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Mercoledì, 26 Giugno 2019

l premier Giuseppe Conte ha riferito in Parlamento sulla crisi libica che in queste ore sta infiammando il Nord Africa.
«Gli ultimi sviluppi in Libia ed in particolare l'escalation militare sono motivo di forte preoccupazione per l'Italia, così come lo sono e devono esserlo anche per tutta l'Europa e per l'intera Comunità internazionale». Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell'informativa alla Camera sulla Libia

«Le evoluzioni in Libia non ci devono far deflettere dalla ricerca di una soluzione politica, l'unica davvero sostenibile», dice  Conte. «Urge dunque lavorare innanzitutto in direzione di un cessate-il-fuoco e di un'immediata interruzione della spirale di contrapposizione militare, preservando l'integrità di Tripoli e la distensione sul resto del territorio», sottolinea.

E ancora: «In questi mesi sono stato, e sono in questi stessi giorni ed ore tuttora in contatto diretto, con i due principali attori libici, il Presidente Serraj e il Generale Haftar (con quest'ultimo nelle scorse ore ho avuto un contatto attraverso un suo emissario), così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno».

Il premier ha ribadito la linea del governo che chiede l'immediato stop alle operazioni di guerra. "In Libia c'è un concreto rischio di crisi umanitaria che va scongiurato rapidamente", ha affermato il presidente del Consiglio. Il premier ha aggiunto: "Urge lavorare per un cessate il fuoco, preservando l'integrità di Tripoli e la distensione nel resto del territorio".

L’Italia continua a muovere le sue pedine in Libia per evitare la catastrofe. E nelle ore precedenti le dichiarazioni di Giuseppe Conte alla Camera, arriva la notizia, riportata da Repubblica, di un nuovo contatto fra gli uomini di Khalifa Haftar e il governo italiano.

Come riporta il quotidiano, i servizi segreti italiani e quelli dell’Esercito nazionale libico hanno iniziato a percorrere la rotta Roma-Bengasi per far incontrare i rispettivi emissari. Lunedì pomeriggio, un aereo Falcon è partito da Ciampino e precisamente dall’hangar dei servizi segreti per raggiungere la Libia. Un aereo che però è scomparso da Flightradar prima di arrivare sulle coste libiche, e che incuriosiva soprattutto per la direzione: non puntava la Tripolitania, ma si avvicinava inevitabilmente a Bengasi. Ed ecco l’ipotesi: quel Falcon è quello che utilizza Haftar e il suo entourage. E l’idea è che gli emissari libici abbiano incontrato direttamente Conte e i vertici dell’intelligence italiana per riprendere i contatti sulla campagna militare del generale su Tripoli.
E fra quegli emissari, sembra ci fosse anche lo stesso figlio di Haftar. Come ha appreso Adnkronos da fonti libiche, nella delegazione dell’Enl che ha incontrato Conte c’era anche lui: segno evidente dell’importanza del vertice romano.

La preoccupazione per quanto sta avvenendo a Tripoli di fatto è costante: "In questi mesi sono stato, e sono in questi stessi giorni ed ore tuttora in contatto diretto, con i due principali attori libici, il Presidente Serraj e il Generale Haftar con quest'ultimo nelle scorse ore ho avuto un contatto attraverso un suo emissario, così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno".

Secondo il quotidiano il Giornale in questo scenario internazionale sempre più coinvolto nella battaglia libica, il governo italiano ha aperto un'intensa interlocuzione con la Casa Bianca: "Sono intensamente impegnato sul piano diplomatico, anche attraverso le mie numerose missioni all’estero. In virtù anche dell’azione del mio staff diplomatico e dei competenti organismi, abbiamo ulteriormente rafforzato in questi giorni il dialogo con tutti i principali stakeholder internazionali, a partire dagli Stati Uniti, dai partner europei e dagli attori regionali più influenti in Libia.

Molto intensa è l’interlocuzione con Washington, in particolare con la Casa Bianca. Ricordo al proposito che il Segretario di Stato americano Pompeo ha rilasciato, il 7 aprile scorso, un comunicato nel quale ha espresso profonda preoccupazione per gli scontri in corso e affermato con determinazione l’opposizione degli Stati Uniti all’offensiva militare delle forze di Haftar". Infine Conte afferma: "Non ci sfugge, peraltro, che questa crisi è frutto certamente di debolezze strutturali del contesto locale ma anche di influenze esterne che non sempre sono andate nella direzione della stabilizzazione. ’instabilità protrattasi per otto anni in Libia - aggiunge il presidente del Consiglio - va del resto inserita in un contesto regionale non meno critico, si pensi all’Algeria e agli sviluppi nel quadrante mediorientale. Dobbiamo purtroppo costatare - rimarca ancora - che talvolta la Comunità internazionale non riesca a inviare segnali univoci alle forze libiche, nonostante il forte impegno delle Nazioni Unite sul terreno".

Nel corso della mattinata il vicepremier, Matteo Salvini ha avvertito Parigi sulle presunte mosse del governo francese in territorio libico: "Se ci fossero interessi economici dietro al caos in Libia, se la Francia avesse bloccato un'iniziativa europea per portare la Pace, se fosse vero, non starò a guardare. Anche perché le conseguenze le pagherebbero gli italiani. Se qualcuno per business gioca a fare la guerra, con me ha trovato il ministro sbagliato".

