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Mercoledì, 26 Giugno 2019

Edoardo Rixi, sottosegretario leghista, fa un appello al Movimento 5 Stelle, essendo preoccupato che la maggioranza al Governo non possa reggere.

Gli italiani si stanno stufando: "Tutti, ma anche io", precisa il sottosegretario leghista, che avvisa di come la pazienza della Lega si esaurirà prima o poi, dato che "da buoni cristiani porgiamo l'altra guancia, ma Cristo di guance ne aveva solo due".  

"Non c'è giornata senza che ci arrivino attacchi", specifica ancora il sottosegretario, che lamenta un cambiamento di atteggiamento da parte dei 5 Stelle, che ora "diffidano di tutti e hanno paura di tutto".

In un'intervista al Corriere della Sera, Rixi lamenta i continui attacchi da parte dei pentastellati, che sembrano contestare ogni provvedimento proposto dalla Lega: "Diamo fastidio ai poteri forti, ma se siamo divisi avremo molte più difficoltà. Se loro pensano che si possa governare così...".

Sembra che qualunque cosa proponga la Lega venga presa come una provocazione, come il decreto sicurezza bis che, assicura Rixi, "non è una provocazione, è uno strumento per dare più protezione a chi finisce sul mare. Disincentiva le Ong e tutti quelli che vogliono portare clandestini nel nostro Paese". E Matteo Salvini, in quanto ministro dell'Interno, deve occuparsene, perché è giusto che sia lui a controllare il territorio nazionale, "che è terra e mare".

E, la Lega continua a subire attacchi giornalieri, da parte dei partner di governo, che preoccupano per il futuro, dopo le elezioni europee: "Se permane la fiducia- spiega Rixi- il tema sarà nominare almeno un ministro, un sottosegretario e anche un commissario europeo, se si va a governare in Europa. Ma è folle arrivare a questo confronto con la vietnamizzazione del conflitto".  

Intanto le elezioni Europee saranno un ulteriore colpo per i partiti tradizionali. Per la prima volta, i due gruppi principali potrebbero non ottenere la maggioranza dei seggi. Gli ultimi sondaggi mostrano che il Partito popolare europeo e l’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici potrebbero vedere la loro quota di seggi scendere dal 54% di oggi ad appena il 44%. Ciò è dovuto al modo in cui la politica europea tradizionale viene sfidata con sempre maggior forza da una serie di partiti populisti che sostengono che l’Ue debba essere riformata se vuole rimanere rilevante e sopravvivere.

Rispetto a cinque anni fa, sono previsti aumenti in termini di voti per partiti come la Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, l’AfD in Germania, i Democratici Svedesi, il Partito Conservatore del popolo estone, Vox in Spagna, Diritto e giustizia in Polonia e Živi zid in Croazia. Mentre Nigel Farage e lo Ukip, che hanno svolto un ruolo decisivo per il voto in favore della Brexit, molto probabilmente non potranno partecipare a queste elezioni, i sondaggi indicano un’altra serie di risultati positivi per il partito di Marine Le Pen in Francia, il Partito della libertà in Austria e il movimento di Viktor Orban in Ungheria. In altre parole, il populismo non sta scomparendo, sembra invece sempre più radicato.

I populisti non saranno i soli vincitori. Anche altri sfidanti otterranno buoni risultati. L’ascesa di movimenti come i Verdi in Germania, Ciudadanos in Spagna e la probabile crescita elettorale di alcuni partiti di estrema sinistra mostrano come le principali ideologie che hanno governato gran parte dell’era post-bellica siano sotto attacco da tutti i fronti. Questi cambiamenti rivelano come la politica europea sia sempre più polarizzata e frammentata poiché un numero sempre maggiori di partiti ideologicamente distinti competono per il potere. È improbabile che l’Europa possa presto assistere a un ritorno di governi forti, stabili e ideologicamente coerenti. E questo, a sua volta, renderà più difficile per l’Ue attrarre investitori, preoccupati per la volatilità e l’instabilità politica che stanno colpendo le società europee. Questa situazione potrebbe facilmente diventare un circolo vizioso a cui pochi politici sembrano poter dare risposta.

Molti liberal in Europa sostengono che si tratti di «vecchi bianchi arrabbiati» che presto moriranno. Ma un gran numero di sostenitori dei partiti populisti ha meno di 40 anni, come nel caso dell’Italia, dove la Lega ottiene consensi distribuiti in maniera abbastanza equa tra persone appartenenti a generazioni diverse. Questa realtà non è solamente un sottoprodotto della crisi finanziaria: quasi vent’anni di ricerche hanno infatti dimostrato che i movimenti che sfidano l’Europa liberale sono radicati principalmente nelle ansie relative a un cambiamento di tipo sociale e culturale, non soltanto economico.

In contrasto con certe argomentazioni un tempo molto di moda – che sostenevano che dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump l’Ue aveva respinto il populismo – Bruxelles è ora preparata per la più forte ondata populista mai registrata. In effetti, è indicativo il fatto che mentre un anno fa la copertina di Time presentava un Emmanuel Macron sorridente, nel 2018 c’era invece l’italiano Matteo Salvini. Un decennio fa, questi exploit populisti sembravano un’eccezione alla regola. Oggi invece sono del tutto normali.

L’Ue sta per affrontare la più grande sfida della sua storia. A maggio, i cittadini di tutta l’Unione andranno alle urne per votare il rinnovo del Parlamento europeo. E l’Europa sembra destinata ad affrontare un altro terremoto politico.

