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Mercoledì, 16 Agosto 2017

Verso le elezioni, il no di re Giorgio

La Camera inizierà l'esame della legge elettorale il 27 febbraio, previa conclusione dei lavori in commissione Affari costituzionali. A stabilirlo, al termine di una seduta durata due ore, è stata la riunione dei capigruppo di Montecitorio che ha trovato l'asse di Movimento 5 Stelle, Pd, Lega e Fratelli D'Italia. Si è schierata, invece, contro Forza Italia. "Renzi - accusa il presidente dei deputati azzurri, Renato Brunetta - vuole le elezioni e sta forzando in tutti i modi, violentando ancora una volta il Parlamento". Renzi dovrà, però, fare i conti con Napolitano che vorrebbe portare la legislatura fino al termine del mandato. Conversando con i giornalisti, l'ex capo dello Stato ha, infatti, detto che "in Italia c'è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate". Poi ha avvertito: "Per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa, non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno...".

Niente calcoli tattici, al voto bisogna andare quando finisce la legislatura. Parola di Giorgio Napolitano, che prova a stoppare il fronte politico favorevole a riportare il Paese alle urne il prima possibile.

Nei paesi civili si va alle elezioni a scadenza naturale e da noi manca ancora un anno. In Italia c'è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate", ha detto l'ex presidente della Repubblica conversando con i cronisti in Senato. "Bisognerebbe tornare a votare a scadenza naturale - ha aggiunto il senatore a vita - o se mancano le condizioni per continuare ad andare avanti".

Un nuovo Mussolini in Italia. Forse c'è qualcuno che lo sogna, certo. Ma a colpire è il fatto che Salvini "capisca" gli italiani che sarebbero pronti a mettere la croce alle elezioni, se non sul simbolo di un rinnovato Partito Fascista, quanto meno sul nome di un uomo forte come il Duce

Le parole del leader della Lega Nord, pronunciate durante l'intervento ad Agorà su RaiTre, sono di quelle destinate a far discutere. "Non la spaventa la gente che dice di essere disposta a votare un nuovo Mussolini?", domanda il conduttore. "No, la capisco - risponde il segretario del Carroccio - Mi spaventa se mi metto nei panni di Letta, Monti, Gentiloni e Boldrini che non facendo nulla incentivano queste reazioni. Non uomini forti, ma idee forti è quello che io mi sento di sottoscrivere".

La legge elettorale approderà nell'Aula della Camera il 27 febbraio, ammesso che la Commissione Affari costituzionali ne abbia concluso l'esame. E se ciò avverrà il regolamento della Camera consentirà il contingentamento dei tempi dall'1 marzo, con una rapida approvazione. Questo in sostanza si può tradurre con il pressing del segretario del Pd per raggiungere un patto blindato sulla legge elettorale da portare in Aula il 27 febbraio. In caso contrario, nel progetto dell'ex premier rimane il voto a giugno senza modificare di una virgola la legge uscita dalla Consulta.

La decisione presa dalla Conferenza dei capigruppo sul possibile aprodo in Aula il 27 febbraio della legge elettorale ha avuto l'appoggio da Pd, M5s, Lega e Fdi, il partito trasversale del voto. Mentre Fi, Ap, Sinistra italiana erano decisamente contrari. L'accelerazione consentirà al Pd di portare avanti la propria strategia: verificare rapidamente se c'è la possibilità di un accordo blindato sulla legge elettorale, e in caso contrario di lasciar cadere il confronto per andare alle urne entro giugno con i due sistemi per Camera e Senato usciti dalle due sentenze della Corte Costituzinale.

In mattinata M5s, con Federica Dieni, ha chiesto alla Commissione Affari costituzionali di incardinare la legge elettorale. Propriamente i pentastellati hanno chiesto non di aprire la discussione, bensì che tutti gli altri partiti votino
a scatola chiusa la loro proposta, che mira a portare anche al Senato il sistema della Camera. Il tutto richiederebbe «solo tre giorni di lavoro». Insomma, un modo per farsi dire di no, anche se l'idea di applicare anche al Senato l'Italicum, con alcuni ritocchi è sostenuta anche da Ap, altri alleati dl Pd, nonché da esponenti dello stesso Pd: e il ritocco consisterebbe nel prevedere il premio alla coalizione e non alla lista.

La richiesta è stata ripetuta alla Conferenza dei capigruppo e qui il capigruppo del Pd, Ettore Rosato, ha appoggiato la richiesta, assieme a Lega e Fdi. La decisione è stata dunque quella di fissare nel 27 febbraio la data in cui iniziare in Aula l'esame, «ove la Commissione abbia concluso i lavori». La decisione in casa Dem è stata presa con il via libera di Renzi, che rimane comunque assai scettico sulla effettiva possibilità di un accordo: ma ha accolto il suggerimento di Matteo Orfini, Dario Franceschini e Andrea Orlando di fare un tentativo, almeno per rispetto al presidente Sergio Mattarella, che chiede di rendere omogenei i sistemi di Camera e Senato. Il Pd proverà dunque nei prossimi giorni (più probabilmente dopo l'arrivo delle motivazioni della sentenza della Consulta, verso il 10 febbraio) di stringere un accordo blindato tra i partiti, da portare poi in Commissione e in Aula. Qui il contingentamento dei tempi aiuterebbe questo intento. Anche se l'atteggiamento intransigente di M5s e l'ostilità di Fi al voto anticipato rendono stretto il percorso.

La corsa al voto a giugno vede contrari non solo Fi, SI, Ap e gli altri partiti che sostengono il governo, ma anche diversi parlamentari del Pd che però chiedono l'anonimato. Come ha osservato il segretario del Psi Riccardo Nencini, «la corsa alle elezioni senza la certezza di una legge elettorale e soprattutto senza un progetto per l'Italia condiviso da una coalizione riformista non è la strada maestra». A preoccupare è non solo la mancanza della previsione della coalizione nella legge elettorale della Camera, ma che al momento non ci sia proprio un progetto politico chiaro su cui chiedere il consenso. Renzi, sul proprio blog, ha scritto che occorre privilegiare «le idee» rispetto al dibattito sul sistema elettorale, ma al momento non ha fatto passi per avviare una elaborazione del programma elettorale. Ma forse essa prenderà l'abbrivio a seconda dell'esito del confronto proprio sulla legge elettorale.

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