La questione per l’Italia è serissima. E non è un caso che l’intelligence di Roma sia operativa su tutti i fronti, dalla Cirenaica alla Tripolitania fino ai deserti del Fezzan. La strategia italiana è stata messa in crisi dall’operazione avviata la scorsa settimana dal generale libico. Ed è opportuno rimettere le cose in ordine prima che sia troppo tardi. E già adesso sembra molto complicato che l’Italia possa di nuovo provare ad assumere quella leadership politica sulla transizione libica. La nostra presenza militare a Tripoli e a Misurata conferma la nostra linea di pieno supporto nei confronti del governo di Fayez al-Sarraj. Ma è chiaro che la campagna-lampo dell’Esercito nazionale libico abbia cambiato le carte in tavola. E il sostengo ormai acclarato di Emmanuel Macron non può che aver lanciato l’allarme finale.

La Francia continua a muovere i suoi fili sulla Libia. E il fatto che in queste ore sia arrivato il blocco, da parte di Parigi, della condanna dell’Unione europea al generale Khalifa Haftarè un segnale molto importante: la prova che tutti stavamo aspettando. Secondo i occhi della guerra del quotidiano il giornale ...Ieri notte, l’Europa voleva diramare una condanna ufficiale di ogni azione militare intrapresa dall’uomo forte della Cirenaica. E, come spiega Repubblica, “una bozza del documento era stata preparata ieri dal Servizio Esterno dell’Unione ed è stata fatta circolare fra tutti gli stati membri”. L’obiettivo era l’approvazione del documento da parte di tutti i governi entro le 21. Ma la Francia ha bloccato perché nominava esplicitamente Haftar e le sue forze armate. Di fatto, è  arrivata la conferma dei sospetti non solo di Tripoli ma anche di molti servizi d’intelligence europei e mondiali: Emmanuel Macron ha sostanzialmente avallato la campagna del generale.

La notizia è particolarmente importante. E getta un’ombra su tutta la strategia europea per la Libia. Perché è chiaro che a questo punto i giochi sono molto più complessi ma anche finalmente cristallini rispetto a prima. L’Unione europea non esiste, gli Stati giocano la loro partita singolarmente. E l’Italia, con l’avanzata di Haftar, rischia di essere messa con le spalle al muro da un asse composto da Francia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. E con il non troppo tacito placet della Russia che, da giocatore esterno ma presente, muove i fili libici sostenendo (pur non formalmente) l’avanzata dell’Esercito nazionale libico. Per Palazzo Chigi, la caduta di Tripoli in mano ad Haftar rappresenterebbe la chiusura definitiva di una volontà di leadership della transizione nel Paese nordafricano.

E gli errori del nostro governo rispetto a tutti i possibili partner coinvolti in Libia, rischiano di pesare in maniera molto grave a adesso Roma rischia di essere rimasta isolata. In queste ore, Giuseppe Conte ha telefonato al premier libico Fayez al-Sarraj per confermare la volontà italiana di non abbandonare l’alleato libico. E la presenza delle nostre truppe a Tripoli e a Misurata dimostra la volontà da parte del governo giallo-verde di non lasciare il campo alle milizie locali, ma anche per lanciare un segnale a tutte le parti in campo. Il problema è che adesso, con la battaglia di Tripoli che infuria, la questione sembra essere molto più complicata. Non si tratta di abbandonare un alleato, si tratta di capire come gestire l’inevitabile transizione di un Paese in cui Roma poteva contare tantissimo ma che, per colpa di evidenti errori strategici e tattici, stiamo perdendo quasi definitivamente. E la mossa francese con Haftar sembra essere l’ultima dimostrazione.

Secondo il quotidiano il Messaggero : Dopo che l'allarme era stato lanciato dai migranti («Se non arriveremo in Italia moriremo tutti», aveva detto al telefono uno dei venti a bordo), dalla ong Sea Watch era partita l'accusa: «Né gli Stati né le compagnie private vogliono aiutarli». Mentre Salvini aveva risposto che la barca «è in Libia, lontanissimo dall'Italia». Oltre ai venti a bordo, sono stati segnalati otto dispersi. Dalla Libia in fiamme, dunque, continuano a partire carrette del mare dirette verso l'Europa. L'Unhcr parla di «condizioni di insicurezza» a Tripoli ed oggi ha trasferito 120 migranti da un centro di detenzione ad una struttura protetta. «Visto che la Libia non è sicura - spiega l'Agenzia dell'Onu - i migranti soccorsi non devono esser riportati lì». E il Mediterraneo centrale è un mare sempre più a rischio per la mancanza di mezzi di soccorso, dopo la chiusura della missione Ue Sophia e l'offensiva anti-ong.

L'unica nave umanitaria presente è la Alan Kurdi di Sea Eye, che si trova fuori dalle acque territoriali di Malta con a bordo 63 migranti salvati una settimana fa e respinti prima dall'Italia e poi da La Valletta. Ed i mercantili privati, anche dopo il recente caso di dirottamento subito da parte di migranti soccorsi, sono sempre più restii a intervenire. Alle sei del mattino, a quanto fa sapere Alarm Phone, la telefonata di allarme: una ventina di persone, tra cui anche donne e bambini, su un barcone che ha perso il motore e vaga nelle acque tra Tunisia e Libia. «Tutte le autorità sono state informate, ma nessuno sforzo è stato fatto. Senza dubbio, se i dispersi fossero europei e bianchi un'operazione di salvataggio sarebbe già stata effettuata».

