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Il governo Conte non corre alcun rischio

Il governo Conte non corre alcun rischio, e il premier andrà sereno sotto l'ombrellone. Tanto che Salvini, che aveva minacciosamente annunciato un proprio intervento in Senato «dai banchi della Lega» subito dopo la relazione del premier, ieri ha fatto capire che scherzava e che probabilmente neppure perderà tempo a metter piede in aula: «Ho degli impegni, sono pagato per occuparmi di altro», eccetera. Evidentemente, il ministro dell'Interno ha avuto rassicurazioni da Palazzo Chigi sul tenore della famosa «informativa» di Conte, e non teme più sorprese sgradite, che pure erano state fatte trapelare da chi ha la delega ai servizi segreti (ossia il premier). Specularmente, il premier non teme più un annuncio di guerra dai banchi della Lega.  

Se la Lega sacrificherà questo suo stendardo,come riporta il Giornale  i Cinque Stelle si acconceranno a rimangiarsi tutti i loro tonanti no alla Tav: il via libera alla grande opera internazionale ci sarà, il ministro Toninelli che è diventato troppo imbarazzante persino per i Cinque Stelle verrà lasciato al suo malinconico destino, e Di Maio e compagni faranno finta di soffrire ma di essere costretti a piegarsi dal perfido Macron e dalla sorte matrigna. E, in contemporanea alla sceneggiata russa del Senato, alla Camera i grillini voteranno come soldatini la fiducia che blinda il testo del decreto Sicurezza, l'unico provvedimento che sta a cuore al vicepremier leghista, in quanto strumento di propaganda, e contro il quale i Cinque Stelle avevano alzato le barricate. Parallelamente, per completare il quadro del gran mercato delle vacche in corso nella maggioranza, i leghisti accettano l'archiviazione del contestatissimo ddl Pillon sull'affido condiviso: ci sarà un nuovo testo, forse, un giorno, chissà. Il Pd, che aveva convocato proteste di piazza contro il provvedimento, canta vittoria: «Grazie alla mobilitazione di tante donne in Italia, oggi abbiamo fermato l'avanzamento del ddl Pillon», esulta il capogruppo Marcucci. Ma di rinuncia in rinuncia, di rinvio in rinvio, di litigio in litigio, la maggioranza gialloverde sembra intenzionata a seguire l'immortale insegnamento del defunto Borrelli: resistere, resistere, resistere. Fino a quando? Se lo chiedono i dirigenti della Lega, che confidano di non capire perché il loro capo non voglia rompere con i grillini. E non hanno risposte.

E, a riprova del clima di appeasement,come sottolinea il Giornale sarebbe il dossier spinoso delle Autonomie viene buttato nel cassetto, in attesa di tempi migliori: niente Consiglio dei ministri in settimana, si vedrà se mai dopo le vacanze. Con il beneplacito di Salvini, che non ha mai avuto a cuore quella riforma (teme gli rovini la piazza elettorale al Sud) e con tanti saluti ai governatori nordisti Zaia e Fontana, scaricati dal leader su Conte: «Parlaci tu». Di Maio flauta: «Per me l'autonomia si farà, l'ho sempre detto. Ma si deve fare senza danneggiare le regioni del centro sud», e archivia così la pratica.  

Intanto la base pentastellata è sul piede di guerra e di fatto ha messo nel mirino anche i leader pentastellati. Ma dopo la "botta" arriva la reazione (inquietante) del popolo No Tav che promette una durissima battaglia come ha riportato l'Adnkronos: "Avanti con la nostra lotta popolare per fermare quest'opera inutile ed imposta. Lo faremo come abbiamo sempre fatto mettendoci di traverso quando serve e portando le nostre ragioni in ogni luogo di questo Paese che siamo convinti stia con noi". E ancora: "Dimostreremo fin da subito la nostra vitalità con il festival Alta Felicità che prenderà il via giovedì - si legge in un comunicato diffuso sul web - portando migliaia di notav nella nostra Valle, e che porteremo tutti insieme a vedere il cantiere sabato pomeriggio". "Fermarlo è possibile, fermarlo tocca a noi!". Parole durissime che lasciano spazio probabilmente ad una azione di guerriglia che potrebbe seguire quanto accaduto già nella notte tra sabato e domenica scorsi. Un centinaio di attivisti hanno preso d'assalto il cantiere di Chiomonte lanciando razzi sugli agenti. Almeno 20 persone sono state denunciate. L'annuncio di una grande manifestazione prevista per sabato prossimo sottolinea la determinazione del fronte No Tav.


