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Sabato, 04 Dicembre 2021

Trump non rappresenta la crisi della democrazia, ma una risposta contro le élite

L’Economist, testata dell’establishment europeo, ha pubblicato il Democracy index 2016, il report annuale sullo stato della Democrazia nel mondo elaborato dalla Intelligence Unit del gruppo editoriale.

Secondo i risultati della ricerca, solo 19 nazioni sono “Democrazie Piene” e coprono appena il 4% della popolazione mondiale: guidano la classifica Norvegia, Islanda e Svezia; oltre a Nuova Zelanda (quarto posto) e Australia (decimo) gli unici paesi non europei sono le Mauritius (da sempre oasi di libertà in Africa) e l’Uruguay.

La risposta a questo collasso della democrazia sono stati la Brexit, Trump e l’emergere dei movimenti populisti (o meglio sovranisti) in tutta Europa, contro le élite.

Il 45% della popolazione mondiale vive invece in una “Democrazia imperfetta”; 57 nazioni in tutto, tra cui Italia e Francia. Quaranta nazioni sono invece “Regimi ibridi” (18% della popolazione mondiale) e 51 paesi sono considerati “Regimi autoritari” (33% della popolazione mondiale).

Lo studio riguarda 165 nazioni che coprono quasi l’intera popolazione mondiale. Il punteggio finale viene ricavato elaborando i valori di cinque criteri base: sistema elettorale e pluralismo, libertà civili, funzionamento del governo, livello di partecipazione politica, diversificazione delle culture politiche.

Eppure secondo gli analisti dell’Economist, anziché di cercare di capire le cause di questa “reazione popolare contro l’establishment politico” in molti “hanno cercato di delegittimare i risultati elettorali, denigrando valori di coloro che li hanno sostenuti”. E così Brexit e Trump sono diventati “scoppi di emozioni primordiali, espressioni viscerali di un nazionalismo gretto” e coloro che li hanno votati “analfabeti politici” o peggio ancora “bigotti e xenofobi in balia di demagoghi”; insomma i “miserabili” con cui la Clinton ha dato straordinaria prova del suo disprezzo antropologico.

Trump non rappresenta la crisi della democrazia, ma al contrario una risposta contro le élite che hanno diminuito gli spazi di democrazia in Occidente. Gli analisti dell’Economist sono chiari: “il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non è da biasimare per questo calo di fiducia democratica che ha preceduto la sua elezione; tutt’al più è stato il beneficiario”.

Intanto Donald Trump licenzia Sally Yates, il ministro della Giustizia reggente, che ha ordinato al Dipartimento di non difendere in tribunale il decreto sull'immigrazione del presidente. Yates ''ha tradito il Dipartimento di Giustizia rifiutando di attuare un ordine messo a punto per difendere i cittadini americani'' afferma la Casa Bianca. Donald Trump nomina ministro della Giustizia reggente Dana Boente, procuratore del distretto orientale della Virginia. Sara' in carica fino a quando Jeff Sessions, nominato da Trump ministro della Giustizia, non sara' confermato dal Senato. Il ministro reggente ha intenzione di ordinare al Dipartimento della Giustizia ''di fare il nostro dovere giurato'' e di difendere l'ordine esecutivo su immigrazione e rifugiati.

La Casa Bianca respinge le critiche dei diplomatici che hanno manifestato il loro dissenso contro la decisione del presidente Donald Trump sul bando agli ingressi negli Usa da sette paesi a maggioranza musulmana. "Se non aderiscono al programma possono andare", ha detto il portavoce Sean Spicer interpellato a riguardo dai giornalisti. "Se qualcuno ha problemi con l'agenda si pone la questione se debbano rimanere in quel ruolo o meno - ha aggiunto -. Si tratta della sicurezza dell'America".

Ha superato il milione e mezzo di firme in meno di due giorni la petizione popolare lanciata in Gran Bretagna che chiede di declassare il prossimo viaggio di Donald Trump da visita di Stato a semplice visita di un presidente straniero.