Da un aereo della missione Sophia che ha sorvolato l'area è stata data l'indicazione di chiamare le autorità tunisine, che però non sono intervenute. Sea Watch nel pomeriggio ha chiesto all'armatore olandese Vroon, le cui navi VOS Triton e Aphrodite sono vicine all'imbarcazione alla deriva, la disponibilità a intervenire. Ma anche in questo caso non ci sono state risposte. E senza risposte, ormai da una settimana, si trova anche la Alan Kurdi, che si tiene fuori dalle acque maltesi, senza aver avuto l'autorizzazione a sbarcare i 63 salvati, tra i quali due bimbi di 11 mesi e 6 anni e due donne incinte. Ieri una giovane nigeriana che era collassata è stata trasferita a Malta, ma le autorità della Valletta non hanno finora concesso il porto sicuro alla nave umanitaria.

Sempre ieri un'imbarcazione della ong Moas ha portato rifornimenti sulla nave. La Mare Jonio, di Mediterranea saving humans, intanto, si prepara a tornare in mare dopo il sequestro e l'indagine a carico di capitano e capo-missione da parte della procura di Agrigento. A bordo ci sarà anche il senatore Gregorio De Falco, ex M5s ora al Gruppo Misto. «Non vorrei - ha spiegato - essere un passeggero zavorra, ma avere una funzione di utilità a bordo, mettendo a servizio la mia esperienza di ufficiale di Marina».

La guardia costiera libica e riportati indietro i 20 migranti che avevano lanciato l'allarme attraverso il numero di emergenza di Alarm Phone. Ne ha dato notizia, con soddisfazione, il ministro dell'Interno Matteo Salvini. «I famosi 20 che 'stavano affondandò sono stati prontamente salvati dalla Guardia Costiera libica e riportati a terra. Molto bene!», è il commento del ministro. Opposto il giudizio di Alarm Phone: «La cosiddetta Guardia costiera libica ha intercettato la barca. Le 20 persone saranno riportate in una zona di guerra da una milizia finanziata dall'Ue. È una vergogna che questo respingimento illegale e disumano avvenga nell'indifferenza generale».

Salvini a quanto pare non andrà all'Altare della Patria, forse non accompagnerà il Capo dello Stato all'apertura delle celebrazioni e chissà non parteciperà neppure ad una delle tante iniziative organizzate dall'Anpi e non solo in tutta la penisola. "La lotta a camorra, 'ndrangheta e mafia è la nostra ragione di vita - ha detto il ministro leghista a margine della festa della polizia - Vado a Corleone a sostenere le forze dell'ordine nel cuore della Sicilia".  

Nessuno prima d'ora si era mai esposto così tanto: il prossimo 25 aprile il ministro dell'Interno non sarà a "sfilare qua o là" per celebrare partigiani e Resistenza. Andrà invece a Corleone, tra "le forze dell'ordine" che combattono ogni giorno la mafia.

Non è solo l'assenza a pesare. Ma anche le parole. Salvini non intende "sfilare qua e là" con "fazzoletti rossi, fazzoletti verdi, neri, gialli e bianchi". Insomma: non sembra voler associare la sua immagine con quella dei cortei partigiani che il 25 aprile invadono le cittadine italiane. A partire dalla Capitale.

La notizia ha irritato e non poco anche l'Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani. La presidente Carla Nespolo è convinta che Salvini non voglia "onorare con il dovuto rispetto l'antifascismo e la lotta partigiana". "È istituzionalmente doveroso - ha detto ieri sera - che Salvini esca dalla sua brutale propaganda contro una festa nazionale che ricorda tante donne e uomini sacrificatisi per ridare all’Italia la libertà sottratta dalla violenza e dai crimini del fascismo e del nazismo".  

Come sottolinea il Giornale e scontata la reazione della sinistra. Il primo a prendere posizione è Emanuele Fiano, già firmatario di un progetto di legge contro la diffusione di tutti i gadget del Fascismo e del Duce. "Noi ci auguriamo che il ministro dell'Interno sia in prima fila per combattere la criminalità organizzata tutti i giorni, come purtroppo sembra non fare - attacca - Ma il 25 aprile è il giorno della Liberazione. Cioè della rinascita della democrazia nel nostro Paese e ogni vero amante della nostra Repubblica dovrebbe onorarlo senza ma e senza se". Per Fiano le "frasi sciocche" di Salvini sono "sconcertanti", perché si ricorda "del suo ruolo per la lotta alle mafie in modo strumentale solo per offuscare il valore di una giornata storica e alimentare in modo sempre più netto la negazione del valore dell'antifascismo come fondamento della Repubblica".

Le liti sull'asse Salvini-Anpi non sono ormai una novità. A febbraio la miccia tornò a esplodere per i post revisionisti dell'Anpi di Rovigo o per il discusso convegno di Parma sulle foibe con la partecipazione della sezione locale dei partigiani. Senza contare le accuse della stessa Nespolo che solo lo scorso agosto additava il ministro di "massacrare i diritti umani". Tre anni fa, era il 2016, Salvini - allora solo leader della Lega - il 25 aprile decise di organizzare una manifestazioni contro il governo Renzi proprio nel giorno della festa della Liberazione. L'Anpi se la prese, parlando di "provocazione" e "insensibilità". "L'Anpi non è padrone del 25 aprile perchè la Resistenza ha avuto tante facce e il 25 aprile è di tutti", disse Salvini. "Porteremo la voce anche dei partigiani che non avevano il sogno della bandiera rossa". Tre anni dopo sarà lì a sfilare. Neppure da ministro. Almeno non ha cambiato idea

Intanto Casarini choc contro il governo: "Che siate maledetti, assassini" mentre la Mediterranea Saving Humans si prepara a lanciare una sfida frontale al governo italiano - per mare, che questa settimana sarà solcato nuovamente dalla Mar Jonio, e per terra, dove è stato presentato un esposto alla procura di Agrigento per "il blocco navale operato contro la Alan Kurdi" - l'ex no global del G8 di Genova, che si è messo al timone della nave dei centri sociali, si è messo a cavalcare il caso del gommone in avaria al largo della Libia sollecitando un intervento immediato del governo italiano.

