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Martedì, 22 Maggio 2018

Votare a luglio, sarebbe la prima volta

Se si tornasse a votare l'8 luglio, la prima seduta delle nuove Camere nella diciannovesima legislatura si terrebbe lunedì 23 luglio. Se le Camere venissero invece sciolte entro la metà di settembre, la finestra per tornare al voto sarebbe tra la fine di ottobre e la fine di novembre: in questo lasso temporale dovrebbero tenersi elezioni regionali in Trentino ed in Basilicata. Se così fosse, l'Italia voterebbe per la prima volta per le Politiche in autunno: fino ad ora le elezioni si sono sempre tenute tra marzo e giugno tranne che nel 2013, quando si voto' il 24 e 25 febbraio.

Il Parlamento deve essere sciolto dal presidente della Repubblica tra i 45 ed i 70 giorni prima della data fissata per le elezioni Politiche. Per avere il minimo di 45 giorni previsto, così da consentire il voto l'8 luglio, dunque, le Camere andrebbero sciolte al massimo il 24 maggio.

Le nuove elezioni politiche a luglio sarebbero una doppia novità. Per la prima volta, infatti, gli italiani sarebbero chiamati alle urne in estate inoltrata (in passato si è votato al massimo il 27 giugno). E sarebbe anche la prima volta di due elezioni politiche nello stesso anno. Per non parlare del record della legislatura più corta, che sarebbe frantumato: nel 1994 e nel 1996 le Camere furono sciolte dopo appena due anni, questa volta si tratterebbe di una manciata di mesi. 

Tuttavia, il Ministero dell'Interno ha in più occasioni fatto rilevare che affinché la macchina elettorale proceda spedita e senza intoppi, tra lo scioglimento ed il voto di giorni ne servono almeno sessanta: il che vorrebbe dire sciogliere le Camere mercoledì prossimo, 9 maggio. A rallentare il complesso ingranaggio del procedimento elettorale sono soprattutto gli adempimenti relativi al voto degli italiani all'estero, che si esercita per corrispondenza. 

"Certo, sarebbe un grosso problema, credo di sì". Così il capogruppo della Lega alla Camera, Giancarlo Giorgetti risponde a chi gli chiede se l'eventuale appoggio di Berlusconi al governo 'neutrale', a suo giudizio, segnerebbe la fine dell'alleanza di centrodestra. 

"Oggi, domani, nei prossimi giorni e i prossimi mesi continueremo i nostri sforzi per cercare quelle soluzioni possibili per far nascere un governo politico voluto dagli italiani: continuiamo a chiedere a Silvio Berlusconi un gesto di responsabilità in modo da permettere la nascita di questo esecutivo". 

Proposta "irricevibile", replica Maria Stella Gelmini, capogruppo Forza Italia alla Camera, parlando con i giornalisti al Senato. "Oggi - prosegue - chiedere a FI di dare l'appoggio esterno mi pare una domanda malposta che non può che avere una risposta negativa".

"Volevo capire se Salvini c'era o ci faceva e per 55 giorni ho provato a proporgli un governo assieme. L'unica cosa che gli ho chiesto è staccati da Berlusconi ma lui ha preferito Berlusconi a tutto questo. Ne risponderà alla storia e agli italiani soprattutto alle prossime elezioni perché se si sta andando al voto è perché lui ha scelto la restaurazione alla rivoluzione". Lo afferma il leader del M5S Luigi Di Maio ai microfoni di "Non Stop News", su Rtl 102.5.

E sulla possibilità di un'intesa di governo tra M5S e Lega dopo le nuove elezioni: "Se Salvini si ripresenterà in coalizione con Berlusconi saremo punto e daccapo. Queste coalizioni non nascono per un'ideale ma per fini elettorali", spiega Di Maio.

"Il mio rapporto con Salvini? Mi ricorda quello stato di Facebook, una relazione complicata. La Lega è una forza con enormi potenzialità ma se non è libera non può fare nulla per questo Paese. Sarà interessante vedere questo signore in campagna a dire "io voglio cambiare questo Paese" con Berlusconi", sottolinea Di Maio.

