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Mercoledì, 26 Giugno 2019

Tira aria di crisi. Le Europee con il flop del Movimento 5 Stelle e con il boom della Lega di fatto hanno aperto un fronte di battaglia all'interno della maggioranza.C'è una cosa, una sola, su cui Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono d'accordo: con ogni probabilità il governo cadrà. Intesa anche sulla road map verso l'abisso giallo-verde: crisi tra fine giugno e inizio luglio, scioglimento del Parlamento dopo rapide consultazioni di Sergio Mattarella a metà luglio. Data presunta del voto: il 29 settembre o la domenica successiva, appena in tempo per permettere al governo che verrà di scrivere la legge di bilancio da inviare alla Commissione europea

Il Carroccio sa bene che capitalizzare il successo delle Europee in chiave nazionale potrebbe dare slancio alla stessa Lega e al tutto il centrodestra per tornare al governo senza la stampella grillina. Ma di certo gli scenari su un voto anticipato per il momento restano sotto traccia. Prima di aprire all'ipotesi di un ritorno alle urne bisogna capire quale possa essere il destino di Di Maio che oggi viene "processato" dagli iscritti grillini sulla piattaforma Rousseau. Come anticipato da ilGiornale, al Colle è già scattato l'allarme e Mattarella sembra abbastanza scettico sulla tenuta di questo esecutivo gialloverde. E lo scetticismo è ormai arrivato anche a palazzo Chigi. Conte non si sente più al sicuro. E così, come riporta la Stampa, in Parlamento e tra le mura del governo comincia già a circolare la data di un possibile ritorno al voto per il prossimo 29 settembre.

Il nodo, a questo punto, è chi spengerà la luce. Chi soffierà sul classico cerino. A palazzo Madama i leghisti sono convinti che saranno i dissidenti grillini a far cadere il governo su qualche votazione. Ad esempio sul decreto sblocca cantieri. Giorgia Meloni invece è pronta a scommettere che sarà Salvini: «I 5Stelle non hanno interesse a consegnarsi mani e piedi legati al programma della Lega e alla fine Matteo romperà».

Di sicuro c'è che Salvini, in caso di crisi, non intende dar vita a un altro governo: «Con quale maggioranza? Io maggioranze con gli Scilipoti e i cambia bandiera non ne faccio. Io mi rifiuto di raccattare tre senatori qui e dieci deputati là». L'obiettivo: arrivare al 40% da solo, semmai alleato con Fdi. E uno studio dell'istituto Cattaneo dice che è possibile.

Conclusione, visto che impensabile un'alleanza tra i 5Stelle e il Pd, dopo un rapido giro di consultazioni e constatato che in Parlamento non c'è una maggioranza in grado di sostenere un nuovo governo, Sergio Mattarella scioglierà il Parlamento. Tentativi per esecutivi tecnici il Presidente non ne farà. E manderà tutti a casa giusto in tempo per votare il 29 settembre. Dopo si aprirà il capitolo delicatissimo della legge di bilancio: un dossier sul quale il capo dello Stato non vorrà né pasticci, né azzardi. «I risparmi degli italiani vanno difesi», è il comandamento del Colle.

A quanto pare i Cinque Stelle sono convinti del fatto che Salvini possa andare alla rottura. Ma non sul caso Rixi. I pentastellati notano una certa prudenza nei toni sulla vicenda che riguarda il viceministro alle Infrastrutture. Per i pentastellati il casus belli potrebbe essere un altro. I grillini sussurrano che "Salvini fa cadere il governo solo se può addossare tutta la colpa ai pentastellati". Di fatto lo scenario più probabile pare quello di una rottura sulla manovra e soprattutto sul piano fiscale fortemente voluto dalla Lega. E qui entra in gioco la flat tax che per i 5 stelle è per il momento "irrealizzabile". Solo un "no" dei grillini ad una forte riduzione della tasse potrebbe portare ad una rottura dell'asse di governo con un Salvini che si presenterebbe alle urne con la promessa di uno choc fiscale. E tra le righe dei retroscena emerge anche l'ipotesi di un rimpasto di governo con un ministro dell'Economia leghista: "Così si prendono tutte le responsabilità economiche. Vediamo cosa sanno fare...", sussurrano i pentastellati a la Stampa. Insomma l'ora della resa dei conti è vicina. Salvini dovrà scegliere tra due strade: abbandonare i 5 Stelle e andare al voto oppure quella di un rimpasto con un esecutivo a trazione leghista che però avrebbe sempre il bastone grillino tra le ruote...

Ha messo agli atti un vero e proprio ribaltone elettorale. E ora, forte di questa legittimazione popolare, è intenzionato a dettare l'agenda. Perché ha il dente avvelenato con Di Maio, che l'ha attaccato «con ogni mezzo, anche con i più squallidi» in campagna elettorale. E perché, ora che è il più forte, anche con un filo di perfidia quasi si diverte a far ingoiare ai grillini tutto ciò che per loro è indigeribile e per la Lega è fonte di consenso: il sì alla Tav, all'autonomia differenziata, a una riforma penale «garantista e non manettara» che porti alla revisione del reato di abuso di ufficio e alla separazione delle carriere. E soprattutto il sì alla flat tax: il vero cavallo di battaglia (ora che il tema dei migranti è stato metabolizzato dall'opinione pubblica) del capo leghista. Non a caso, in risposta a Beppe Grillo che ieri l'ha definito «un personaggio unicamente virtuale», Salvini ha detto: «Non ho tempo per le polemiche, io lavoro per la rivoluzione fiscale e a far pagare meno tasse a famiglie e imprese».

Di Maio, fiutata l'aria, è convinto che Salvini mostri la faccia feroce e intenda buttarlo con le spalle al muro perché «vuole umiliarci, spingerci a rompere e andare a votare alla prima finestra utile: il 29 settembre».

Il quadro, insomma, è destinato a non reggere. E non solo perché, come ha confidato il capo grillino, «se dovessimo piegarci e ingoiare tutte le proposte leghiste, a fine anno saremmo sotto il 10%, se va bene...». Ma anche perché, così debole e azzoppato, Di Maio anche volendo - per evitare di tornarsene a casa e di disperdere il cospicuo patrimonio di seggi parlamentari incassato il 4 marzo 2018 - non potrebbe accogliere le richieste di Salvini: l'ala sinistra dei 5Stelle, quella incarnata da Di Battista e Fico, non glielo consentirebbe.
C'è poi, e soprattutto, il problema di Giuseppe Conte. Dopo il no alla Tav e il licenziamento del sottosegretario leghista Armando Siri, il premier riceve ormai legittimazione esclusivamente dalla parte uscita tramortita dalle elezioni. E si trova adesso, per ironia della sorte, a dover applicare il programma del leader leghista che alla vigila delle elezioni l'aveva sfiduciato, definendolo «non più super partes». Operazione molto complessa, quasi impossibile, come ha confidato Conte l'altra sera: «Non posso subire un diktat al giorno da Salvini, così non reggo e non regge il governo».

Conclusione: il programma giallo-verde è destinato a impantanarsi. Ma ora non si può più, come è avvenuto in campagna elettorale, rinviare il Consiglio dei ministri di settimana in settimana per evitare zuffe e bloccare i provvedimenti della Lega. Salvini, l'ha detto chiaro al premier, non lo consentirebbe.

Intanto Il destino del Paese, o piuttosto di chi ne regge le redini, è in questo girare inesorabile delle lancette. Come sottolinea il giornale Giuseppe Conte, il premier, la Commissione europea con le sue «lettere» minacciose, i dioscuri verde-gialli (visto giallo-verdi non lo sono più). Quarantotto ore in cui il popolo del web, quello che si considera civile soltanto a colpi di mouse sopra la «piattaforma Rousseau», dovrà mettere un pollice alto, un like, sulla permanenza (resistenza) di Di Maio alla guida di un Movimento che ha perso molte e sei milioni di voti nel giro di poco più di un anno. E i destini di Di Maio, dei conti pubblici italiani , e di Giuseppe Conte si intrecciano a quello di Edoardo Rixi, il sottosegretario leghista all'Economia del quale un tribunale oggi stabilirà l'innocenza o la colpevolezza (l'accusa parla di peculato). Se i giudici genovesi dovessero condannarlo il movimento grillino imporrà l'aut aut al sottosegretario. Gli diranno che dovrà dimettersi. Il leghista, però, non arretra di un passo.

