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Mercoledì, 19 Gennaio 2022

Il razzismo culturale della Sinistra

eco-saviano

 

Sabato scorso mentre ascoltavo dagli altoparlanti esterni del teatro Dal Verme di Milano, gli interventi dell'incontro “In mutande ma vivi”, organizzato da Giuliano Ferrara, intervistato da un  inviato della Rai, non ricordo se era di  Annozero, dicevo polemicamente,“Perchè venite qui ad intervistarci, per voi, noi che votiamo Berlusconi siamo antropologicamente minorati”. L'inferiorità del popolo di centrodestra è saltato fuori per l'ennesima volta anche al PalaSharp di Milano, alla manifestazione per chiedere le dimissioni del premier, organizzata da Libertà e Giustizia con Saviano, Eco e Zagrebelsky. In crescendo il senso di superiorità della sinistra si è ancora sviluppato domenica durante la manifestazione delle donne.

Per Dario Fo: “la maggioranza degli italiani, quella che nelle urne ha scelto il centrodestra, è composta da «co***ni”. Mentre Gino Paoli, ospite di Antonello Piroso su La7, dopo aver pontificato di regole nella società, conclude: «La maggioranza vuole Berlusconi. È la democrazia, e io la rispetto. Il difetto della democrazia è che se la maggioranza è poco intelligente, una maggioranza di co***ni, allora... ».

Dario Fo è andato oltre a Milano,“Io non capisco le persone che credono che con o senza Berlusconi sia la stessa cosa e non gli interessa. A loro dico co***ni”. Ma resta insuperabile il semiologo Umberto Eco che prima del voto nel maggio 2001, così descriveva l'elettorato di centrodestra: “si divide in due categorie. C’è quello 'Motivato' di cui fanno parte 'il leghista delirante', 'l’ex fascista', e i malviventi reali o aspiranti, cioè tutti coloro i quali 'avendo avuto contenziosi con la magistratura, vedono nel Polo un’alleanza che porrà freno all’indipendenza dei pubblici ministeri'. Poi c’è l’elettorato 'Affascinato'. Vi appartiene chi 'non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi. Per costoro valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita'. Caratteristica comune ai due gruppi è l’ignoranza: tutti quanti leggono 'pochi quotidiani e pochissimi libri'. Due elettorati cui non avrebbe neppure senso parlare, visto che non si informano leggendo i giornali seri e «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina». (Alessandro Gnocchi, I razzisti culturali che insultano chi vota Pdl, 15.2.2011 Il Giornale).

Perfino Massimo D'Alema, non molto tempo fa (2008), era convinto di essere minoranza nel Paese, ma di essere maggioranza nella “parte più acculturata del Paese”. Ed esultava: siamo “il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali”; e continuava, “rappresentiamo la classe dirigente del Paese in tutti i campi”; «è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il consenso attivo dell’elettorato di centrosinistra”.

Più di una volta mi è capitato di essere ripreso da amici sulle mie preferenze culturali e politiche. Non è possibile che uno come te che ama leggere giornali, libri, sia di destra, piuttosto dovresti essere di sinistra, e là che si fa cultura, che si legge, che si comunica; a destra, secondo questi amici, c'è l'incultura, la rozzezza, l'ignoranza. Confesso che certe volte sono stato tentato di credere che abbia qualche fondamento il ragionamento degli amici; per la verità ho collezionato diverse amare esperienze, in certi ambienti che dovevano essere di “destra”, mi riferisco in particolare, alla riviera messinese, in Sicilia.

Forse non sono stato tanto fortunato, ma in questi ambienti ho trovato gente, scarsamente sensibili ai temi culturali, purtroppo la situazione non migliorava se si aveva a che fare con i politici, sia locali, regionali o nazionali. Per carità di patria evito di fare nomi. In queste settimane, vedo quasi tutti i giorni in tv, uno di questi che rilascia sequele di interviste, ma ancora per poco.

A questo proposito mi sembra molto importante il monito finale che ha lanciato Ferrara sabato scorso al presidente Berlusconi, quando lo invitava a ritornare quello del 94, a usare meglio le sue tre tv, in modo creativo, le case editrici, i giornali, a valorizzare i giovani liberi, a favorire i giornali che lavorano per le riforme come Il Foglio. In pratica, grosso modo, era quello che suggerivo al politico che mi capitava di incontrare in quei tredici anni di forte impegno nella riviera jonica messinese, dopo  il mio trasferimento da Milano.