"Io sono sempre stato onesto e lineare anche con il Quirinale. Noi un governo neutrale non lo votiamo perché significherebbe portare al governo persone che non hanno una connessione con la popolazione e rischierebbero solo di far quadrare i conti con un effetto simile a quello del governo Monti".

Giovedì Mattarella aprirà a Firenze The State of the Union e sarà al centro della politica europea, con il presidente della Commissione Ue Juncker e Tajani. Anche se nessuno si congratulerà con lui per aver sventato il rischio di un governo Salvini, probabilmente immagina che molti in Europa hanno tirato un respiro di sollievo.

Al Colle sanno bene anche quanto Salvini non piaccia agli americani, che non gli perdonano le posizioni pro-Russia, anche contro le sanzioni, viste come una «sudditanza», ben diversa dal rapporto alla pari tra Putin e il Cavaliere.

Il sospetto lo getta là Matteo Salvini, su Facebook: «Spero che dalle parti del Quirinale o di Bruxelles o di Berlino o di Parigi qualcuno non si faccia idee strane facendo telefonate strane».

Il leader della Lega evoca lo spettro di un complotto europeo per non fargli avere l'incarico di formare un governo. Di veti da parte di Juncker, della Merkel, di Macron e chissà chi altri.

Secondo Anna Maria Greco editorialista del "Il Giornale" scrive che qualcuno si sia mosso in Europa per ostacolarlo, facendo pressione su Sergio Mattarella, non risulta. Mentre è certo che il Capo dello Stato non lo ami proprio, non ne condivida toni e giravolte. Pare che ieri l'abbia mandato su tutte le furie il fatto che nelle dorate stanze del Quirinale si andato con spirito costruttivo, chiedendo una chance di formare un esecutivo di centrodestra e appena fuori abbia invocato ancora urne subito. «O ce la faccio oppure meglio tornare da voi, al voto, mi rifiuto di pensare a un governo col timbro di Bruxelles».

Il vecchio spirito democristiano del capo dello Stato, quello della politica come mediazione e compromesso, inevitabilmente si scontra con gli ultimatum del leader leghista. E molto lo ha innervosito in questi giorni delicati il suo resuscitato antieuropeismo, sempre urlato. L'alternativa al mio governo, diceva, «è uno nominato con un fax da Bruxelles, vale a dire un Monti bis»,«servo» e «telecomandato» dall'Ue, formato da «signor sì a Bruxelles». E annunciava: «Voglio guidare un governo che cominci a dire no alle eurofollie e metta al primo posto l'interesse dell'Italia». Perché il potere europeo, per Salvini, è «l'anticamera di una dittatura che si permette di entrare nel merito delle scelte dei singoli Stati» e «la bozza di bilancio della Commissione Ue va rigettata in toto».

Un florilegio che, anche senza aver ricevuto telefonate minatorie internazionali, rafforza in Mattarella una certezza: il personaggio non è affidabile per i leader europei, come per lui. A Bruxelles potevano accettavano in un'alleanza con Forza Italia, in cui Silvio Berlusconi garantiva il rispetto dei patti Ue e la moderazione sul resto, mentre ora il quadro è ben diverso con una coalizione a trazione leghista e gli azzurri in minoranza. Il tema che sta a cuore a Salvini è l'immigrazione e l'Ue spera in un premier che aiuti a contrastare gli estremismi del Gruppo di Visegrád, non che li condivida, come l'alleata Giorgia Meloni che in campagna elettorale ha incontrato il premier ungherese Orban. Detto questo, Orban fa parte del Ppe come Fi e Salvini no, ma nessuno dei popolari pare abbia avanzato critiche sul leghista. Là il presidente azzurro del Parlamento europeo Antonio Tajani è il vero referente per la politica italiana.

 

 

 

 

 

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