Russiagate (in pratica sugli stessi investigatori Usa che hanno indagato sui legami tra Trump e la Russia) arriva a giugno, informa il premier. Per il tramite dell'ambasciata italiana a Washington, "non a me direttamente. Io non ho mai parlato con Barr", puntualizza. E l'attorney general, rileva, "è anche il responsabile dell'Fbi, che si occupa in particolare di controspionaggio ed agisce anche all'estero". Barr chiedeva uno "scambio preliminare di informazioni con la nostra intelligence" per "verificare l'operato di agenti americani" in Italia nel 2016. In particolare, l'oggetto di interesse era Joseph Mifsud, il docente maltese di stanza in quel periodo alla Link Campus University e che ha agganciato George Papadopoulos, consulente dell'allora candidato alle presidenziali Trump, per passargli la notizia che i russi avevano email hackerate ad Hillary Clinton. E' uno dei punti di partenza del rapporto Mueller che ha fatto emergere contatti tra lo staff di Trump ed i russi. Per il presidente Usa Mifsud era un agente provocatore che voleva incastrarlo dimostrando che si era avvalso dell'aiuto di Mosca per essere eletto  

L'interlocuzione con l'attorney general americano William Barr, che voleva avere notizie sull'operato di agenti dell'intelligence Usa in Italia nella primavera-estate del 2016, è avvenuta "in piena legalità e correttezza"; è risultata acclarata "l'estraneità della nostra intelligence" e con il presidente Donald Trump "non abbiamo mai parlato di questa vicenda": dice dunque il "falso" chi parla di collegamenti con "il suo tweet di sostegno nei miei confronti" ad agosto.

'Complotto' in cui settori dell'intelligence americana avrebbero coinvolto anche loro colleghi occidentali, in Inghilterra, in Australia e magari anche in Italia, vista la presenza di Mifsud a Roma. Ecco il motivo dei due viaggi italiani di Barr. Il primo a Ferragosto, quando ha incontrato il direttore del Dis, Gennaro Vecchione, "è servito - ricostruisce il premier - a definire il perimetro della collaborazione e chiarire le informazioni richieste. Poi c'è stato il secondo il 27 settembre, alla presenza anche dei direttori di Aise ed Aisi. Abbiamo chiarito, alla luce delle verifiche fatte, che la nostra intelligence è estranea a questa vicenda; estraneità che ci è stata riconosciuta dai nostri interlocutori che non avevano elementi di segno contrario". In sostanza, non risulta che agenti italiani hanno collaborato con colleghi americani per 'gestire' Mifsud e poi farlo sparire. E, inoltre, osserva, "se ci fossero state attività illecite che coinvolgevano nostri agenti avremmo avuto obbligo di segnalarlo all'autorità giudiziaria".

Quanto alle accuse di aver tenuto nascosto sia ai membri del Governo che al Copasir i contatti con Barr, Conte ricorda che "il premier ai sensi della legge ha l'alta direzione e responsabilità politica dell'intelligence; non la divide con nessun ministro o leader politico. Se avessi informato persone non legittimate a ricevere queste notizie avrei violato la legge. Ed il Copasir ha diritto e dovere di verificare e controllare, ma a posteriori". "Se tornassi indietro - prosegue - non potrei fare diversamente, perchè l'indagine di Barr è una tipica attività d'intelligence. Se ci fossimo rifiutati di sederci al tavolo con loro avremmo recato danno alla nostra intelligence e ci saremmo macchiati di una grave slealtà nei confronti di un alleato storico". Nelle prossime settimane il Copasir sentirà i direttori di Dis, Aise ed Aisi, cui verranno chieste ulteriori informazioni sulle visite di Barr in Italia.

Secondo il quotidiano il Giornale la questione per Washington è fondamentale. Lo hanno chiarito non solo le inchieste della giustizia statunitense, ma anche i viaggi “politici” tra le autorità dei due Stati. Donald Trump ha ricevuto a Washington sia Giuseppe Conte che Sergio Mattarella, con il presidente della Repubblica che si è trasformato suo malgrado in una pedina di un gioco dei servizi segreti che ha irritato molto gli uffici del Quirinale e lo stesso presidente. Così come è chiaro il motivo per cui il presidente americano abbia voluto inviare Mike Pompeo a Roma, potente segretario di Stato ma soprattutto ex direttore Cia, nel bel mezzo dello scandalo, quando in Italia iniziavano a uscire le prime informazioni sugli incontri tenuti nel nostro Paese tra le agenzie americane e italiane.

