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Domenica, 22 Settembre 2019

Le europee e il primo il segnale: è iniziato l'assedio all'asse franco-tedesco

I leader di Francia e Germania escono indeboliti da questa tornata elettorale. Lo fanno dal punto di vista interno, visto che in entrambi i Paesi crescono partiti che contrastano l’idea che l’asse franco-tedesco possa rafforzarsi in questi termini Rassemblement national e Verdi in primis, e nel frattempo crolla la popolarità dei due leader, ai minimi termini e con partiti che ottengono o sconfitte eclatanti o vittorie di Pirro

Dall’Europa mediterranea, l’immagine dell’assedio arriverebbe dall’Italia, con la vittoria della Lega e la sostanziale maggioranza dei partiti contrari all’asse franco-tedesco che di fatto consegna un Paese pienamente avverso all’alleanza fra Berlino e Parigi. L’Italia, da tempo emarginata dai due leader di Francia e Germania, non può che sperare nella fine del sodalizio così palese tra le due potenze europee. Matteo Salvini è stato da sempre uno dei leader più attivi nello scontro con la politica economica, industriale e strategica di Macron e Merkel. L’Italia non può chiaramente sfidare entrambi: ma l’ascesa di un alleato della Lega in Francia e la divisione tra i due Stati può aiutare l’inserimento di Roma per spezzare un’alleanza che ha una chiara visione anti-italiana.

Altro colpo arriva dall’Europa orientale. Il Gruppo di Visegrad colpisce duro l’Unione europea a trazione franco-tedesca con il guanto di sfida rivolto soprattutto verso la Francia. Viktor Orban ha iniziato la sua campagna elettorale per le europee rivolgendosi apertamente contro Emmanuel Macron. E questo per almeno due ragioni: l’Ungheria è vincolata a livello economico con la Germania; Angela Merkel è il leader della Cdu che è il partito più forte del Partito popolare europeo, lo stesso di Fidesz.

Proprio per questo motivo, se Orban ha attaccato la Merkel ma senza mai affondare troppo l’acceleratore, su Macron ha espresso sempre giudizi molto duri, addirittura evocando una grande alleanza europea proprio contro il presidente francese. In ogni caso, obiettivo di Orban è anche quello di scardinare quell’asse. E lo stesso vale per tutta l’Europa orientale, che in ogni caso sfida l’asse franco-tedesco sia in chiave politica che in chiave strategica, privilegiando la Nato rispetto all’Europa. In questo senso, l’Alleanza atlantica non rappresenta solo un sistema avverso alla Russia, ma anche all’idea di Europa compattata sotto Francia e Germania per ciò che concerne la difesa.

L’asse Berlino-Parigi appare quindi circondato. Si salva per ora nella solo Spagna, che conferma il flebile sostegno ai socialisti di Pedro Sanchez e a una linea fondamentalmente legata all’Unione europea a trazione franco-germanica  

Intanto tornando in Italia Il Colle avvisa i vicepremier «chiaritevi», manda a dire Sergio Mattarella. Fissate presto il vostro incontro di maggioranza, guardatevi negli occhi, accertate la possibilità di proseguire l'alleanza, riprendete in mano i dossier rimasti aperti, concludete la stesura dei decreti lasciati a metà. In una parola, se siete ancora in grado, governate, perché l'Italia ha bisogno urgente di essere guidata.

E il senso è appunto questo: fate «chiarezza» e fatela in fretta, perché il Paese non può sopportare un altro lungo periodo di immobilismo e di conflittualità. La situazione economica può precipitare, i mercati sono in allarme, lo spread si alza, incombe la lettera di richiamo di Bruxelles sul debito e i conti pubblici. A proposito, che idee avete per la prossima Finanziaria?

L'invito del Colle è in attesa di risposta. La palla ora è in mano ai partiti e si prevede che i tempi di replica «non saranno strettissimi». Mattarella, come prevede il suo ruolo, lavora per la stabilità, non spinge certo per accelerare un'eventuale crisi anche perché, se cade Conte, sarà difficile evitare le elezioni anticipate. Intanto si prepara alle prossime difficili settimane. Le opinioni e le mosse del presidente, fanno sapere dal Quirinale, «dipenderanno dagli orientamenti delle forze politiche e di governo». Cioè, il capo dello Stato si regolerà a seconda dello scenario che verrà fuori al termine dell'atteso vertice di maggioranza. Si è trattato, spiegano, di elezioni europeo perciò se i partiti non chiedono cambiamenti, il presidente «non entra nemmeno in campo».

Lega, Forza Italia e Fdi valgono insieme il 49,6% dei voti. Di fatto, si dovesse tornare al voto in tempi brevi, la certezza di una vittoria netta. Basti pensare che una simile coalizione sarebbe destinata a vincere la quasi totalità dei 232 collegi uninominali.

Già domenica sera abbia deciso di mettere sul tavolo quelli che per il Carroccio sono i tre dossier chiave: Tav, autonomia regionale e, soprattutto, flat tax. Tutte questioni su cui in questi mesi il M5s ha nicchiato, mentre Salvini ha saputo pazientare. Da ieri, però, lo spartito non può che cambiare. Perché il ministro dell'Interno non avrà più l'alibi di un governo i cui rapporti di forza sono tutti a favore del M5s e nel quale è dunque costretto ad accettare compromessi. Se non numericamente in Consiglio dei ministri o in Parlamento, infatti, politicamente Salvini è da ieri il dominus indiscusso dell'esecutivo. Il che significa che d'ora in poi sarà suo il merito dei successi ma anche la colpa degli insuccessi.

