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Domenica, 25 Agosto 2019

Il dopo voto Europeo è già iniziato

Lega e Rn sono i pilastri dell'Enf, l'Europa delle Nazioni e delle Libertà, il più a destra del Parlamento europeo. Secondo il politologo Cas Mudde, Matteo Salvini e Marine Le Pen avranno "difficoltà" a formare un grande gruppo nella prossima legislatura, che sulla carta peserebbe molto sulla composizione dell'Emiciclo, perché l'estrema destra europea resta "divisa" su molti temi. Dipenderà dai risultati, naturalmente, ma molti restano convinti che per Salvini l'unico modo per contare veramente a livello Ue sia quello di lasciare l'Enf, dove siedono sia il Rassemblement National della Le Pen che il Fpoe di Heinz-Christian Strache

Il Consiglio d'Europa non fa parte delle istituzioni dell'Unione europea, ma è considerata la più importante organizzazione di difesa dei diritti umani nel continente. Di esso fanno parte 47 Paesi, dei quali 28 aderiscono all'Unione europea. La decisione dell'assemblea è stata presa ieri, e riferita in un tweet. Per il momento non sono ancora state rese note le motivazioni che hanno portato a questa decisione.

Il gruppo parlamentare - al quale aderiscono anche i tedeschi dell’Afd - si inserisce nell'ala euroscettica insieme ai Conservatori e riformisti europei (Ecr, di cui fa parte Fratelli d’Italia) e al gruppo, ancora senza nome, che potrebbe rinascere dalle ceneri dell’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd, a cui appartiene il Movimento 5 Stelle).

il voto del 12 settembre 2018 con il quale il Parlamento Ue a maggioranza ha invitato il Consiglio Europeo l'organo che riunisce gli stati dell'Unione, non la Commissione ad attivare l'articolo 7 dei Trattati Europei, che prevede una procedura punitiva, nei confronti dell'Ungheria del premier Orban, il cui governo ha deciso di controllare la magistratura e l'informazione. Un voto politicamente di enorme spessore perché ha ribadito che l'Ue non è solo un'area di libero scambio commerciale ma innanzitutto un progetto politico di democrazia liberale.

Non a caso anche sui migranti il Parlamento di Strasburgo ha spinto per una gestione la più collegiale possibile del tema. Ma è sicuramente sull'ambiente e sui diritti dei consumatori che l'assise Ue ha svolto un ruolo chiave. È stato un voto di Starsburgo a dare il la alla riduzione e poi all'eliminazione dei sacchetti di plastica. Moltissimi europei devono ai deputati eletti nella scorsa legislatura il fatto che quando si recano per lavoro o turismo in un altro stato dell'Unione non sono più sottoposti alle tagliole del roaming telefonico e possono telefonare a tariffe che conoscono.  

L'ultima decisione di spessore forse è anche quella più popolare: dal 2021 nei 28 Paesi dell'Unione Europea sarà vietato produrre e vendere piccoli prodotti di plastica usa e getta. Si tratta dell'ennesima legge votata dal Parlamento Europeo poco prima della fine della legislatura destinata a cambiare vite e abitudini di 500 milioni di europei anche se non si tratta di una vera e propria norma giuridica. Già perché il Parlamento Ue è una strana creatura, ha un potere immenso - non c'è dubbio - perché condiziona e indica la strada alla Commissione Europea le cui direttive vengono recepite dai parlamenti nazionali e tuttavia non ha un potere legislativo diretto.
Le sue decisioni ad eccezione di quelle che riguardano la Commissione e le altre istituzioni europee devono essere formalmente votate dai parlamenti nazionali.
Il risultato piuttosto bizzarro è che gli elettori di ogni singolo Paese seguono poco l'attività di questo Parlamento concentrandosi su quello nazionale che però spessissimo in realtà fa da cassa di risonanza alle decisioni prese a Bruxelles o a Strasburgo il Parlamento Ue si gode il lusso di due sedi.

Ma in realtà il Parlamento Europeo assieme alla Commissione o correggendo le decisioni della Commissione nella scorsa legislatura ha preso alcune decisioni epocali. Un esempio per tutti? L'accettazione del trattato di Parigi sul clima che comporterà la riduzione della produzione di C02 per il prossimo decennio. Un voto importantissimo che - tra mugugni - ha costretto tutti e 28 gli stati Ue ad adeguarsi  

Intanto la parola fascista! secondo il quotidiano il giornale l' aggettivo che ha subito una mutazione dei significati originari legati al partito creato da Benito Mussolini, riacclimatandosi come una lucertola in situazioni, ambienti, comportamenti che non hanno quasi mai a che fare con la storia e un elemento di arredo in ogni lingua, come se fosse nato per conto suo in tutte le lingue.