Le elezioni arrivano in quello che è già un momento di fragilità per l’Ue: si terranno durante la Brexit, che rappresenta la prima volta in cui l’Unione europea si contrae invece di espandersi. Inoltre, le elezioni coincidono con intense discussioni che riguardano temi su cui l’Ue ha faticato o per meglio dire fallito a trovare una risposta. Tra queste le ansie riguardanti l’immigrazione, le frontiere, la sicurezza, il senso di appartenenza e le disuguaglianze economiche. Il periodo elettorale arriva anche sullo sfondo di un populismo risorgente, con movimenti come la Lega in Italia e i gilet gialli in Francia che attirano una notevole simpatia da parte del pubblico. In definitiva, il futuro dell’Ue non è mai stato così incerto.

Dalla desecretazione degli atti della Commissione Parlamentare d"inchiesta sul caso Moro, che si è conclusa lo scorso dicembre emergerebbe una nuova sconcertante verità su uno degli omicidi che ha segnato la storia d"Italia.Il presidente della Democrazia Cristiana, rapito da un commando delle Brigate Rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ed ucciso dagli stessi terroristi rossi dopo 55 giorni di prigionia, potrebbe aver trascorso gli ultimi giorni della sua vita nella cantina di un"ambasciata del centro di Roma, proprio nelle vicinanze di via Caetani, dove fu fatto ritrovare il corpo del politico democristiano. 

Più si scava sul caso Moro, più aumentano le scoperte spiazzanti, quelle capaci di riscrivere interi capitoli di una delle storie più misteriose della Repubblica. Quarrantuno anni dopo il rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, la apposita Commissione parlamentare di inchiesta sta svolgendo un lavoro al "ralenti" su singoli segmenti, per ingrandire ogni dettaglio.

Nell’ultima legislatura la Commissione Moro 2 è arrivata a importanti acquisizioni documentali che smentiscono la ricostruzione fatta nell’arco di 40 anni sul più grave delitto politico compiuto in Italia. Non sappiamo ancora con certezza chi ha sparato in via Fani, in quale prigione o prigioni Moro sia stato detenuto e neppure chi lo ha materialmente ucciso. Sulla base di nuovi elementi Rita Di Giovacchino nel suo “Libro Nero della Repubblica”, scritto 15 anni fa ma di nuovo in libreria arricchito da rivelazioni inedite, chiude il cerchio di una lunga inchiesta su quanto accaduto negli ultimi giorni del sequestro quando, sembra ormai certo, i brigatisti ormai accerchiati avevano ceduto l’Ostaggio ad altre Entità e Moro fu trasferito in una prigione nei pressi del Ghetto dove i protagonisti a volto coperto hanno giocato l’ultima tragica partita.

A lungo è stata data la caccia a una prigione nel Ghetto di Roma, l’ultimo domicilio di Aldo Moro, che secondo una vecchia perizia del colonnello del Ros Massimo Giraudo dovrebbe essere distante non più di 50 metri da dove il suo corpo è stato ritrovato all’interno della Renault rossa, in via Caetani. Sulla vettura c’erano filamenti tessili provenienti dai magazzini dei negozi di tessuti che affacciano su piazzetta Mattei che, questo il ragionamento, in un percorso più lungo si sarebbero distaccati dalla carrozzeria volatilizzandosi.

A credere più di ogni altro a quest’ipotesi fu il giudice Ferdinando Imposimato che a lungo si è aggirato nelle stradine attorno a piazza Argentina, accompagnato da un giovane terrorista toscano, Elfino Mortati, che gli aveva confidato di aver dormito durante il sequestro Moro in un appartamento vicino proprio a piazza Argentina. Ma Elfino non era di Roma e non seppe ritrovare il palazzo che, stando a successive indagini, fu identificato in un appartamento di via Sant’Elena 8, subito escluso come prigione trovandosi al terzo piano di un affollato condominio dotato perfino di portineria.

Secondo  newsstandhub le carte e le dichiarazioni su mistero moro ottenute dalla Commissione, e raccolte dall"Huffington Post, nel sequestro Moro potrebbe esserci stato il coinvolgimento di un Paese straniero.

Secondo le dichiarazioni rese alla Commissione nel 2017 dal figlio, il professor Gaetano Lettieri, sottolinea il giornale, il sottosegretario in più di un’occasione avrebbe confessato che sulla prigione di Moro “ci eravamo seduti sopra”. Ma quale ambasciata straniera avrebbe avuto interesse a collaborare con i terroristi? E perché? Le risposte non sono ancora arrivate dalle indagini della Commissione parlamentare. Ma se queste informazioni fossero confermate, a distanza di quarantun’anni si aprirebbe uno scenario nuovo e ancora più inquietante sulla morte del politico della Dc.  

Ad affermarlo secondo  newsstandhub sono diverse persone informate sui fatti, da monsignor Fabio Fabbri, amico di Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, fino a politici e magistrati. Fu proprio Curioni a confessare a monsignor Fabbri che il giorno del ritrovamento di Moro, i pantaloni del politico erano sporchi di terriccio. Lo stesso che, secondo Don Curioni, si trovava nella cantina di una rappresentanza diplomatica, ora non più attiva, non lontana da via Caetani. All"epoca nel quadrante si trovavano l"ambasciata argentina e cilena presso la Santa Sede e la residenza dell"ambasciatore del Brasile, che ancora adesso ha sede in Palazzo Caetani. A paventare il coinvolgimento di un"ambasciata straniera nel sequestro era stato anche Ugo Pecchioli, esponente del Pci. Un"informazione, questa, annotata all'epoca dalla giornalista Sandra Bonsanti e finita sotto la lente d"ingrandimento della Commissione.