Gli stessi toni di Casarini scrive il Giornale vengono usati dalla Mediterranea Saving Humans. "Queste persone preferiscono affogare piuttosto che tornare nei lager - si legge su Twitter - i governi europei li stanno condannando a morte". Sabato scorso l'ong ha tenuto un'assemblea a cui hanno partecipato tutti gli equipaggi. Tra questi c'erano appunto Casarini, ultimo capo missione della Mar Jonio, e l'armatore Alessandro Metz. Dopo il dissequestro, del quale si è avuto notizia a fine marzo scorso, la loro nave adesso si trova a Marsala. "In questi giorni - hanno fatto sapere dalla ong - è in corso il cambio degli equipaggi". A bordo non vi saranno Pietro Marrone, il pescatore-comandante nell'ultima missione, né Casarini poiché, come ha spiegato quest'ultimo, "da protocollo ogni missione deve avere un capo missione diverso dagli altri"  

La prima ong a intervenire, non appena Alarm Phone ha lanciato l'sos su Twitter, è stata proprio Mediterranea Saving Humans. Che con un tweet "ha avvisato le autorità di Roma, Valletta e Tunisi" affinché intervengano a salvare i venti immigrati in balia del mare. Stando a quanto è stato riferito dalle persone che si trovano a bordo, infatti, il motore non funziona e la carretta, che sta imbarcando acqua ormai da alcune ore, è alla deriva in prossimità del confine libico-tunisino. "In questo momento uomini donne e bambini stanno affondando davanti alle coste della Libia - twitta Casarini - otto di loro sono già morti. Tutte le autorità sono informate da quattro ore di questa situazione. Nessuno risponde, compresa Roma". Quindi, anziché prendersela con i trafficanti di uomini, lancia una pesantissima invettiva contro il governo gialloverde: "Che voi siate maledetti, assassini".

Data l’attuale situazione d’instabilità nella capitale libica, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ieri ha ricollocato oltre 150 rifugiati dal Centro di detenzione di Ain Zara, nei quartieri sud di Tripoli, al Centro di raccolta e partenza dell’UNHCR, situato in un’area sicura nelle vicinanze.


Negli ultimi giorni l’area circostante il Centro di detenzione di Ain Zara è stata teatro di scontri pesanti. Alcuni rifugiati hanno riferito all’UNHCR di avere paura e di temere per la propria incolumità a causa degli scontri in corso nella zona, nonché di avere ormai a disposizione quantità minime di scorte.
L’UNHCR è stato informato di situazioni simili che coinvolgono altri Centri di detenzione e attualmente sta esaminando quanto riferito.

Il ricollocamento di rifugiati e migranti detenuti avvenuto ieri è il primo realizzato dall’UNHCR in seguito al recente inasprirsi degli scontri.
L’UNHCR sta lavorando a stretto contatto con le autorità e coi propri partner per garantire che un numero ulteriore di persone vulnerabili sia ricollocato dai Centri di detenzione.

“In Libia molti rifugiati e migranti sono soggetti a terribili depravazioni. Ora sono ancora più esposti a seri rischi e non deve essere tralasciato alcuno sforzo volto a trarre in salvo tutti i civili e a garantire loro un luogo più sicuro”, ha dichiarato Matthew Brook, Vice Capo Missione dell’UNHCR in Libia.
Da quando sono scoppiati gli scontri nella capitale libica, oltre 3.400 cittadini sono stati costretti alla fuga e molti altri sono rimasti vittime del fuoco incrociato, impossibilitati a mettersi in salvo.

L’UNHCR si unisce al resto degli attori umanitari per sollecitare il rispetto degli obblighi legali internazionali volti ad assicurare l’incolumità di tutti i civili e l’integrità delle infrastrutture, oltre che a garantire un accesso incondizionato, sicuro, duraturo e senza impedimenti degli aiuti umanitari alle aree colpite.

Nell’ambito della risposta d’emergenza alle violenze in atto, l’UNHCR ha inoltre predisposto la presenza di aiuti in aree chiave a Tripoli e a Misurata, rafforzando la capacità dei propri servizi di assistenza telefonica e assicurando la continuità dei programmi di protezione per rifugiati e sfollati interni negli insediamenti urbani.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ribadisce la propria posizione secondo cui le condizioni in Libia non sono sicure per i rifugiati e i migranti soccorsi o intercettati e che, pertanto, essi non devono esservi ricondotti.

Intanto domenica sulla tv qatariota Al Jazeera viene trasmesso un servizio che parla proprio dei migranti presenti a Tripoli. Come ben si sa, a partire da giovedì mattina è nell’area della capitale che si concentrano gran parte degli scontri. Ad ovest si combatte tra Sabrata e la periferia di Tripoli, a sud invece nei villaggi e nei paesi vicini l’aeroporto internazionale. 

