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Venerdì, 19 Luglio 2019

Dalla Russia all'Egitto e Israele: tutti i nemici giurati del Sultano

Oggi molti dei politici europei restano convinti che il posto in UE lasciato vuoto dalla Gran Bretagna debba essere assegnato agli eredi di Ataturk. E non si fermano nemmeno di fronte all'evidenza che della rivoluzione laica di Ataturk non è rimasto nulla. All'orizzonte si profila una Turchia più vicina all'impero ottomano che alle democrazie occidentali. La sospensione della Convenzione dei diritti dell'uomo e la sedimentazione nel Paese dei principi della legge islamica, infatti, rendono ancor più profondo il divario tra noi e loro.

È quasi rassicurante che il presidente turco Tayyip Erdogan abbia dichiarato in un'intervista che ritiene che «potenze straniere possono essere coinvolte nel fallito colpo di Stato» nel suo Paese: Erdogan ha sempre trovato molti capri espiatori per i suoi guai, per la mancanza di quel consenso totalitario che desidera, per un'economia che si inceppa, per i rapporti internazionali stupefatti dalla sua smania di essere il nuovo sultano.

I nemici preferiti di Erdogan sono naturalmente oltre ai curdi che certo avrebbero molto amato una discesa agli inferi di Erdogan ma non sembrano in grado di occuparsene a fondo: Israele, la Russia, la Siria di Assad. La Turchia abbattè un aereo Sukhoi il 24 novembre scorso, e uno dei due piloti fu ucciso dai ribelli siriani: fu il punto più basso di rapporti con Putin già devastati dalla guerra in Siria. Volarono gli stracci del sostegno turco ai salafiti di Ahrar al Sham e Jaysh al Islam alleati di Al Nusra. L'intervento dell'aviazione russa aveva lasciato che Assad conquistasse Homs e Hama e Palmira fosse strappata all'Isis. Fu messo sotto accusa il rapporto Erdogan Isis, che ha fatto della Turchia una pista di arrivo e partenze di foreign fighters. 

La Russia si risentì duramente, Erdogan non voleva porgere la sue scuse. Ultimamente invece, il 26 di giugno, le ha porte, e questo nel quadro generale di una ricomposizione altrettanto clamorosa, quella del rapporto avvelenato dall'antisemitismo conclamato di Erdogan, con Israele, col ritorno dei rapporti diplomatici e la promessa di una ricompensa di 200 milioni di dollari ad Ankara per gli incidenti della Mavi Marmara del 2010.Certo strategico e stabilizzante in un'ottica di lunga durata, così come le scuse a Putin: difficile una diabolica lungimiranza degli uni e degli altri nell'agire proprio ora contro Erdogan. 

Anche perché Israele tende in questo periodo di terremoto mediorientale alla salvaguardia della neutralità, non intende affrontare se non è obbligata il conflitto sciita-sunnita o quello intrasunnita. Semmai, spera che possa servire a contenere Hamas la passione ricambiata di Erdogan per il gruppo terrorista padrone di Gaza: una passione che ha indotto Ismail Haniyeh addirittura a presentarsi dopo il fallito golpe inneggiando alla democrazia (lui, un autocrate islamista genocida!) con una gran torta su cui erano istoriati sorridenti fra lui e il raìs turco

la Turchia è stata una grande alleata dell'Occidente, poi via via si è spostata sulla scia islamista di Erdogan. Nel 2003 rifiutò alle truppe Usa il passaggio in Irak, nel 2010 ha votato contro le sanzioni all'Iran dell'Onu, ha spostato i cannoni (ideali) con la guerra in Siria che l'ha messa all'angolo e l'ha contrapposta di nuovo agli Usa. Perché Obama non ha intenzione di soppiantare Assad, come invece Erdogan vuole. Il suo rapporto con la Nato è inattendibile, la sua forza in quell'ambito si chiama memoria di un sogno e suggerisce il rischio delle testate nucleari nelle sue mani; il suo disegno di entrare in Europa al giorno d'oggi suona grottesco: Mogherini ripete che le cose saranno messe in discussione se rientra in vigore la pena di morte. 

La pena di morte c'è di già! Applicata in questi giorni a centinaia, forse a migliaia di persone insieme con la violazione di tutti i possibili diritti umani. E insieme, Erdogan tiene in mano il cappio dell'ingresso dei profughi e il guinzaglio sul collo di parte del terrorismo. L'Iran è suo amico, ma alleato del nemico Assad. L'Egitto è sunnita, ma Sisi è il maggior nemico della Fratellanza musulmana di Erdogan. E dunque, chi sono quelli che avrebbero potuto non volere più Erdogan fra i piedi? Tutti, nonostante i voli americani che di nuovo decollano dalla base di Inçirlik contro l'Isis.

Ecco. Viene da chiedersi allora se c'era il bisogno di attendere un colpo di Stato e una presidenza dispotica come quella di Erdogan per capire che quello tra Turchia e Europa sarebbe stato un matrimonio nato male è finito peggio. No. Non era necessario tirare così tanto la corda. L'allora cardinal Joseph Ratzinger, infatti, già nel 2004 disse senza mezzi termini che le strade di Ankara e Bruxelles erano "naturalmente" separate. E che cercare di avvicinarle sarebbe stato sciocco.