Pecchioli però parlò dell"ambasciata Cecoslovacca, che a quei tempi non si trovava nella zona di via delle Botteghe Oscure, ma nella parte nord della città. Anche la brigatista Fulvia Miglietta, secondo l"Huffington Post, all"inizio degli anni "80 avrebbe confessato al magistrato Luigi Carli che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in un luogo non lontano da quello in cui fu poi ritrovato il cadavere. 

Un particolare, questo, appreso durante una riunione di alcuni aderenti al gruppo terrorista e in linea con quanto sussurrato in casa propria anche dal sottosegretario Nicola Lettieri, che nei giorni del sequestro era a capo del comitato di crisi del ministero dell"Interno.Secondo le dichiarazioni rese alla Commissione nel 2017 dal figlio, il professor Gaetano Lettieri, il sottosegretario in più di un"occasione avrebbe confessato che sulla prigione di Moro "ci eravamo seduti sopra". 

Ma quale ambasciata straniera avrebbe avuto interesse a collaborare con i terroristi? E perché? Le risposte non sono ancora arrivate dalle indagini della Commissione parlamentare. Ma se queste informazioni fossero confermate, a distanza di quarantun"anni si aprirebbe uno scenario nuovo e ancora più inquietante sulla morte del politico della Dc.

Secondo le carte e le dichiarazioni ottenute dalla Commissione, e raccolte dall’Huffington Post, nel sequestro Moro potrebbe esserci stato il coinvolgimento di un Paese straniero. Ad affermarlo sono diverse persone informate sui fatti, da monsignor Fabio Fabbri, amico di Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, fino a politici e magistrati. Fu proprio Curioni a confessare a monsignor Fabbri che il giorno del ritrovamento di Moro, i pantaloni del politico erano sporchi di terriccio. Lo stesso che, secondo Don Curioni, si trovava nella cantina di una rappresentanza diplomatica, ora non più attiva, non lontana da via Caetani.

All’epoca nel quadrante come sottolinea anche il Giornale, si trovavano l’ambasciata argentina e cilena presso la Santa Sede e la residenza dell’ambasciatore del Brasile, che ancora adesso ha sede in Palazzo Caetani. A paventare il coinvolgimento di un’ambasciata straniera nel sequestro era stato anche Ugo Pecchioli, esponente del Pci. Un’informazione, questa, annotata all'epoca dalla giornalista Sandra Bonsanti e finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione. 

Pecchioli però parlò dell’ambasciata Cecoslovacca, che a quei tempi non si trovava nella zona di via delle Botteghe Oscure, ma nella parte nord della città. Anche la brigatista Fulvia Miglietta, secondo l’Huffington Post, all’inizio degli anni ’80 avrebbe confessato al magistrato Luigi Carli che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in un luogo non lontano da quello in cui fu poi ritrovato il cadavere. Un particolare, questo, appreso durante una riunione di alcuni aderenti al gruppo terrorista e in linea con quanto sussurrato in casa propria anche dal sottosegretario Nicola Lettieri, che nei giorni del sequestro era a capo del comitato di crisi del ministero dell’Interno.

Secondo Dagospia, prima è un documento, rimasto secretato per 37 anni. Il 18 febbraio 1978, l' azione Br scatterà 25 giorni più tardi, il 16 marzo un agente dei Servizi di stanza a Beirut scrive un cablogramma ai superiori di Roma, nel quale riferisce quanto appreso da un suo «abituale interlocutore» del Fronte per la liberazione della Palestina Habbash: «Organizzazioni terroristiche europee» si sono riunite per pianificare «una operazione terroristica di notevole portata che potrebbe coinvolgere» l' Italia.

Scrive nel suo rapporto, la Commissione: «E' evidente che se fosse accertata una relazione con il sequestro Moro, il documento aprirebbe prospettive allo stato imprevedibili», a partire dal fatto che occorrerebbe «riconoscere che si era in presenza di un quadro di elevata allerta, i cui segnali furono probabilmente percepiti dallo stesso Moro».

Sempre secondo dagospia e qui scatta la seconda scoperta. La Commissione ha rinvenuto negli archivi della Polizia una relazione di Domenico Spinella, dirigente della Digos, nella quale si dà conto di un incontro riservatissimo svoltosi nello studio di Aldo Moro la sera del 15 marzo 1978 (mancano 12 ore all' azione brigatista) e in quella occasione il presidente della Dc fece sapere di ritenere urgente l' attivazione di «un servizio di vigilanza a tutela dell' ufficio di via Savoia».

Ma la relazione scrive dagospia del dottor Spinella al Questore - ecco un altro punto oscuro - è datata 22 febbraio 1979, ben undici mesi dopo l' attentato e oggi se ne capisce la ragione: è stata scritta d' urgenza, dopo un articolo uscito quel giorno sul "Secolo XIX" e relativo ad un generico timore di Moro per un attentato. Sostiene il presidente della Commissione Fioroni: «Trentasette anni dopo abbiamo scoperto questa relazione "post-datata", dalla quale apprendiamo con certezza che Moro, poche ore prima di essere colpito, aveva chiesto tutela.

