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In vista della ricorrenza 150° anniversario dell’Unità d’Italia, si susseguono saggi e scritti con una carica polemica, altrettanto pregiudiziale, quanto rancorosa, che processano il Risorgimento, in quanto sarebbe stato orchestrato dalla Massoneria contro la Chiesa (con l’appoggio dell’Inghilterra protestante) e si sarebbe concluso con un riprovevole atto di banditismo contro il Regno delle due Sicilie e a danno della popolazione del Sud. Di conseguenza, il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo ha fatto balenare la minaccia di una separazione dell’isola dal resto del Paese, proclamando che l’isola possiede abbastanza petrolio per potersi arrangiare da sola. A sua volta, Gianfranco Miccichè sottosegretario di Stato alla presidenza del consiglio, ha creato un nuovo partito, Forza Sud  che dovrebbe far valere a Roma,  gli interessi del Mezzogiorno, in quanto altrimenti, continuerebbero ad essere sacrificati a tutto vantaggio del Nord. Così, pure, a nostro avviso, la contrazione della spesa  pubblica ed i meccanismi di responsabilizzazione che con grande probabilità scaturiranno dalla piena applicazione del Federalismo fiscale,  minacciano, oggi, fortemente un pezzo del ceto politico ed economico che in questi ultimi decenni ha costruito fortune politiche ed economiche su una capillare redistribuzione e gestione assistenziale e clientelare di risorse pubbliche e prerogative amministrative. Pertanto, va detto senza mezzi termini, che i rigurgiti neo-borbonici rappresentano una variante della vecchia ideologia sicilianista che è sempre risultata funzionale alle esigenze d’identità e di potere dei ceti parassitari che hanno, nel tempo, ostacolato il processo di modernizzazione della Sicilia e di gran parte del Mezzogiorno. Insomma, nel Sud sembra che ci sia una sorta di “blocco sociale” composto da classi dirigenti che, spesso hanno, assai, male amministrato e di classi colte che tengono loro sostegno, mal consigliando e mal giustificando. Peraltro, l’esasperazione della frattura Nord/Sud che sperimentiamo da un ventennio ha la sua causa nella fine della Dc e del sistema di scambi mutuamente soddisfacenti che la Dc garantiva fra i diversi territori. Quel sistema aveva assicurato per molti anni una certa tranquillità di superficie, ma nella pancia del Paese, anche, allora, si celavano umori cattivi. Per onestà intellettuale, dobbiamo dire, pure, che nel Sud. ci sono, anche, segnali che vanno in una diversa direzione. C’è il fatto che il Meridione(come il Nord) non è un blocco territoriale omogeneo: esiste anche un Sud produttivo e ben governato. Si tratterà di vedere se le resistenze di quella consistente parte del Sud che rende difficile il Federalismo in cantiere, potranno essere superate, evitando, così, il Sud contro il Nord!

L’America sta per incappare in una colossale disfatta in Afghanistan. Salvo un drastico mutamento di politica e di leadership, gli Stati Uniti patiranno il più catastrofico insuccesso militare della loro storia, che segnerà la fine dell’era americana e la perdita del loro status di superpotenza agli occhi del mondo.
Il presidente Obama ha correttamente esonerato il generale Stanley A. McChrystal dal comando in capo in Afghanistan. Nessun ufficiale, per quanto capace o alto in grado, deve permettersi di mancare pubblicamente di rispetto al suo capo civile, specialmente se si tratta del comandante in capo e del vice-presidente. Si tratta di un comportamento che demoralizza le truppe sul campo e veicola confusione fra il settore civile e quello militare dello Stato.
Il generale McChrystal ha dimostrato ben poco giudizio nel permettere a un reporter della rivista Rolling Stone di ottenere un accesso pressoché illimitato al la sua cerchia di collaboratori più interna. Ha permesso ai suoi aiutanti di spalancare la bocca davanti a un cronista anti-militarista di una rivista che fa parte della controcultura pacifista. Avrebbe dovuto sapere che così preparava un fiasco in ambito di pubbliche relazioni e uno scontro con la squadra incaricata della sicurezza nazionale di Obama.