Non si conosce bene il numero esatto di centri per migranti in questa zona. Alcuni sono censiti ed all’interno vi è il personale delle Nazioni Unite, presente sia con l’Unhcr che con l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Altri invece – quelli più pericolosi essendo gestiti direttamente dalle milizie e dai criminali che organizzano le traversate – non risultano ovviamene tra quelli nell’elenco del governo. I giornalisti di Al Jazeera, nel loro servizio, contattano alcuni migranti presenti nel centro Qasr Bin Ghashir.

Si tratta di una zona pericolosa, qui proprio da domenica si concentrano gran parte degli scontri a sud di Tripoli. Anzi, alcuni video postati poche ore dopo l’inizio dell’operazione di Haftar mostrano cittadini di questa località accogliere festanti gli uomini del generale. Ma la situazione è comunque confusa e i combattimenti sarebbero proseguiti pure successivamente. Del resto a pochi chilometri da qui sorge per l’appunto l’aeroporto e la zona militarmente è quindi strategica. 

Nel servizio di Al Jazeera, i giornalisti che riescono a mettersi in contatto con i migranti presenti a Qasr Bin Qashir raccontano di essere senza cibo da due giorni: “Chi gestisce il centro è scappato”, raccontano alcuni testimoni. Ma, oltre a questo, emerge anche un altro racconto inquietante: con la promessa della libertà, in molti vengono convinti ad arruolarsi tra le milizie vicine ad Al Sarraj. Secondo i racconti dei migranti, vengono fornite armi e divise e si viene spediti al fronte a combattere contro Haftar. Del resto, numeri alla mano, i migranti presenti sarebbero un esercito nell’esercito: sono in migliaia coloro che sarebbero assiepati a Tripoli, costringere ad accettare molti di loro ad arruolarsi potrebbe ingrossare le fila delle milizie filo governative.

 

 

 

Nonostante lo scorso 23 febbraio il Venezuela abbia ufficialmente chiuso le frontiere terrestri con la Colombia e il Brasile, migliaia di persone continuano a lasciare il Paese ogni giorno.
Nel viaggio, molti rischiano la vita nel tentativo di attraversare torrenti o perché esposti a sfruttamento e abusi da parte di gruppi armati che controllano rotte irregolari e pericolose.
Martedì scorso, le forze di sicurezza presenti su entrambi i lati del confine hanno faticato a tenere la situazione sotto controllo, tentando di arginare le circa 46.000 persone che, in preda alla disperazione, hanno attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar, che collega la città venezuelana di San Antonio de Tachira e la città colombiana di Cucuta.
Il flusso di persone procedeva in entrambe le direzioni, finché a un certo punto alcune transenne di sbarramento sono state rovesciate. Nella mischia che è seguita molti hanno rischiato di essere travolti e calpestati dalla folla: neonati che piangevano, bambini piccoli in difficoltà, donne in stato di gravidanza esauste, persone anziane e persone con disabilità. Fortunatamente non sono state segnalate vittime.

L'elevato numero di persone in fuga nel corso della settimana è una conseguenza della piena del fiume Tachira, circostanza che rende le traversate a piedi ancora più pericolose del solito. Dal 23 febbraio, quando le autorità venezuelane hanno ristretto l'accesso alle frontiere, il traffico pedonale sul ponte si era ridotto, spingendo i venezuelani a percorrere sentieri fangosi (trochas) o a guadare il fiume Tachira per raggiungere la città di Cucuta, dove molti lavorano, studiano, ricevono cure mediche, si procurano medicinali e viveri impossibili da trovare nei luoghi d'origine. Oltre a ciò, ogni giorno migliaia di rifugiati e migranti venezuelani entrano in Colombia per rimanervi o per proseguire il viaggio verso altri Paesi dell'America Latina.

A seguito delle forti piogge, che hanno provocato lo straripamento del fiume e inondato molti dei sentieri, il ponte era rimasta l'unica alternativa percorribile per la maggior parte dei venezuelani.

La situazione mette in evidenza la pericolosità dei movimenti transfrontalieri irregolari intrapresi da persone disperate. Sebbene nella giornata di mercoledì la piena del fiume sia temporaneamente diminuita, l'inizio della stagione delle piogge significa che le traversate continueranno a essere molto pericolose.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) riconosce gli sforzi compiuti  dalla Colombia e da altri Paesi latinoamericani per accogliere milioni di venezuelani e l'impegno delle autorità colombiane nel promuovere l'accesso al loro territorio, la residenza legale e altri diritti fondamentali. Nel 2018, l'UNHCR ha sostenuto il governo colombiano nella registrazione amministrativa di oltre 440.000 venezuelani.

L'UNHCR collabora con le autorità colombiane, operando a favore di individui con esigenze specifiche di protezione, tra cui donne, bambini, adolescenti, anziani, persone con disabilità, popolazioni indigene e gruppi LGBTI, fornendo loro servizi specializzati e assistenza umanitaria. L'UNHCR è presente in tutti i principali punti di frontiera per fornire informazioni e consulenza legale su come accedere allo status di rifugiato e a forme alternative di residenza. Lavoriamo anche in coordinamento con altre organizzazioni per distribuire acqua potabile, kit igienici, coperte e pasti a rifugiati e migranti e trasferire i malati in cliniche e ospedali. L'UNHCR offre infine assistenza tecnica alle autorità competenti per garantire un coordinamento efficace e predisporre piani di risposta a livello locale.