Nella relazione è scritto che non avrebbe chiesto aiuto per sé e per la sua scorta ma per il suo ufficio. Ma oramai sappiamo che Moro era preoccupato per sé e non per le sue carte

Come confermato sottolinea Dagospia da altri dati: per esempio abbiamo appreso che in quei giorni il maresciallo Leonardi chiese improvvisamente più caricatori e altri particolari emergeranno prossimamente». Per esempio che la mattina del 16 marzo Aldo Moro non volle portare con sé il nipotino, come faceva quasi sempre?.

 

 

 

 

 

Russia e Stati Uniti affilano le armi per il Venezuela. Ieri, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha mandato un messaggio molto chiaro nei confronti del governo di Nicolas Maduro. Su Twitter, il presidente degli Stati Uniti ha detto che la sua amministrazione segue “da vicino” la “terribile” situazione nel Paese sudamericano e ha detto che gli Usa “stanno facendo tutto il possibile” per aiutare la popolazione, mantenendo “aperte molte opzioni”. Il presidente ha evidenziato poi che il suo governo ha “molte opzioni aperte”. Secondo "occhi della guerra", questo elemento delle opzioni aperte è stato poi approfondito durante un’intervista a Fox in cui il presidente americano ha dichiarato: “Noi stiamo facendo tutto quello che possiamo, salvo, sapete, l’azione massima”. E il riferimento è stato, ovviamente, a un’opzione militare. “Ci sono molte persone che vorrebbero che lo facessimo”, ha aggiunto il capo della Casa Bianca, dicendo che fra le opzioni possibili ci sono alcune che “non voglio neanche nominarle perché sono molto severe”.

Le parole di Trump entrano come un martello in una crisi che ormai sembra arrivata a una svolta. E che rischia di deflagrare in un altro scontro internazionale. L’ennesimo di un mondo che vede ormai come una costante le tensioni fra i poli del pianeta, con Russia, Stati Uniti e Cina che guidano “dalla regia” una serie di conflitto a bassa o media intensità in diversi parti del globo. L’America Latina non da eccezione e Caracas è un altro di questi laboratori di Guerra fredda del XXI secolo, con Maduro da un alto e Juan Guaidò sostenuto apertamente da Washington.

La sfida fra Russia e Usa secondo "occhi della guerra", è ormai evidente. Ieri, in una telefonata bollente fra Mike Pompeo e Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri russo ha accusato Washington di ingerenze nella politica venezuelana, denunciando “l’influenza distruttiva” degli Stati Uniti sul Venezuela. Per il ministro russo, “l’ingerenza di Washington negli affari del Venezuela è una flagrante violazione del diritto internazionale” e “questa influenza distruttrice non ha nulla a che vedere con la democrazia” ribadendo che il futuro del Venezuela lo deciderà solo “il popolo venezuelano”.Accuse dirette e moto precise cui ha risposto Pompeo, che, come lo stesso Lavrov, non ha usato mezzi termini.

Intanto a casa nostra durante l'incontro alla Casina Pio IV in Vaticano, papa Francesco ha attaccato frontalmente quegli Stati che "attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione". Anche in questo caso quello che il Pontefice ha in mente è proprio la gestione degli sbarchi e degli arrivi. Secondo Bergoglio, le frontiere degli Stati "non sempre coincidono con demarcazioni di popolazioni omogenee" e "molte tensioni provengono da un'eccessiva rivendicazione di sovranità da parte degli Stati, spesso proprio in ambiti dove essi non sono più in grado di agire efficacemente per tutelare il bene comune". Da qui la sua "preoccupazione" per il riemergere, "un po' dovunque nel mondo", di "correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune". Il rischio, a detta di Bergoglio, è "compromettere forme già consolidate di cooperazione internazionale".

In vista delle elezioni europee del prossimo 26 maggio, il Santo Padre auspica che il Vecchio Continente non perda "la consapevolezza dei benefici apportati da questo cammino di avvicinamento e concordia tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra". "Lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un'isola rispetto al contesto circostante", ha sottolineato il Pontefice. "Nell'attuale situazione di globalizzazione non solo dell'economia ma anche degli scambi tecnologici e culturali, lo Stato nazionale - ha continuato - non è più in grado di procurare da solo il bene comune alle sue popolazioni. Il bene comune è diventato mondiale e le nazioni devono associarsi per il proprio beneficio. Quando un bene comune sopranazionale è chiaramente identificato, occorre un'apposita autorità legalmente e concordemente costituita capace di agevolare la sua attuazione". E le sfide che vorrebbe mettere sul campo spaziano dal cambiamento climatico alle "nuove schiavitù". "Un visione cooperativa fra le Nazioni - ha infine concluso - può muovere la storia rilanciando il multilateralismo, opposto sia alle nuove spinte nazionalistiche, sia a una politica egemonica".

Secondo il Giornale Papa Francesco è tornato a ribadire il proprio no al "nazionalismo conflittuale" che "alza muri". Durante l'udienza ai partecipanti l'Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che si terrà fino a domani alla Casina Pio IV in Vaticano, ha duramente bacchettato quei partiti e movimenti che si fanno portavoce di istanze sovraniste e ha chiesto maggiore accoglienza per gli immigrati che partono alla volta dell'Occidente. "Uno Stato che suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone verrebbe meno alla propria missione - ha tuonato - sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni. Penso all'Europa del secolo scorso".