Il vice-presidente Joseph R. Biden Jr. è stato schernito e l’ambasciatore americano in Afghanistan Karl W. Eikenberry deriso come un opportunista pronto ad accoltellarti alla schiena, mentre l’inviato speciale Usa nella zona, Richard Holbrooke, è stato definito un incompetente e il consigliere per la Sicurezza Nazionale James L. Jones chiamato "pagliaccio". Gli aiutanti di campo più vicini al generale McChrystal hanno rivelato altresì la delusione patita dal generale dopo i suoi primi incontri con Obama. Il primo della serie è stato solo l’occasione — dieci minuti in tutto — per prendere fotografie; si dice poi che il generale abbia esternato che il presidente, in un altro meeting di fronte agli alte sfere militari, era apparso "disimpegnato", nonché "imbarazzato e intimidito".
Questo può essere ben vero: ma aver detto tutto ciò in pubblico ha messo il generale McChrystal in una posizione insostenibile ma inevitabile: le norme dell’etica militare impongono infatti che nessuno possa apertamente criticare i propri superiori, anche se questi si rendono ridicoli.
Ma le dimissioni forzate del generale McChrystal rivelano il fallimento radicale della leadership bellica di Obama. Il generale McChrystal aveva votato per lui: era il successore designato dal presidente per guidare la campagna militare in Afghanistan; insieme a Obama il generale McChrystal aveva formulato e sottoscritto la strategia di controguerriglia che è ora in atto e aveva concordato sulle severe regole d’ingaggio, che impediscono ai nostri soldati di combattere efficacemente contro i talebani per paura di colpire i civili.
In breve il generale McChrystal era l’uomo del presidente: il guerriero liberal desideroso di attuare il processo di nation building e di conquistare i cuori e le menti della popolazione afghana. Egli aveva il compito di tradurre in pratica il modo di far la guerra postmoderno di Obama, cioè di trasformare le truppe americane in un corpo armato di pace: i soldati statunitensi non hanno cioè il compito di uccidere i terroristi e di bombardare i loro “santuari”, ma, invece, d'impegnarsi a costruire strade, canali e impianti idrici, dando una mano con progetti di sviluppo economico e fraternizzando con i locali. Uno stile che si potrebbe chiamare "guerra attraverso i lavori socialmente utili".
Nel frattempo, la battaglia-chiave per la conquista di Marjah rimane aperta e la maggior offensiva della guerra, quella finalizzata alla presa della roccaforte talebana di Kandahar, è stata (di nuovo) posposta. Le perdite degli Stati Uniti e della Nato sono in forte crescita. Il presidente afghano Hamid Karzai non crede più che le forze statunitensi abbiano la volontà e la potenza sufficienti per vedere la fine della guerra: Karzai ha perso fiducia nell’America. Sta cercando di interrompere le trattative per la condivisione del potere con le fazioni talebane. Il potere e il prestigio degli Stati Uniti sono in declino non solo in Afghanistan, ma in tutta la regione. La frustrazione del generale McChrystal è un sintomo di grossolana incompetenza: la sua, ma, cosa ancor più importante, anche quella del presidente Obama e del suo team, i quali sono incapaci di vincere la guerra.
La nomina del generale David H. Petraeus al posto del precedente delegato al comando supremo in Afghanistan è un atto disperato. È l’ultima spiaggia di Obama, una scommessa disperata per salvare lo sforzo bellico cambiando l’uomo che ha invertito l’onda di sconfitta in Iraq. Ma è un tentativo destinato all’insuccesso. Obama sta cambiando le poltrone di coperta sul Titanic: ma, fregandosene di quello che fa il capitano, gli iceberg jihadisti stanno per affondare la nave da battaglia americana.
L’Afghanistan non è l’Iraq: è il "cimitero degl’imperi", una nazione dall’aspro terreno e pieno di svariati signori della guerra e di tribù, ideale per la guerra di guerriglia. La famosa Armata Rossa sovietica vi è stata schiacciata negli anni 1980. L'Inghilterra imperiale vi fu sconfitta, non una sola volta ma due, durante il XIX secolo. E la ragione è che entrambe furono attirate in una lunga guerra di logoramento: alla fine, le montagne selvagge e primitive, le caverne e i combattenti afghani sono riusciti a fiaccare forze di molto superiori, dissanguandole lentamente fino a ucciderle.
L’America sta ripetendo gli errori del passato. Il problema in Afghanistan non è di personale, ma di strategia. È irrilevante che sia il generale McChrystal o il generale Petraeus a condurre la guerra: si tratta di una strategia profondamente viziata in radice, che non dipendende da chi ne è responsabile.