Le sue 24 ore potrebbero durare anche di più. Potrebbero diventare 48 per lasciare al suo leader, alla sua guida, l'onere della decisione. Riassumendo il senso di un'intervista al Corriere, Rixi dice che il passo indietro lo farà solo se glielo chiede Matteo. E se glielo chiede Conte? No, non scherziamo, sembra dire Rixi. Due passi indietro sono troppi. Sulla sua innocenza scommette anche Armando Siri, uno che ha avuto bisogno di ben più di 48 ore per mollare la poltrona di sottosegretario alle Infrastrutture. 

La lettera di Bruxelles, scrive il quotidiano, spiegano gli addetti ai lavori, è un atto dovuto: niente per il quale mettersi le mani nei capelli. Eppure il diktat è di quelli drastici. Parla proprio di 48 ore per rispondere. La Commissione Europea giudica insufficienti le manovre  per tenere sotto controllo i conti pubblici e vuole sapere come faranno Conte e Tria a rispettare i paletti nonostante il reddito di cittadinanza e il blocco di Iva e della pressione fiscale (proprio ora che anche la Corte dei Conti storce il naso su sussidio e quota cento). A Di Maio serve soltanto la metà di quelle quarantotto ore per capire se sarà ancora il leader del Movimento oppure soltanto un ministro (peraltro dimezzato nel numero dei portafogli da tenere nel suo abito ministeriale). Lo stesso Di Maio, insieme con il suo collega/rivale Salvini ha ricevuto le 48 ore da Conte, l'arbitro e pacere che vuole smettere i panni del «prestanome» per assumere virilmente un ruolo di comando, almeno sulla tolda di Palazzo Chigi.

Parte oggi la lettera della Commissione Europea al governo italiano in cui si chiederà quali fattori rilevanti giustifichino, secondo l'esecutivo, il mancato rispetto della regola del debito nel 2018, anno in cui il debito pubblico italiano, anziché diminuire in rapporto al Pil, è aumentato dal 132,2%, dal 131,4% del 2017, per via della crescita debole dell'economia italiana. 

Si tratta di un passaggio formale previsto, propedeutico alla redazione di un rapporto ex articolo 126.3, in cui la Commissione valuta le ragioni che spiegano il mancato rispetto della regola del debito, per cui se uno Stato ha un debito superiore al 60% del Pil, come è il caso dell'Italia, deve ridurlo in misura soddisfacente. Il debito italiano, a causa principalmente della frenata dell'economia, è aumentato, anziché diminuire o rimanere stabile in rapporto con il Pil. Oltre all'Italia, anche altri tre Paesi membri riceveranno lettere analoghe, ma il caso dell'Italia è il più importante, vista la dimensione del nostro debito pubblico. La lettera, a differenza dello scorso autunno quando si lavorava su dati previsionali, terrà conto dei dati a consuntivo, certificati da Eurostat in aprile.

Ieri, mentre la finanza spingeva all'insù lo spread, Matteo Salvini ha avvertito le cancellerie europee che a questo giro le minacce non attecchiranno: "Ai signori di Bruxelles dico che è finito il tempo delle letterine e dei richiami, del 'sei stato cattivo e finisci dietro la lavagna'...". A rincarare la dose ci ha pensato oggi facendo notare che "l'equilibrio senza diritti è un freddo e sterile calcolo".

Il pressing sull'Italia è già iniziato La Commissione europea dà, infatti, un paio giorni di tempo al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, per rispondere alla lettera che sarà inviata oggi per chiedere informazioni sul mancato rispetto della regola del debito nel 2018.

La lettera della Commissione Ue che chiede chiarimenti all’Italia sul debito pubblico, e Bruxelles darà al Governo 48 ore per rispondere. Secondo quanto si apprende, la risposta italiana deve quindi arrivare entro venerdì. La lettera conterrà l’entità della deviazione dagli impegni 2018 e 2019.  

Nella lettera, come riporta l'Adnkronos, la Commissione europea dovrebbe contestare all'Italia il mancato rispetto nel 2018 della regola del debito e degli impegni sul deficit strutturali sulla base dei dati definitivi certificati da Eurostat. Il fatto che la valutazione sia effettuata su dati definitivi costituisce un elemento aggravante rispetto allo scorso novembre, quando la Commissione aveva minacciato una procedura per deficit eccessivo sulla base di semplici previsioni. "Nel documento - fanno sapere da Bruxelles - non dovrebbero essere contenute raccomandazioni su una correzione dei conti pubblici". La richiesta implicita di una manovra correttiva per evitare la procedura per deficit eccessivo dovrebbe, invece, arrivare il 5 giugno. Da Bruxelles partiranno le lettere anche per altri tre Paesi (la Francia, il Belgio e Cipro). Anche a questi viene contestato il mancato rispetto degli obiettivi sul deficit strutturale, ma la loro situazione è stata giudicata "meno grave" rispetto a quella dell'Italia

"Il confronto con le istituzioni dell'Unione europea - dice il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti - in particolare con la Commissione, costituisce un momento di raccordo nel quale l'Italia non si limita a recepire indicazioni provenienti dall'Ue. Al contrario è l'occasione nella quale le priorità dell'agenda politica italiana vengono coordinate con quelle dell'Unione". "In questo senso il governo potrà aprire un confronto sulla congruità dei vincoli stabiliti rispetto alla situazione concreta", ha aggiunto.

Secondo Bruxelles, tra il 2018 e il 2019 ci sarebbe stato uno scostamento finale dello 0,7% (circa 11 miliardi) rispetto agli obiettivi Ue. E questo a fronte di una richiesta di riduzione del deficit strutturale di 0,6 avanzata a maggio scorso dalla Commissione e di una promessa di taglio dello 0,3% fatta dall'Italia.

La richiesta di una manovra correttiva da parte dell'Ue e insieme l'assedio dei mercati. A urne chiuse, nel bel mezzo di una fase politica di grande fibrillazione, è questo lo scenario che il governo gialloverde si trova ad affrontare. La lettera a Roma che dovrebbe certificare uno scostamento rispetto agli obiettivi europei di ben 11 miliardi. Jean-Claude Juncker lo anticipa a Giuseppe Conte, in un colloquio a margine della cena dei leader Ue, a Bruxelles. Il 5 giugno, con ogni probabilità, verrà richiesta all'Italia una correzione dei conti se vuole evitare che scatti la procedura d'infrazione per debito eccessivo. Il premier, con il ministro Giovanni Tria, proverà a trattare per scongiurarlo. Ma Matteo Salvini parte all'attacco. Chiuse le urne per le europee, i mercati tornano in fibrillazione. Lo spread dell'Italia sfiora i 290 punti, per poi chiudere in leggero rialzo rispetto a lunedì, a 284.

"C'è qualcuno che ha convenienza a tenere il governo italiano vincolato a regole vecchie, che tengono il Paese sotto scacco", attacca Salvini, in una diretta Facebook dal tetto del Viminale. Poi non solo, dando segno di non curarsi della necessità di trovare 23 miliardi solo per evitare l'aumento dell'Iva, rilancia la proposta di una flat tax da ben trenta miliardi. Ma riparte lancia in resta contro le regole europee. Tanto da lanciare la proposta di una "grande conferenza intergovernativa europea su lavoro, crescita, investimenti, debito pubblico e sul ruolo della Banca centrale europea".

La Bce, secondo Salvini, deve diventare garante "di benessere", con iniezioni di finanziamenti agli Stati, e "garante del debito". Resta, sottotraccia, la minaccia di rispedire al mittente la richiesta Ue di correggere i conti. Il leader della Lega, che lavora in questi giorni per rafforzare il suo peso nel Parlamento europeo, prova a mettere in primo piano la proposta di cambiare alla radice le regole europee, sapendo di avere contro anche alcuni dei suoi alleati "rigoristi". Silvio Berlusconi, dopo aver incontrato i leader del Ppe, avverte Salvini che, alzando i toni, rischia solo di andare a sbattere: sarà Juncker, attaccato a più riprese dalla Lega, a gestire il dossier italiano almeno fino all'autunno. Pierre Moscovici, che è in contatto continuo con Tria, spiega che "misure aggiuntive potrebbero essere richieste" subito, mentre le sanzioni sono uno scenario che si cerca di evitare. Il commissario preannuncia insomma la richiesta di una "manovrina", che alcune fonti quantificano intorno ai 5 miliardi, con parole che per ora hanno l'effetto di frenare lo spread.