Il tema dell'assemblea plenaria è "Nation, State, Nation-State" e papa Francesco ha ancora messo al centro l'emergenza immigrazione criticando apertamente la posizione dei partiti di destra che, una volta al governo, hanno deciso di chiudere i confini agli ingressi illegali. Per il Santo Padre è "compito dell'autorità pubblica proteggere i migranti e regolare con la virtù della prudenza i flussi migratori, come pure promuovere l'accoglienza in modo che le popolazioni locali siano formate e incoraggiate a partecipare consapevolmente al processo integrativo dei migranti che vengono accolti". "Il modo in cui una nazione accoglie i migranti rivela la sua visione della dignità umana e del suo rapporto con l'umanità. Ogni persona umana è membro dell'umanità e ha la stessa dignità. Quando una persona o una famiglia è costretta a lasciare la propria terra va accolta con umanità", ha spiegato nell'udienza alla plenaria ribadendo che gli obblighi verso i migranti vengono declinati su quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. "Il migrante - ha, quindi, aggiunto - non è una minaccia alla cultura, ai costumi e ai valori della nazione che accoglie. Anche lui ha un dovere, quello di integrarsi nella nazione che lo riceve".

Intanto Luigi Di Maio presenta, a Roma, il programma del M5S in vista delle europee del 26 maggio, Matteo Salvini vola a Budapest per incontrare il primo ministro ungherese, Viktor Orban. "Vado in Ungheria per costruire una nuova Europa", annuncia il leader della Lega che incontrerà anche il ministro dell'Interno, Sandor Pinter.

Un Partito popolare europeo che distolga lo sguardo da sinistra, stracciando l'alleanza degli ultimi anni con i socialisti e che si rivolga invece verso destra, verso il nuovo gruppo sovranista a cui sta lavorando Salvini. A quella che sembra una missione impossibile, visti gli orientamenti attuali a Strasburgo e Bruxelles della dirigenza del Ppe, mirano il leader del Carroccio e un peso "massimo" dei futuri equilibri europei come Orban, recentemente sospeso dal Ppe proprio per le sue posizioni estremiste. Oggi Salvini è appunto in visita istituzionale a Budapest e, in qualità di ministro dell'Interno, avrà un bilaterale con l'omologo Pinter. Ma non è un mistero che il vero motivo del viaggio è mettere sul tavolo del leader di Fidesz le future alleanze in vista del voto del 26 maggio.

Ieri, come riferisce il giornale nel corso di un comizio elettorale a Tivoli, Salvini ha spiegato che la visita da Orban servirà "a costruire un'Europa diversa che protegga i confini e la nostra cultura". "Dipende dagli elettori, dipende da come voteranno i cittadini italiani - ha continuato il vice premier - se scelgono la Lega, quello che stiamo facendo in Italia lo faremo in Europa ovviamente alleandoci con tutti tranne che con la sinistra". L'ultimo incontro ufficiale tra i con il premier ungherese risale allo scorso agosto, a Milano, nella sede della prefettura. "Salvini ha un ruolo politico importante, noi abbiamo interesse a consolidare con lui un buon rapporto - ha spiegato ieri Orban in una intervista alla Stampa - la gente qui lo vede come un compagno della stessa sorte, subiamo entrambi attacchi, ma lui è l'eroe che ha fermato per primo le migrazioni dal mare, noi sulla terra".

 

 

 

 

Subito si levano gli scudi della brigata antifascista. Si grida allo scandalo. La verità è che nessuno tiene conto del fatto che l'articolo 21 della Costituzione sancisce la libertà di espressione. Per tutti. Altaforte è una casa editrice fuorilegge ? Assolutamente No. Salvini è un ministro fuorilegge? Assolutamente No. Chiara Giannini è una giornalista fuorilegge ? Assolutamente No. Lei una giornalista. Ha pubblicato un libro con una casa editrice, non con la casa editrice di CasaPound. Leggere il suo libro, magari vi accorgerete che hanno preso tutti una grossa cantonata.

Ma davvero le idee fanno ancora paura? È mai possibile che si sia così ideologizzati da voler estromettere un editore dal Salone del Libro di Torino solo perché questo si definisce “sovranista” e edita scrittori, opinionisti e saggisti di destra ? È drammatico, ma sì. L’editore Altaforte ha avuto l’ardire di mettere piede nel regno rosso dell’editoria e farsi un suo stand al Lingotto scatenando l’odio e le ripicche dell’intellighenzia di sinistra.

"Il Salone deve essere lo spazio dove celebreremo la tolleranza e la resistenza alle derive neofasciste e autoritarie, il momento pubblico dove dare battaglia con la forza delle parole e argomentazioni. Ma può esserlo a una sola condizione: l'esclusione di Altaforte e di Polacchi". Lo scrive su Facebook la capogruppo M5S al Comune di Torino, Valentina Sganga, secondo cui "qualsiasi via intermedia, qualsiasi compromesso sancirebbe per il Salone una perdita sul piano culturale che non possiamo accettare".

"Al Salone anche quelli che non ci piacciono saranno sempre i benvenuti. I picchiatori fascisti, no. I violenti, no. I provocatori, no. Gli intimidatori, no - sottolinea l'esponente pentastellata - Da amministratore non posso aderire agli appelli di chi annuncia il boicottaggio; tradirei chi, dal direttore Lagioia all'assessora Leon alla sindaca Appendino, si è speso affinché questa fosse un'edizione preziosa e ricca per tutti i torinesi; ma voglio augurarmi che questi appelli non cadano nel vuoto".  