La decisione di Obama di annunciare l’inizio del ritiro delle truppe per il luglio del 2011 è il sigillo che la guerra non può essere vinta. I talebani stanno solo aspettando che l’America sia fuori dal territorio afghano; le loro forze militari stanno aumentando la portata degli attacchi, perché sanno che uccidendo un numero sempre più alto di soldati americani accelereranno il ritiro. Inoltre, il popolo afghano non ha incentivi a cooperare con le forze americane e della Nato perché sa che, una volta che l’occidente se ne sarà andato, saranno lasciati nelle peste. I talebani e al Qaeda non se ne andranno, ma gli Yankee sì: e la ricompensa islamista per la collaborazione con gl’infedeli sarà rapida, brutale e senza misericordia.
Ancora, la decisione di non dispiegare massicciamente forze aeree e truppe di terra americane nel vicino Pakistan, specialmente nelle aree dove la frontiera è porosa, cioè nelle province lungo il confine nord-occidentale, ha garantito ai talebani un rifugio sicuro dal quale lanciare una prolungata campagna di guerriglia contro gli occidentali. Finché gl’insorti islamisti nonsaranno scacciati dal Pakistan, il conflitto in Afghanistan si protrarrà insensibilmente, senza scopo, tragicamente.
Il vicepresidente Biden ha annunciato che "molte truppe" "lasceranno" l’Afghanistan nell’estate del 2011. L’Amministration ha già, in sostanza, sventolato la bandiera bianca della resa. Gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan da sconfitti, umiliati sulla scena mondiale come una "tigre di carta", come nazione incapace e che si autocommisera, non in grado di portare il peso della leadership globale. La sconfitta americana in Afghanistan rappresenterà una vittoria storica delle forze del fascismo islamico, perché l’islam radicale avrà messo in ginocchio il gigante americano proprio nel luogo, l’Afghanistan, dove gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati prefigurati e pianificati, e questo equivarrà alla morte del predominio americano.

[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times del 24-6-2010]

Jeff T. Kuhner

Il Presidente Obama è diventato una calamità nazionale: i suoi quasi diciotto mesi di presidenza mostrano chiaramente la sua incapacità a ricoprire in maniera efficace la carica di capo del potere esecutivo del Paese. In breve, è un colossale fallimento.

Si pensi a come ha affrontato la fuoriuscita di petrolio dall’impianto BP. Ha provato maldestramente ad aggiustare alla bell’e meglio la risposta del governo alla più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. Non era certo lui il responsabile dell’esplosione avvenuta presso l’impianto di trivellazione Deepwater Horizon, né dei milioni di barili di petrolio grezzo zampillanti dal fondo dell’oceano che hanno devastato le sponde del Golfo del Messico e il loro prezioso ecosistema.
La sua colpa sta nel non esser stato capace di contenere e ripulire la fuoriuscita. Obama è il presidente degli Stati Uniti. Suo dovere primario è quello di proteggere la nostra sicurezza nazionale, sia dai terroristi assassini, sia dalle tonnellate di liquame nero che decimano mestieri e mezzi di sostentamento dei cittadini della Gulf Coast. Invece di dichiarare lo stato di emergenza, nel “Giorno Uno” della crisi, Obama ha tentennato e la sua intera amministrazione se ne è stata con le mani in mano.
Il Segretario alla Sicurezza Nazionale Janet Napolitano ha aspettato più di una settimana prima di chiamare la Marina e la Guardia Costiera, perché la Napolitano ha candidamente ammesso di non avere idea che la Marina era in possesso dell’equipaggiamento necessario a far fronte alla falla. Il compito di Obama dovrebbe consistere nel coordinare le varie forze che interagiscono per affrontare la crisi: ci sono invece volute settimane prima che all’ammiraglio Thad Allen della Guardia Costiera fossero finalmente dati i poteri e le responsabilità necessari e fosse individuata una catena di comando. Obama, inizialmente, aveva fatto affidamento sul fatto che la BP sarebbe riuscita a fare una cosa che invece toccava a lui, cioè bloccare la fuoriuscita.
La sua risposta è stata tardiva e patetica. Sono passate settimane prima che Obama si recasse in visita nel Golfo, quasi che non potesse perdere tempo nell’affrontare una catastrofe ecologica sulle coste americane, impegnato com’è a costruire l’utopia progressista. A un socialista visionario non può piacere il difficile compito del governare: non lo considera alla sua altezza: che ci pensino i lacché della burocrazia.