Il premier spiega che rivedere il mandato della Bce "è uno dei dossier aperti". Ci vorrà tempo. Nell'immediato Palazzo Chigi lavora per rispondere alle richieste che arriveranno da Bruxelles. Il presidente del Consiglio lunedì ne ha discusso in una riunione con il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera e il Ragioniere dello Stato Biagio Mazzotta, con Tria collegato in teleconferenza.

Il governo è convinto di aver dato già alcune risposte nel Def: da parte, ricordano dal governo, ci sono ancora i due miliardi congelati dalla manovra e pronti a diventare tagli. In più si sottolineeranno l'andamento dell'economia migliore delle previsioni, i risparmi stimati da misure come il reddito di cittadinanza e quanto si sta facendo su evasione e spending review. Quando arriverà la lettera della Commissione, il governo avrà due giorni per rispondere. Juncker ne anticipa le linee a Conte, nel colloquio di Bruxelles: la Commissione perfezionerà le sue richieste in una riunione prevista nelle prossime ore. Da lì partirà un negoziato che passerà da una possibile correzione dei conti per evitare le sanzioni. Ci lavoreranno Conte e Tria, come per la manovra, ma Salvini questa volta potrebbe rovesciare il tavolo.

Né il vincitore Matteo Salvini, né lo sconfitto Luigi Di Maio - né tantomeno il presunto «mediatore» Giuseppe Conte - hanno avvertito l`esigenza di sentire Sergio Mattarella. Cosa che di per sé potrebbe anche essere una buona notizia, se davvero fosse la conferma che per i due vicepremier niente è cambiato dopo il voto. E che il governo gialloverde è pronto ad affrontare coeso i prossimi temi in agenda, a partire da una legge di Bilancio che richiederà almeno 40 miliardi. O anche 50 se - come ha annunciato ieri, forte del suo 34% - davvero Salvini punta ad una flat tax su redditi di famiglie e imprese fino a 50mila euro, quindi da almeno 30 miliardi.

Nei corridoi del Senato e di palazzo Madama si fa un gran parlare di rimpasto di governo. Perché, come dice Gianluigi Paragone, «Di Maio ha troppi incarichi»: fa il vicepremier, il ministro del Lavoro, quello dello Sviluppo e il capo politico. E perché chi non ha avuto il posto prima, spera di ottenerlo adesso. Così tra i grillini c'è chi si candida a sostituire i ministri invisi a Salvini: Elisabetta Trenta (Difesa), Toninelli (Infrastrutture), Giulia Grillo Sanità. E nella speranza di addolcire l'orco leghista, gli si offre anche la testa di Giovanni Tria, il responsabile dell'Economia. «Potrebbe andarci Garavaglia, sarebbe bravo a gestire la legge di bilancio», dice un grillino di alto rango.

Eppure, se mai volesse mettere mano alla squadra di governo, il vero bersaglio di Salvini sarebbe Alfonso Bonafede. Il capo della Lega, nel suo programma, ha inserito la riforma della giustizia con la revisione del reato di abuso d'ufficio e la separazione delle carriere. Due temi indigeribili per i 5Stelle. Dunque, il Guardasigilli rappresenta un ostacolo obiettivo. Ma Salvini non vuole la crisi, si diceva, e dunque per ora non pensa al rimpasto. «Certo, se poi fossero loro a offrircelo», dice un ministro leghista, «non rifiuteremo di certo. Ora nel Paese il nostro peso è il doppio di un anno fa e avrebbe un senso riequilibrare i pesi nel governo».

Il problema è che presto il governo rischia di non esserci più: «Se Salvini crede che ingoieremo tutte le sue richieste sbaglia», dice un alto esponente grillino, «tra 5 mesi saremmo finiti, non arriveremmo neppure al 10%. Perciò si potrà andare avanti solo se il leghista smette di gonfiare i muscoli e siccome non lo farà...».

Ma Matteo Salvini si allarga le braccia. Il capo della Lega in giornata ha rinnovato «completa fiducia a Conte», ha detto e ripetuto che «per andare avanti basta rispettare il contratto». Ma Luigi Di Maio e Giuseppe Conte a suo giudizio «fuggono». E fuggono «perché non hanno seri problemi a rispettare gli impegni». Dal via libera al decreto sicurezza, all'inizio della discussione sulla flat tax, dal sì alla riforma dell'autonomia regionale alla Tav. Il problema è che monta anche l'irritazione di Conte. Il premier ha confidato di sentirsi tra due fuochi e di non voler stare sotto il ricatto quotidiano di elezioni da parte di Salvini: «Vanno create le condizioni per poter andare avanti», ha confidato, «oppure meglio lasciare perdere, io un lavoro ce l'ho, non resto a ogni costo». E ha detto di volere un vertice con i due vicepremier quanto prima. Da vedere quale sarà la reazione di Salvini

Però, Salvini a questo governo ci tiene, non fosse altro perché in un anno gli ha fatto raddoppiare i voti, non calca i toni. Non si arrabbia perché il Consiglio dei ministri previsto per oggi slitta e dunque il suo decreto sicurezza-bis dovrà ancora attendere. Non risponde neppure alle «provocazioni» di Di Battista.

Stesso schema sul caso di Edoardo Rixi. E' bastato che il capogruppo leghista Massimiliano Romeo dicesse ciò che pensa il grande capo e cioè che il viceministro alle Infrastrutture «non si deve dimettere e non si dimetterà» in caso di condanna, per scatenare la reazione irata del solito Di Battista e di Stefano Buffagni. Con tanto di minacce di crisi.  A dire che la questione verrà affrontata quando (domani) si presenterà. «Bisogna stare calmi, non offrire il destro alle provocazioni», è stata la spiegazione del vicepremier leghista ai suoi, «è comprensibile che siano nervosi e sotto choc...».

Quello di Salvini è un garbo che durerà poche ore. Il leader leghista già va come un treno sulla flat tax e contro i parametri Ue, mettendo in serio imbarazzo Conte impegnato a Bruxelles. Martella sulla Tav. Picchia come un fabbro sull'autonomia. Detta, come aveva promesso, l'agenda. «Del resto dove vanno i grillini.....Se rompono c'è la crisi, si va alle elezioni, perdono stipendio e onori e al prossimo giro in Parlamento ne torna meno di un terzo», osserva il luogotenente di Salvini alla Camera Igor Iezzi, «noi invece eleggeremmo il doppio dei parlamentari».

In questo clima surreale, i 5Stelle alzano un muro di gomma. In attesa di riorganizzarsi, rinviano il Consiglio dei ministri. Provano a bloccare la Tav. Frenano sull'autonomia: «Ci sono grossi problemi...». E, soprattutto, litigano sul destino di Di Maio.

 

Matteo Salvini porta la Lega a stravincere le elezioni europee incassando un risultato storico.La nuova Lega di Matteo Salvini  e un partito nazionale, non solo risultando il primo partito in queste europee, con il 33,34% dei consensi, ma aumentando sensibilmente anche nel centro e al Sud, dove M5s rimane il partito più votato, pur dimezzando i voti. Il Movimento di Davide Casaleggio e Luigi Di Maio si ferma al 17,07% e rispetto alle politiche ribalta in negativo i rapporti di forza con l'alleato di governo e in più subisce il sorpasso da parte del Pd allargato di Nicola Zingaretti, che ottiene un 22,70% dal significato a doppia lettura. 

E' l'esito delle elezioni europee, con Salvini che annuncia di non voler "ricontrattare" i vincoli di Bilancio con i partner europei, conferma "lealtà" al governo ma chiarisce che il mandato "a fare ora è chiaro" dall'Autonomia alla Tav. La Lega compie un exploit sia rispetto alle Europee del 2014 quando ottenne poco più del 6%, sia rispetto alle politiche del 2018, in cui si attestò al 17,35. Anche in termini di voti reali il balzo è indubitabile dal 1.686.556 voti del 2014 e dai 5.698.687 del 2018 ai 9.151.468 di ieri.

C'è "il tema delle regole e di vincoli fiscali, una riduzione della pressione fiscale è un dovere, è prevista nel contratto di governo", lavoro per una manovra che abbia "uno choc fiscale positivo"

Il successo, ha detto il ministro dell'Interno, farà sì che i cavalli di battaglia della Lega siano portati avanti a livello di governo: taglio delle tasse, autonomia, lotta all'immigrazione. A livello europeo, Salvini ha detto di aver sentito Marine Le Pen e Orban come possibili partner e ha detto di auspicare che il Ppe dialoghi con le forze sovraniste e non con i socialisti, per i futuri assetti europei. Quanto alla vittoria a Lampedusa e a Riace, significa per il ministro dell'Interno che sull'immigrazione "gli italiani ci hanno dato ragione".

