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Giovedì, 25 Aprile 2019

Immigrato terrorizza Milano

L'immediato intervento delle Fiamme Gialle ha evitato il peggio. I militari, non senza difficoltà, hanno bloccato lo straniero, apparentemente nordafricano. Lui, però, ha prima tentato di nascondere la catana sotto un'auto. Poi si è scagliato contro i finanzieri brandendo un coltello. L'uomo è stato infine immobilizzato e condotto in carcere in attesa del processo per direttissima.  

Stavolta il protagonista della scorribanda è un giovane straniero, già noto alle forze dell'ordine. I cellulari dei passanti terrorizzati lo hanno ripreso mentre brandiva una katana affilata e minacciava chi gli si parava di fronte.

Siamo a Milano, zona Corvetto. In piazzale Ferrara i passanti vedono camminare un ragazzo con lo zaino in spalla, il berretto in testa e un'arma in mano. È il primo pomeriggio di mercoledì quando alcuni finanzieri del Gruppo pronto impiego della città meneghina notano l'immigrato vagare armato per la sgtrada. Mostra katana, scrive Milano Today, e la punta contro alcune persone intente a riprenderlo con il cellulare

"Dopo i coltelli, i picconi e i macheti spuntano anche le katane in periferia: a quale arma dobbiamo arrivare prima che a Palazzo Marino si svegli qualcuno?", attacca Silvia Sardone, consigliere regionale e comunale del Gruppo Misto. "Ringrazio gli uomini delle Finanza prontamente intervenuti per disarmare questo balordo, che tra l’altro ha pure reagito aggredendoli. Del resto non ci si può aspettare altro nel quartiere, il Corvetto, dove vengono di continuo imbrattati i muri con volantini e scritte piene di insulti contro le forze dell’ordine. Speriamo che quando Sala e compagni si accorgeranno che Milano non finisce entro la Cerchia dei Bastioni non sia troppo tardi: al Corvetto servono rapidissimi interventi in tema di sicurezza, i cittadini non possono più aspettare".

il presidente della Cei manda un messaggio al governo e all'Europa e di fatto ribadisce la linea dell'accoglienza: "È una sfida per l’Europa e per l’Italia, sfida che va affrontata nei territori, nelle comunità locali attraverso percorsi di integrazione e inclusione sociale. Non basta accoglierli, non basta dargli un pezzo di pane: le persone vanno integrate. Pensate alla parabola del buon samaritano". Intanto la linea di Bassetti si scontra con quella del Viminale. Il ministro degli Interni, Matteo Salvini ha già risposto in modo chiaro alle richieste del versante buonista (Ong Mediterranea in testa) che chiede di aprire i porti ai migranti che si trovano a bordo della nave di Sea Eye: "Nave battente bandiera tedesca, Ong tedesca, armatore tedesco e capitano di Amburgo. È intervenuta in acque libiche e chiede un porto sicuro. Bene, vada ad Amburgo". È iniziato un nuovo braccio di ferro.  

Il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, intervenendo alla presentazione del rapporto 2019 del Centro Astalli non usa giri di parole: "I migranti - e questo è un principio fondamentale della dottrina sociale della Chiesa - vanno soccorsi e salvati, non respinti o bloccati in Paesi terzi non sicuri, perchè noi ci prendiamo delle grandi responsabilità bloccandoli in Paesi terzi, perchè mettiamo a repentaglio la loro vita. Alla fine chi si assumerà la responsabilità di tutto questo?". Parole chiare che poi vengono nuovamente ribadite in un altro passaggio dell'intervento di Bassetti che afferma: "Sono diminuiti gli sbarchi in Italia, ma aumentano in maniera esponenziale i morti in mare. Chi si assume la responsabilità di questi morti? Ogni morto in mare, nel deserto o perchè vittima di torture, di violenze, è una offesa che colpisce l’intero genere umano".

Intanto la Squadra Mobile di Palermo sta eseguendo 13 fermi di indiziato di delitto emessi dalla direzione Distrettuale Antimafia di Palermo nei confronti di altrettanti cittadini nigeriani accusati di far parte dell'associazione a delinquere di stampo mafioso, come dimostrato dalle indagini svolte dalla Squadra Mobile e coordinate dalla Procura della Repubblica, che si sono avvalse di attività tecniche, dichiarazioni di collaboratori e dichiarazioni testimoniali.

