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Domenica, 25 Agosto 2019

Salvini: il 25 aprile a Corleone a sostenere le forze del ordine

Salvini a quanto pare non andrà all'Altare della Patria, forse non accompagnerà il Capo dello Stato all'apertura delle celebrazioni e chissà non parteciperà neppure ad una delle tante iniziative organizzate dall'Anpi e non solo in tutta la penisola. "La lotta a camorra, 'ndrangheta e mafia è la nostra ragione di vita - ha detto il ministro leghista a margine della festa della polizia - Vado a Corleone a sostenere le forze dell'ordine nel cuore della Sicilia".  

Nessuno prima d'ora si era mai esposto così tanto: il prossimo 25 aprile il ministro dell'Interno non sarà a "sfilare qua o là" per celebrare partigiani e Resistenza. Andrà invece a Corleone, tra "le forze dell'ordine" che combattono ogni giorno la mafia.

Non è solo l'assenza a pesare. Ma anche le parole. Salvini non intende "sfilare qua e là" con "fazzoletti rossi, fazzoletti verdi, neri, gialli e bianchi". Insomma: non sembra voler associare la sua immagine con quella dei cortei partigiani che il 25 aprile invadono le cittadine italiane. A partire dalla Capitale.

La notizia ha irritato e non poco anche l'Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani. La presidente Carla Nespolo è convinta che Salvini non voglia "onorare con il dovuto rispetto l'antifascismo e la lotta partigiana". "È istituzionalmente doveroso - ha detto ieri sera - che Salvini esca dalla sua brutale propaganda contro una festa nazionale che ricorda tante donne e uomini sacrificatisi per ridare all’Italia la libertà sottratta dalla violenza e dai crimini del fascismo e del nazismo".  

Come sottolinea il Giornale e scontata la reazione della sinistra. Il primo a prendere posizione è Emanuele Fiano, già firmatario di un progetto di legge contro la diffusione di tutti i gadget del Fascismo e del Duce. "Noi ci auguriamo che il ministro dell'Interno sia in prima fila per combattere la criminalità organizzata tutti i giorni, come purtroppo sembra non fare - attacca - Ma il 25 aprile è il giorno della Liberazione. Cioè della rinascita della democrazia nel nostro Paese e ogni vero amante della nostra Repubblica dovrebbe onorarlo senza ma e senza se". Per Fiano le "frasi sciocche" di Salvini sono "sconcertanti", perché si ricorda "del suo ruolo per la lotta alle mafie in modo strumentale solo per offuscare il valore di una giornata storica e alimentare in modo sempre più netto la negazione del valore dell'antifascismo come fondamento della Repubblica".

Le liti sull'asse Salvini-Anpi non sono ormai una novità. A febbraio la miccia tornò a esplodere per i post revisionisti dell'Anpi di Rovigo o per il discusso convegno di Parma sulle foibe con la partecipazione della sezione locale dei partigiani. Senza contare le accuse della stessa Nespolo che solo lo scorso agosto additava il ministro di "massacrare i diritti umani". Tre anni fa, era il 2016, Salvini - allora solo leader della Lega - il 25 aprile decise di organizzare una manifestazioni contro il governo Renzi proprio nel giorno della festa della Liberazione. L'Anpi se la prese, parlando di "provocazione" e "insensibilità". "L'Anpi non è padrone del 25 aprile perchè la Resistenza ha avuto tante facce e il 25 aprile è di tutti", disse Salvini. "Porteremo la voce anche dei partigiani che non avevano il sogno della bandiera rossa". Tre anni dopo sarà lì a sfilare. Neppure da ministro. Almeno non ha cambiato idea

Intanto Casarini choc contro il governo: "Che siate maledetti, assassini" mentre la Mediterranea Saving Humans si prepara a lanciare una sfida frontale al governo italiano - per mare, che questa settimana sarà solcato nuovamente dalla Mar Jonio, e per terra, dove è stato presentato un esposto alla procura di Agrigento per "il blocco navale operato contro la Alan Kurdi" - l'ex no global del G8 di Genova, che si è messo al timone della nave dei centri sociali, si è messo a cavalcare il caso del gommone in avaria al largo della Libia sollecitando un intervento immediato del governo italiano.

Gli stessi toni di Casarini scrive il Giornale vengono usati dalla Mediterranea Saving Humans. "Queste persone preferiscono affogare piuttosto che tornare nei lager - si legge su Twitter - i governi europei li stanno condannando a morte". Sabato scorso l'ong ha tenuto un'assemblea a cui hanno partecipato tutti gli equipaggi. Tra questi c'erano appunto Casarini, ultimo capo missione della Mar Jonio, e l'armatore Alessandro Metz. Dopo il dissequestro, del quale si è avuto notizia a fine marzo scorso, la loro nave adesso si trova a Marsala. "In questi giorni - hanno fatto sapere dalla ong - è in corso il cambio degli equipaggi". A bordo non vi saranno Pietro Marrone, il pescatore-comandante nell'ultima missione, né Casarini poiché, come ha spiegato quest'ultimo, "da protocollo ogni missione deve avere un capo missione diverso dagli altri"  

La prima ong a intervenire, non appena Alarm Phone ha lanciato l'sos su Twitter, è stata proprio Mediterranea Saving Humans. Che con un tweet "ha avvisato le autorità di Roma, Valletta e Tunisi" affinché intervengano a salvare i venti immigrati in balia del mare. Stando a quanto è stato riferito dalle persone che si trovano a bordo, infatti, il motore non funziona e la carretta, che sta imbarcando acqua ormai da alcune ore, è alla deriva in prossimità del confine libico-tunisino. "In questo momento uomini donne e bambini stanno affondando davanti alle coste della Libia - twitta Casarini - otto di loro sono già morti. Tutte le autorità sono informate da quattro ore di questa situazione. Nessuno risponde, compresa Roma". Quindi, anziché prendersela con i trafficanti di uomini, lancia una pesantissima invettiva contro il governo gialloverde: "Che voi siate maledetti, assassini".