Il Partito di Casaleggio e Di Maio subisce un drastico ridimensionamento, un dimezzamento, nel Sud dove un anno fa aveva superato il 40% in tutte le Regioni, con punte del 45%. Il Sud rimane tuttavia la zona dove il Movimento mantiene un suo appeal: a Napoli e provincia, per esempio, è al 39,15%. E dimezzato risulta anche il consenso nel Nord Italia. "Oggi Radio Maria e Canti Gregoriani", è il tweet "penitente" di Beppe Grillo mentre i vertici del Movimento tacciono per tutta la mattinata. Il Pd di Nicola Zingaretti più che il partito delle Regioni Rosse dell'Appennino è il partito delle grandi città: è infatti il più votato a Torino, Milano, Genova, Firenze, Bologna, Roma. 

Anche in altre grandi città dove è secondo come Verona o Napoli ottiene percentuali maggiori che non nella provincia o nella Regione. Ma, osserva il vicesegretario Andrea Orlando, non è tempo "di festeggiare ma di costruire" anche perchè se ci sarà crisi di governo il Pd chiederà le elezioni. Nel centrodestra Forza Italia, con l'8,79%, deve constatare un nuovo arretramento sia rispetto alle Europee di cinque anni fa (allora il 16,83%), sia rispetto alle ultime politiche (il 14%), subendo l'onta del sorpasso da parte di Fdi in alcune aree un tempo feudo di Silvio Berlusconi, come nel Nord. In crescita Fdi: cinque anni fa il partito sfiorò il quorum del 4% e oggi con il 6,46% manderà alcuni parlamentari a Strasburgo. "Siamo la sorpresa delle europee, un'altra maggioranza c'è e noi siamo pronti", esulta Giorgia Meloni guardando alle mosse della Lega. Niente quorum per +Europa (3,09%), Verdi (2,29%) e la Sinistra inchiodata all'1,74%, che cinque anni fa aveva superato il 4% e ottenuto 3 eletti.

La prima cosa che balza agli occhi è che Fratelli d'Italia non si dà limiti da oggi, visto questo risultato». L'ha detto la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni nel suo comitato elettorale a Roma. «La seconda è che c'è un'alternativa possibile, questo gli italiani hanno detto - ha aggiunto - Lega e FdI rappresentano una maggioranza alternativa. Questo è il segnale che hanno dato gli italiani facendo crescere Lega e FdI. Poi spetterà a ciascuno degli attori in campo seguire le indicazioni degli italiani oppure no».  

L'appuntamento più importante è quello della legge di Bilancio. I Cinque spingono per il salario minimo, gli obiettivi della Lega sono altri. E alla luce del risultato delle Europee la linea leghista acquista vigore tra le mura del palazzo di governo. E così il leader della Lega afferma: "Lavoro lavoro lavoro e il lavoro passa da una riduzione delle tasse. La manovra economica di autunno la vogliamo improntare al taglio elle tasse". La flat tax dunque torna al centro dell'agenda leghista come anche la Tav, l'opera che più di ogni altra viene ostacolata dai 5 Stelle. Con la vittoria di Cirio in Piemonte cambia radicalmente l'orientamento sulla Torino-Lione e Salvini rilancia: "Va fatta e subito". Stesso scenario per l'Autonomia che Salvini rivendica e pone sul tavolo del governo.

Poi affronta il tema migranti e ribadisce la sua linea dei porti chiusi che può portare a una messa in discussione delle regole comunitarie: "Riace e Lampedusa vedono la Lega primo partito. Segno che la richiesta di immigrazione limitata controllata non è solo un capriccio di Salvini ma la chiedono gli italiani ed è una delle prime battaglie che andremo a vincere nella nuova Europa". 

 
Insomma flat tax, immigrazione e Tav sono in cima alla lista del programma che la Lega si appresta a declinare nei prossimi mesi. Ma Salvini sa bene che l'esecutivo di fatto dovrà affrontare un altro braccio di ferro con l'Ue per i conti. E qui arriva una vera e propria "dichiarazione di guerra" a Bruxelles: "So che è in arrivo una lettera da parte della Commissione europea sull’economia. Penso che sia il maturo il momento per rivedere dei parametri vecchi e superati che hanno fatto male all’Europa altrimenti un voto come questo non si spiegherebbe. È un momento maturo per leader europei per ridiscutere parametri bilancio". Insomma la sfida con l'Europa riparte già da questa mattina. Ma stavolta Salvini si gioca il suo 34 per cento sul tavolo delle trattative. Il Def e la legge di Bilancio dunque sono il terreno di battaglia su cui si gioca il futuro del governo e della maggioranza gialloverde

Cosi a queste elezioni Europee a farne le spese è Luigi Di Maio che vede il Movimento 5 Stelle sbriciolarsi e farsi addirittura superare da Nicola Zingaretti e dai democrat. Nell'esecutivo si ribaltano così i rapporti di forza tra i due alleati che da domani torneranno ad affrontarsi dopo essersi divisi su qualsiasi misura da approvare. "Questo risultato - fanno subito notare i big del Carroccio - ci dà più forza per mettere al centro dell'agenda politica le nostre proposte".

"Una sola parola - scrive Salvini su Facebook mentre lo spoglio è ancora in corso - grazie Italia". Con una fortissima crescita rispetto alle elezioni politiche dell'anno scorso, la Lega ha raddoppiato i propri voti arrivando a prendere oltre il 34%. Un vero e proprio balzo in avanti rispetto alle elezioni politiche del 4 marzo del 2018 quando alla Camera aveva incassato il 17,4%. "È chiaro che gli italiani si aspettano che ora il pallino sarà in mano alla Lega e starà a Salvini decidere", mettono le mani i vertici di via Bellerio. E, sebbene si affrettino tutti ad assicurare che "nom è all'ordine del giorno chiedere poltrone né cambiare il premier", qualcosa stanotte si è rotto nel governo. 
 
Perché, in poco più di un anno, a bruciare una valanga di voti è stato il M5s a guida Di Maio che, dopo aver portato a casa il 32,7% dei consensi alle ultime elezioni politiche, quasi dimezzato i propri consensi sprofondando al 17,1%. Una vera e propria emorragia di voti che ha portato i dem guidati da Zingaretti a superare i grillini incassando il 22,7% delle preferenze. Fonti accreditate del Nazareno sottolineano che, dopo cinque anni, "si è invertita la tendenza" e il Pd "è tornato a crescere". E adesso preme per tornare alle urne.

Dalle europee emerge un centrodestra sicuramente rafforzato. E Forza Italia, che ha incassato l'8,8%, rimarca che questa è la sola "alternativa al governo gialloverde". Una soluzione auspiacata anche Fratelli d'Italia che alle elezioni politiche dell'anno scorso aveva il 4,3% delle preferenze e ora è salita al 6,5%. "I patrioti italiani sbarcano nel parlamento europeo", commenta con soddisfazione Giorgia Meloni. 
 
A conti fatti fatti la coalizione, che tiene in pugno la maggior parte delle Regioni del Nord Italia e governa in altrettante nel resto d'Italia, potrebbe contare, in caso di elezioni anticipate, su un tesoretto di voti che si aggira tra il 45 e il 50% delle preferenze. 
 
"La sfida adesso è quella di un governo sovranista", commenta il capogruppo di FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida, invocando elezioni anticipate. Per il momento, però, sembra che Salvini non abbia intenzione di staccare la spina al governo: "Per me a livello nazionale non cambia nulla". E già rilancia sulla flat tax al 15%. "Ovviamente non subito per tutti, ma la priorità è questa".

Per Matteo Salvini è l'esempio di come i progressisti abbiano creato, intorno all'immigrazione clandestina, un vero e proprio business che va contro le leggi dello Stato. Una convinzione, quella del vice premier leghista, che è stata corroborata dall'inchiesta "Xenia" che l'anno scorso aveva scoperchiato il sistema messo in piedi da Mimmo Lucano per far entrare gli stranieri illegalmente nel nostro Paese. Per mesi i vari Roberto Saviano, Laura Boldrini e compagnia cantante hanno sempre difeso il sindaco ultrà dell'accoglienza, ma ieri gli elettori di Riace e di Lampedusa hanno mandato agli ultrà del'accoglienza un segnale netto votando in massa per la Lega.

