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Domenica, 19 Novembre 2017

un esercito di 509mila italiani scappati all'estero per lavoro

Un esercito di 509.000 connazionali si è cancellato dall'anagrafe per trasferirsi all'estero per motivi di lavoro nel periodo 2008-2016. E' quanto risulta dal rapporto "Il lavoro dove c'è" dell'Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro, presentato questa mattina, a Roma. La prima meta degli italiani è stata la Germania, dove nel solo 2015 in 20.000 hanno trasferito la residenza; al secondo posto, "in forte crescita", la Gran Bretagna (19.000) e, in terza posizione, la Francia (oltre 12.000).

Dal 2008 al 2015 la disoccupazione nel Mezzogiorno "ha prodotto un aumento di 273.000 residenti al Nord e di 110.000 al Centro", con un totale di 383.000 persone andate via dalle regioni del Sud. I flussi migratori più intensi da Campania (-160.000 iscritti all'anagrafe dei comuni), Puglia e Sicilia (-73.000). Le regioni che hanno ricevuto il numero maggiore di cittadini: Lombardia (+102.000), E.Romagna (+82.000), Lazio (+51.000) Toscana (+54.000). Risulta dall' Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro.

Intanto la Grecia si tinge di colore giallo : La Cina ha iniziato da molto tempo un piano d’investimenti nei confronti della Grecia che porta nelle casse di Atene soldi che servono per pagare gli stipendi, mantenere le infrastrutture e reggere la forza d’urto dei piani di rientro del debito oltre che gli interessi. La Cina secondo il Giornale ha capitali da investire, empori commerciali da far nascere e una Nuova Via della Seta da strutturare. 

Ed uno dei terminali di questo canale di investimenti è proprio la Grecia.Come riferisce il Giornale nel 2015, il colosso cinese Cosco ha comprato la maggior parte del porto del Pireo per un totale di 368,5 milioni di euro, di cui 280 milioni sono stati incassati subito da Atene per il 51% dell’area portuale e gli altri 88 milioni saranno dati dopo cinque anni per l’acquisizione di un ulteriore 6%, ma soltanto a investimenti obbligatori infrastrutturali conclusi. Il 17 giugno, sempre con riferimento al porto del Pireo, la società Cosco, l’ente portale del Pireo e quello del porto di Shangai hanno concluso un accordo che prevede una vasta collaborazione tra il porto cinese e quello ellenico, di fatto trasformando il Pireo in un hub dei cargo provenienti dal gigantesco porto dell’Estremo Oriente.

Gli interessi cinesi in Grecia sono molti, e la crisi non può che aiutare gli investimenti abbassandone i costi. I fondi di Pechino sono interessati in settori strategici dell’economia greca che, per le aziende cinesi, rappresentano asset molto allettanti, dove c’è poca competizione locale a causa della devastazione del sistema statale greco e dall’impoverimento dell’imprenditoria locale. Dalla nautica, al turismo, alle reti stradali e portuali, al settore immobiliare, ovunque le grandi imprese cinese e i fondi derivanti dallo Stato centrale possono trovare un settore in cui inserirsi e diventarne leader. Dalian Wanda, uno dei colossi degli investimenti cinesi, è interessato in molti settori dell’economia greca, ed è pronto a investire anche in settori meno strategici ma altrettanto proficui, come quello calcistico. Basti pensare che lo stesso fondo è proprietario di un terzo dell’Atletico Madrid.

Secondo il quotidiano il Giornale a firma di Lorenzo Vita : con la crisi del debito, che ha flagellato l’economia greca lasciando sul lastrico non solo lo Stato ma anche milioni di persone, il governo di Atene ha cercato per molto tempo di chiedere maggiore flessibilità in ambito europeo, fallendo miseramente. L’Unione europea, pur limando alcune richieste nei confronti del governo di Tsipras, non ha mai posto in discussione la logica di austerità del piano di aiuti e di risanamento dei conti pubblici. Negli anni, la ricetta di Bruxelles ha fallito. E per questo motivo, la Grecia è stata costretta a rivolgersi non più ai suoi presunti alleati europei, ma ad altre potenze che, per motivi sicuramente non umanitari ma comunque ragionevoli, hanno avuto gioco facile nel proporre soluzioni utili a tutti. È così che è nata quella comunione d’intenti che oggi lega in modo profondo e saldo la piccola Grecia con il colosso cinese. Un’alleanza che si confronta su campi molto diversi, dai trasporti, al credito, all’energia, e che ha reso Atene una vera e propria testa di ponte tra la Cina e l’Unione europea.

A conferma di quanto detto, sottolinea il quotidiano Italiano il Giornale è giunta la notizia che il governo greco, la scorsa settimana, ha posto il veto a una dichiarazione dell’Unione europea nei confronti della Cina, con la quale si chiedeva di condannare Pechino, a livello di Nazioni Unite, per la repressione del dissenso. Una decisione molto importante e che ha inciso non poco sulle dinamiche tipiche di questi rapporti sui diritti umani, in cui da sempre gli Stati Membri dell’Unione europea hanno trovato un quadro di riferimento comune. Questa volta, invece, per la prima volta, l’Europa fallisce nell’intento di trovare l’unità di fronte a una questione “umanitaria” e lascia intravedere le crepe di una crisi interna che non è soltanto una questione legata al fantomatico populismo. La Grecia, con quest’azione, ha mostrato in realtà ben più concretamente di tante parole, cosa vuol dire avere una politica estera autonoma rispetto ai rigidi protocolli di Bruxelles. E l’ha fatto non perché ignara dei problemi legati alla libertà di espressione, ma perché più attenta ai rapporti internazionali che a quelli con l’Europa. Tra Cina e Ue, Atene ha preferito Pechino, consapevole che, mentre da parte europea sono arrivate nel tempo direttive lacrime e sangue e minacce di fallimento ed esclusione dall’Unione, da parte cinese arrivano soldi, tecnologie e interessi nazionali sia cinesi che greci.

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