 

L'ultima mossa di Trump è una significativa escalation della tensione tra Washington e Bruxelles e arriva in un momento particolarmente delicato per il futuro dell'Unione europea, con le elezioni al Parlamento europeo fissate per il prossimo mese e coi vertici alle prese con un difficile negoziato sulla Brexit. I prelievi proposti dagli Stati Uniti sui prodotti europei si aggiungono alle tariffe americane già imposte sulle importazioni europee di acciaio e alluminio e alla minaccia dell'amministrazione statunitense di incrementare anche le tariffe sui prodotti automobilistici per ragioni di sicurezza nazionale. 

Lo scorso luglio, durante una visita a Washington, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva stretto un accordo con il numero uno della Casa Bianca per avviare negoziati commerciali e astenersi dall'imporre ulteriori dazi. Quei negoziati non sono mai iniziati ufficialmente e le trattative preliminari non hanno fatto molti progressi. Gli Stati Uniti si sono sempre lamentati della riluttanza dell'Unione europea a includere l'agricoltura nei colloqui. Da ultimo gli aiuti alla Airbus hanno creato nuovi mal di pancia spingendo Washington a una nuova rappresaglia.  

Il rappresentante al Commercio americano ha,proposto di applicare tariffe su una lista di prodotti europei. Un lunghissimo elenco dal valore di 11 miliardi di dollari che va dagli aerei ai prodotti alimentari, dal formaggio roquefort all'olio d'oliva. A pagare potrebbero essere anche numerosi prodotti del made in Italy, come il Prosecco e il pecorino. Quella del presidente Donald Trump è una rappresaglia contro gli aiuti pubblici versati dall'Unione europea agli aerei Airbus. Una mossa che penalizza la compagnia statunitense Boeing alle prese con la crisi scoppiata dagli incidenti di cui è stato protagonista il jet 737 Max.

Dal 2011 pero, ovvero dalla morte di Muammar Gheddafi, la Libia è un Paese instabile. Prima le rivolte, poi la guerra fortemente voluta da Francia e Gran Bretagna. Il risultato è stata la frammentazione di questo Paese, spaccato in mille tribù e milizie troppo facile parlare solamente di una rivalità tra Cirenaica e Tripolitania.

La questione per Washington è eminentemente pragmatica. E Trump, che di questo pragmatismo è stato e continua a essere il simbolo, non si comporta in maniera diversa da quanto ci si possa immaginare. Le mosse Usa fino a questo momento sono state soprattutto quelle di unire la propria agenda a quella delle Nazioni Unite per fare in modo che il piano degli Stati Uniti diventasse, sostanzialmente, il piano dell’Occidente. Questa strategia si trova però a dover fare i conti con un interesse molto meno spinto da parte di Trump verso l’Africa settentrionale, in contrapposizione per esempio al suo predecessore Barack Obama, il quale, al contrario, ha sostenuto le Primavere arabe e contribuito alla destabilizzazione di Nord Africa e Medio Oriente. 

Pero il Califfo Abu Bakr al Baghdadi ha capito fin da subito che, sfruttando i vuoti di potere provocati dalle Primavere arabe, lo Stato islamico si sarebbe potuto allargare e, forse, addirittura prosperare. Per questo decide di inviare il suo braccio destro, Abu Mohammad Al Jolani, in Siria non appena scoppiano le proteste contro Bashar al Assad.

Se si guarda la mappa dei territori controllati dallo Stato islamico durante il suo periodo di massima espansione, si scopre che i jihadisti dominavano essenzialmente tre Stati: Libia, Siria e Iraq.  

Infatti la Siria. L’anno di inizio è lo stesso: il 2011. Quasi in concomitanza con le proteste in Tunisia, Libia ed Egitto, si comincia a protestare anche non lontano da Damasco. “È il tuo turno, dottore”, si legge sui muri di Daraa. Il dottore, ovviamente, è Bashar al Assad, che ha studiato oftalmologia a Londra. Le proteste, inizialmente pacifiche, si trasformano in vera e propria guerriglia. Appoggiata anche da potenze estere. L’ambasciatore Robert Ford cammina per le strada di Hama in rivolta sotto una pioggia di rose. Damasco sembra sul punto di cadere, ma poi l’intervento russo cambia gli equilibri. Nel frattempo, però lo Stato islamico si allarga sempre di più, facendo di Raqqa la sua capitale. Esecuzioni e torture sono all’ordine del giorno. Ma quel vuoto di potere lasciato da Assad era ormai stato colmato.

­Cosi l’Isis torna a colpire in Libia. I jihadisti hanno infatti assaltato il villaggio Al Fuqaha, nel distretto di Giofra, nel cuore del Paese nordafricano. Secondo i media locali, i terroristi avrebbero ucciso il presidente del Consiglio locale del villaggio e poi avrebbero dato alle fiamme diverse abitazioni oltre a lasciare l’intera area senza corrente elettrica.

Le mosse Usa fino a questo momento sono state soprattutto quelle di unire la propria agenda a quella delle Nazioni Unite per fare in modo che il piano degli Stati Uniti diventasse, sostanzialmente, il piano dell’Occidente  ed è un segnale molto importante che vale soprattutto per l’Italia, dal momento che il supporto americano al debole ma pur sempre esistente governo di Sarraj era essenziale per costruire una strategia coerente con la nostra volontà di estendere l’influenza sul Mediterraneo allargato con un asse fra Roma e Washington come perno per la nostra “pax libica”. Era questo l’obiettivo della Conferenza di Palermo ed era questo il motivo per cui il governo italiano aveva cercato l’appoggio di Donald Trump, ottenuto nel viaggio di Giuseppe Conte in estate. Poi l’Italia ha preso una via diversa:  adesso sembra che gli Usa ci stiano abbandonando al nostro destino tanto quanto stanno abbandonando al suo la Libia.