Ieri, a Riace, non si votata soltanto per eleggere i deputati da mandare all'Europarlamento di Strasburgo. Il Comune è andato alle urne anche per rinnovare il primo cittadino. Dopo tre legislature, segnate da violenti scontri per sostenere a tutti i costi l'accoglienza degli immigrati e soprattutto da pesanti inchieste che hanno portato almeno una trentina di persone agli arresti, Lucano non si è potuto ripresentare alla guida del Comune. 
 
Ha comunque corso come candidato consigliere nella lista "Il Cielo Sopra Riace", che ha come candidato sindaco Maria Spanò, suo ex assessore. Una sfida dai contorni inediti, quella di Lucano, ancora sottoposto al divieto di dimora a Riace dopo il suo coinvolgimento nelle indagini della procura di Locri sulle irregolarità nella gestione dei progetti per l'accoglienza. Nei giorni scorsi la sinistra ha organizzato marce per sostenerlo, la Sapienza lo ha invitato a parlare davanti agli studenti e il Tar ha addirittura ripristinato il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) facendo così tornare a scorrere nelle casse del municipio i finanziamenti pubblici destinati all'accoglienza.

Lucano, che è stato rinviato a giudizio proprio nelle scorse settimane, si è dovuto recare davanti ad un funzionario dell'ufficio elettorale del Comune di Stignano, centro che dista pochi chilometri da Riace, per formalizzare gli adempimenti burocratici legati alla sua candidatura a consigliere comunale. "Riace ha potuto trasmettere al mondo un messaggio di umanità che resterà per sempre. Questo è quello che ci rende orgogliosi", ha detto l'ex sindaco nei giorni scorsi quando dopo otto mesi era rientrato in paese. "Sono qui - ha continuato - anche per chiedere scusa degli errori che ho potuto fare, perché operando si può sbagliare". In realtà, Lucano non ha mai fatto mea culpa per aver violato un'infinità di leggi per far arrivare in Italia gli immigrati che non aveva le carte in regola restare.

Lo spoglio per il Comune inizierà nel pomeriggio , ma un'indicazione gli abitanti di Riace l'hanno già data. Ieri alle elezioni europee hanno, infatti, votato in massa la Lega. D'altra parte, qualche giorno fa, parlando proprio delle "disavventure" giudiziarie di Lucano, Salvini aveva fatto notare ai cronisti: "Quando vado in Calabria la gente mi chiede più lavoro, non più immigrati". 
 
E, infatti, ieri il 30,75 degli abitanti di Riace ha votato il Carroccio (qui i risultati). Una percentuale impressionante che, però, impallidisce se confrontata con quanto il partito del ministro dell'Interno ha incassato a Lampedusa. Nell isola "frontiera d'Europa", evocativo simbolo degli sbarchi, il Carroccio ha, infatti, incassato quasi il 46% delle preferenze doppiando il Pd che si è fermato al 21%. Dei 1.361 consensi espressi, ben 410 sono andati al vice premier leghista. "È il segno che la richiesta di un'immigrazione limitata e controllata non è solo un capriccio di Salvini - ha rivendicato il capitano - ma la chiedono gli italiani ed è una delle prime battaglie che andremo a vincere nella nuova Europa". Con buona pace di Lucano che per mesi è andato in giro a dire che era il male assoluto.

Intanto cinquant’anni fa in Francia si viveva quel Maggio che avrebbe cambiato per sempre il movimento del ’68. Oggi, sempre a maggio, la Francia vive un’altra piccola rivoluzione: il Rassemblement National di Marine Le Pen ha battuto alle europee La Republique en Marche di Emmanuel Macron. La destra dell’ex Front National ha battuto il partito del presidente. E all’Eliseo non si tratta più di allarme generale: è un dramma.

Il dramma non è tanto nei numeri o in una futura vittoria di Rn alle presidenziali. Perché in Francia è difficile prevedere l’elettorato ma è altrettanto risaputo che il richiamo alle forze costituzionali premia in ogni caso caso i moderati. Nella tradizione del voto utile francese, chiunque è considerato meglio di un candidato della destra radicale. E alle prossime elezioni potrebbe vincere ancora un candidato di centrodestra o di centro

Per Macron si tratta di una sconfitta clamorosa non solo per l’affermazione di Rn, che in ogni caso è uno schiaffo senza precedenti, ma è soprattutto perché è stato sconfitto tutto un sistema politico, culturale, sociale ed economico che ha provato in tutti i modi a far apparire la Francia diversa da quello che è nella realtà. 

Quella Parigi che è rimasta paralizzata e ferita dalla violenza dei gilet gialli è la stessa che si è presentata alle urne alle europee: tra astensione, voto anti Ue, sovranismo e pochi moderati, la Francia ha certificato quello che le proteste avevano fatto capire in maniera violenta. C’è una parte del Paese completamente disillusa e che non vota. Un’altra parte si blinda nel sovranismo della Le Pen come ultimo treno euroscettico e critico verso l’establishment francese rivolto a Bruxelles. Pochi che votano per Macron più per disperazione che per reale convincimento, perché oltre al re non c’è nulla. E con quel sentimento di rabbia che coinvolge tutto il Paese, da sempre baluardo del nazionalismo e dell’euroscetticismo. Anche quando viene governato da un cosiddetto europeista che in realtà non fa altro che governare seguendo l’interesse del sistema della grande industria francese in coordinamento con la Germania.

Difficile dire quale sia la conseguenza politica nel breve termine. È chiaro che la richiesta di Le Pen di sciogliere le Camere perché Macron non ha più la maggioranza elettorale è un’invocazione più di propaganda che altro. Ma da un punto di vista d’immagine, l’Eliseo ha subito una sconfitta colossale che conferma il totale distacco del popolo con le élite che lo governa. Chiaramente si tratta di europee: le nazionali sono un’altra cosa. Ma il maggio francese del 2019 consegna un’immagine molto diversa rispetta a quella che Macron avrebbe voluto dare del suo Paese. La Francia non è con lui, lo respinge. E in Europa trionfa la parte più critica del Paese: quella dei sovranisti. A dimostrazione che i francesi tutto sono fuorché pro-Ue.
 
E cambiata anche la Grecia politicamente parlando che va in elezioni anticipate, il partito di Tsipras perde nei confronti del centro destra con 10 punti di differenza per la nuova democrazia mentre Alba dorata sta quasi a nove punti.

È chiaro, infatti, che daoggi il governo diventa nei fatti a guida Salvini. E Di Maio non potrà più obiettare che il M5s ha la maggioranza in Consiglio dei ministri, dato ormai solo numerico ma di nessun peso politico. La Lega, infatti, presenterà subito il conto ai Cinque stelle sui tre dossier chiave per il Carroccio: flat tax, autonomia e, soprattutto, Tav. Tema su cui nelle prossime settimane Palazzo Chigi dovrà pronunciare una parola definitiva e su cui Salvini - forte anche della vittoria in Piemonte del candidato del centrodestra Alberto Cirio - non farà alcuno sconto. Starà a Di Maio - o più esattamente alla Casaleggio associati - decidere se e fino a che punto chinarsi alle richieste dell'alleato. Che, con ogni probabilità, spingerà il piede sull'acceleratore come mai ha fatto prima.  

La Lega di Matteo Salvini stravince la tornata elettorale, Ne è ben consapevole lo stesso presidente del Consiglio, che ieri sera sul punto non ha avuto esitazioni. «Se Luigi non lavorerà a trovare dei compromessi con Salvini, se non saprà adeguarsi ai nuovi equilibri, non farà altro - confidava in privato ai suoi ieri notte - che dargli il pretesto per rompere. Io, per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di farmi massacrare».

Salvini, è vero, sfondando il muro del 30% è il solo vincitore di queste elezioni. Allo stesso tempo, però, da oggi perdono di forza le sue obiezioni e le sue prudenze davanti alle perplessità di molti big del Carroccio che da mesi gli chiedono di mettere fine all'alleanza con il M5s e tornare alle urne. Forte del voto di ieri, o il vicepremier riesce a capitalizzare in termini di riforme oppure non avrà più alibi di fronte al pressing che gli arriva dal territorio Veneto e Lombardia in particolare.
 
Insomma, o si portano a casa subito flat tax, autonomia e Tav oppure è meglio tornare subito alle urne e dar vita ad una maggioranza di centrodestra. D'altra parte, stando alle proiezioni Forza Italia si assesta intorno al 9% e Fratelli d'Italia al 6. Tutta la coalizione, la cui leadership a questo punto è saldamente nelle mani di Salvini, si attesta quindi intorno al 45% con Lega e FdI che accarezzano la tentazione di essere autonomi.

