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Sabato, 11 Luglio 2020

Napolitano ha firmato la lettera di dimissioni

Giorgio Napolitano ha firmato la lettera di dimissioni la missiva è stata quindi consegnata dal segretario generale del Quirinale Donato Marra ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio e lascerà, dunque, il Quirinale dopo quasi nove anni di mandato..subito dopo si aprira ufficialmente la corsa al suo successore, mentre il presidente del Senato Piero Grasso - che si è appena spostato da Palazzo Madama a Palazzo Giustiniani, che diventa sede della presidenza - svolgerà per il tempo necessario le funzioni di capo dello Stato. Renzi auspica che il futuro presidente sia - ha detto - 'un arbitro di alto livello'. Il premier ha salutato Napolitano grazie Presidente

Certo che sono contento di tornare a casa!», ha ammesso con franchezza ad una bambina che a piazza del Quirinale con candore gli chiede se non gli dispiacesse un po' lasciare un così bel palazzo. L'ormai ex presidente della Repubblica non ha mai nascosto il peso dell'età e le difficoltà crescenti a portare avanti i «gravosi» compiti richiesti dalla guida del Quirinale e spiega con semplicità che al palazzo dei papi «sì, si sta bene, è tutto molto bello ma si sta troppo chiusi, si esce poco».

E il suo ultimo messaggio agli italiani non poteva che essere nel solco del suo granitico «credo»: unità del paese e riforme. Gli italiani, ha ripetuto stamattina, siano «sereni» per il futuro e soprattutto «molto consapevoli della necessità, pur nella libertà di discussione politica e di dialettica parlamentare, della necessità di un Paese che sappia ritrovare, di fronte alle questioni decisive e nei momenti più critici, la sua fondamentale unità».

E quale questione oggi all'esame delle forze politiche è più «decisiva» delle riforme costituzionali e del varo della nuova legge elettorale? Il presidente in questo percorso verso le dimissioni ha sempre fatto sapere che la sua «personalissima» decisione deve rimanere slegate dalle logiche parlamentari e che comunque le Camere rimangono attive anche con la supplenza di Pietro Grasso. Ma in attesa della formalizzazione della sua uscita le opposizioni già affilano le armi e si preparano a chiedere - un minuto dopo la firma presidenziale - una pausa dei lavori parlamentari in attesa che il quadro politico si chiarisca con l'elezione del nuovo inquilino del Colle.

Schermaglie legittime di «una robusta minoranza», si sottolinea nei palazzi delle istituzioni, ben sapendo che non ci sono appigli costituzionali per interrompere i lavori d'aula. Ma per un giorni le tensioni parlamentari sono lontane dalla mente del presidente che ha dedicato la giornata a chiudere per bene la sua lunga amministrazione del Quirinale, salutando prima il corpo dei Corazzieri («che stile!») e poi i tanti dipendenti del Quirinale, divenuti dopo tanti anni quasi una famiglia. Ci sarà tempo - ma non troppo - per rientrare nell'agone politico da senatore a vita. Le battaglie non mancano di certo. Tanto che si segnala una curiosa coincidenza: già il giorno dopo la sua uscita, giovedì, si dovrebbe andare ai primi voti in Senato sull'Italicum e Napolitano - se deciderà di non concedersi neanche un giorno di riposo - potrebbe già schierarsi.

Certamente lo farà più avanti quando si aprirà la corsa al Colle per la scelta del suo successore, come conferma lo stesso premier Matteo Renzi: «Napolitano, da domani, continuerà a far sentire la sua voce» e «sarà un grande servitore come senatore a vita».Intanto

Dal Movimento cinque stelle arriva la richiesta di rinunciare alla carica di senatore a vita che spetta agli ex presidenti. Giorgio Napolitano, "uno dei peggiori presidenti della Repubblica", rinunci alla carica di senatore a vita: così, in una nota congiunta, i capigruppo M5S di Camera e Senato, Andrea Cecconi e Alberto Airola.

Questa mattina al palazzo del Quirinale è stata ammainata la bandiera del presidente della Repubblica.

Il Pd ha riunito la segreteria e, al termine, la vicesegretaria del partito, Debora Serracchiani, ha fatto sapere che i Dem faranno incontri con tutte le forze politiche in vista dell'elezione del successore di Napolitano e ha confermato che si punta al quarto scrutinio per la fumata bianca.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, citato a più riprese nel toto-nomi del Colle è tornato a chiamarsi fuori dalla partita. "È un grande onore naturalmente per me essere preso in considerazione - ha detto in una intervista alla Zeit - ma non è il mio lavoro".