Per restare nell'argomento, ho trovato interessante un commento sull'Italia berlusconiana, o delle due Italie, del professore  Luca Ricolfi, su La Stampa, consapevole che la sinistra dopo la vittoria del 94 di Berlusconi, ha sviluppato un suo particolare racconto dell'Italia:“ Secondo questo racconto chi vota a sinistra sarebbe «la parte migliore del Paese», mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore, evidentemente maggioritaria”.

Anche se Ricolfi è convinto che alla sinistra gli italiani non piacciono non dal 1994, ma da mezzo secolo, per riprendere il titolo del saggio con cui, fin dal 1994, lo storico Giovanni Belardelli (sulla rivista «il Mulino») fissò la sindrome della cultura di sinistra, incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi, e perciò incline a dipingere l'Italia come un Paese abitato da una maggioranza di opportunisti, di malfattori, o di ignavi. Insomma uno schema, quello dell'Italia traviata dal consumismo e dai media, apparentemente nuovo ma in realtà già allora vecchio di trent'anni.

Tuttavia per Ricolfi questo schema sta per essere superato, in particolare da Roberto Saviano e  Matteo Renzi, sindaco di Firenze, perlomeno tentano di farlo: bisogna finirla di considerare l'altra metà degli italiani, quella che non ci vota, sia costituita da cittadini irrecuperabili, dobbiamo rispettarli e conquistarli. Ecco per Ricolfi, Saviano e Renzi hanno ragione. Così come hanno ragione quanti, in piazza o non in piazza, non si stancano di ripetere che l'Italia non è quella che emerge dai festini di Arcore e dalle intercettazioni, o quella che la cultura di sinistra si figura ogni volta che l'esito del voto punisce i progressisti.

Il professore torinese dopo aver sfogliato una serie di dati percentuali, sentenzia che L'Italia non è berlusconiana, almeno per quanto riguarda il costume. E invita la sinistra a fare “un serio esame di coscienza. Che provi a inventare un altro racconto degli ultimi trent'anni. Un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po' più rispettoso degli italiani e un po' più abrasivo su sé stessa”. (Luca Ricolfi, Ma l'Italia è davvero berlusconiana? 15.2.2011 La Stampa).

A questo punto ha ragione Massimo Introvigne: gli italiani nonostante tutto non amano i comunisti, che non potendo fare il colpo di Stato, si sono infiltrati nei gangli del potere reale: scuola, cultura, università, giornali, magistratura. Il vecchio PCI non era al governo. Ma nelle università, nelle redazioni dei giornali, nei tribunali era ampiamente al potere. Era quel potere che dava molto fastidio a tanti italiani, e che c’è ancora. Quando Berlusconi dice che molte redazioni di giornali e molte procure della Repubblica sono «comuniste» usa forse un linguaggio semplificante, ma dice anche una verità che gli italiani sperimentano sulla loro pelle.

Per Introvigne l'apparato egemonico della sinistra nella cultura, nell’educazione e tra i magistrati non è stato smantellato. Soprattutto i centristi – che su questo si giocano l’esistenza – hanno un bell’insistere sul fatto che i «comunisti» non ci sono più (…) Ma gli italiani che votano Berlusconi sono convinti che abbia ragione lui e torto i centristi e gli intellettuali: il sistema di potere comunista continua a funzionare, che ci sia o no il Muro di Berlino. E quanto ai giudici certamente non tutti i magistrati sono comunisti, ma qualche volta gli italiani hanno l’impressione - certo esagerata, ma comprensibile - che tutti i comunisti siano magistrati”. ( Massimo Introvigne, Il berlusconismo oltre il bunga bunga, 29.1.2011 La  Bussolaquotidiana.it)

E allora dopo aver letto l'analisi di Introvigne mi sembra opportuna la riflessione che ho fatto con un amico dopo il comizio finale di Berlusconi al Castello Sforzesco di Milano, in occasione dell'ultima festa del Pdl, sulla sigla, “Meno male che Silvio c'è”, io invece sostenevo, meno male che c'è questo grande Popolo, che nonostante tutto ancora lo sostiene...

 

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