Il leader della Lega, è noto, non è troppo incline a riallacciare i rapporti con Forza Italia. Ma è pur vero che la prossima legge di Bilancio si annuncia lacrime e sangue e con un Europa che non sarà affatto accondiscendente. Per quanto siano andati male, infatti, i partiti filoeuropeisti continueranno a dare le carte a Bruxelles e non faranno sconti all'esecutivo Conte. Caricarsi una manovra da oltre 30 miliardi, dunque, potrebbe essere rischioso, soprattutto con un governo che naviga a vista. Mentre altra cosa - ed è lo scenario a cui in Lega guarda chi teorizza un ritorno nel centrodestra - è affrontare una legge di bilancio così difficile all'inizio di una legislatura e con una prospettiva di cinque anni davanti. In quel caso, ovviamente, con Salvini che siederebbe a Palazzo Chigi.
 

I leader di Francia e Germania escono indeboliti da questa tornata elettorale. Lo fanno dal punto di vista interno, visto che in entrambi i Paesi crescono partiti che contrastano l’idea che l’asse franco-tedesco possa rafforzarsi in questi termini Rassemblement national e Verdi in primis, e nel frattempo crolla la popolarità dei due leader, ai minimi termini e con partiti che ottengono o sconfitte eclatanti o vittorie di Pirro

Dall’Europa mediterranea, l’immagine dell’assedio arriverebbe dall’Italia, con la vittoria della Lega e la sostanziale maggioranza dei partiti contrari all’asse franco-tedesco che di fatto consegna un Paese pienamente avverso all’alleanza fra Berlino e Parigi. L’Italia, da tempo emarginata dai due leader di Francia e Germania, non può che sperare nella fine del sodalizio così palese tra le due potenze europee. Matteo Salvini è stato da sempre uno dei leader più attivi nello scontro con la politica economica, industriale e strategica di Macron e Merkel. L’Italia non può chiaramente sfidare entrambi: ma l’ascesa di un alleato della Lega in Francia e la divisione tra i due Stati può aiutare l’inserimento di Roma per spezzare un’alleanza che ha una chiara visione anti-italiana.

Altro colpo arriva dall’Europa orientale. Il Gruppo di Visegrad colpisce duro l’Unione europea a trazione franco-tedesca con il guanto di sfida rivolto soprattutto verso la Francia. Viktor Orban ha iniziato la sua campagna elettorale per le europee rivolgendosi apertamente contro Emmanuel Macron. E questo per almeno due ragioni: l’Ungheria è vincolata a livello economico con la Germania; Angela Merkel è il leader della Cdu che è il partito più forte del Partito popolare europeo, lo stesso di Fidesz.

Proprio per questo motivo, se Orban ha attaccato la Merkel ma senza mai affondare troppo l’acceleratore, su Macron ha espresso sempre giudizi molto duri, addirittura evocando una grande alleanza europea proprio contro il presidente francese. In ogni caso, obiettivo di Orban è anche quello di scardinare quell’asse. E lo stesso vale per tutta l’Europa orientale, che in ogni caso sfida l’asse franco-tedesco sia in chiave politica che in chiave strategica, privilegiando la Nato rispetto all’Europa. In questo senso, l’Alleanza atlantica non rappresenta solo un sistema avverso alla Russia, ma anche all’idea di Europa compattata sotto Francia e Germania per ciò che concerne la difesa.

L’asse Berlino-Parigi appare quindi circondato. Si salva per ora nella solo Spagna, che conferma il flebile sostegno ai socialisti di Pedro Sanchez e a una linea fondamentalmente legata all’Unione europea a trazione franco-germanica  

Intanto tornando in Italia Il Colle avvisa i vicepremier «chiaritevi», manda a dire Sergio Mattarella. Fissate presto il vostro incontro di maggioranza, guardatevi negli occhi, accertate la possibilità di proseguire l'alleanza, riprendete in mano i dossier rimasti aperti, concludete la stesura dei decreti lasciati a metà. In una parola, se siete ancora in grado, governate, perché l'Italia ha bisogno urgente di essere guidata.

E il senso è appunto questo: fate «chiarezza» e fatela in fretta, perché il Paese non può sopportare un altro lungo periodo di immobilismo e di conflittualità. La situazione economica può precipitare, i mercati sono in allarme, lo spread si alza, incombe la lettera di richiamo di Bruxelles sul debito e i conti pubblici. A proposito, che idee avete per la prossima Finanziaria?

L'invito del Colle è in attesa di risposta. La palla ora è in mano ai partiti e si prevede che i tempi di replica «non saranno strettissimi». Mattarella, come prevede il suo ruolo, lavora per la stabilità, non spinge certo per accelerare un'eventuale crisi anche perché, se cade Conte, sarà difficile evitare le elezioni anticipate. Intanto si prepara alle prossime difficili settimane. Le opinioni e le mosse del presidente, fanno sapere dal Quirinale, «dipenderanno dagli orientamenti delle forze politiche e di governo». Cioè, il capo dello Stato si regolerà a seconda dello scenario che verrà fuori al termine dell'atteso vertice di maggioranza. Si è trattato, spiegano, di elezioni europeo perciò se i partiti non chiedono cambiamenti, il presidente «non entra nemmeno in campo».

Lega, Forza Italia e Fdi valgono insieme il 49,6% dei voti. Di fatto, si dovesse tornare al voto in tempi brevi, la certezza di una vittoria netta. Basti pensare che una simile coalizione sarebbe destinata a vincere la quasi totalità dei 232 collegi uninominali.

Già domenica sera abbia deciso di mettere sul tavolo quelli che per il Carroccio sono i tre dossier chiave: Tav, autonomia regionale e, soprattutto, flat tax. Tutte questioni su cui in questi mesi il M5s ha nicchiato, mentre Salvini ha saputo pazientare. Da ieri, però, lo spartito non può che cambiare. Perché il ministro dell'Interno non avrà più l'alibi di un governo i cui rapporti di forza sono tutti a favore del M5s e nel quale è dunque costretto ad accettare compromessi. Se non numericamente in Consiglio dei ministri o in Parlamento, infatti, politicamente Salvini è da ieri il dominus indiscusso dell'esecutivo. Il che significa che d'ora in poi sarà suo il merito dei successi ma anche la colpa degli insuccessi.

Di Maio ai suoi, dice che il governo gialloverde, per il momento, va avanti, anche se l'ipotesi di staccare la spina e stata messa sul tavolo: «Lo volete o no?». La risposta è stata no. Per ora.

Al momento, la giocata che avrebbe più possibilità di riuscita porta il nome di Giuseppe Conte, nelle ultime settimane al centro di rilevazioni e sondaggi di popolarità da parte degli uomini più fidati di Davide Casaleggio. Il premier è graditissimo al figlio del guru e fondatore del M5s.

Ma, almeno ad oggi, la maggior parte delle fonti smentiscono sia un'implosione interna, sia una caduta del governo. La mina sul campo di Palazzo Chigi, ascoltando i grillini, potrebbe essere la prossima manovra: «Se non riusciamo a superare lo scoglio, allora sì che potremmo andare a votare». Magari sperando in un risultato migliore.

Lo strabiliante 34% incassato dalla Lega alle elezioni europee non racconta tutto il successo di Salvini al termine di una campagna elettorale violentissima, segnata da colpi bassi e attacchi sproporzionati.

Sentire i soliti radical chic alla Roberto Saviano, tutto il Paese stava dalla parte di Lucano. Per lui la sinistra aveva organizzato manifestazioni e sit in, Fabio Fazio gli aveva messo a disposizione i microfoni di Che tempo che fa e l’intellighenzia rossa aveva speso fiumi di parole in sua difesa.

A farne le spese, scrive  Andrea Indini però, sono stati quelli che hanno pestato più duramente contro il vice premier leghista. Come, i fan dell’accoglienza e i professionisti dell’immigrazione. Tutti a bocca asciutta. Lo dimostrano i numeri a Riace e a Lampedusa. Nella terra di Mimmo Lucano, il sindaco finito a processo per aver fatto carte false per far restare in Italia stranieri senza permesso di soggiorno, il 30,75% degli aventi diritto ha barrato il simbolo del Carroccio, mentre nell’isola “frontiera d’Europa”, simbolo degli sbarchi sulle coste italiane, si arriva addirittura al 46%. Percentuali bulgare se si pensa che dei 1.361 consensi espressi, ben 410 sono andati al vice premier leghista. A riprova del fatto che, come fa notare lui stesso, “la richiesta di una immigrazione limitata e controllata non è solo un capriccio di Salvini”.