Di Maio ai suoi, dice che il governo gialloverde, per il momento, va avanti, anche se l'ipotesi di staccare la spina e stata messa sul tavolo: «Lo volete o no?». La risposta è stata no. Per ora.

Al momento, la giocata che avrebbe più possibilità di riuscita porta il nome di Giuseppe Conte, nelle ultime settimane al centro di rilevazioni e sondaggi di popolarità da parte degli uomini più fidati di Davide Casaleggio. Il premier è graditissimo al figlio del guru e fondatore del M5s.

Ma, almeno ad oggi, la maggior parte delle fonti smentiscono sia un'implosione interna, sia una caduta del governo. La mina sul campo di Palazzo Chigi, ascoltando i grillini, potrebbe essere la prossima manovra: «Se non riusciamo a superare lo scoglio, allora sì che potremmo andare a votare». Magari sperando in un risultato migliore.

Lo strabiliante 34% incassato dalla Lega alle elezioni europee non racconta tutto il successo di Salvini al termine di una campagna elettorale violentissima, segnata da colpi bassi e attacchi sproporzionati.

Sentire i soliti radical chic alla Roberto Saviano, tutto il Paese stava dalla parte di Lucano. Per lui la sinistra aveva organizzato manifestazioni e sit in, Fabio Fazio gli aveva messo a disposizione i microfoni di Che tempo che fa e l’intellighenzia rossa aveva speso fiumi di parole in sua difesa.

A farne le spese, scrive  Andrea Indini però, sono stati quelli che hanno pestato più duramente contro il vice premier leghista. Come, i fan dell’accoglienza e i professionisti dell’immigrazione. Tutti a bocca asciutta. Lo dimostrano i numeri a Riace e a Lampedusa. Nella terra di Mimmo Lucano, il sindaco finito a processo per aver fatto carte false per far restare in Italia stranieri senza permesso di soggiorno, il 30,75% degli aventi diritto ha barrato il simbolo del Carroccio, mentre nell’isola “frontiera d’Europa”, simbolo degli sbarchi sulle coste italiane, si arriva addirittura al 46%. Percentuali bulgare se si pensa che dei 1.361 consensi espressi, ben 410 sono andati al vice premier leghista. A riprova del fatto che, come fa notare lui stesso, “la richiesta di una immigrazione limitata e controllata non è solo un capriccio di Salvini”.

Un vero e proprio abbaglio. Che si riflette nella “tranvata” presa a Capalbio dove la Lega ha incassato il 47,25% dei voti. Più del doppio rispetto al Pd che ha dovuto accontentarsi del 21,45%. Un voto che, sebbene arrivi da una realtà piccola, ha un alto valore simbolico. E non certo perché qui è solito trascorrere le proprie vacanze estive il segretario piddì Nicola Zingaretti. Anche in quella che è da sempre la culla del progressismo italiano, lo spaccamento tra élite e popolo è ormai netto e consolidato. Nessuno ha creduto alla panzana dell’onda nera, nessuno ha abboccato all’allarme del populismo anticamera del nazismo. E così anche lì i dem sono rimasti col cerino in mano. Come è successo nelle periferie d’Italia dove erano scoppiate le rivolte contro i rom e contro i migranti. Anche in Val Susa, dove gli antagonisti scendono in piazza un giorno sì e l’altro pure, il partito più votato è la Lega col 33,48. Ancor più del Movimento 5 Stelle, che ha fatto della battaglia No Tav una delle proprie bandiere, e del Partito democratico, che a Torino ha arruolato le madamin contro il governo.

Lo schiaffo più forte, però, secondo Indini lo hanno preso probabilmente certi vescovi che sotto il vessillo della Cei hanno condotto una strenua campagna elettorale contro Salvini. Non accettavano che esibisse i simboli religiosi. In un’Europa, che ha fatto del laicismo il proprio motto e che ha cancellato le proprie radici cristiane per non fare torto alla minoranza islamica, la scelta di Gualtiero Bassetti & Co. è stata a dir poco inappropriata. Lo hanno fatto per colpire il leghista che aveva chiuso i porti e i rubinetti dei fondi per l’accoglienza. E così, dopo essere rimaste a bocca asciutta le varie Caritas locali, è toccato ai porporati. “Ringrazio chi c’è lassù e non aiuta Matteo Salvini e la Lega, ma aiuta l’Italia e l’Europa”, ha detto ieri notte in conferenza stampa ricordando di aver affidato al “cuore immacolato di Maria non un voto ma il destino di un Paese e un continente”.

Le lenzuola calate dai balconi. Gli antagonisti e i centri sociali in piazza a prendersela con le forze dell’ordine. I progressisti nei talk show a lanciare l’allarme fascismo. Le élite europeiste a fare appelli per fermare l’avanzata populista. E i vescovi dai pulpiti a tuonare contro chi affida la propria campagna elettorale al sacro rosario. Tutti contro Matteo Salvini. E tutti con le ossa rotte all’indomani delle elezioni europee.

 

 

 

 

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