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150° Unità d'Italia, il messaggio del Papa a Napolitano

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La "costruzione politico-istituzionale" dello Stato unitario, in quanto "dovette inevitabilmente misurarsi col problema della sovranità temporale dei Papi", ebbe "effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall'appartenenza ecclesiale dall'altro". Lo scrive Benedetto XVI nel messaggio consegnato oggi al presidente Giorgio Napolitano dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone in occasione del 150/o anniverario dell'Unità d'Italia". "Ma si deve riconoscere - prosegue il Papa - che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra Stato e Chiesa che è passato alla storia col nome di 'Questione Romana', suscitando di conseguenza l'aspettativa di una formale 'Conciliazione', nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale".

''Nella Costituzione l'identita' storica e culturale della Nazione convive con il riconoscimento e lo sviluppo in senso federalistico delle autonomie che la fanno piu' ricca e piu' viva, riaffermando l'unita' e indivisibilita' della Repubblica''. Lo afferma il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, raccogliendo l'invito giuntogli dalla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e Province autonome, in occasione delle Assemblee straordinarie che oggi prendono avvio per il 150 anniversario dell'Unita' d'Italia, nel messaggio inviato ai loro presidenti.

''Sono lieto di rivolgere a voi - dice il capo dello Stato - il mio piu' cordiale saluto in occasione delle iniziative organizzate per celebrare il 150 anniversario dell'Unita' d'Italia, momento ideale per richiamare alla memoria dei cittadini, delle forze politiche e dei responsabili delle istituzioni regionali e locali gli eventi fondamentali che hanno condotto alla nascita del nostra Stato unitario, e per rafforzare la consapevolezza delle responsabilita' nazionali che ci accomunano''. ''La nascita dello Stato unitario - prosegue - ha consentito al nostro paese di compiere un decisivo avanzamento storico, di consolidare l'amore di Patria, di porre fine a una fatale frammentazione, di riconoscerci in un ordinamento liberale e democratico forte dell'esperienza della lotta antifascista. L'alto dibattito in seno all'Assemblea Costituente ha portato ad identificare ideali e valori da porre a base dell'ordinamento repubblicano. Nella Costituzione l'identita' storica e culturale della Nazione convive con il riconoscimento e lo sviluppo in senso federalistico delle autonomie che la fanno piu' ricca e piu' viva, riaffermando l'unita' e indivisibilita' della Repubblica. Mettendo a frutto le risorse e le potenzialita' dei territori che rappresentate e portando avanti la riflessione sul contributo delle comunita' regionali e locali al moto unitario contribuirete ad ancorarle in modo profondo e irreversibile al patto che ci lega, ai valori e alle regole della Costituzione repubblicana. Certo che le celebrazioni corrisponderanno validamente a questi fini - conclude Napolitano - vi ringrazio fin d'ora per la vostra partecipazione ai comuni festeggiamenti e per l'importante contributo delle assemblee da voi presiedute

''''Berlusconi ha giurato sulla Costituzione e sulla bandiera. Se domani un partito della sua maggioranza non viene in Parlamento, lui deve dire che la sua maggioranza non c'e' piu' perche' su questo non si puo' scherzare''. Cosi' il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, attacca il Carroccio in vista delle celebrazioni in Parlamento per centocinquanta anni dell'unita' d'Italia.

"L'identità nazionale degli italiani, così fortemente radicata nelle tradizioni cattoliche, costituì in verità la base più solida della conquistata unità politica", scrive Benedetto XVI nel messaggio.

A proposito della fine degli Stati pontifici, "nel ricordo del beato papa Pio IX e dei successori", Benedetto XVI riprende nel suo messaggio le parole del cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, nel discorso tenuto in Campidoglio il 10 ottobre 1962: "Il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell'irradiazione sul mondo, come prima non mai".

"In definitiva - aggiunge il Pontefice -, la Conciliazione doveva avvenire fra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all'unità del Paese".