Pochi sanno che il Fascist Party of America fascio littorio bianco in campo azzurro sulla bandiera nell'area delle stelle fu fondato nel 1907 da oltranzisti democratici del Sud vicini al Ku Klux Klan, secondo il giornale quando Benito Mussolini in Italia era un sovversivo rosso, cosa che oggi agli americani come anche agli italiani sembra una provocazione. Come sarebbe a dire che Mussolini era «di sinistra»? E allora bisogna spiegare che il futuro dittatore «di destra» usava il termine «compagni», era ricercato da molte polizie, faceva sdraiare le operaie sui binari delle tradotte per sabotare la guerra di Libia del 1912 ma più che altro odiava a morte i borghesi, i ricchi capitalisti e per un po' la Chiesa e i preti. Il disordinatamente avido Mussolini smunto, gli occhi allucinati, i baffi e la barba di chi non ha tempo per il rasoio, occupava lo spazio immaginario dei ribelli di tipo guevarista, specie nel periodo austriaco trentino o quello ginevrino quando condivideva cibo e sale riunioni con Lenin, che lo teneva a distanza anche se poi Mussolini si vantò di un rapporto speciale con il leader russo, dicendo che i comunisti erano «tutti miei figli». Se oggi prevalesse l'intelligenza e si avesse l'orgoglio patriottico di appartenere a una fortissima democrazia, sarebbe utile dichiarare decadute le norme ideologiche di guerra contro il fascismo per assenza dell'oggetto e finalmente permettere che se ne parli al passato, visto che la guerra è finita.

La cronaca ci dice che avviene l'esatto contrario e che si seguita a far finta che ci sia un pericolo fascista, basandosi su quella manciata di carnevalanti runici con simboli nibelungici e attrezzeria di altri Walhalla che non ha mai fatto parte della storia e Dna italiani. Del fascismo com'è stato, con tutte le sue canagliaggini e ridicolaggini, enfasi e trasporti emotivi collettivi, nessuno sa più nulla. Ha fatto più Federico Fellini con Amarcord (1973) che la scuola italiana dove, per prudenza, è stata abolita la Storia come materia d'esame, mantenendo però in allerta emozionale Bella ciao a tutta birra - l'antifascismo militante che ha bisogno dei suoi demoni. 

«Fascista», l'aggettivo, prospera in proprio anche a causa delle mutilazioni inflitte alla storia che passa in televisione, che sta alla base dell'ignoranza comune. Una delle mutilazioni più indecenti è quella che riguarda l'alleanza non solo militare ma anche ideologica fra Hitler e Stalin uniti dal settembre 1939 al giugno 1941 nella spartizione dell'Europa, con parate militari nazi-comuniste, bevute e abbracci e baci a Brest Litovsk. Il tema è tuttora interdetto (si deve alludere vagamente a un certo «trattato di non aggressione», va poi a sapere cos'è) perché quella storia cancellerebbe l'accredito dei partiti comunisti come protagonisti primi e intransigenti della guerra contro il nazismo. 

Nella Francia occupata i comunisti francesi riempivano i muri di manifesti di benvenuto al Camrade allemand venuto a combattere la borghesia capitalista. E poi, l'altra questione spinosa: i «fascisti» erano davvero gli sgherri degli agrari assoldati per picchiare gli operai, o erano invece parte di una rivoluzione di sinistra? Come si fa a sistemare uomini come Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari ma anche Pietro Ingrao e tutti i futuri comunisti, che non erano fascisti per caso ma per convinzione? Eugenio Scalfari incontrato in una libreria del centro di Roma mi ha detto con cipiglio: «Io nel 1943 (l'anno della caduta del fascismo, del bombardamento di Roma e dell'otto settembre, ndr) non ero fascista: io ero fascistissimo».

Il punto oggi è che questo aggettivo «fascista» come scrive il giornale è cresciuto divorando gli aggettivi contigui come «nazista». Chi dà più, oggi, del «nazista»? Nessuno. È fuori moda e imbarazza i tedeschi, mentre l'aggettivo «fascista» è una coperta leggera e arlecchinata che copre tutto, è multimediale, multinazionale, pratica ed elastica per tutti gli usi. Così, sono oggi bollati come fascisti gli antiabortisti afroamericani che parlano di un genocidio perpetrato dalla Planned Parenthood Federation of America, una creatura democratica che stermina l'ottanta per cento delle gravidanze nere, e sono chiamati fascisti i poliziotti in genere, ma in particolare quelli che pattugliano Chicago quando le comunità afroamericane cominciano a spararsi. 

Anche qui: non importa se i poliziotti sono neri. Fascisti anche loro, e non se ne parla più. Discutere con gli americani su che cosa sia fascista (specialmente se sono Democrats) è tempo perso perché i loro parametri sono indipendenti dalla Storia e dalla memoria. Gli adolescenti bianchi americani delle scuole superiori abbandonano le discussioni razziali, perché appena aprono bocca sono accusati di essere fascisti anche dai latinos e da molti asiatici pakistani.