Un vero e proprio abbaglio. Che si riflette nella “tranvata” presa a Capalbio dove la Lega ha incassato il 47,25% dei voti. Più del doppio rispetto al Pd che ha dovuto accontentarsi del 21,45%. Un voto che, sebbene arrivi da una realtà piccola, ha un alto valore simbolico. E non certo perché qui è solito trascorrere le proprie vacanze estive il segretario piddì Nicola Zingaretti. Anche in quella che è da sempre la culla del progressismo italiano, lo spaccamento tra élite e popolo è ormai netto e consolidato. Nessuno ha creduto alla panzana dell’onda nera, nessuno ha abboccato all’allarme del populismo anticamera del nazismo. E così anche lì i dem sono rimasti col cerino in mano. Come è successo nelle periferie d’Italia dove erano scoppiate le rivolte contro i rom e contro i migranti. Anche in Val Susa, dove gli antagonisti scendono in piazza un giorno sì e l’altro pure, il partito più votato è la Lega col 33,48. Ancor più del Movimento 5 Stelle, che ha fatto della battaglia No Tav una delle proprie bandiere, e del Partito democratico, che a Torino ha arruolato le madamin contro il governo.

Lo schiaffo più forte, però, secondo Indini lo hanno preso probabilmente certi vescovi che sotto il vessillo della Cei hanno condotto una strenua campagna elettorale contro Salvini. Non accettavano che esibisse i simboli religiosi. In un’Europa, che ha fatto del laicismo il proprio motto e che ha cancellato le proprie radici cristiane per non fare torto alla minoranza islamica, la scelta di Gualtiero Bassetti & Co. è stata a dir poco inappropriata. Lo hanno fatto per colpire il leghista che aveva chiuso i porti e i rubinetti dei fondi per l’accoglienza. E così, dopo essere rimaste a bocca asciutta le varie Caritas locali, è toccato ai porporati. “Ringrazio chi c’è lassù e non aiuta Matteo Salvini e la Lega, ma aiuta l’Italia e l’Europa”, ha detto ieri notte in conferenza stampa ricordando di aver affidato al “cuore immacolato di Maria non un voto ma il destino di un Paese e un continente”.

Le lenzuola calate dai balconi. Gli antagonisti e i centri sociali in piazza a prendersela con le forze dell’ordine. I progressisti nei talk show a lanciare l’allarme fascismo. Le élite europeiste a fare appelli per fermare l’avanzata populista. E i vescovi dai pulpiti a tuonare contro chi affida la propria campagna elettorale al sacro rosario. Tutti contro Matteo Salvini. E tutti con le ossa rotte all’indomani delle elezioni europee.

 

 

 

 

Lega e Rn sono i pilastri dell'Enf, l'Europa delle Nazioni e delle Libertà, il più a destra del Parlamento europeo. Secondo il politologo Cas Mudde, Matteo Salvini e Marine Le Pen avranno "difficoltà" a formare un grande gruppo nella prossima legislatura, che sulla carta peserebbe molto sulla composizione dell'Emiciclo, perché l'estrema destra europea resta "divisa" su molti temi. Dipenderà dai risultati, naturalmente, ma molti restano convinti che per Salvini l'unico modo per contare veramente a livello Ue sia quello di lasciare l'Enf, dove siedono sia il Rassemblement National della Le Pen che il Fpoe di Heinz-Christian Strache

Il Consiglio d'Europa non fa parte delle istituzioni dell'Unione europea, ma è considerata la più importante organizzazione di difesa dei diritti umani nel continente. Di esso fanno parte 47 Paesi, dei quali 28 aderiscono all'Unione europea. La decisione dell'assemblea è stata presa ieri, e riferita in un tweet. Per il momento non sono ancora state rese note le motivazioni che hanno portato a questa decisione.

Il gruppo parlamentare - al quale aderiscono anche i tedeschi dell’Afd - si inserisce nell'ala euroscettica insieme ai Conservatori e riformisti europei (Ecr, di cui fa parte Fratelli d’Italia) e al gruppo, ancora senza nome, che potrebbe rinascere dalle ceneri dell’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd, a cui appartiene il Movimento 5 Stelle).

il voto del 12 settembre 2018 con il quale il Parlamento Ue a maggioranza ha invitato il Consiglio Europeo l'organo che riunisce gli stati dell'Unione, non la Commissione ad attivare l'articolo 7 dei Trattati Europei, che prevede una procedura punitiva, nei confronti dell'Ungheria del premier Orban, il cui governo ha deciso di controllare la magistratura e l'informazione. Un voto politicamente di enorme spessore perché ha ribadito che l'Ue non è solo un'area di libero scambio commerciale ma innanzitutto un progetto politico di democrazia liberale.

Non a caso anche sui migranti il Parlamento di Strasburgo ha spinto per una gestione la più collegiale possibile del tema. Ma è sicuramente sull'ambiente e sui diritti dei consumatori che l'assise Ue ha svolto un ruolo chiave. È stato un voto di Starsburgo a dare il la alla riduzione e poi all'eliminazione dei sacchetti di plastica. Moltissimi europei devono ai deputati eletti nella scorsa legislatura il fatto che quando si recano per lavoro o turismo in un altro stato dell'Unione non sono più sottoposti alle tagliole del roaming telefonico e possono telefonare a tariffe che conoscono.  

L'ultima decisione di spessore forse è anche quella più popolare: dal 2021 nei 28 Paesi dell'Unione Europea sarà vietato produrre e vendere piccoli prodotti di plastica usa e getta. Si tratta dell'ennesima legge votata dal Parlamento Europeo poco prima della fine della legislatura destinata a cambiare vite e abitudini di 500 milioni di europei anche se non si tratta di una vera e propria norma giuridica. Già perché il Parlamento Ue è una strana creatura, ha un potere immenso - non c'è dubbio - perché condiziona e indica la strada alla Commissione Europea le cui direttive vengono recepite dai parlamenti nazionali e tuttavia non ha un potere legislativo diretto.
Le sue decisioni ad eccezione di quelle che riguardano la Commissione e le altre istituzioni europee devono essere formalmente votate dai parlamenti nazionali.
Il risultato piuttosto bizzarro è che gli elettori di ogni singolo Paese seguono poco l'attività di questo Parlamento concentrandosi su quello nazionale che però spessissimo in realtà fa da cassa di risonanza alle decisioni prese a Bruxelles o a Strasburgo il Parlamento Ue si gode il lusso di due sedi.

Ma in realtà il Parlamento Europeo assieme alla Commissione o correggendo le decisioni della Commissione nella scorsa legislatura ha preso alcune decisioni epocali. Un esempio per tutti? L'accettazione del trattato di Parigi sul clima che comporterà la riduzione della produzione di C02 per il prossimo decennio. Un voto importantissimo che - tra mugugni - ha costretto tutti e 28 gli stati Ue ad adeguarsi  

Intanto la parola fascista! secondo il quotidiano il giornale l' aggettivo che ha subito una mutazione dei significati originari legati al partito creato da Benito Mussolini, riacclimatandosi come una lucertola in situazioni, ambienti, comportamenti che non hanno quasi mai a che fare con la storia e un elemento di arredo in ogni lingua, come se fosse nato per conto suo in tutte le lingue.

Pochi sanno che il Fascist Party of America fascio littorio bianco in campo azzurro sulla bandiera nell'area delle stelle fu fondato nel 1907 da oltranzisti democratici del Sud vicini al Ku Klux Klan, secondo il giornale quando Benito Mussolini in Italia era un sovversivo rosso, cosa che oggi agli americani come anche agli italiani sembra una provocazione. Come sarebbe a dire che Mussolini era «di sinistra»? E allora bisogna spiegare che il futuro dittatore «di destra» usava il termine «compagni», era ricercato da molte polizie, faceva sdraiare le operaie sui binari delle tradotte per sabotare la guerra di Libia del 1912 ma più che altro odiava a morte i borghesi, i ricchi capitalisti e per un po' la Chiesa e i preti. Il disordinatamente avido Mussolini smunto, gli occhi allucinati, i baffi e la barba di chi non ha tempo per il rasoio, occupava lo spazio immaginario dei ribelli di tipo guevarista, specie nel periodo austriaco trentino o quello ginevrino quando condivideva cibo e sale riunioni con Lenin, che lo teneva a distanza anche se poi Mussolini si vantò di un rapporto speciale con il leader russo, dicendo che i comunisti erano «tutti miei figli». Se oggi prevalesse l'intelligenza e si avesse l'orgoglio patriottico di appartenere a una fortissima democrazia, sarebbe utile dichiarare decadute le norme ideologiche di guerra contro il fascismo per assenza dell'oggetto e finalmente permettere che se ne parli al passato, visto che la guerra è finita.