Intanto tutti contro il «mostro» Trump, che chiude le porte a chi arriva da sette Paesi islamici a rischio terrorismo e vuole cacciare i poveri immigrati.

Per l'orchestra finto buonista, che vede Trump come il diavolo, i fatti contano ben poco. Niels W. Franzen, direttore dell'Immigration clinic della University della South Carolina aveva smontato in tempi non sospetti l'aureola della Casa Bianca democratica. «La presidenza Obama è stata una delle più severe - ha sostenuto in un'intervista alla Stampa dello scorso novembre- con oltre 2,5 milioni di deportati dal 2009 al 2015». Tutti immigrati considerati irregolari e sbattuti fuori dagli Usa o fermati all'arrivo. La maggioranza del 66,5% era composta da messicani. Dal 2009 al 2015, Obama, il buon Samaritano, ha espulso esattamente 2 milioni e 427 mila persone. Il repubblicano George W. Bush ne aveva rimandate a casa 400mila in meno. Il bello è che mancano i dati completi del 2015 e 2016, che farebbero veleggiare Obama oltre i 3 milioni di clandestini cacciati. Circa il 43% di quelli che vengono espulsi hanno precedenti penali, ma se Trump dice in campagna elettorale che vuole far sloggiare dagli Stati Uniti 2-3 milioni di irregolari, come il suo predecessore, tutti gridano al nuovo Hitler.

il predecessore di Trump alla Casa Bianca è stato il campione indiscusso di espulsioni di immigrati irregolari, quasi due milioni e mezzo, ancora più dell'era Bush. Ma nessuno ha fiatato. E come ospitalità ai siriani, oggi difesi a spada tratta per attaccare Trump, Obama ne ha accolti fino al 2015 una media di 376 all'anno. Numeri ridicoli se teniamo conto che in Italia, dove i siriani non arrivano più, negli ultimi dodici mesi hanno fatto domanda di asilo politico in 1581. Solo con l'arrivo in Germania di un milione di rifugiati lungo la rotta balcanica il premio Nobel per la pace, che sedeva alla Casa Bianca si è messo la mano sul cuore autorizzando l'ingresso di 13mila siriani.

Stessa musica per il bando all'ingresso negli Stati Uniti da sette Paesi islamici firmato dal nuovo presidente. Ieri si sono mobilitati l'Onu, l'Unione Europea, la Lega islamica, gli imam di mezzo mondo, compresi quelli di casa nostra, i social network, i giornaloni e la grancassa delle tv. Le schiene dritte in servizio permanente effettivo, che subito hanno sottolineato l'assenza dell'Arabia Saudita adombrando oscuri interessati privati di Trump, non si sono neppure chieste da dove fosse spuntata la lista nera. Ben 4 Paesi all'indice, Iran, Iraq, Siria e Sudan erano già stati inseriti da Obama nel Terrorist Travel Prevention Act del 2015. E riconfermati nella legge più importante degli Usa, il Consolidated Appropriations Act 2016. Chi voleva andare negli Stati Uniti da questi Paesi doveva sottoporsi ad una serie di controlli ulteriori per il visto, a cominciare da un colloquio-interrogatorio negli uffici diplomatici americani. In molti casi un modo per rifiutare l'ingresso negli Usa. Trump ne ha aggiunti altri tre, Somalia, Yemen e Libia dove neppure ci sono ambasciate e consolati Usa per farsi «intervistare». Questo significa che il «divieto» da questi Paesi era già in vigore di fatto. Trump si è spinto più in là chiudendo i cancelli, senza tenere conto delle eccezioni già previste per i Paesi a rischio.

L'altra beffa è sventolare, solo nelle ultime ore, le storie dei poveri siriani respinti o condannati al caos della guerra piuttosto che al rifugio sicuro sotto la bandiera a stella e strisce. Obama ne ha accolti dal 2011 al 2015 appena 1883, la bellezza di 376 all'anno. Solo nel 2016 ha alzato l'asticella dell'ingresso a 13mila rifugiati, dopo il fallimento degli Usa in Siria e 5 anni di guerra che hanno provocato oltre 4 milioni di profughi.

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