E gli attivisti minacciano come scrive il giornale  la rivolta mettendo nel mirino proprio il premier Conte che proprio ieri ha dato il via libera alla grande opera della Torino-Lione: "Dimostra di non conoscere la determinazione dei No Tav". Non sa quanto costerebbe, non lo sa nessuno", si legge tra l'altro nel messaggio "ma sa perfettamente che il debito pubblico aumenterebbe". E ancora "sa che creerà un problema di ordine pubblico" e "sa che la Torino-Lyon non serve a nulla". "Conosce perfettamente il rapporto costi/benefici" prosegue il messaggio, "ha ben chiaro che perdera' tanti voti e rispetto politico ma dimostra di non conoscere la determinazione dei No Tav", conclude il post. Insomma il fronte dello scontro ormai è acceso e i toni si fanno sempre più duri. A questo quadro va aggiunta anche la protesta dei parlamentari M5s che da tempo rappresentano le istanze dei No Tav. Tra questi c'è Marco Scibona che dopo l'annuncio del premier si è lasciato andare ad un attacco pesante contro lo stesso Conte su Facebook: "Siete delle mxxxx...Ed io un coxxxxx". Poi ha aggiunto "Conte dixit". Parole di fuoco che segnalano come la temperatura all'interno del Movimento sia salita alle stelle e come i grillini rischino l'implosione. I No Tav infine danno una lettura politica alla mossa di Conte: "Ha detto sì per mantenere in piedi il governo". Di certo in questo caso è passata la linea della Lega che da tempo chiedeva il semaforo verde per la ripresa dei lavori nel cantiere.

In una sua esclusiva del quotidiano il Giornale riferisce che Il ricorso in Cassazione della procura di Agrigento demolisce l'ordinanza del 2 luglio, che ha rimesso in libertà la capitana permettendole di tornare in Germania. E chiede alla Suprema corte di annullarla perché risulta «viziata per violazione di legge». Oltre a non avere «provveduto correttamente a valutare gli elementi di fatto e di diritto». E ancora: «L'impostazione offerta dal Gip sembra banalizzare gli interessi giuridici coinvolti nella vicenda e non appare condivisibile la valutazione semplicistica».

Una pietra tombale di 16 pagine,come scrive il quotidiano che non servirà a nulla. Il ricorso è apparso ieri su un sito giuridico, una settimana dopo l'invio in Cassazione. Scelta di basso profilo opposta all'exploit mediatico dell'ordinanza considerata totalmente infondata.

A pagina 3 scrive in esclusiva il quotidiano il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio e il sostituto Gloria Andreoli, partono all'attacco: «Si ritiene che (...) il Gip nel pronunciarsi sulla legittimità dell'arresto di Carola abbia travalicato i limiti di approfondimento attenenti a tale fase procedendo a un'autonoma valutazione dei dati in suo possesso e pervenendo a un giudizio sostanziale della gravità indiziaria». Un giudizio che travalica le competenze del giudice ed è comunque sballato. A cominciare dal non avere considerato «nave da guerra», la motovedetta della Guardia di finanza schiacciata dalla capitana contro la banchina per sbarcare i migranti. «È di tutta evidenza - scrive la procura di Agrigento - che l'affermazione del Gip sia stato frutto di autonoma interpretazione che non trova alcun appiglio nella sentenza della Corte costituzionale» citata da Vella. «Al contrario si precisa che la giurisprudenza in più casi ha qualificato le motovedette della Guardia di finanza come navi da guerra» si legge nel ricorso.

Dalla pagina 8 in poi viene smontata, pezzo per pezzo, la tesi del Gip sul «dovere di soccorso e assistenza ai naufraghi», che permetteva a Carola di fare quello che voleva forzando il blocco del Viminale. Innanzitutto scrive il giornale «il Gip ha affrontato tutta una serie di valutazioni in ordine alla condotta di Rackete fondando per buona parte le proprie argomentazioni sulle dichiarazioni dell'indagata». Il ricorso sottolinea che il governo stava per risolvere il caso a livello europeo, ma la capitana ha compiuto l'atto di forza senza tenerne conto. I procuratori si chiedono, inoltre, come sia possibile che la Gip si aggrappi alla giustificazione di un «soccorso in mare avvenuto 15 giorni prima dell'arresto». E ribadiscono che davanti a Lampedusa «i migranti non erano più esposti a un pericolo imminente per la loro vita e incolumità». Una serie di «mazzate», che spiegano come «non poteva ragionevolmente ritenersi giustificata l'azione di forza della Rackete, che per attuare nella maniera ottimale un dovere, esponeva con la propria manovra di schiacciamento della motovedetta V.808 verso la banchina, a concreto pericolo sia i migranti, che l'equipaggio della motovedetta».

