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Risorgimento, lettera aperta al presidente della Repubblica

Tra i vari messaggi su facebook nel gruppo aperto,“Unità si, Risorgimento no”, ho notato il bellissimo intervento che dieci anni fa aveva scritto monsignor Andrea Gemma vescovo di Isernia-Venafro, una lettera aperta all'allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, io collaboratore da qualche anno del periodico indipendente culturale-economico di formazione ed informazione, Il Corriere del Sud, ho commentato la splendida lettera che ancora oggi non ha perso di attualità, in un articolo pubblicato il 16/31 luglio 2002, col titolo “Il Presidente e il Risorgimento”. L'articolo, è stato poi ripreso dal giornale online Il Mascellaro.it il 4/2/2007, nella rubrica Squarci di Storia, da cui ripropongo la versione. Segue la lettera integrale del vescovo.

Da qualche tempo il presidente Azeglio Ciampi dedica il suo tempo agli argomenti storici, in particolare all'epopea risorgimentale, invitando i giovani a riscoprire la nostra identità storica. Addirittura in occasione della festa del 25 aprile il presidente Ciampi si è inerpicato in una discussione prettamente accademica, criticando un certo improponibile revisionismo , anche se nello stesso tempo auspica nuovi approfondimenti e testimonianze per ricostruire i fatti storici. Quindi dice e non dice.
Da tempo il dibattito sul cosiddetto revisionismo ha preso corpo anche nel nostro Paese. "[…]La ricerca storica, ha inevitabilmente - soprattutto dopo il 1989 - fatto affluire sui tavoli degli studiosi valanghe di documenti, che non è stato possibile non vedere, né imbrigliare i fatti di cui sono riflesso attraverso le maglie delle consuete categorie interpretative. Il 'canone' storico progressista sta 'andando in crisi', nonostante la disperata, quasi patetica, difesa che ne fanno i suoi esponenti, gruppi e ambienti, sempre pronti a lanciare il vecchi termine tipico delle scomuniche ideologiche leniniste e staliniste - revisionista - contro chi, indipendentemente dall'ispirazione ideale, semplicemente esibisca fatti e dati nuovi e proponga ipotesi di lavoro diverse da quelle convenzionali". ( A nnali Italiani, rivista di Studi Storici, n.1/2002,[ www.identitanazionale.it ]
E proprio del nostro risorgimento il Presidente Ciampi si è particolarmente interessato, in occasione del 4 novembre scorso, sottolineando l'epopea dei grandi eroi come Garibaldi, Mazzini etc. A fronte di questa ennesima glorificazione del risorgimento c'è stata la reazione di un vescovo, monsignor Andrea Gemma, vescovo di Isernia-Venafro.
Monsignor Gemma ha mandato a Ciampi una lettera aperta, purtroppo ignorata dai massmedia, sottolineando l'importanza della "festa dell'unità d'Italia e delle Forze Armate", ma dissentendo profondamente del suo riferimento al risorgimento e a Garibaldi in particolare. Quel Garibaldi che, ad Isernia è tristemente famoso[…]nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant'anni, scrive il vescovo, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato Pontificio, sottratto al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro lo "ius gentium", plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l'Italia[…]nessuno potrà accettare l'accomodante esaltazione di un avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell'epoca che Ella stessa potrà reperire. (In tema di Risorgimento; lettera aperta al signor Presidente della Repubblica, dottor Carlo Azeglio Ciampi, in Cristianità, n.309, gennaio-febbraio 2002)
Potrebbe sembrare quella del vescovo una esternazione di segno contrario, "politicamente poco scorretta"su un tema così delicato come quello dell'identità italiana. "Come lo stesso presule afferma, a far scattare in lui la molla della reazione è stato rilevare che gli appelli presidenziali all'unità della nazione si fondano su una versione ideologica della storia nazionale, la quale per la gente del Mezzogiorno è non solo logora e urtante, ripetizione di luoghi comuni, ma suona per non pochi tratti ingiusta, se non addirittura ingiuriosa". ( O. Sanguinetti , Il vescovo e il presidente, in Il Timone , marzo-aprile 2002, n.18)
Spesso il Risorgimento per il Sud ha significato invasione e conquista militare, distruzione delle proprie terre. I popoli meridionali hanno resistito fieramente, prima contro i francesi, con l'insorgenza(1799-1816), poi contro i piemontesi con il brigantaggio. Il Molise, subì un trattamento speciale, prima nel 1799, Isernia dopo aver resistito alle truppe francesi, fu espugnata e saccheggiata, sul terreno rimasero millecinquecento morti. Successivamente i garibaldini nel 1860 si macchiarono di crimini nei confronti della popolazione molisana.
Ecco perché il vescovo scrive al presidente: "Per carità, signor Presidente, non ci costringa a tirar fuori dagli armadi del cosiddetto risorgimento certi scheletri ripugnanti…" (Ibidem)
Certamente monsignor Gemma non intende puntigliosamente rivendicare alcun diritto, lo scrive chiaramente nella Lettera, anzi propone di azzerare un contenzioso storico ormai plurisecolare e sterile fra mezzogiorno e Stato italiano. Piuttosto invita il Presidente Ciampi a costruire un'Italia migliore, insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e guardano al futuro, senza ripristinare insopportabili travisamenti di una storia che ormai i più avveduti conoscono.
Non si tratta di mettere in discussione l'Unità d'Italia, anche se è stata fatta ai danni della Chiesa Cattolica e di un Regno millenario come quello dei Borboni. Si tratta di scrivere la Storia tutta, senza dimenticanze e travisamenti, come purtroppo si continua a fare nelle nostre scuole di ogni grado.
Bisogna smetterla di riproporre oleografie sempre più povere di significato e soprattutto di imporre omaggi civico-religiosi a personaggi come "l'avventuriero armato" la cui effigie troneggia in tutte le piazze d'Italia. Non è più accettabile celebrare solo Napoleone, Garibaldi o il "Re galantuomo", dimenticando le migliaia di italiani del Sud, ma anche del Nord e del Centro, che dalla fine del 1700 fino all'Unità, scelsero di combattere contro i francesi e "italici", le brigate internazionali garibaldine e i bersaglieri piemontesi.