L'apporto dei cattolici fu centrale nella stesura della Carta Costituzionale. Lo scrive il Papa. "L'apporto fondamentale dei cattolici italiani alla elaborazione della Costituzione repubblicana del 1947 - si legge nel testo - è ben noto. Se il testo costituzionale fu il positivo frutto di un incontro e di una collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero, non c'é alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano; un progetto maturato all'interno dell'Azione Cattolica, in particolare della Fuci e del Movimento Laureati, e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, ed oggetto di riflessione e di elaborazione nel Codice di Camaldoli del 1945 e nella XIX Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dello stesso anno, dedicata al tema 'Costituzione e Costituente'. Da lì - rimarca Benedetto XVI - prese l'avvio un impegno molto significativo dei cattolici italiani nella politica, nell'attività sindacale, nelle istituzioni pubbliche, nelle realtà economiche, nelle espressioni della società civile, offrendo così un contributo assai rilevante alla crescita del Paese, con dimostrazione di assoluta fedeltà allo Stato e di dedizione al bene comune e collocando l'Italia in proiezione europea".

"Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse, il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generalé, ma "senza negare il ruolo di tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l'apporto di pensiero - e talora di azione - dei cattolici alla formazione dello Stato unitario". Lo scrive Benedetto XVI.

Nel messaggio per i 150 anni dell'Unità d'Italia il Papa ricorda gli anni di piombo e fa i nomi di Aldo Moro e Vittorio Bachelet, uccisi dalle Brigate Rosse. "Negli anni dolorosi ed oscuri del terrorismo - sottolinea il Papa - i cattolici hanno dato la loro testimonianza di sangue: come non ricordare - afferma in proposito Benedetto XVI - tra le varie figure, quelle dell'On. Aldo Moro e del Prof. Vittorio Bachelet?".

Il processo di unificazione nazionale non è stato il frutto di un artificiosa giustapposizione di identità diverse, ma l'esito "naturale" di una "identità nazionale forte e radicata", scrive il Papa. "L'unità d'Italia, realizzatasi nella seconda metà dell'Ottocento - afferma Benedetto XVI - ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo. La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale, al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale".

"Passate le turbolenze causate dalla 'questione romana', giunti all'auspicata Conciliazione, anche lo Stato Italiano ha offerto e continua ad offrire una collaborazione preziosa, di cui la Santa Sede fruisce e di cui è consapevolmente grata". E' quanto scrive Benedetto XVI a conclusione del suo messaggio per i 150 anni dell'Unità d'Italia. "Nel guardare al lungo divenire della storia - afferma il Papa -, bisogna riconoscere che la nazione italiana ha sempre avvertito l'onere ma al tempo stesso il singolare privilegio dato dalla situazione peculiare per la quale è in Italia, a Roma, la sede del successore di Pietro e quindi il centro della cattolicità". "E la comunità nazionale - aggiunge - ha sempre risposto a questa consapevolezza esprimendo vicinanza affettiva, solidarietà, aiuto alla Sede Apostolica per la sua libertà e per assecondare la realizzazione delle condizioni favorevoli all'esercizio del ministero spirituale nel mondo da parte del successore di Pietro, che è Vescovo di Roma e Primate d'Italia".

I leghisti "non cantano l'inno nazionale e nemmeno vogliono ascoltarlo", ma "per il resto vanno a caccia di poltrone e presidenze... nazionali". Lo scrive Famiglia Cristiana in un editoriale pubblicato on line che commenta la decisione dei consiglieri regionali lombardi della Lega Nord di lasciare l'aula, ieri, quando è stato intonato l'inno di Mameli. "Furbacchiona questa Lega", osserva il settimanale dei Paolini, perché "rifiutarsi di cantare l'inno di Mameli, anzi rimpiazzarlo al bar con brioche e cappuccino, è uno di quei giochetti che danno ai protagonisti un brivido gladiatorio, non comportano rischio alcuno, procurano titoli sui giornali e spazi in tv". Ma quando si tratta di "contenuti, stavolta poco padani e molto concreti, - si legge su Famiglia Cristiana - eccome se i leghisti se ne interessano. Non cantano l'inno nazionale e nemmeno vogliono ascoltarlo: ma se vengono in ballo presidenze di banche e direzioni di enti, anch'essi nazionali come Mameli; se oltre alle manovre romane c'é da occupare poltrone regionali, provinciali, comunali e rionali; se insomma si tratta di distribuire posti e prebende ad ogni livello, la Lega è già piazzata in prima linea".

 

1861-2011, GLI AUGURI DI NAPOLITANO AGLI ITALIANI

"Auguri a tutti gli italiani di ogni età, condizione sociale e idea politica che festeggiano insieme questo nostro grande compleanno". Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha esordito nel suo intervento alla manifestazione per la 'notte tricolore' in piazza del Quirinale.