Francesco Polacchi, editore di Altaforte, non è uno di loro: si dice tranquillamente “sovranista”, pubblica libri sul fascismo e, più in generale, sul pensiero destrorso e viene accostato a CasaPound. Il diavolo, insomma, per quelli che al Lingotto bazzicano da anni. Se ci aggiungiamo che adesso è uscito in libreria con Io sono Matteo Salvini, una lunghissima intervista scritta dalla giornalista Chiara Giannini sulla base di cento domande poste al ministro dell’Interno, l’epurazione dal Salone del Libro era già scritta sulla carta. E così, uno dopo l’altro, i soliti radical chic dei circoletti rossi sono usciti allo scoperto per pestare duro contro il “fascista”. 

Il primo ad aprire le danze è stato il collettivo Wu Ming, poi è a cascata i soliti noti che dettano legge nei premi letterari, nei talk show, nei salotti buoni: lo storico Carlo Ginzburg, il vignettista Zerocalcare, la presidente dell’Anpi Carla Nespolo, gli scrittori Michela Murgia e Christian Raimo e qualche parlamentare in cerca di visibilità.

Era il 2014 quando decisi di mettere nero su bianco le mie esperienze di inviata di guerra dice Chiara Giannini parlando con il quotidiano il Giornale . Volevo rendere omaggio ai caduti dell'Afghanistan, terra su cui ho messo i piedi undici volte. Nel 2015 mi sono ammalata di cancro al seno e ho messo da parte il mio progetto editoriale. Quando sono guarita ho deciso di fare la cosa più naturale per una giornalista: ho messo i miei pensieri su carta, o, meglio, sullo schermo di un telefono cellulare, perché il mio primo volume l'ho scritto così, come faccio con tutti i miei articoli. Ho proposto il mio lavoro a tante case editrici, in passato, ma nessuno lo voleva. Finché un giorno qualcuno mi chiede: «Vorresti pubblicare con Altaforte»? Era una casa editrice agli esordi, piccola, ma ben organizzata. Ho deciso di dare fiducia a chi mi dava la possibilità di raccontare la mia storia e quella di gente morta per la propria Patria. Il mio libro è stato un successo: l'ho presentato al Senato grazie al gruppo Lega e poi in Campidoglio e in tanti altri posti.

Il direttore, Alessandro Sallusti, ha fatto una prefazione bellissima continua nel quotidiano Italiano la Giornalista. Avevo intervistato molte volte il ministro Matteo Salvini e da Altaforte mi propongono di fare un instant book in vista delle Europee. Un libro intervista da 100 domande all'uomo più discusso d'Italia. Chiedo ai collaboratori del ministro e la richiesta viene accordata. Scrivo in tempo record, tra notti insonni, appesantite dall'attesa dell'ennesimo intervento post cancro. Ne esce un libro a mio parere equilibrato e giornalisticamente buono. Non avevo motivo di pensare che Io sono Matteo Salvini, in uscita il 9 maggio, avrebbe scatenato polemiche ancor prima di essere in libreria. Mi accusano di aver pubblicato con la casa editrice di CasaPound. Ma io Francesco Polacchi non l'ho mai neanche incontrato. 

La garanzia dell'indipendenza di Altaforte sta nei nomi degli autori che con essa hanno deciso di pubblicare i propri libri: Adriano Scianca, Francesco Borgonovo, Francesca Totolo, Ilaria Bifarini. Le prefazioni dei volumi sono di Maurizio Belpietro e Alessandro Sallusti, per i miei titoli, Marcello Veneziani, Mario Giordano e altri per il resto del catalogo. 

Quando esce la notizia che «Salvini ha pubblicato con la casa editrice di CasaPound» mi sorprendo. Come si può strumentalizzare così? Come si può creare polemiche prima di aver letto il libro? Il direttore del Salone del Libro, Nicola Lagioia, dice che non sarà presentato, Christian Raimo accusa i miei colleghi di essere fascisti o razzisti. E la parte buonista d'Italia si schiera. Contro il giornalismo indipendente, contro gente che lavora con serietà, contro il ministro Salvini, perché, lo spiego nel libro, quest'uomo solo al comando di un'Italia allo sbando è diventato capro espiatorio di qualsiasi cosa succeda nel Paese.

Intanto polemiche, dimissioni, defezioni alle vigilia dell'apertura del Salone del Libro di Torino, che si inaugura il 9 maggio, per la presenza tra gli espositori del Lingotto della casa editrice neofascista Altaforte, ma si mobilita anche la comunità di lettori, scrittori ed editori che saranno al Lingotto ....

"Io sono fascista. L'antifascismo è il vero male di questo Paese". Lo dice all'ansa Francesco Polacchi, della casa editrice Altaforte, in merito alla presenza al Salone del Libro di Torino del marchio ritenuto vicino a Casapound. "Eravamo pronti alle polemiche - aggiunge - ma non a questo livello allucinante di cattiverie. C'è addirittura chi sui social ha scritto che verrà a Torino per tirarci le molotov... Noi ci saremo perché ora è anche una questione di principio".

E' ancora polemica sulla presenza della casa editrice al Salone. "Al Salone ci saremo - dicono i consiglieri M5s di Torino - perché il campo, specie quello culturale, non va abbandonato. E per far sentire la voce dell'antifascismo. Oggi più che mai".  "Di certo, non abbandoneremo il campo - dice la sindaca di Torino Chiara Appendino su Fb - perché le idee si combattono con idee più forti". "Le nostre idee ci saranno e, insieme alle nostre, ce ne saranno tantissime altre. E' solo con la cultura - dice - che possiamo porre un argine a ogni possibile degenerazione o ritorno di ciò che deve essere archiviato per sempre. Tanti e uniti. È così che si vince".

