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Domenica, 24 Ottobre 2021

Libia sempre più nel caos

Gheddafi

 

All’alba di stamani i caccia libici sono tornati a bombardare i manifestanti riuniti a Tripoli . I primi raid aerei contro la folla, che chiede le dimissioni di Gheddafi, risalgono a ieri pomeriggio. Il figlio del colonnello, Saif Al Islam, nega tutto e dice che l’aviazione militare è intervenuta solo per "bombardare depositi di armi lontani dalle aeree popolate". Intanto si registrano le prime crepe tra i sostenitori di Gheddafi: diversi militari e politici sono passati dalla parte dei manifestanti in seguito all’eccessivo uso della forza. Ma il colonnello si mostra in tv e, in un breve filmato smentisce di essere fuggito dal Paese. Una scena che evoca quella di Saddam Hussein, che nel 2003, quando Bagdad stava per capitolare, si mostrava nei luoghi e nelle pose più improbabili. E quele scene, surreali, venivano tramesse in tv nel tentativo estremo di provare a rassicurare il popolo iracheno, stremato dalla guerra. L’esercito egiziano ha rafforzato la sua presenza alla frontiera con la Libia per garantire in particolare il passaggio dei cittadini egiziani in fuga dal Paese manifestanti della città libica di Nalut, nella zona dei monti occidentali della Libia, a pochi chilometri dalla Tunisia, minacciano di fermare l’afflusso di gas verso l’Italia chiudendo il gasdotto che passa proprio per la loro provincia. In un messaggio pubblicato sul sito Internet del gruppo di opposizione "17 febbraio", si legge che rivolgendosi "all’Unione Europea, e in particolare all’Italia, la gente di Nalut ribadisce di far parte di un popolo libico libero e, dopo il vostro silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi, ha deciso che interromperà dalla fonte l’afflusso di gas libico verso i vostri paesi, chiudendo il giacimento di al-Wafa che attraverso la nostra zona porta il gas verso l’Italia e il nord Europa, passando per il Mediterraneo". I manifestanti di Nalut sostengono di aver preso questa decisione "perché voi non avete fermato lo spargimento di sangue della nostra gente e del nostro caro paese avvenuto in tutte le città libiche. Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas". Il messaggio è firmato "la gente delle zone occidentali dalla regione di Nalut". 

L'Eni chiude il gasdotto che collega l’Italia alla Libia, il GreenStream, attraverso cui arrivano circa 9,2 miliardi di metricubi di gas. Lo si apprende da fonti vicine al dossier. La procedura si è resa necessaria per mettere in sicurezza la condotta lunga circa 520 chilometri che collega Mellitah, sulla costa libica, con Gela, in Sicilia, attraversando il Mar Mediterraneo dove raggiunge una profondità massima di 1.127 metri.

Libia sempre nel caos: testimoni dalla Capitale parlano di oltre mille vittime per i bombardamenti sulla folla scesa in piazza contro il regime. Nella notte apparizione lampo in tv del Colonnello: sono a Tripoli. Richiesta di aiuto dei profughi: ci uccidono a colpi di machete. Ambasciatore in Usa: mi dimetto, Gheddafi vada via. Un aereo C130 dell'Aeronautica militare è pronto a partire per il rimpatrio di un centinaio di italiani. Appello di Napolitano: ascoltare il popolo. Amnesty a Berlusconi, intervenga su Gheddafi. Bossi, gli immigrati? Mandiamoli in Germania. 'Frattini dal Cairo: temo enorme flusso di immigrati. Non ci risultano sospensioni di gas. Il card. Bagnasco: il popolo reagisce se colpiti diritti fondamentali.
La tv al Jazira mostra immagini di corpi carbonizzati. Al Arabiya riferisce: stop del funzionamento dei terminali petroliferi libici sul Mediterraneo.

Vertice in serata a Palazzo Chigi, si parlerà anche di fornitura di gas dalla Libia. Riunioni straordinarie anche del Consiglio di sicurezza dell'Onu e in Egitto della Lega Araba.

Sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime di Muammar Gheddafi. A riferirlo è il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia. "Manca l'energia elettrica e i medicinali negli ospedali", ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinché si mobiliti "per un aiuto economico e con l'invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore".

Gli immigrati in fuga dal Nord Africa "intanto non sono arrivati e speriamo che non arrivino. Se arrivano li mandiamo in Francia e Germania...". Umberto Bossi risponde così ai cronisti a Montecitorio che gli chiedono se la Lega Nord "é preoccupata per l'arrivo di immigrati in fuga dal Nord Africa". Quanto alla Libia, "aspettiamo ordini dall'Unione Europea", é la risposta del leader del Carroccio.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sta seguendo con attenzione le drammatiche notizie provenienti dalla Libia che riferiscono di un già pesante bilancio di vittime fra la popolazione civile. Il Capo dello Stato sottolinea come alle legittime richieste di riforme e di maggiore democrazia che giungono dalla popolazione libica vada data una risposta nel quadro di un dialogo fra le differenti componenti della società civile libica e le autorità del Paese che miri a garantire il diritto di libera espressione della volontà popolare. Lo afferma una nota del Quirinale.