 

Accompagnato dalla signora Clio, il capo dello Stato ha aggiunto: "Se fossimo rimasti divisi in otto stati come eravamo nel 1860 saremmo stati spazzati via dalla storia".

 

Per Napolitano oggi "festeggiamo il meglio della nostra storia. Perché abbiamo avuto momenti brutti, commesso errori, abbiamo vissuto pagine drammatiche ma abbiamo fatto tante cose grandi e importanti, grazie all'unità siamo diventati un Paese moderno". "Eravamo già in ritardo allora di fronte alla Spagna, alla Francia, all'Inghilterra che erano già dei grandi stati nazionali e stava per diventarlo anche la Germania. Per fortuna - ha detto ancora - eravamo in ritardo ma non abbiamo atteso ulteriormente. Sono state schiere di nostri patrioti che hanno combattuto e dato la vita e scritto pagine eroiche che noi dobbiamo avere l'orgoglio di ricordare e rivendicare. Perché solo così possiamo anche guardare con fiducia al futuro e alle prove che ci attendono".

 

"Ne abbiamo passate tante, passeremo anche quelle che avremo di fronte, in un mondo forse più difficile. Però l'importante è che ricordiamo sempre che" anche se "ognuno ha i suoi problemi, i suoi interessi e le sue idee e discutiamo e battagliamo ognuno deve ricordare che è parte di qualcosa di più grande, la nostra nazione, la nostra Patria e la nostra Italia. E se saremo uniti sapremo superare tutte le difficoltà che ci attendono. Auguri a tutti gli italiani"

 

"Credo di sì. Credo valga la pena di festeggiare". Così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, lasciando Palazzo Grazioli, ha risposto a chi gli chiedeva delle polemiche sorte intorno alla festa del 17 marzo e alla contrarietà della Lega sugli effetti civili della celebrazione. Il capogruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni, intervistato da Sky Tg 24, torna a ribadire la posizione del suo partito sottolineando però che ''questo non incide minimamente sul cammino di riforme del governo e non è oggetto di polemiche da parte nostra".

 

"Condividiamo l'affermazione del presidente del gruppo della Lega Nord Marco Reguzzoni secondo cui adesso non è il momento di polemiche ma di continuare a sviluppare il massimo impegno per le riforme", ha osservato il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto sottolineando comunque che ''a noi non è sembrata sbagliata la decisione di fare del 17 marzo la festa per l'Unità nazionale''
Fischi e contestazioni. Ma anche applausi e sostegno. "I ragazzi del 1949 non sono nati per farti fare il bunga bunga. Vergogna, torna ad Arcore. Dimettiti!". Così urla un gruppo di persone all'arrivo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, davanti al monumento di Garibaldi al Gianicolo. Il premier fa un gesto con la mano al sottosegretario Gianni Letta come per dire "lasciamoli perdere".

"Vado avanti, rimango per difendermi" dice Berlusconi arrivando all’Altare della Patria per la cerimonia di deposizione della corona d’alloro al Milite ignoto, che ha aperto le celebrazioni odierne per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Poco prima dell’arrivo del Capo dello Stato, il premier è stato accolto dagli applausi di una piccola folla che lo ha incitato a proseguire nell’azione di governo. Sorridendo, Berlusconi ha assicurato: "Vado avanti, certo. Non lascio il paese in mano ai comunisti".

Nuova contestazione per Berlusconi, questa volta più forte e che arriva da quasi tutte le persone presenti a Porta San Pancrazio davanti al nuovo museo della Repubblica Romana. All’uscita il premier è stato accolto da fischi, "buuu", e da un coro che gridava: "Dimissioni, dimissioni". Un uomo grida: «Vai a villa Grazioli, fai il bunga bunga, vai in tribunale". Al momento dell’uscita dal nuovo museo della Repubblica Romana, Berlusconi è stato accolto da contestazioni, ma qualcuno lo ha anche incitato a "resistere". Molti applausi per il presidente della Repubblica Napolitano.

Le contestazioni a Berlusconi non sono cessate neanche all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli: subito dopo che il premier ha varcato la soglia dell’ingresso principale della chiesa dalle due ali di persone presenti nella navata centrale, sono partiti altri fischi e qualche urlo "vergogna". Ma, più avanti, mentre Berlusconi raggiungeva i primi banchi della chiesa, gli è stato rivolto anche qualche applauso. Al termine della celebrazione religiosa Berlusconi ha lasciato la basilica da un’uscita laterale. Il premier è uscito passando per la sacrestia, che si trova in un punto più defilato rispetto a quello principale, dal quale hanno invece lasciato la basilica tutte le altre autorità presenti.