La cronaca ci dice che avviene l'esatto contrario e che si seguita a far finta che ci sia un pericolo fascista, basandosi su quella manciata di carnevalanti runici con simboli nibelungici e attrezzeria di altri Walhalla che non ha mai fatto parte della storia e Dna italiani. Del fascismo com'è stato, con tutte le sue canagliaggini e ridicolaggini, enfasi e trasporti emotivi collettivi, nessuno sa più nulla. Ha fatto più Federico Fellini con Amarcord (1973) che la scuola italiana dove, per prudenza, è stata abolita la Storia come materia d'esame, mantenendo però in allerta emozionale Bella ciao a tutta birra - l'antifascismo militante che ha bisogno dei suoi demoni. 

«Fascista», l'aggettivo, prospera in proprio anche a causa delle mutilazioni inflitte alla storia che passa in televisione, che sta alla base dell'ignoranza comune. Una delle mutilazioni più indecenti è quella che riguarda l'alleanza non solo militare ma anche ideologica fra Hitler e Stalin uniti dal settembre 1939 al giugno 1941 nella spartizione dell'Europa, con parate militari nazi-comuniste, bevute e abbracci e baci a Brest Litovsk. Il tema è tuttora interdetto (si deve alludere vagamente a un certo «trattato di non aggressione», va poi a sapere cos'è) perché quella storia cancellerebbe l'accredito dei partiti comunisti come protagonisti primi e intransigenti della guerra contro il nazismo. 

Nella Francia occupata i comunisti francesi riempivano i muri di manifesti di benvenuto al Camrade allemand venuto a combattere la borghesia capitalista. E poi, l'altra questione spinosa: i «fascisti» erano davvero gli sgherri degli agrari assoldati per picchiare gli operai, o erano invece parte di una rivoluzione di sinistra? Come si fa a sistemare uomini come Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari ma anche Pietro Ingrao e tutti i futuri comunisti, che non erano fascisti per caso ma per convinzione? Eugenio Scalfari incontrato in una libreria del centro di Roma mi ha detto con cipiglio: «Io nel 1943 (l'anno della caduta del fascismo, del bombardamento di Roma e dell'otto settembre, ndr) non ero fascista: io ero fascistissimo».

Il punto oggi è che questo aggettivo «fascista» come scrive il giornale è cresciuto divorando gli aggettivi contigui come «nazista». Chi dà più, oggi, del «nazista»? Nessuno. È fuori moda e imbarazza i tedeschi, mentre l'aggettivo «fascista» è una coperta leggera e arlecchinata che copre tutto, è multimediale, multinazionale, pratica ed elastica per tutti gli usi. Così, sono oggi bollati come fascisti gli antiabortisti afroamericani che parlano di un genocidio perpetrato dalla Planned Parenthood Federation of America, una creatura democratica che stermina l'ottanta per cento delle gravidanze nere, e sono chiamati fascisti i poliziotti in genere, ma in particolare quelli che pattugliano Chicago quando le comunità afroamericane cominciano a spararsi. 

Anche qui: non importa se i poliziotti sono neri. Fascisti anche loro, e non se ne parla più. Discutere con gli americani su che cosa sia fascista (specialmente se sono Democrats) è tempo perso perché i loro parametri sono indipendenti dalla Storia e dalla memoria. Gli adolescenti bianchi americani delle scuole superiori abbandonano le discussioni razziali, perché appena aprono bocca sono accusati di essere fascisti anche dai latinos e da molti asiatici pakistani.

In Europa oggi perfino i nativi di lingua tedesca hanno privilegiato l'aggettivo fascista, perché più leggero e planetario, sempre in grado di offrire l'effetto notte, quando tutti gli aggettivi, come i gatti, sono grigi e uno vale uno. In Italia, in occasione della vicenda al Salone del Libro di Torino, abbiamo sentito il presidente della Camera dei deputati Roberto Fico decretare che dichiararsi fascisti è di per sé reato da punire, a prescindere dalle azioni e che - quanto ai libri - sarebbe il caso di adottare l'abitudine hitleriana del rogo. 

Si tratta di un atteggiamento paragonabile all'«aggravante mafiosa» che, da aggravante applicabile alle pene sui delitti commessi in ambito mafioso, si è trasformata in delitto in sé. In maniera analoga, chiunque cada nel delitto di banalità ricordando la bonifica delle paludi Pontine (Canale Mussolini di Antonio Pennacchi) o per i treni che «quando c'era lui» arrivavano in orario, secondo la dottrina Fico, è da punire. In Italia lo spettro del fascismo resta uno spettro, o meglio una giungla in cui devi sempre stare attento a dove metti i pedi e a quel che dici perché i confini sono scivolosi e i trabocchetti sono troppi per non farsi prima o poi male.

I repubblicani americani, paradossalmente, hanno preso la questione del fascismo con maggior serietà: ideologi come Denish D'Souza e molti contribuenti del Washington Times affermano che il fascismo italiano va considerato come socialismo di Stato poiché risponde a tutti i requisiti di un socialismo autoritario. In primo luogo, secondo il vero ideologo del fascismo Giovanni Gentile, tutto deve essere nello Stato e nulla al di fuori dello Stato. Secondo: un regime socialista statalista scoraggia la concorrenza scegliendo una o più aziende private da mantenere al proprio servizio come la Fiat. 

Terzo, i socialismi nazionali statali (italiano, tedesco, russo) produssero il primo vero welfare statale: tutti i figli del popolo alle colonie marine e montane, sport per tutti, pensioni sociali, l'Iri, l'Inps e tutte le sigle dello Stato provvidente messe in funzione con il massimo vigore. Si può dire che ogni «aspetto buono» del fascismo era un'applicazione del socialismo, dalle case popolari (che a Roma ancora chiamano «le case di Mussolini») ai treni per la neve e il mare per un Paese ancora rurale e in gran parte analfabeta: caratteristiche «di sinistra» e non di destra. E così furono percepite in tutto il mondo occidentale, specialmente di lingua inglese, perché due erano le rivoluzioni che avevano affascinato e scosso l'umanità, quella bolscevica e quella fascista. Vedere, leggere per credere.

Intanto nell'intervista su Canale 5, Berlusconi racconta di aver cercato, in tutti questi anni, un successore. "Ma - rivela - i miei azzurri non li hanno ritenuti all'altezza di sostituirmi". "Chi c'è che può paragonarsi a me per le cose fatte? - si chiede il Cavaliere - passeremo a Berlusconi che resterà da parte e ad un gruppo collettivo che porterà avanti Forza Italia, un partito attivo che si è sempre rinnovato e sul territorio abbiamo bravissimi sindaci e assessori oltre a ministri capaci". Il progetto è dunque quello di far emergere, subito dopo le elezioni europee, "un gruppo capace di portare avanti Forza Italia". L'obiettivo è operativo e punta a mettere la nuova classe dirigente subito al lavoro. "Abbiamo esigenza di creare nuovi posti di lavoro, migliaia di giovani sono scappai all'estero perché qui non trovavano lavoro", spiega l'ex premier. "Faremo provvedimenti che aumenteranno i posti di lavoro aprendo i cantieri delle opere ferme e rendendo più conveniente alle imprese di assumere giovani - continua - aiuteremo anche ad alzare i salari, che dal 2011 non sono mai aumentati".

Ora, però, gli occhi di Berlusconi sono puntati sul voto di domenica prossima che riscriverà la conformazione del Parlamento europeo. "Gli italiani prima di tutto devono andare a votare, l'ultima volta ci sono state troppe astensioni - spiega a Mattino Cinque - bisogna sentire il dovere e l'interesse di andare a votare". Il Cavaliere non capisce l'indecisione di una buona fetta dell'elettorato italiano. "Ma come si fa ad esserlo? - si chiede - forse non sono informati o non ci pensano". E invita tutti a fare una riflessione su quanto proposto da Forza Italia. "In Italia - prosegue - vogliamo mandare via questo governo di litigiosi, che ha reso il Paese la maglia nera in Europa, gli stranieri hanno paura di investire in Italia, sviluppo fermo, non ci muoviamo. Se queste cose sono chiare, votare per noi significa promuovere un governo in cui Forza Italia sarà anima e spina dorsale, che farà subito ciò che è scritto nel programma

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