 

Khalifa Haftar è pronto marciare su Tripoli e gli aerei del governo riconosciuto hanno iniziato i primi raid sui convogli del generale a sud della capitale. Il caos in Libia rischia di condurre inesorabilmente il Paese in una guerra civile dai tratti decisamente preoccupanti. Preoccupanti per il Paese, per il Nord Africa e anche, inevitabilmente, per l’Italia.

In queste ore, Francia, Gran Bretagna, Italia, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno lanciato un appello congiunto a tutte le fazioni libiche per cessare le violenze. “I nostri governi si oppongono a qualsiasi azione militare in Libia e riterrà responsabile qualsiasi fazione libica che faccia precipitare ulteriormente il conflitto civile”, si legge nella nota. “In una fase delicata di transizione, iniziative militari e la minaccia di azioni unilaterali rischiano solamente di ripiombare la Libia nel caos”. Ma dietro a questo appello potrebbe nascondersi una verità ben più complessa, dal momento che – è inutile negarlo – Haftar non ha potuto certo decidere in maniera totalmente spontanea di avanzare direttamente sulla capitale conquistando anche Garian, a cento chilometri dalla sede del governo di Fayez al-Sarraj.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha detto di essere "molto preoccupato" per quanto sta accadendo. E ha lanciato un appello "a tutte le parti affinché si fermino ed evitino qualsiasi azione violenta" lanciando l'allarme sul "rischio di una nuova crisi migratoria, con l'aumento di flussi, principalmente verso l'Italia e gli altri Paesi mediterranei".

Il vertice dell'Europarlamento e vice presidente di Forza Italia ha detto: "Non vi può essere una soluzione militare alla crisi libica. Un nuovo conflitto causerebbe solo altre perdite di vite umane e danni enormi al Paese e alla sua popolazione". E ha chiesto che "l'Unione europea deve intervenire immediatamente e parlare con una voce unica e autorevole, contribuendo a una soluzione pacifica e democratica, nel quadro delle Nazioni Unite, come chiesto a più riprese dal Parlamento europeo".

E cosi si prepara nuovo scontro tra Governo Italiano e Ong : Sea Eye si trova a 15 miglia a Sud Est dell'isola, al di fuori delle acque territoriali italiane (12 miglia). "A bordo ci sono 64 persone salvate e 17 membri dell'equipaggio", spiega la Ong tedesca. Ieri sera, intorno alle 22, era "ancora in rotta di evasione" per trovare riparo dal maltempo. "C'è una neonata di undici mesi a bordo, raffiche di vento a 50 chilometri orari e onde alte due metri", lamentano gli operatori a bordo. Ma l'Italia per ora non cede. Il tratto di mare è pattugliato dalle navi italiane e la Alan Kurdi è costretta a fare su e giù tecnicamente si chiama "pendolamento" in attesa "di una soluzione politica".    

Fino ad oggi, sul fronte dell’emergenza immigrazione, si parla quasi sempre dei pericoli provenienti dall’esterno dei confini europei. Rotta turca, rotta libica, rotta algerina e tunisina, sono questi i principali fronti aperti su cui si cerca di intervenire, con l’obiettivo di scongiurare nuove partenze dalle coste africane o dall’Anatolia. Ma emerge sempre di più invece un fronte tutto interno all’Europa: quello greco.

Intanto il quotidiano il giornale nella sua analisi alla rubtica " occhi della guerra" racconta che Il paese ellenico, come si sa, affronta da dieci anni a questa parte gravi difficoltà. La cura dimagrante imposta dalla Troika per il rientro dei debiti, si rivela un cappio al collo da cui i greci non riescono affatto ad uscirsene, nonostante i proclami degli ultimi mesi. Ed un paese che non riesce ad avere mezzi sufficienti a spegnere gli incendi, come accaduto questa estate, difficilmente può trovare le risorse per accogliere migliaia di migranti che partono dalle coste turche. Il problema si mette ben in evidenza dal 2015, anno in cui dalla Siria e dall’Iraq arrivano centinaia di carovane tramite la Turchia: è l’apertura della cosiddetta “rotta balcanica”, che porta i migranti verso il centro ed il nord dell’Europa. Fino a quando però gli stessi paesi della penisola chiudono le frontiere in quanto impossibilitati a gestire un flusso di questa portata. E così la Grecia, vedendo i suoi confini settentrionali sbarrati, deve sobbarcarsi l’onere di accogliere migliaia di profughi.

Nei mesi successivi un accordo tra Ue e Turchia prevede lo stanziamento di tre miliardi di Euro all’anno a favore di Ankara per trattenere nel paese anatolico i migranti. La pressione si alleggerisce, ma il problema non è ancora risolto. Sia perché dalla Turchia verso le isole greche si continua a sbarcare, sia perché le risorse che Atene può spendere per chi rimane all’interno dei confini ellenici sono limitate. E così ecco che, ad oggi, si calcola come almeno 25.000 migranti siano rinchiusi nei centri d’accoglienza dove garantire anche i servizi basilari è pressoché impossibile. La Grecia a malapena riesce a rifornire di medicinali e medici i propri ospedali, figurarsi se può organizzare al meglio campi allestiti solo per affrontare un’emergenza in verità mai terminata. Questi sono solo alcuni dei motivi per i quali la Grecia può essere definita, sul fronte migratorio, una vera e propria polveriera.