La dignita' di Maria Sofia e le conquiste sociali dei Borboni. Corre su questi due assi la celebrazione dell'Unita' d'Italia da parte del 'Reame' per eccellenza, la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, che nel pantheon delle iniziative per festeggiare l'anniversario chiama a ''impegni concreti per il Sud''. ''Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell'Unita' d'Italia -spiega ai Giornalisti di una nota Agenzia di Stampa il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro- e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse anche un'occasione per un confronto diverso e piu' profondo, rivisitando il Risorgimento per analizzare i problemi che portano alla nascita della questione meridionale''.
''E' vero -aggiunge- che la storia la scrivono sempre i vincitori. Questi giorni possono tuttavia costituire una base di dialogo intelligente, che superi la storiografia e le memorie di parte. Uno spazio, insomma, per ricordare anche il pensiero e l'opera dei miei antenati''. ''Sul dizionario -fa notare il Gran Maestro dell'Ordine Costantiniano- al termine borbonico e' collegato il significato di 'arretrato' o 'poliziesco'. Occorre ricordare che i Borboni hanno svolto un'importante opera di sviluppo culturale, industriale e sociale''.

 

''Nessuno di noi -precisa- era li' in quel periodo, ma l'economia del tempo era fiorente e al momento dell'annessione del Regno, il bilancio era attivo piu' di quelli di tutti gli altri Stati italiani del tempo. Basterebbe spulciare le carte degli archivi di Stato per verificare quanto queste affermazioni siano fondate''.

 

''Non vogliamo mostrare l'elenco delle glorie passate -precisa il il Principe Carlo di Borbone- ma ci preme ricordare in particolare il polo industriale di Mongiana, in Calabria, dove venne edificata l'8 marzo 1771 proprio sotto Re Ferdinando, la piu' grande industria metalmeccanica d'Italia, per non parlare poi delle antiche seterie di San Leucio. Proprio li', 'nell'arretrato' Regno Borbonico non pochi storici e analisti vedono ora l'esempio concreto di un socialismo popolare, la realizzazione storica dell'Utopia della Citta' del Sole. Peraltro, si realizzo' anche un sistema di previdenza sociale e sanitaria''.

 

''Dunque -rimarca il Gran Maestro dell'Ordine Costantiniano- quando si leggono gli avvenimenti della storia senza pregiudizi, ci si accorge che i primati del Sud non si fermano alla prima ferrovia Napoli-Portici, ma presentano esempi virtuosi quali il primo sistema pensionistico o le case per gli studenti, l'assistenza sanitaria gratuita, la legislazione in materia ambientale che e' ancora all'avanguardia. Esempi di un Sud positivo e della dignita' del lavoro''.

 

''Mi auguro percio' -prosegue il Duca di Castro- che il 17 marzo possa significare una rilettura di tutto un momento storico spesso volutamente ignorato o travisato. Dopo 150 anni dalla scomparsa del Regno delle Due Sicilie c'e' ancora un problema aperto: la questione del Sud. E sui libri non sempre la narrazione e' innocente''.

 

''Dopo il 1860 -osserva Carlo di Borbone- si sono verificate purtroppo le prime migrazioni, l'impoverimento dello Stato e lo smarrimento dell'identita'. In questo percorso -fa noatre il Principe Carlo di Borbone- occorre rileggere anche il fenomeno brigantaggio, che in molti casi volle dire onore e attaccamento al Regno e di sicuro non puo' essere liquidato per doveroso rispetto verso tutti i caduti, come semplice delinquenza''.

 

Nella ricorrenza dei 150 anni, la Real Casa borbonica riporta cosi sotto i riflettori ''le vicende di Gaeta, la difesa del patriottismo e la storia di Maria Sofia, una donna che fu sempre vicina al suo popolo. Da tutto cio' -fa osservare il Principe Carlo di Borbone- viene un messaggio di incoraggiamento a quel Sud che i Borboni hanno amato piu' della loro vita. Il Mezzogiorno ritrovi l'orgoglio delle proprie radici. Il presidente Napolitano ci ha invitato in queste celebrazioni per i 150 anni dell'Unita' a superare le incomprensioni del Risorgimento, cercando nuove ragioni di impegno condiviso''.