Ci sarà la scrittrice Michela Murgia che fa un appello e in un post su Facebook dice: "Se CasaPound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere? Se Forza Nuova si candida alle elezioni io che faccio, straccio la tessera elettorale e rinuncio al mio diritto di voto? Se la Lega governa il paese chiedo forse la cittadinanza altrove? No. Non lo faccio. E non lo faccio perché da sempre preferisco abitare la contraddizione piuttosto che eluderla fingendo di essere altrove. Per questa ragione al Salone del libro di Torino io ci andrò e ci andranno come me molti altri e altre".

Il presidente della Regione Sergio Chiamparino e la sindaca di Torino Chiara Appendino danno mandato di denunciare Francesco Polacchi, l'editore di AltaForte, la casa editrice vicina a CasaPound, per apologia di fascismo. "Alla luce delle dichiarazioni sul fascismo rilasciate a mezzo stampa e attraverso emittenti radiofoniche dal signor Francesco Polacchi “io sono fascista”, “l’antifascismo è il vero male di questo Paese”, ecc. ritengono il rappresentante della casa editrice Altaforte e la sua attività professionale nel campo dell’editoria estranee allo spirito del Salone del libro e, inoltre, intravvedono nelle sue dichiarazioni pubbliche una possibile violazione delle leggi dello Stato". 

Hanno inviato un esposto alla Procura della Repubblica "affinché i magistrati possano valutare se sussistano i presupposti per rilevare il reato di apologia di fascismo (legge Scelba 645 del 1952) e la violazione di quanto disposto dalla legge Mancino 305 del 1993 e, nello specifico, l’articolo 4 che prevede venga punito chi “(…) pubblicamente  esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Nessuno di questi radical chic scrive Andrea Indini nel suo blog, si è mai sognato di protestare con Altoforte. Almeno non prima che questo si presentasse al Salone del Libro. Finché un editore di destra (o sovranista, a dir si voglia) se ne sta, reietto, nel sottoscala dell’industria letteraria non c’è alcun problema. Ma, appena approda sull’Olimpo dei pensatori progressisti, non può che essere sbattuto giù. Anche con la forza, se serve. Perché quel mondo lì è solo loro e non può essere contaminato. Una riserva indiana dove le élite possono gloriarsi, lontano dal popolino ignorante e destrorso.

Sia chiaro, il Salone è solo un episodio, ma è ovvio che si tratta di un pretesto. Non solo la cultura mainstream non vuole che sia “sporcato” il Lingotto, ma nessuno vuole che queste idee abbiano spazio. Non dare visibilità agli editori “diversi” è la stessa cultura che ha negato per anni visibilità a un mondo cui si chiedeva di “tornare nelle fogne”.

 

 

 

 

 

Il leader dell'opposizione Juan Guaidó ha lanciato un appello ad una rivolta militare in Venezuela in un breve video nel quale appare in una base aerea a Caracas circondato da soldati pesantemente armati. Al suo fianco l'attivista Leopoldo Lopez, già agli arresti domiciliari, che ha annunciato di essere stato liberato dalle forze armate.

I militari contrari a Nicolas Maduro liberano Leopoldo Lopez, leader dell'opposizione venezuelana. Lopez si trovava agli arresti domiciliari ed è stato liberato da forze anti-chaviste in un'azione coordinata con il presidente dell'Assemblea nazionale, Juan Guaidò

Lopez ha confermato la fine degli arresti domiciliari scrivendo su Twitter che il Venezuela "ha iniziato la fase definitiva per la fine dell'usurpazione, l'Operazione Libertà". "Sono stato liberato da militari agli ordini della Costituzione e del presidente Guaidò", ha scritto il leader di Voluntad Popular. "Mi trovo nella Base La Carlota. Mobilitiamoci tutti. È ora di conquistare la libertà. Forza e Fede".

La notizia della liberazione di Lopez e dell'appello di Guaidò alla rivolta hanno ovviamente suscitato imediatamente le reazioni del mondo. Da parte dell'Unione europea, c'è stata una presa di posizione molto pacata. Da Bruxelles, Maja Kocijancic, portavoce della diplomazia dell'Ue ha detto che l'Unione "sostiene una soluzione pacifica" alla crisi in Venezuela "attraverso libere elezioni".

La Osa, l'Organizzazione degli Stati Americani, ha invece applaudito alla scelta dei militari di sostenere Guaidò, ma ha detto di confidare in una transizione democratica: "Salutiamo il rispetto dei militari per la Costituzione e il presidente incaricato del Venezuela", ha scritto il segretario generale, Luis Almagro, su Twitter. Ma ha anche concluso che "è necessario il pieno appoggio al processo di transizione democratica in maniera pacifica".

Dagli Stati Uniti, il senatore Marco Rubio, uno dei repubblicani più attivi sul fronte venezuelano, è intervenuto esortando gli ufficiali a sostenere l'autoproclamato presidente del Paese e riconosciuto da Washington quale leader. Il presidente Donald Trump, come informa la portavoce Sarah Sanders, è stato informato sulla situazione in Venezuela: "Stiamo monitorando i fatti in corso". Mentre la Spagna, da sempre attiva sul fronte di Caracas, ha detto di non appoggiare alcun intervento militare.

Il presidente della Colombia, Ivan Duque, ha convocato subito una riunione urgente del gruppo di Lima "con l'obiettivo di continuare ad appoggiare con decisione il ritorno della democrazia in Venezuela" ha annunciato il ministro degli Esteri colombiano, Carlos Holmes Trujillo.