Per questo continua il Giornale adesso è lecito pensare che dentro la stessa Ue potrebbero aprirsi rotte interne di migranti. Tra le migliaia di richiedenti asilo presenti in Grecia, in tanti iniziano a pensare di scappare verso altre mete. Si potrebbe in poche parole riaprire la rotta balcanica, con i migranti questa volta non provenienti da paesi esterni alla comunità bensì dal paese dell’Ue più in difficoltà. Segnali in tal senso arrivano dai social. Su Facebook, come viene segnalato su LaPresse, è attiva la pagina “Border crossing in Greece“: qui vengono immesse sul web testimonianze di persone accampate in Grecia e pronte ad attraversare le frontiere settentrionali. Sempre sui social prende corpo l’iniziativa di alcuni curdi che vivono ad Atene, che invitano i migranti presenti nel paese ellenico ad unirsi ad una sorta di “marcia” volta a forzare i controlli alle frontiere ed uscire quindi dalla Grecia.

Segnali ovviamente che mettono non poco paura alle autorità dei paesi europei confinanti ed alle forze di sicurezza di quelli dove i migranti vorrebbero piazzare la propria destinazione. La riapertura di una rotta balcanica è un’eventualità contro cui molti governi lottano da anni. Il ricordo di cosa comporta tre anni fa il flusso di migranti in questa parte orientale dell’Europa è ancora vivo: in molti Stati, a partire dall’Ungheria di Orban, per reazione al fenomeno nascono e crescono molti movimenti definiti superficialmente oggi “sovranisti”. Il cosiddetto “blocco di Visegrad” trae origine proprio da quella emergenza. Ma anche in Germania ed in Italia si farebbe volentieri a meno di fronteggiare altre emergenze, per di più per rotte che provengono dall’interno del territorio europeo.

Fico apre lo scontro tra Lega e M5S nel corso del Festival del giornalismo a Perugia, Roberto Fico ha affrontato anche altri temi. E certamente non poteva mancare un commento su ciò che sta accadendo a Torre Maura. "Simone è l'orgoglio della nostra Italia costituzionale. - ha detto -. Lo ringrazio ufficialmente, quanto fatto da Casa Pound e Forza Nuova a Torre Maura è una vergogna".  

Credo che la querela di Salvini a Saviano sia stato un errore. Visto che il ministro dell'Interno ha il potere di decidere sulle scorte e Saviano è sotto scorta, io non l'avrei denunciato", ha esclamato il presidente della Camera al Festival del giornalismo di Perugia.

Il motivo del contendere, quindi, è la decisione di Matteo Salvini di denunciare per diffamazione Saviano. Il giornalista, infatti, in più di un'occasione si era appellato al ministro dell'Interno definendolo "ministro della malavita". Oltre ad accusarlo di seminare odio e bile, di parlare e compiere gesti solo per propaganda, Saviano ci aveva infilato in mezzo anche la malavita. E ora la paga cara. Anche se Fico prende le sue difese.

Nel suo informale pullover grigio, quindi, il presidente della Camera, prende posizione. E sa benissimo di essere ascoltato da tutti, tanto è che nel suo intervernto parla anche dell'Ue: "Dovremmo avere un solo seggio in sede internazionale e far valere appieno il nostro valore, altrimenti esiguo se presi come singoli Paesi. I sovranisti possono essere dispiaciuti dalle mie parole? Se ne faranno una ragione".


Tornando al discorso della Ong che sta per arrivare in Italia :  Sea Eye è in "rotta di evasione". E Salvini fa pattugliare il mare  "Altre vite messe a rischio da una Ong straniera", ripete il ministro dell'Interno da due giorni, quando la nave umanitaria tedesca ha recuperato 64 immigrati al largo delle coste della Libia e ha subito puntato la prua in "direzione Italia". Una mossa che ha irritato e non poco gli esponenti del governo italiano per l'ennesima puntata di un lungo scontro tra istituzioni e Ong. Dopo lo sbarco di Mediterranea Saving Humans di poche settimane fa, Salvini aveva diramato una direttiva per "fermare le azioni illegali delle Ong". 

Il messaggio era chiaro, ma non sembra essere arrivato a destinazione. Sea Eye ha continuato a pattugliare le coste libiche nonostante l'invito della Marina di Tripoli a non intromettersi e due giorni fa ha recuperato 64 migranti. "Ora Italia e Malta assegnino loro un porto sicuro, chiedeva l'Ong dei centri sociali guidata da Luca Casarini. "Le autorità italiane - assicura però il Viminale - non hanno in alcun momento assunto il coordinamento delle operazioni di soccorso che sono avvenute ben al di fuori della zona Sar di responsabilità italiana". Quindi Alan Kurdi resti al largo o trovi un'altra soluzione: non spetta a noi l'accoglienza. "Chiede un porto sicuro? 

 

Bene, vada ad Amburgo" è la linea di Salvini che ieri, durante il G7 a Parigi, ha chiesto al ministro di Berlino di assumersi la responsabilità sulla nave in quanto battente bandiera tedesca. Peccato che la Alan Kurdi abbia comunque fatto rotta verso Lampedusa, "forzando" il blocco imposto dal Viminale.

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