Data l’attuale situazione d’instabilità nella capitale libica, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ieri ha ricollocato oltre 150 rifugiati dal Centro di detenzione di Ain Zara, nei quartieri sud di Tripoli, al Centro di raccolta e partenza dell’UNHCR, situato in un’area sicura nelle vicinanze.


Negli ultimi giorni l’area circostante il Centro di detenzione di Ain Zara è stata teatro di scontri pesanti. Alcuni rifugiati hanno riferito all’UNHCR di avere paura e di temere per la propria incolumità a causa degli scontri in corso nella zona, nonché di avere ormai a disposizione quantità minime di scorte.
L’UNHCR è stato informato di situazioni simili che coinvolgono altri Centri di detenzione e attualmente sta esaminando quanto riferito.

Il ricollocamento di rifugiati e migranti detenuti avvenuto ieri è il primo realizzato dall’UNHCR in seguito al recente inasprirsi degli scontri.
L’UNHCR sta lavorando a stretto contatto con le autorità e coi propri partner per garantire che un numero ulteriore di persone vulnerabili sia ricollocato dai Centri di detenzione.

“In Libia molti rifugiati e migranti sono soggetti a terribili depravazioni. Ora sono ancora più esposti a seri rischi e non deve essere tralasciato alcuno sforzo volto a trarre in salvo tutti i civili e a garantire loro un luogo più sicuro”, ha dichiarato Matthew Brook, Vice Capo Missione dell’UNHCR in Libia.
Da quando sono scoppiati gli scontri nella capitale libica, oltre 3.400 cittadini sono stati costretti alla fuga e molti altri sono rimasti vittime del fuoco incrociato, impossibilitati a mettersi in salvo.

L’UNHCR si unisce al resto degli attori umanitari per sollecitare il rispetto degli obblighi legali internazionali volti ad assicurare l’incolumità di tutti i civili e l’integrità delle infrastrutture, oltre che a garantire un accesso incondizionato, sicuro, duraturo e senza impedimenti degli aiuti umanitari alle aree colpite.

Nell’ambito della risposta d’emergenza alle violenze in atto, l’UNHCR ha inoltre predisposto la presenza di aiuti in aree chiave a Tripoli e a Misurata, rafforzando la capacità dei propri servizi di assistenza telefonica e assicurando la continuità dei programmi di protezione per rifugiati e sfollati interni negli insediamenti urbani.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ribadisce la propria posizione secondo cui le condizioni in Libia non sono sicure per i rifugiati e i migranti soccorsi o intercettati e che, pertanto, essi non devono esservi ricondotti.

Intanto domenica sulla tv qatariota Al Jazeera viene trasmesso un servizio che parla proprio dei migranti presenti a Tripoli. Come ben si sa, a partire da giovedì mattina è nell’area della capitale che si concentrano gran parte degli scontri. Ad ovest si combatte tra Sabrata e la periferia di Tripoli, a sud invece nei villaggi e nei paesi vicini l’aeroporto internazionale. 

Non si conosce bene il numero esatto di centri per migranti in questa zona. Alcuni sono censiti ed all’interno vi è il personale delle Nazioni Unite, presente sia con l’Unhcr che con l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Altri invece – quelli più pericolosi essendo gestiti direttamente dalle milizie e dai criminali che organizzano le traversate – non risultano ovviamene tra quelli nell’elenco del governo. I giornalisti di Al Jazeera, nel loro servizio, contattano alcuni migranti presenti nel centro Qasr Bin Ghashir.

Si tratta di una zona pericolosa, qui proprio da domenica si concentrano gran parte degli scontri a sud di Tripoli. Anzi, alcuni video postati poche ore dopo l’inizio dell’operazione di Haftar mostrano cittadini di questa località accogliere festanti gli uomini del generale. Ma la situazione è comunque confusa e i combattimenti sarebbero proseguiti pure successivamente. Del resto a pochi chilometri da qui sorge per l’appunto l’aeroporto e la zona militarmente è quindi strategica. 

Nel servizio di Al Jazeera, i giornalisti che riescono a mettersi in contatto con i migranti presenti a Qasr Bin Qashir raccontano di essere senza cibo da due giorni: “Chi gestisce il centro è scappato”, raccontano alcuni testimoni. Ma, oltre a questo, emerge anche un altro racconto inquietante: con la promessa della libertà, in molti vengono convinti ad arruolarsi tra le milizie vicine ad Al Sarraj. Secondo i racconti dei migranti, vengono fornite armi e divise e si viene spediti al fronte a combattere contro Haftar. Del resto, numeri alla mano, i migranti presenti sarebbero un esercito nell’esercito: sono in migliaia coloro che sarebbero assiepati a Tripoli, costringere ad accettare molti di loro ad arruolarsi potrebbe ingrossare le fila delle milizie filo governative.

 

 

 

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