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Mercoledì, 13 Dicembre 2017

Elezioni in Grecia: Si unira finalmente l'Europa ?

In vista delle (nuove) elezioni in Grecia del 17 giugno, la sola ipotesi di una vittoria della sinistra radicale Syriza spaventa tutta Europa e le forze politiche greche tradizionali non sono le sole ad affrontare l’avversario; gli elettori stanno subendo pressioni, ricatti e minacce interminabili. Eppure, l’arma di punta, lo spauracchio dell’uscita della Grecia dalla zona Euro e fors’anche dall’Ue, sta creando scosse che colpiscono proprio le fondamenta dell’idea “Europa”.

Il pomo della discordia rimane, come per le elezioni scorse, quelle del 6 maggio, il memorandum che accompagna il prestito di 130 miliardi, ottenuto a febbraio dalla Grecia. La contrapposizione tra le forze pro memorandum (conservatori e socialisti) e tutte le rimanenti (che vi si oppongono), si è ridotta allo scontro, a tratti feroce, fra il centro – destra di Nea Dimocratia e il Syriza, i due partiti che, stando a tutti i sondaggi, combatteranno fino all’ultimo voto per il primo posto.
Eppure, l’attenzione dell’opinione pubblica greca, e non solo, è stata rapita dall’incessante vociferare, in tutta Europa così come in Grecia, circa la fuoriuscita del Paese dall’Euro, ipotesi per la quale è stato coniato anche un orrore lessicale come “Grexit”. Se la Grecia scegliesse per un governo guidato da una forza che dichiara apertamente di non rispettare l’austerità prevista nel memorandum, per i sostenitori della “Grexit” è più logico pensare a una punizione brutale di un membro dell’Ue che alla rinegoziazione del patto di prestito.

Intanto, a quattro giorni dalle elezioni, il tempo si sta dilatando in una campagna pre elettorale alla quale partecipano proprio tutti e i leader greci quasi sembrano protagonisti minori di una scena occupata, costantemente, da politici europei, rappresentati di istituzioni trans-nazionali e media internazionali.

Il 22 maggio, Daniel Cohn-Bendit, eurodeputato dei verdi, dichiarava in un’intervista sull’Unità, che il memorandum andava rivisto “perché il popolo greco sia in grado di applicare le politiche di austerità. Se li affamiamo, ne faremo dei fascisti e il fascismo si ritorcerà contro di noi”.
Tuttavia, il giorno dopo, durante una conferenza stampa a Strasburgo, tenuta insieme ai verdi greci, Cohn-Bendit definiva il programma della sinistra radicale, che vuole impugnare il memorandum o almeno buona parte delle misure in esso previste, “completamente folle, pieno di menzogne e idiota”, mentre chiedeva di concedere alla Grecia tempo fino al 2016, perché attui tutte le riforme previste nel memorandum.

Il 25 maggio, Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, dichiarava al Guardian di non pensare, quando studia il bilancio ellenico, alle mamme che non si possono permettere un’ostetrica al momento del parto o agli anziani che muoiono per l’assenza di cure, bensì ai bambini delle scuole di un villaggio nigeriano perché più bisognosi d’aiuto degli ateniesi. Un modo bizzarro, quello di Christine Lagarde, di puntare il dito contro gli evasori greci mentre, potenza dei social network, la Direttrice generale del Fmi, ore dopo, rettificava via Facebook.

A pochi giorni giorni dall’Eurogruppo e dall’Ecofin del 14 e 15 maggio, il 18 maggio, la Presidenza della Repubblica ellenica diramava un comunicato nel quale descriveva la telefonata che, quella mattina, il presidente Karolos Papoulias aveva ricevuto dalla cancelliere Angela Merkel; quest’ultima, continuava ad assicurare la Presidenza nonostante le smentite di Berlino, aveva valutato, nel corso della conversazione tenutasi, l’ipotesi che, contestualmente alle politiche, il 17 giugno i greci votassero per un referendum che chiedesse loro se rimanere o meno nella moneta unica. La notizia suscitava ovvi scalpori e rabbia in un Paese che ben ricorda come Ghiorgos Papandreou venne “destituito” della guida dell’esecutivo ellenico nel novembre del 2011, quando propose di sottoporre all’elettorato un quesito simile a quello congetturato o indicato dalla Merkel.

Con episodi del genere, le forze pro memorandum, europee e greche, hanno segnato un punto di vantaggio: i greci sono distratti, almeno per ora, dalla crisi umanitaria che vive il Paese grazie alle politiche economiche attuate e sono, invece, costretti a pensare all’impensabile, il ritorno alla dracma. Intanto, l’interferenza politica è diventata norma perversa in un Paese democratico, sovrano pure ma altresì indebitato.

Per la Grecia sono i tempi durissimi dei tagli alla sanità; i farmaci più costosi, quelli oncologici, primi tra quelli di più largo consumo, erano pressoché introvabili per mesi, cosa che ha lungamente costretto i malati a cercarli in tutti gli ospedali, le cui farmacie sono, per legge, le uniche a poterli distribuire. Per cifre astronomiche, la cura doveva essere ordinata e pagata di tasca propria, quando né gli ospedali, né le casse di previdenza ma neppure i farmacisti si possono più permettere medicinali costosi, oltre agli oncologici, mentre scarseggiano anche i vaccini per bambini.

Lo Stato greco deve circa 750 milioni ai farmacisti, secondo loro stime, e almeno 150 ai fornitori. Questi ultimi, dal 5 giugno hanno deciso di imporre un vero e proprio embargo ai 6 maggiori ospedali del Paese (ad Atene, Rodi e Alexandroupoli): niente garze o disinfettanti, per esempio, mentre i rimanenti ospedali dovranno saldare prima della consegna. Cosa complessa questa, visto che gli ospedali non ricevono finanziamenti sufficienti e già nel corso dell’inverno le famiglie dei ricoverati sono state spesso chiamate a fornire materiale di prima necessità a uso del loro parente ricoverato.

Dopo un fine settimana coronato dall’appello dai toni drammatici del ministro alla sanità, Christos Kittas, in difesa della dignità dei malati e della stessa vita umana, è stato annunciato un accordo tra il governo e le società che importano gli oncologici, perché questi tornino a essere distribuiti – gratuitamente – dagli ospedali, anche se Gherasimos Voudouris, presidente di Eopy, la più grande cassa di previdenza, ammette che il problema potrebbe ripresentarsi.
Dello stesso parere, anche il presidente dell’associazione farmaceutica di Atene, Kostantinos Lourantos, il quale dichiara che l’intero sistema sanitario ellenico sta crollando per mancanza di fondi mentre rimane irrisolta la questione di farmaci non oncologici ma ugualmente costosi.

Intanto, le strutture di salute mentale sono le più colpite dai tagli alla sanità e non offrono più ricoveri a lunga degenza. Malati e famiglie abbandonanti a se stessi: ad Atene è sempre più frequente incontrare chi soffre di malattie psichiche

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