Duro l'attacco di Evo Morales, presidente della Bolivia, che sul suo profilo ufficiale Twitter ha scritto: "Chiediamo ai governi dell'America latina di condannare il colpo di Stato in Venezuela e impedire che la violenza porti via vite di innocenti. Sarebbe un nefasto precedente lasciare che l'intromissione golpista s'installi nella regione. Il dialogo e la pace devono imporsi sul golpe".

"Informiamo il popolo del Venezuela che in questo momento stiamo affrontando e neutralizzando un ridotto gruppo di militari traditori che hanno occupato il Distributore Altamira" il principale accesso alla città "per promuovere un colpo di Stato contro la Costituzione e la pace della Repubblica", ha scritto su twitter il ministro dell'Informazione di Nicolas Maduro, Jorge Rodriguez. "A questo tentativo si è unita l'ultradestra golpista e assassina, che ha annunciato il suo piano violento da mesi. Chiamiamo il popolo alla massima allerta".

Gas lacrimogeni sono stati lanciati sui manifestanti in autostrada, secondo il quotidiano il Giornale vicino alla base. Il centro della rivolta guidata da Guaidò e da Lopez, è il distributore Altamira, uno svincolo di accesso alla città che si trova vicino alla base militare di La Carlota. Alcuni manifestanti si sono impadroniti di due autoblindo che hanno messo di traverso sulla strada. Secondo i media ufficiali, un gruppo ha cercato di penetrare nella base militare, ma l'operazione non avrebbe avuto successo.

Il vicepresidente del Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), Diosdado Cabello ha invitato tutti i chavisti a recarsi al Palazzo presidenziale di Miraflores per difendere la Costituzione ed il presidente Nicolas Maduro. "Stiamo sventando un tentativo di golpe di un piccolo gruppo dell'ultradestra appoggiato da ex militari, da pochi elementi dei servizi di intelligence Sebin e dell'esercito bolivariano".

Intanto, come scrive il giornale subito dopo la liberazione di Lopez e l'appello di Guaidò, la Guardia Nacional del Venezuela ha sparato lacrimogeni contro i militari e i civili davanti alla base militare La Carlota. Violenze anche sul ponte Altamira, nella capitale venezuelana. I video diffusi in rete mostrano militari con maschere antigas circondati dal fumo dei lacrimogeni, mentre la folla fugge coprendosi il volto.

Intanto, il presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana, Juan Guaidó, ha inviato al popolo venezuelano un messaggio video insieme a Lopez a un gruppo di militari, chiedendo a soldati dell'esercito e popolazione a far sì che vi sia la "cessazione definitiva dell'usurpazione". Guaidò ha lanciato poi un "grande appello ai dipendenti pubblici" per "recuperare la sovranità nazionale". E ha ringraziato i "coraggiosi" assicurando che le Forze armate sono "chiaramente dalla parte del popolo, fedeli alla Costituzione

Il presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana, Juan Guaidó, ha lanciato un messaggio video alla nazione accompagnato da Leopoldo López, rilasciato dagli arresti domiciliari, e da un gruppo di soldati per esortare i militari e la popolazione civile a scendere in strada per chiedere la «cessazione definitiva dell'usurpazione». Guaidó ha trasmesso un video sui social network in cui, senza fare riferimento alla presenza dello storico oppositore di Maduro, lancia un «grande appello ai dipendenti pubblici» per «recuperare la sovranità nazionale». Quindi ha ringraziato i «coraggiosi» per il sostegno e ha assicurato che le Forze armate sono «chiaramente dalla parte del popolo, fedeli alla Costituzione».

Spari nella base, almeno un ferito. Almeno una persona sarebbe rimasta ferita nella base militare La Carlota da cui il presidente dell'Assemblea nazionale Juan Guaidò sta guidando la rivolta anti-Maduro affiancato dai militari. Lo riferiscono vari media internazionali, tra cui l'emittente spagnola Directo. Sul ponte vicino alla base, come documenta anche un video della Rtve, si sono uditi spari e sono stati lanciati lacrimogeni

Guaidò, capo dell'Assemblea nazionale ha assicurato di trovarsi nella base aerea di La Carlota, situata alla periferia di Caracas, e a circa 15 chilometri in linea retta dal Palazzo Miraflores, sede della Presidenza. «Mi trovo con le principali unità militari della nostra Forza armata per dare inizio alla fase finale dell'Operazione Libertà», ha dichiarato Guaidó, sotto la premessa che «il momento è ora». «Momento di coraggio e saggezza affinché arrivi la calma dal Venezuela», ha ribadito.

Il ministro della Difesa e comandante in capo della Forza armata nazionale bolivariana (Fanb) ha assicurato via Twitter che la situazione nel Paese è sotto controllo e che gli autori della rivolta sono «vigliacchi» che si sono alzati contro la Costituzione. La Fanb, ha aggiunto, si mantiene ferma a difesa della Costituzione e delle sue autorità legittime. Tutte le unità militari dispiegate nelle otto regioni del Paese riportano una situazione di normalità nelle caserme sotto la guida dei loro comandanti naturali.

Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, i militari venezuelani hanno poi assunto il controllo della base aerea della Carlota, ad est di Caracas. Il governo di Maduro ha già parlato di tentativo di golpe da parte di "militari traditori".

"Informiamo il popolo del Venezuela che in questo momento ci stiamo scontrando e stiamo neutralizzando un piccolo gruppo di militari traditori", ha annunciato su Twitter il ministro portavoce del governo di Caracas, Jorge Rodriguez.

 

 

 

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