Tutti viaggi che hanno un solo scopo: Trump vuole certezze. E queste certezze significano che per la Casa Bianca è essenziale chiarire quali siano i rapporti tra i servizi segreti italiani e quella che Trump e il suo entourage ritengono sia stato un enorme complotto internazionale teso a screditare la sua candidatura e la sua presidenza favorendo, di fatto, Hillary Clinton. Un’ipotesi che da anni circola negli uffici della Casa Bianca e che vede nell’intelligence italiana un nodo cruciale dell’inchiesta, soprattutto per i dubbi che gravitano intorno agli esecutivi a guida Pd, in particolare di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.

Scrive il Giornale : Trump vuole vederci chiaro e non sembra intenzionato a mollare. Il rapporto di William Barr può essere fondamentale per capire passato e presente (e forse futuro) dell ramo italiano del Russiagate. Ma può soprattutto essere un punto di svolta estremamente importante nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, visto che da tempo Washington ha messo nel mirino Roma come Paese sempre più importante all’interno del suo sistema di alleanze. Washington vuole certezze. Le vuole soprattutto Trump e la sua amministrazione, che considera Roma qualcosa di più un semplice partner e che teme pericolose “deviazioni” da parte dei governi italiani rispetto alla linea che invece l’attuale amministrazione vorrebbe seguisse. E non è un caso che il governo statunitense abbia chiesto informazioni all’Italia al pari di Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda: Paesi di estrema rilevanza per l’America, visto che essi sono tutti inclusi all’interno dei quella che viene chiamata l’alleanza dei Cinque occhi, i Five Eyes.

Questo sistema secondo inside over è una delle più importanti, potenti e meno conosciute coalizioni del mondo, poiché è un accordo di condivisioni di informazioni e di intelligence che di fatto considera l’anglosfera come parte di un sistema unitario in cui c’è la massima capacità di condivisomi dei rapporti di intelligence. In questo club non c’è l’Italia. Ma l’impressione è che l’attenzione di Washington su Roma sia indice di una volontà di portare altri Paesi in un sistema di informazioni sempre più stretto e con meno libertà di manovra, a tal punto che il governo americano ha chiesto più volte a quello italiano il conto dei suoi servizi segreti. Tanto che c’è chi ritiene che lo stesso (ormai famoso) endorsement di Trump nei confronti di Conte sia stato in realtà non tanto un endorsement politico quanto legato proprio a quanto potesse rivelare il governo da lui presieduto sugli intrighi di Roma che coinvolgevano uomini contrari alla sua presidenza.

Trump secondo Lorenzo Vita del Inside over vuole che l’Italia sia qualcosa di più di un partner. E lo dimostra il fatto che sia uno dei Paesi su cui ormai da mesi si concentrano le attenzioni dei suoi strateghi. Lo conferma il Russiagate, che è il nodo cruciale dell’amministrazione repubblicana e che è la vera spada di Damocle che pende sulla testa di The Donald. Ma lo confermano anche diversi punti del programma americano nel Mediterraneo e in Europa e che vedono sempre l’Italia al centro delle attenzioni strategiche statunitensi.

È stata proprio l’Italia, continua il Giornale ad esempio, il Paese su cui si è scatenata l’ira del governo statunitense per ciò che riguarda i rapporti economici con la Cina quando il governo italiano ha firmato il memorandum sulla Nuova Via della Seta. Mentre gli Stati europei si sono legati a doppio filo con Pechino stringendo accordi economici di vastissima scala, l’Italia ha subito un vero e proprio assedio mediatico e politico, in cui Washington ha ovviamente fatto il possibile per chiedere a Conte e ai suoi ministri di evitare di abbracciare l’iniziativa cinese. Il governo statunitense ha chiesto a Roma garanzie soprattutto legate all’intelligence, con Huawei indiziata speciale di un possibile ingresso della Cina nei sistemi di telecomunicazioni italiane (e quindi europee a euro-atlantiche).

Ma non va dimenticato anche l’interesse Usa nei confronti dei rapporti dell’Italia con la Russia, che sono da sempre estremamente forti e sui cui i falchi americani hanno spesso avuto da ridire. Trump ha considerato per molto tempo il precedente esecutivo (quello composto da Lega e Cinque Stelle) come un possibile tramite politico e strategico tra il suo governo e la Russia, ma l’intelligence e il Pentagono hanno sempre avuto grossi timori nei confronti delle politiche romane. A tal punto che appena confermato Conte alla guida di Palazzo Chigi, il premier ha dovuto fare due cose: blindare la rete Tlc con il golden power e fermare un r cittadino russo sospettare di essere una spia all’aeroporto di Napoli. L’alleanza con Trump e con gli Usa costa: ma adesso sempre poche per l’Italia ci sia un passo in avanti. Un salto di qualità che potrebbe includere Roma nel sistema degli occhi. Non più dei 14, come è adesso, ma dei cinque. O forse, sottotraccia, dei sei.

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