E' stato il presidente delle riforme a tutti i costi, elegante e "pignolo", come egli stesso ha confermato. Attento ad ogni dettaglio, lavoratore instancabile, profondo conoscitore della vita parlamentare e delle dinamiche politiche dell'intera storia repubblicana,

L'ormai ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - durante i suoi 9 anni di presidenza - ha nominato ben 5 presidenti del consiglio: da Romano Prodi a Matteo Renzi, passando per Berlusconi e arrivando fino ai governi non eletti di Mario Monti e Enrico Letta.

Questa e la ricostruzione fatta dal quotidiano il Giornale per i nove anni della sua Presidenza :

La prima crisi di governo che re Giorgio deve gestire è nel febbraio 2007. Romano Prodi si dimette, dopo il voto contrario del senato alla relazione sulla politica estera del suo governo.

Dopo tre giorni, Napolitano rinvia il governo alle camere per la fiducia e la ottiene. Ma l'anno successivo - il 2008 - Napolitano si trova a fare i conti con una nuova crisi che, questa volta, affonda l'esecutivo guidato dal Professore.

Lo scontro tra i due schieramenti non conosce tregua e a gennaio il senato nega la fiducia al governo e Prodi rassegna le dimissioni. Si sciolgono così le camere e si va al voto.

Il testimone torna nelle mani di Silvio Berlusconi, che però - a causa del terrorismo psicologico orchestrato dall'Euro per mezzo dell'incubo dello spread - viene fatto fuori. Francia e Germania vogliono la testa del Cavaliere, lanciando un ultimatum sulle misure per debito e crescita. Il destino del governo Berlusconi è irrimediabilmente segnato.

Il 9 novembre Napolitano nomina senatore avita Mario Monti. È il prologo al governo tecnico. Il 12 novembre, infatti, dopo una giornata tesissima, Berlusconi viene praticamente costretto a dimettersi.

Nasce così il governo Monti, con i partiti che fanno un passo indietro e mettono da parte la conflittualità. L'obiettivo del primo dei tre governi tecnici nominati da re Giorgio è quello di traghettare l'Italia fuori dalla palude della crisi e restituire al Paese la perduta credibilità internazionale. Lacrime e sangue, a partire dalla legge Fornero sulle pensioni.

Il 6 dicembre 2012 il Pdl lascia la maggioranza e si astiene, al Senato, sul voto al decreto sviluppo e alla Camera sul provvedimento che riguarda le spese di Regioni ed enti locali. Monti, dopo un colloquio con Napolitano, annuncia che, una volta approvata la legge di stabilità, si dimetterà (l'ultimo atto il 21 dicembre). Il 22 dicembre, dopo le consultazioni con le forze politiche, Napolitano firma il decreto di scioglimento delle Camere: si voterà il 24 e 25 febbraio 2013. La coalizione di centrosinistra ottiene la maggioranza dei seggi alla Camera, mentre a Palazzo Madama la "maledizione del Porcellum" impedisce tanto al centrosinistra quanto al centrodestra di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi.

Nel frattempo, sulla scena politica irrompe il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che raccoglie il 25% dei voti: è il "boom" che Napolitano aveva ironicamente liquidato dopo il risultato dei grillini alle regionali in Sicilia: "Di boom ricordo solo quello deglianni Sessanta, altri non ne vedo...". Grillo respinge l'offerta di collaborazione del Pd e perBersani è una vittoria elettorale a metà.

Le forze politiche intanto si impantanano sull'elezione del nuovo inquilino del Colle. Romano Prodi, il Professore, cade sotto il fuoco amico di 101 cecchini: tra le vittime, anche Bersani che lascia la guida del Pd. Il pressing sul capo dello Stato uscente si fa intenso e alla fine Napolitano accetta "per senso di responsabilità" il secondo mandato, caso fino ad ora unico nella storia della Repubblica.

Subito dopo, a fine aprile 2013, il flop di Bersani genera il governo di Enrico Letta e la nascita delle larghe intese. È il governo del tutti dentro, che però viene azzoppato quando il Senato vota la decadenza di Berlusconi. Forza Italia si sfila e l'esecutivo Letta rallenta la sua corsa.

Il nuovo segretario dei dem è Guglielmo Epifani, ma la sua sarà solo una "reggenza" di transizione. A dicembre, le primarie del Pd incoronano segretario Matteo Renzi, che inizia così la sua scalata verso Palazzo Chigi. Nonostante avesse rassicurato Letta - "Enrico stai sereno" - nella direzione di metà febbraio 2014 l'ex sindaco di Firenze manda a casa il premier Pd. Al volante del Paese c'è ora Matteo  Renzi, il "rottamatore", al quale Napolitano affida l'incarico di formare il governo. Ancora una volta nel nome delle riforme e della ripresa economica.

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