In Europa oggi perfino i nativi di lingua tedesca hanno privilegiato l'aggettivo fascista, perché più leggero e planetario, sempre in grado di offrire l'effetto notte, quando tutti gli aggettivi, come i gatti, sono grigi e uno vale uno. In Italia, in occasione della vicenda al Salone del Libro di Torino, abbiamo sentito il presidente della Camera dei deputati Roberto Fico decretare che dichiararsi fascisti è di per sé reato da punire, a prescindere dalle azioni e che - quanto ai libri - sarebbe il caso di adottare l'abitudine hitleriana del rogo. 

Si tratta di un atteggiamento paragonabile all'«aggravante mafiosa» che, da aggravante applicabile alle pene sui delitti commessi in ambito mafioso, si è trasformata in delitto in sé. In maniera analoga, chiunque cada nel delitto di banalità ricordando la bonifica delle paludi Pontine (Canale Mussolini di Antonio Pennacchi) o per i treni che «quando c'era lui» arrivavano in orario, secondo la dottrina Fico, è da punire. In Italia lo spettro del fascismo resta uno spettro, o meglio una giungla in cui devi sempre stare attento a dove metti i pedi e a quel che dici perché i confini sono scivolosi e i trabocchetti sono troppi per non farsi prima o poi male.

I repubblicani americani, paradossalmente, hanno preso la questione del fascismo con maggior serietà: ideologi come Denish D'Souza e molti contribuenti del Washington Times affermano che il fascismo italiano va considerato come socialismo di Stato poiché risponde a tutti i requisiti di un socialismo autoritario. In primo luogo, secondo il vero ideologo del fascismo Giovanni Gentile, tutto deve essere nello Stato e nulla al di fuori dello Stato. Secondo: un regime socialista statalista scoraggia la concorrenza scegliendo una o più aziende private da mantenere al proprio servizio come la Fiat. 

Terzo, i socialismi nazionali statali (italiano, tedesco, russo) produssero il primo vero welfare statale: tutti i figli del popolo alle colonie marine e montane, sport per tutti, pensioni sociali, l'Iri, l'Inps e tutte le sigle dello Stato provvidente messe in funzione con il massimo vigore. Si può dire che ogni «aspetto buono» del fascismo era un'applicazione del socialismo, dalle case popolari (che a Roma ancora chiamano «le case di Mussolini») ai treni per la neve e il mare per un Paese ancora rurale e in gran parte analfabeta: caratteristiche «di sinistra» e non di destra. E così furono percepite in tutto il mondo occidentale, specialmente di lingua inglese, perché due erano le rivoluzioni che avevano affascinato e scosso l'umanità, quella bolscevica e quella fascista. Vedere, leggere per credere.

Intanto nell'intervista su Canale 5, Berlusconi racconta di aver cercato, in tutti questi anni, un successore. "Ma - rivela - i miei azzurri non li hanno ritenuti all'altezza di sostituirmi". "Chi c'è che può paragonarsi a me per le cose fatte? - si chiede il Cavaliere - passeremo a Berlusconi che resterà da parte e ad un gruppo collettivo che porterà avanti Forza Italia, un partito attivo che si è sempre rinnovato e sul territorio abbiamo bravissimi sindaci e assessori oltre a ministri capaci". Il progetto è dunque quello di far emergere, subito dopo le elezioni europee, "un gruppo capace di portare avanti Forza Italia". L'obiettivo è operativo e punta a mettere la nuova classe dirigente subito al lavoro. "Abbiamo esigenza di creare nuovi posti di lavoro, migliaia di giovani sono scappai all'estero perché qui non trovavano lavoro", spiega l'ex premier. "Faremo provvedimenti che aumenteranno i posti di lavoro aprendo i cantieri delle opere ferme e rendendo più conveniente alle imprese di assumere giovani - continua - aiuteremo anche ad alzare i salari, che dal 2011 non sono mai aumentati".

Ora, però, gli occhi di Berlusconi sono puntati sul voto di domenica prossima che riscriverà la conformazione del Parlamento europeo. "Gli italiani prima di tutto devono andare a votare, l'ultima volta ci sono state troppe astensioni - spiega a Mattino Cinque - bisogna sentire il dovere e l'interesse di andare a votare". Il Cavaliere non capisce l'indecisione di una buona fetta dell'elettorato italiano. "Ma come si fa ad esserlo? - si chiede - forse non sono informati o non ci pensano". E invita tutti a fare una riflessione su quanto proposto da Forza Italia. "In Italia - prosegue - vogliamo mandare via questo governo di litigiosi, che ha reso il Paese la maglia nera in Europa, gli stranieri hanno paura di investire in Italia, sviluppo fermo, non ci muoviamo. Se queste cose sono chiare, votare per noi significa promuovere un governo in cui Forza Italia sarà anima e spina dorsale, che farà subito ciò che è scritto nel programma

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