 

''Casa Borbone -assicura- dara' il proprio contributo affinche' tutti insieme possiamo sentirci piu' italiani. Lo faremo anche attraverso l'opera dell'Ordine costantiniano, tra tradizione e solidarieta' concreta. Dal 18 marzo in poi -conclude- ci auguriamo una nuova immagine per il Sud: la civilta' e l'orgoglio vanno bene, ma serve anche maggior senso civico e progetti di lungo respiro. Solo cosi', nel Mediterraneo delle scelte, gli italiani potranno guardare con responsabilita' e passione civile al futuro che ci attende''.

''Superare quel che e' rimasto incompiuto'' e ''affrontare nuove sfide e prove per la nostra lingua e la nostra unita'''. E' l'impegno che ci deve animare nel celebrare il 150/o anniversario dell'Unita' d'Italia come ha sottolineato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, al convegno, al Quirinale, su 'La lingua italiana fattore portante dell'identita' nazionale' al quale erano presenti anche Gianni Letta, Giuliano Amato, Umberto Eco e gli intellettuali e studiosi Tullio De Mauro, Vittorio Sermonti, Carlo Ossola, Luca Serianni e Nicoletta Maraschio.

Eco, nel suo intervento sul futuro della lingua italiana, ha ricordato che ''il 17 marzo del 1861, Cavour scrisse a Massimo D'Azeglio una lettera in francese''. In quel caso la lingua e' stata un fattore ''inutile'' per l'Unita', ma nella ''disunione'' diventerebbe ''indispensabile'' ha detto l'autore del 'Nome della rosa'. Il Capo dello Stato ha anche spiegato che ''L'Italia non puo' essere presentata come un paese linguisticamente omologato nel senso di una negazione di diversita' e di intrecci mostratisi vitali''. E il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, facendo riferimento alla mostra 'Viaggio tra i capolavori della letteratura italiana, Francesco De Sanctis e l'Unita' d'Italia', nella sala delle Bandiere al Quirinale, aperta da domani al pubblico, ha messo in rilievo come ''dalla letteratura Francesco De Sanctis traesse alimento per l'azione. Leggere per costruire spiritualmente, per far nascere dalla cultura la buona politica. In un momento come quello che stiamo attraversando le parole di De Sanctis possono essere monito e richiamo per tutti noi''. Giuliano Amato, presidente del Comitato dei Garanti del 150/o anniversario dell'Unita' d'Italia, ha ricordato il ''gran lavoro che fecero le scuole, le nostre maestre, artefici dell'Unita' nazionale''. E, dati alla mano, il linguista Tullio De Mauro, ha mostrato come ''al primo censimento dell'Italia unita il 78% della popolazione fosse totalmente analfabeta. L'istruzione postelementare era riservata ancora parecchi anni dopo l'unita' allo 0,9% delle fasce giovani. Quel 10% di persone che usavano abitualmente l'italiano negli anni Cinquanta e' cresciuto nel 2006 fino al 45%. L'omologazione che nel 1964 Pier Paolo Pasolini paventava non c'e' stata''. Ma ''pare un obiettivo irrealistico - ha aggiunto -l'innalzamento dell'obbligo ai 18 anni come in altri Paesi Progrediti. E nonostante i ripetuti richiami dell'Ocse, continua a mancare quel sistema nazionale di educazione ricorrente degli adulti''.

Gli interventi sono stati intervallati da letture di Toni Servillo, Fabrizio Gifuni, Umberto Orsini, Ottavia Piccolo e Pamela Villoresi, di brani che hanno accompagnato l'evoluzione della lingua, da Manzoni a Croce, a Dante e Pascoli, da due pagine musicali interpretate dal tenore Roberto Abbondanza e da un filmato tratto dalle Teche Rai. La 'Commedia' dantesca ''costituisce da sempre uno scandalo linguistico'' ha detto Sermonti. Serianni ha sottolineato come oggi sia la gastronomia un settore ''tipicamente legato all'Italia nell'immaginario degli stranieri'' e Ossola ha citato 'Le mie prigioni' di Silvio Pellico e La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene' di Artusi fra i libri che hanno fatto gli italiani. Il futuro della nostra lingua ''non so quale sara''' ha concluso Eco. ''Una sola previsione mi sento di fare. La lingua nazionale sottolinea la serieta' e veridicita' dell'intenzione. In dialetto si torna a una situazione di universo chiuso, quindi la regressione al dialetto diminuirebbe la possibilita' di contatto con il resto del mondo''

 

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