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Mercoledì, 28 Giugno 2017

UE : ''Non ostacoleremo la crescita dell'Italia''

La Banca Centrale Europea ha lasciato i tassi di interesse invariati. Il tasso principale è allo 0%, mentre quello sui depositi resta negativo allo -0,4%. La Bce esclude la possibilità di tagliare i tassi in territorio negativo. Nel comunicato a seguito della riunione del consiglio che ha mantenuto invariati i tassi infatti sparisce la parola 'più bassi' che ha accompagnato le ultime volte la frase sulle previsioni. Francoforte nel comunicato scrive così solo che "prevede di mantenere i livelli dei tassi di interesse al livello attuale per un periodo prolungato e anche oltre l'orizzonte temporale del quantitative easing" 

Il quantitative easing della Bce procederà al ritmo di 60 miliardi "fino alla fine di dicembre o oltre se necessario". Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, nella conferenza stampa dopo il consiglio direttivo svoltosi a Tallinn.

La Bce ha rivisto al rialzo le stime di crescita per l'Eurozona, portandole all'1,9% per quest'anno, all'1,8% il prossimo e all'1,7% nel 2019. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi. La Bce rivede al ribasso le stime d'inflazione dell'Eurozona, portandole a 1,5% per quest'anno, a 1,3% il prossimo e a 1,6% per il 2019. Le precedenti previsioni stimavano un carovita rispettivamente all'1,7%, all'1,6% e all'1,7%

L'Italia potrebbe effettivamente ottenere uno "sconto" da Bruxelles sulla prossima manovra. In una intervista alla Stampa il Commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici, interpellato a proposito della lettera scritta all'UE dal Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan per chiedere una riduzione dell'aggiustamento strutturale del deficit allo 0,3% nel 2018 (contro lo 0,8% previsto originariamente) e la stabilizzazione del debito/PIL, ha mostrato una certa apertura a tal proposito

L'Italia ? "Risponderemo alla lettera di Pier Carlo Padoan al momento opportuno. Lo faremo usando i nostri margini di apprezzamento sulla situazione macroeconomica: c'è qualcosa che non vogliamo fare e che non faremo : non imporremo agli Stati membri sforzi che possano ridurre fortemente la crescita": il commissario Ue agli Affari economici e Finanziari, Pierre Moscovici, in conferenza stampa a Parigi, ha risposto cosi' a una domanda sulla situazione dell'Italia. Un "consolidamento eccessivo di bilancio" rischierebbe infatti di avere un impatto sul Pil, ha continuato Moscovici, rifiutando tuttavia di fornire cifre precise.. Il responsabile Ue ha anche detto che con il governo di Paolo Gentiloni "lavoriamo bene". 

L'attuale governo italiano, ha proseguito Moscovici «capisce che il posto dell'Italia è al cuore dell'Europa e al cuore della zona euro, con opzioni francamente pro-europee, credo necessarie.. Mentre la «mia mia relazione con Pier Carlo Padoan si basa su un particolare rapporto di fiducia positivo». «L'Italia - ha continuato Moscovici - è la terza economia della zona euro, sarà la terza economia d'Europa dopo Brexit, ed è un paese fondatore. L'Italia ha bisogno di riforme e l'Europa è un catalizzatore di riforme per l'Italia. Quindi abbiamo bisogno di proposte italiane, di volontà italiana, di serietà italiana. E nel contesto attuale andiamo avanti», ha concluso. 

"Abbiamo trovato un accordo sulle misure necessarie per evitare una procedura all'Italia, poi abbiamo trovato un accordo su Monte Paschi. Ora stiamo discutendo sul prossimo bilancio: la nostra risposta arriverà in questa cornice", ha dichiarato Moscovici, aggiungendo che "nelle nostre raccomandazioni abbiamo detto che prenderemo in considerazione circostanze particolari. Nel chiedere gli sforzi di bilancio per il consolidamento useremo un margine di discrezionalità - non solo per l'Italia - perchè non vogliamo rischiare di ostacolare la crescita". 

Pochi giorni fa il dato sulla crescita italiana del primo trimestre 2017 è stato corretto dallo 0,2 allo 0,4%. Se non si è parlato di miracolo, quasi. Eppure, anche con i dati rivisti, siamo sempre in fondo alla classifica: la Germania viaggia a un rispettabile +0,6%, la media europea ci supera di un punto decimale (+0,5%). Il risultato è che secondo le previsioni della Commissione di Bruxelles l'incremento del prodotto interno italiano nell'intero 2017 sarà di circa l'1%, mentre la media del Vecchio continente sarà dell'1,7%. Tutta colpa del fatto che l'Europa non ci consente più di fare debiti come una volta? Si può anche andare più indietro nel tempo, a quando spendevamo più del consentito, ma le cose non cambiano: i debiti li abbiamo fatti, ma la crescita non c'è stata. Dal 2000 a oggi la ricchezza prodotta in Italia è rimasta invariata, contro il più 27% della Spagna, il più 21% della Germania e il più 20% della Francia.