Lettera aperta di S.E. Andrea Gemma, Vescovo emerito di Isernia-Venafro, al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi - 15 nov. 2001

 

Signor Presidente, perdoni l’iniziativa, che so attuata anche da altri e ciò mi conferma nella necessità di levare la voce perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici.

Partecipavo con gioia ed intima partecipazione alla «festa dell’unità d’Italia e delle forze armate» il 4 novembre scorso. Avevamo insieme pregato in Cattedrale — anche per Lei signor Presidente — e ci eravamo recati al monumento ai caduti in una mattinata piena di sole.

Tutto bello, tutto coralmente sentito, compreso l’inno nazionale d’Italia. Poi, la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo contesto tanto elevato, l’accenno al Risorgimento e, addirittura, a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie.

Ah, no, signor Presidente, quel richiamo a una storia, per fortuna quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo.

Creda — e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica — nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant’anni, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro lo ius gentium, plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l’Italia (semmai ci penserà qualche porzione della nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della bellezza esaltante di un’azione che a suo tempo, tutta l’Europa, per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente; nessuno potrà accettare l’accomodante esaltazione di un avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell’epoca che Ella stessa potrà reperire.

Nessuno di noi vuole rivangare il passato, signor Presidente, soprattutto un tale passato. Non lo può fare nemmeno Lei, travisando la storia.

Su casi del genere gli antichi nostri avi dicevano saggiamente: «Parce sepultis!».

Per carità, signor Presidente, non ci costringa a tirar fuori dagli armadi del cosiddetto «risorgimento» certi scheletri ripugnanti.[…]

Lasci stare il «risorgimento», signor Presidente, e parliamo insieme di «rivincita» morale, civile, religiosa che la nostra Italia merita e di cui tutti, insieme, vogliamo essere artefici operosi, senza nostalgie per un passato non troppo antico, che ha assai poco da insegnarci.

Perdoni l’ardire, signor Presidente, ma non potevo tenermi dentro quanto qui Le ho semplicemente accennato. «Nessun silenzio comprato!» — è uno dei miei motti preferiti.

Con deferente ossequio, La saluto.

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