Secondo quello che hanno raccontato le rivelazioni dei pentiti nigeriani c'erano violenti riti per l'affiliazione. È stata una microspia a registrare quanto accadeva tra le mura di una casa. L'adepto, a conferma di quanto raccontato dai collaboratori, viene prima spogliato e poi preso a calci e pugni. Successivamente è costretto a bere un liquido composto dal suo stesso sangue e le sue lacrime. "Lacrime e sangue vengono mescolate con alcol, riso e tapioca, viene chiesto di giurare fedeltà e totale silenzio sulle pratiche dell'organizzazione", si sente nelle registrazioni delle microspie. I nuovi adepti, prima di aderire alla costola mafiosa della mafia nigeriana, come documentato dagli inquirenti, devono anche prestare una sorta di giuramento, registrato dalle microspie. "Debitamente giuro - dice il nuovo affiliato - di sostenere Eiye confraternita moralmente, spiritualmente, finanziariamente e in qualsiasi altro modo e se non lo faccio, che il vulture (avvoltoio, ndr) spietato mi strappasse gli occhi...".  

L’attività investigativa ha preso spunto dalla denuncia di una ragazza nigeriana vittima di tratta e di sfruttamento della prostituzione, che ha fornito agli agenti significativi elementi in ordine all’appartenenza agli Eiye del suo sfruttatore.

Le rivelazioni hanno permesso di individuare la casa di prostituzione all’interno del quartiere storico di Ballarò ed avviata una capillare attività investigativa che ha consentito di ricostruire l’organigramma dell’associazione a livello locale, fino a giungere all’identificazione dei suoi vertici.

Nel corso delle indagini sono stati documentati numerosi episodi violenti riconducibili all’associazione e alla sua capacità di imporsi sul territorio, nonché diverse attività delittuose connesse allo spaccio di stupefacenti e alla prostituzione, nello storico mercato di Ballarò a Palermo.

Numerose anche le riunioni tra i sodali documentate nel corso delle indagini, tra cui in particolare una relativa al “battesimo di un nuovo Bird”, con la captazione dell’intero rito da parte degli investigatori. Nel corso delle indagini è emerso, inoltre, come gli stessi membri cercassero di mascherare l’associazione a delinquere “Eiye”, costituendone una regolare denominata “Aviary”.

Intanto nelle motivazioni della sentenza emerege il vero volto di Said Mechaquat: "Un violento che aveva ridotto la sua ex compagna in uno stato di succubanza, costretta a subire percosse e minacce con frequenza costante. Per sua stessa ammissione almeno tre volte al mese". L'uomo a quanto pare prendeva a calci e pugni la sua compagna costretta spesso alla fuga da casa. Il procedimento dopo il primo grado si è bloccato.Said è in attesa della sentenza di appello che non è ancora stata fissata.

Ma già nel 2015 il marocchino aveva avuto i primi problemi con la giustizia. Il 19 febbraio 2015 aveva subito una condanna a un anno e due mesi. Il motivo? Sempre lo stesso: violenze sulla sua compagna. La donna era stata colpita con pugni e schiaffi. Anche calci mentre la donna era incinta. Un vero e proprio incubo. La storia tra Said e la sua ex compagna Ambra è stata di fatto scandita dalle violenze e dalle denunce. Said viene arrestato per ben due volte.

Nel 2013 i poliziotti trovano la donna seminuda in strada in lacrime con il piccolo figlio tra le braccia. Era stata picchiata. Dieci giorni di prognosi. Come ricorda sempre la Stampa, Said viene scarcerato. Ma tornano le violenze. Dopo le denunce, la condanna per Said arriva nel 2015. L'uomo però è rimasto in libertà fino allò'incontro con Stefano. La giustizia non ha fatto in tempo a mettere dietro le sbarre un assassino così spietato che ha spezzato per sempre il sorriso di questo ragazzo

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