L'Italia è vicina al popolo libico che sta attraversando un momento tragico della sua storia. E' quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi.
Sono "totalmente false, provocatorie e prive di fondamento le voci riguardo presunti aiuti italiani militari o sotto qualsiasi altra forma nelle azioni contro i manifestanti e a danno dei civili".

L'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha lanciato un appello all'Europa e ai Paesi del nord Africa vicini alla Libia a non respingere le persone in fuga dagli scontri. L'Italia è tra i Paesi "che potrebbero ricevere un maggior flusso di persone in fuga dalla Libia", sia cittadini libici che rifugiati da altri Paesi, ha detto Melissa Fleming, portavoce dell'Alto Commissario per i rifugiati.

Il premier Silvio Berlusconi chieda a Gheddafi, in virtù dei loro rapporti "stretti e duraturi", l'immediata ed incondizionata fine delle violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo in Libia. Lo sollecita, in una lettera inviata in tarda mattinata al presidente del consiglio italiano, il segretario generale di Amnesty Inrternational Salil Shetty. Nella lettera - inviata anche ai ministri Franco Frattini e Roberto Maroni - Shetty chiede anche all'Italia la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quanto non sarà cessato completamente il rischio per la popolazione libica della violazione dei diritti umani.
Il governo italiano sospenda l'accordo sottoscritto con la Libia nel 2008 in tema di immigrazione. L'organizzazione chiede quindi che siano sospese le operazioni congiunte con la polizia libica sul controllo dei flussi migratori.

Cadaveri carbonizzati e resti di corpi umani "appartenenti alle vittime" dei bombardamenti compiuti contro i civili a Bengasi sono stati mostrati oggi dalla tv panaraba al Jazira. L'emittente ha trasmesso le crude immagini "riprese stamattina tramite telefoni cellulari" nella città costiera a est di Tripoli. Sempre al Jazira ha mostrato altre immagini, "riprese "nell'ospedale centrale" della capitale, dei civili uccisi nelle ultime 24 ore a Tripoli da colpi di arma da fuoco sparati da "mercenari".

"Ci stanno uccidendo con coltelli e macete". E' questo il messaggio di sos arrivato al cellulare di don Mosie Zerai, presidente dell'Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo e lanciato da alcuni profughi che si trovano in Libia. "Profughi Eritrei, Etiopi, Somali chiedono aiuto, ricevo sms dove descrivono la tragedia - spiega il sacerdote -. Vanno nelle case dove vivono gruppi di africani scambiati per mercenari del regime. Decine di questi ragazzi sono quelli che sono stati respinti dall'Italia. Altri stanno morendo nelle carceri libiche come Mishratah, sotto bombardamenti, chiedono aiuto! L'Europa e l'Italia potrebbe offrigli spazi nel suo piano di evacuazione che è già in atto. Chiediamo che venga valutata - è l'appello di don Zerai - la possibilità di salvare la vita di queste persone, anche dando un rifugio provvisorio nell'Ambasciata Italiana".

'Non arriverà a Bengasi, dove l'aeroporto è stato bombardato, ma in un altro scalo della Libia" il C130 dell'Aeronautica Militare che dovrebbe rimpatriare oggi un centinaio di italiani. Lo ha detto da Abu Dhabi il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sottolineando che "per motivi di sicurezza" non rende noto il luogo dove il velivolo militare atterrerà.

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si riunirà oggi per discutere della crisi in Libia. Lo ha annunciato il segretario delle Nazioni unite Ban Ki-moon, precisando di aver parlato con il leader libico Muammar Gheddafi e di averlo esortato alla moderazione.