La mancata crescita è strettamente legata al ristagno della cosiddetta produttività, che misura il valore dei beni o dei servizi prodotti da un lavoratore: dalla fine degli anni Novanta non è praticamente cresciuta. La tecnologia è migliorata, internet ci dà un mano, ma un lavoratore italiano in un'ora di lavoro produce in media quello che produceva vent'anni fa. Sulla stasi della produttività sono stati scritti centinaia di studi... il problema è la difficoltà italiana nell'usare in maniera efficiente le nuove tecnologie e nella selezione del capitale umano, soprattutto per le posizioni di vertice delle aziende: anziché merito e competenze si guarda a fedeltà e rapporti personali specie nelle aziende familiari. Se in una squadra non giocano i più bravi ma il figlio dell'allenatore, i risultati ne risentono.

L'indicatore ha un nome che suona complicato: indice di dipendenza strutturale degli anziani. In realtà, però, si spiega con relativa facilità. È il rapporto tra la popolazione che ha superato i 65 anni e che è dunque in età di pensione, e il numero di persone in età lavorativa, e cioè tra i 15 e i 64 anni. In Italia ogni cento potenziali lavoratori (non è nemmeno detto che tutti abbiano un'occupazione) ci sono 33,7 anziani. Si tratta del dato più alto in Europa: la media europea è di 28,1 e i Paesi più «giovani» sono Slovacchia (19,7) e Irlanda (20). Il dato italiano è, come detto, il più alto e per questo anche il peggiore. Evidenza infatti come l'invecchiamento, accompagnato da una riduzione degli scaglioni di popolazione giovanile, pesi sulla struttura produttiva del Paese. Già adesso l'alzarsi dell'età media ha un impatto di assoluto rilievo sui conti pubblici: in pratica un terzo della spesa pubblica finisce in assegni pensionistici, mentre la spesa sanitaria, tenuta a freno dai periodici «tagli» è in tendenziale ascesa anno dopo anno. E il cosiddetto debito demografico è destinato a crescere ancora. «Di fronte a una situazione di questo tipo le alternative possono essere tre», spiega Ottaviano. «Più delocalizzazione con il trasferimento di molte produzioni all'estero, più automazione, o più immigrati, destinati a fare il lavoro degli italiani».

Sul tema, una volta si chiamava «questione meridionale», si sono scritte intere biblioteche. «Eppure il differenziale nel tasso di crescita tra regioni del Nord e del Sud resta uno dei problemi fondamentali dell'economia italiana», spiega Lorenzo Codogno, al quotidiano il giornale per anni chief economist del ministero dell'Economia, fondatore di Lc Macro Advisors, società di consulenza con base a Londra. «Se il Sud iniziasse a convergere verso i dati del Nord, la crescita della Penisola sarebbe assicurata per i prossimi anni. E invece è come se corressimo con un peso sulle spalle». Nel 2015, dopo sette consecutivi di contrazione dell'economia, il Pil del Sud è cresciuto più che quello del settentrione (circa l'1%): merito del turismo che ha beneficiato della chiusura di alcuni mercati per colpa del terrorismo, e di un'annata agricola particolarmente favorevole. 

Ma già nel 2016 il rapporto tra i due dati è tornato quello abituale. La crisi che ha colpito tutto il Paese, ha lanciato segni profondissimi da Napoli in giù: l'attività manifatturiera ha fatto segnare un calo superiore al 33%, dal 2000 la diminuzione del pil è dell'8,7%. Secondo i dati della Svimez il centro Nord ha recuperato quasi completamente i livelli di occupazione precedenti la crisi, il Sud è ancora lontano, con un numero di occupati che è addirittura del 10% inferiore a quelli del 1992. A preoccupare è l'andamento complessivo degli indicatori sociali, per esempio il dato sull'investimento in educazione: il numero degli studenti meridionali immatricolati nelle università è diminuito del 17% tra il 2000 e il 2015 tra il 2002 e il 2014 l'emigrazione netta ha superato le 650mila unità, ben 133mila erano i laureati. Quanto al trasferimento di risorse da Nord a Sud basta un dato: per le regioni centro-settentrionali l'avanzo primario della pubblica amministrazione (entrate meno spese, escluse quelle per interessi sul debito) è positivo per il 7,5% del loro Pil, nel Mezzogiorno invece le spese superano le entrate per una cifra pari al 15% del prodotto interno.

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