In definitiva come riferisce il quotidiano «la conclusione a cui è pervenuto il Gip si ritiene contraddittoria, errata e non adeguatamente motivata», ma ha comunque trasformato Carola in eroina con un'aureola innocentista in nome di un superiore diritto umanitario deciso dai talebani dell'accoglienza. «Diritto» sancito di fatto dall'ordinanza, che ha avuto un enorme clamore mediatico. A differenza dal ricorso che la fa a pezzi passato sotto silenzio

Intanto tra Ventimiglia e Mentone, scrive il Giornale sulla linea che separa il territorio italiano da quello francese, i migranti in cerca di fortuna in altri paesi dell’Unione vengono respinti dalla polizia d’Oltralpe senza che Roma possa opporre resistenza. A punire il Belpaese, spiega il deputato della Lega Flavio di Muro, ci sono "trattati internazionali inefficaci, a favore della Francia e talvolta punitivi nei confronti dell'Italia". Si tratta di tre accordi in particolare: quelli di Schengen, Chambery e Dublino III. Tutti abilmente sfruttati da Parigi per rimandarci indietro gli stranieri.

Partiamo da Chambery. come riferisce il quotidiano Il trattato bilaterale tra Italia e Francia risale al 1997, quando al governo c'era Prodi e al ministero dell'Interno un certo Giorgio Napolitano. L'accordo definisce la collaborazione tra polizie di frontiera nella gestione dei confini, in particolare nella lotta all'immigrazione clandestina. Tutto in regola, per carità: gli immigrati irregolari provenienti dal Belpaese e fermati in Francia devono essere rimandati oltre confine. Lo dice il testo. Anche noi, ovviamente, potremmo fare lo stesso. Solo che il flusso oggi va da Roma a Parigi e non il contrario. E così l'Italia si ritrova in una posizione decisamente scomoda: da una parte è obiettivo di sbarco di tutti barconi che partono da Sud; dall'altra, si ritrova un vero e proprio tampone a Nord a causa delle frontiere barricate dai francesi. Bisognerebbe ridiscutere l'accordo, ma per ora non se ne è mai parlato.

L'altra spina nel fianco del Belpaese è il trattato di Dublino. Se Chambery riguarda gli immigrati irregolari, Dublino regola i movimenti in Europa di chi ha fatto richiesta d'asilo in uno Stato Ue. "Quando è accertato (...) che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un Paese terzo, la frontiera di uno Stato membro - si legge nelle carte - questo è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale". Tradotto: i migranti sbarcati in Sicilia e registrati dall'Italia, se provano ad arrivare a Parigi, possono essere rispediti dai francesi nel Belpaese in ottemperanza alle norme di Dublino III. Un'altra fregatura.

Ecco perché Matteo Salvini, durante il vertice a Helsinki, ha sostenuto il no dell’Italia al principio del porto più vicino per l’approdo dei migranti. Francia e Germania insistono per ribadire che le persone salvate nel Mediterraneo vanno fatte scendere a Malta o Lampedusa, col rischio è che - alla fine - a farsi carico di tutti gli immigrati sia sempre lo Stato di primo approdo. Ovvero Roma o La Valletta. Il timore del Viminale, che ha disertato il vertice di Parigi, è che nuovi accordi mal fatti finiscano col confermare l'Italia come "campo profughi dell'Europa". Il pericolo esiste e Ventimiglia ne è la dimostrazione.

L'Eliseo, come detto, si trova nella comoda posizione di poter respingere legalmente verso l'Italia sia clandestini che richiedenti asilo. Per farlo, però, deve però beccarli al confine. Un problema che ha risolto da quando, nel 2015, ha sospeso il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone in Europa.

La sospensione è (più o meno) scrive il quotidiano della famiglia Berlusconi, regolare, se si esclude che ormai la Francia ha superato il limite massimo dei due anni: come spiega l’articolo 25 del codice, è nelle facoltà di un Paese "in caso di minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza interna" annullare temporaneamente Schengen. Il fatto è che, superata la minaccia terroristica, la mossa francese ha finito col regolare soprattutto i flussi migratori. Gli ultimi dati disponibili, infatti, dicono che nel 2017 su 86.320 "rèfus d’entrèe" notificati ai migranti al confine, solo in 20 sono stati espulsi perché ritenuti una "minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza". Tutti gli altri erano normali migranti. "L'obiettivo originale era la sicurezza della Patria - denuncia l'associazione Anafé nel suo ultimo rapporto - ma la volontà dello Stato sembra, invece, una 'lotta contro l’immigrazione'".

Mettendo insieme Chambery, Dublino e la sospensione di Schengen, Parigi ha eretto così una sorta di muro invisibile al confine (sorretto dalla legalità dei trattati). Nel silenzio assordante dell'Europa, attenta solo a criticare l'Italia.

Quando gli immigrati arrivano in Italia, nessuno può impedirgli di entrare. Le porte sono aperte. Quando, invece, cercano di fuggire dal nostro Paese per andare altrove, nessuno li fa passare.

 

 

 

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