Il leader libico Muammar Gheddafi stanotte ha fatto un'apparizione lampo sugli schermi della Tv libica per annunciare di persona di trovarsi a Tripoli e non in Venezuela e per confutare "le malevole insinuazioni" propagate sul suo conto dai media occidentali. La Tv di stato aveva annunciato nella tarda serata di ieri che il leader della Jamahiriyha si sarebbe rivolto in nottata al suo popolo sullo sfondo della più drammatica crisi che il paese sta vivendo da quando il colonnello, nel 1969, è salito al potere. Ma chi si aspettava uno dei suoi discorsi fiume è stato deluso. A conferma della sua fama di uomo sempre e comunque imprevedibile, Gheddafi si è concesso alle telecamere solo per 22 secondi. E' stato inquadrato con un mantello, uno stravagante copricapo nero e sotto un ombrello (a Tripoli pioveva) mentre stava per salire su un fuoristrada nella sua residenza di Bab Al Azizia, a Tripoli. "Vado ad incontrare i giovani nella piazza Verde. E' giusto che vada per dimostrare che sono a Tripoli e non in Venezuela: non credete a quelle televisioni che dipendono da cani randagi", ha detto il colonnello facendo riferimento alle informazioni diffuse ieri da numerose tv e media internazionali sulla sua presunta fuga da Hugo Chavez. Con una scritta in sovrimpressione, la tv libica ha spiegato che "in un incontro in diretta con la rete tv satellitare Al Jamahiriya, il fratello leader della rivoluzione ha smentito le insinuazioni dei network malevoli". Il ministro degli esteri britannico, William Hague, aveva dichiarato ieri a margine di una riunione a Bruxelles che Gheddafi aveva probabilmente abbandonato il suo Paese per far rotta verso il Venezuela. Prima di trasmettere le immagini del leader, la tv libica aveva mandato in onda un balletto in costume. Dopo ha mostrato invece immagini patriottiche di soldati in marcia con musica araba come colonna sonora. Pur breve che sia stata, quella di stanotte è la prima apparizione televisiva di Gheddafi da quando la rivolta contro il suo regime è scoppiata una settimana fa. Suo figlio Seif al Islam ieri notte ha invece parlato in diretta per 45 minuti, promettendo riforme, denunciando un complotto internazionale contro la Libia e ammonendo che il regime intende resistere "fino all'ultimo uomo e all'ultima donna
Il leader del Cremlino Dmitri Medvedev non ha escluso l'ascesa al potere dei "fanatici" nel mondo arabo e ha ammonito che quanto sta accadendo in quella regione potrebbe avere un'"influenza diretta" anche sulla Russia. Lo riferisce l'agenzia Itar-Tass.
Altri 2 barconi carichi di migranti, in navigazione verso Lampedusa, sono stati avvistati da un aereo della Guardia di Finanza in servizio di perlustrazione. Le imbarcazioni sono a circa 60 miglia dall'isola, in acque tunisine. Sono in corso anche le ricerche di un altro barcone che sarebbe partito 36 ore fa da Sfax e di cui non si hanno più notizie. A dare l'allarme alcuni tunisini ospiti del Centro di accoglienza di Lampedusa. Intanto è salito a 53 il numero dei migranti fermati sull'isola.
L’ambasciatore libico negli Usa, Ali Aujali, si è dimesso dal suo incarico in segno di protesta nei confronti della repressione dei manifestanti pro-democrazia in Libia. "Mi dimetto dal servire l’attuale regime dittatoriale, ma non mi dimetterò mai dal servire il nostro popolo finché la sua voce non raggiungerà il mondo intero, finché i suoi obiettivi non saranno raggiunti", ha affermato Aujali in un’intervista all’emittente Abc. L’ambasciatore ha quindi lanciato un appello al colonnello Muammar Gheddafi affinché faccia un passo indietro. "Gli chiedo di andarsene e di lasciare solo il nostro popolo", ha aggiunto il diplomatico. 
Per capire che cosa sta accadendo a Tripoli bisogna considerare innanzitutto il quadro strategico. Non siamo di fronte a rivolte spontanee, ma indotte che mirano a replicare nel nord Africa quanto avvenuto alla fine degli anni Ottanta nell’ex Unione Sovietica. Anche allora la rivolta partì da un piccolo Paese, la Lituania, e all’inizio nessuno immaginava che l’incendio potesse propagarsi ai Paesi vicini e non era nemmeno ipotizzabile che l’Urss potesse implodere. Il Maghreb non è l’Unione sovietica e non esistono sovrastrutture da far saltare, ma per il resto le analogie sono evidenti. La Tunisia è il più piccolo dei Paesi della regione ed è servito da detonatore per la altre volte. A ruota è caduto il regime di Mubarak, la Libia è in subbuglio, domani forse Teheran e, magari sull’onda, Algeria, Marocco, Siria. Che cos’avevano in comune i regimi tunisini, egiziano e libico? Il fatto di essere retti da leader autoritari, ormai vecchi, screditati, che pensavano di passare il potere a figli o fedelissimi inetti.
Non è un mistero: le rivolte sono state ampiamente incoraggiate – e per molti versi preparate – dal governo americano, come dimostrato qui e qui. Da qualche tempo Washington riteneva inevitabile l’esplosione del malcontento popolare e temendo che a guidare la rivolta potessero essere estremisti islamici o gruppi oltranzisti, ha proceduto a quella che appare come un’esplosione controllata, perlomeno in Egitto e in Tunisia. Perché controllata? Perché prima di mettere in difficoltà Ben Ali e Mubarak, l’Amministrazione Obama ha cementato il già solidissimo rapporto con gli eserciti, i quali infatti non hanno mai perso il controllo della situazione e sono stati gli artefici della rivoluzione. Non scordiamocelo: oggi al Cairo e a Tunisi comandano i generali, che anche in futuro eserciteranno un’influenza decisiva. Washington ha vinto due volte: si è assicurata per molti anni a venire la fedeltà di questi due Paesi e ha messo a segno una straordinaria operazione di immagine, dimostrando al mondo intero che l’America è dalla parte del popolo e della democrazia anche in regimi fino a ieri amici.

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