"Storicamente e culturalmente - diceva Benedetto XVI agli operatori pastorali della diocesi di Lugano - la Turchia ha poco da spartire con l'Europa: perciò sarebbe un errore grande inglobarla nell'Unione Europea. Meglio sarebbe se la Turchia facesse da ponte tra Europa e mondo arabo oppure formasse un suo continente culturale insieme con esso". In questo discorso, ripescato dall'oblio del tempo dal professor Alessasndro Campi dell'Universita di Perugia, Ratzinger spiega chiaramente cosa separi i due "continenti culturali". "L'Europa - diceva - non è un concetto geografico, ma culturale, formatosi in un percorso storico anche conflittuale imperniato sulla fede cristiana, ed è un fatto che l'impero ottomano è sempre stato in contrapposizione con l'Europa. Anche se Kemal Ataturk negli anni Venti ha costruito una Turchia laica, essa resta il nucleo dell'antico impero ottomano, ha un fondamento islamico e quindi è molto diversa dall'Europa che pure è un insieme di stati laici ma con fondamento cristiano, anche se oggi sembrano ingiustificatamente negarlo. Perciò l'ingresso della Turchia nell’UE sarebbe antistorico”.

Se ce ne sarà bisogno, non ci sono ostacoli a un'estensione oltre i 3 mesi attualmente previsti dello stato d'emergenza, proclamato dopo il fallito golpe in Turchia. Lo ha detto il presidente Recep Tayyip Erdogan. Ieri, nel giorno della ratifica in Parlamento, il vicepremier di Ankara aveva detto che il governo spera di essere in condizione di revocarlo già dopo "40-45 giorni". Sono diventate più di 65 mila le epurazioni decise dalle autorità dopo il fallito golpe in Turchia. Nelle ultime ore, tra gli altri, 529 dipendenti sono stati sospesi dal ministro dei Trasporti e delle Comunicazioni, 197 da quello delle Risorse idriche e forestali, 300 dalla tv di Stato Trt e 29 dall'ente che regola le telecomunicazioni (Rtuk).

La presa di posizione della Boldrini - "L'Unione europea non deve fare accordi al ribasso" e in più "con paesi che non rispettano lo Stato di diritto". "Aver trattato con la Turchia sui migranti è stato un errore perché quel Paese non aveva i requisiti civili. E' stato un derogare ai propri principi e alla propria autorevolezza. Quello che si sarebbe dovuto garantire ai migranti non viene infatti garantito neanche più ai propri cittadini". Lo ha detto a Rainews la presidente della Camera Boldrini che chiede una presa di posizione collegiale della Ue su quanto sta accadendo nella Turchia di Erdogan. 

"Quanto sta accadendo oggi in Turchia - ha sottolineato - sembra lontano dallo Stato di diritto" e sembra proprio "un golpe civile". Ora l'Europa "dovrà essere pronta per accogliere rifugiati turchi...". "Ora serve un'azione collettiva della Ue a difesa dei diritti". Lo ha detto a Rainews la presidente della Camera Laura Boldrini a proposito della Turchia. "Non è possibile che si deroghi ai diritti e ai principi fondamentali, che fanno dell'Europa il continente dei diritti umani, per affrontare un'emergenza", ha aggiunto parlando del trattato sui migranti con la Turchia. "Se cediamo - ha osservato - loro hanno già vinto perché siamo stati noi a derogare ai nostri principi

Se ce ne sarà bisogno, non ci sono ostacoli a un'estensione oltre i 3 mesi attualmente previsti dello stato d'emergenza, proclamato dopo il fallito golpe in Turchia. Lo ha detto il presidente Recep Tayyip Erdogan. Ieri, nel giorno della ratifica in Parlamento, il vicepremier di Ankara aveva detto che il governo spera di essere in condizione di revocarlo già dopo "40-45 giorni".

A quasi una settimana dal fallito golpe in Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan aggiorna il bilancio dei feriti a 2.185 persone. In precedenza, lo stesso capo dello Stato aveva fissato il numero a circa 1.500. Confermato invece il bilancio di 246 vittime, esclusi i golpisti.

Il governo tedesco ritiene "improbabile l'apertura di nuovi capitoli" nelle trattative Ue-Turchia per l'adesione di Ankara. Lo ha detto il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, nella conferenza di governo oggi a Berlino. Seibert non ha invece risposto a una domanda su una possibile rottura delle trattative: "Questa non è una decisione tedesca", ha detto.

Dopo aver annunciato lo stato di emergenza per 3 mesi, "la Turchia sospenderà la Convenzione europea sui diritti umani, come ha fatto al Francia". Lo ha annunciato il vicepremier e portavoce del governo di Ankara, Numan Kurtulmus, aggiungendo che comunque l'esecutivo spera di poter revocare lo stato di emergenza già dopo "40-45 giorni".

"Rivedremo la struttura organizzativa dell'intelligence e le relazioni tra potere civile e militare", ha aggiunto Kurtulmus, citato dalla Cnn Turk, spiegando che attualmente "ci sono debolezze sia a livello individuale che organizzativo nella struttura dello Stato".

 

 

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