Come se non bastasse, Obama ha aumentato l’entità del danno economico nel Golfo. La sua decisione di imporre una moratoria di sei mesi sui permessi per le trivellazioni in acque profonde costerà migliaia di posti di lavoro, farà aumentare i costi dell’energia prodotta in patria e aumenterà il fabbisogno di petrolio estero, specialmente di quello proveniente da "petrolstati" antiamericani come l’Arabia Saudita, la Russia e il Venezuela. Obama non è solo un incompetente, ma uno che fa un sacco di danni.
Il governatore repubblicano della Louisiana Bobby Jindal ha giustamente osservato che il governo federale si è rifiutato di intraprendere un’azione decisa per contenere la fuoriuscita ed evitare che il liquame nero raggiungesse la costa: non si è fatto un uso adeguato dei macchinari di aspirazione più sofisticati; si è deciso troppo tardi e a casaccio di alzare quelle lunghe barriere di sabbia che erano invece di vitale importanza; si è pensato di non mobilitare tutti i mezzi a disposizione della Marina e della Guardia Costiera, né si è voluto ricorrere agli efficaci macchinari di contenimento offerti da altri Paesi, come la Norvegia e gli Stati del Golfo Persico, con i quali si era riusciti in passato ad arginare analoghe fuoriuscite di petrolio in acque alte.
Obama ha piuttosto cercato di sfruttare l’incidente petrolifero della BP per accelerare i tempi di attuazione del suo programma radical-progressista ed espandere i poteri dello Stato-controllore. Egli ha strumentalizzato a fini politici la fuoriuscita di petrolio, applicando la regola di Saul Alinsky, il teorico della nuova sinistra degli anni 1960, sfruttando cioè un incidente per accelerare la distruzione del capitalismo, ovvero: crisi permanente al servizio della rivoluzione permanente.
Ecco perché, nel discorso teletrasmesso dall’Oval Office martedì scorso, Obama ha rilanciato l’appello per un “New Deal” verde, chiedendo che l’America smetta di fare affidamento sui combustibili fossili e si converta a un’economia fondata sull’“energia pulita”. Obama vuole 160 miliardi di dollari per finanziare una politica che promuova l'“industria verde”, cioè vuole attuare massicci incentivi governativi per stimolare l’uso di energia solare ed eolica.
Spinge perché il Senato approvi leggi radicalmente innovative del tipo "cap-and-trade", nonché per istituire una tassa nazionale sull’energia e imporre alle imprese di porre un freno alle emissioni di anidride carbonica. Tutto ciò provocherà un aumento dei costi per l’energia — specialmente benzine e gas naturali — che costringerà i cittadini a ridurre drasticamente i consumi. E questo potrebbe mettere a rischio lo standard di vita americano e rappresenterebbe inoltre la maggior estensione del potere statale della storia degli Stati Uniti,perché il governo inquadrerebbe e controllerebbe direttamente l’industria. Obama mira infatti a instaurare uno Stato assistenziale "verde" basato sulla pianificazione centralizzata e sui grandi apparati burocratici.
Il presidente sta conducendo un assalto frontale contro lo Stato di diritto e i tradizionali diritti di proprietà. La BP dovrebbe pagare l’intero costo dei danni della falla e delle operazioni di ripulitura, dal momento che il guaio l’ha fatto lei. La BP è anche responsabile delle profonde conseguenze economiche per la regione: la perdita del lavoro e dei mezzi di sostentamento di coloro che vivono di pesca, lo sconquasso nell’industria del turismo e il disastro delle comunità colpite. Il colosso petrolifero è pienamente responsabile e dovrebbe pagare fino all’ultimo spicciolo.
Ma ottenere questo è compito dei tribunali: il processo giudiziario esiste proprio per questo. Obama, invece, sta procedendo in maniera illegale e inaudita: vuole costringere la BP a stanziare venti miliardi di dollari su un conto-deposito, che sarebbe amministrato da un funzionario nominato da lui e dovrebbe risarcire le vittime della fuoriuscita. La BP ha accettato di costituire questo fondo, spinta dall’enorme pressione politica: in altre parole il colosso petrolifero ha capitolato dinanzi alla prepotenza furfantesca dell’amministrazione.
Un comportamento del genere sarebbe più degno di un Vladimir Putin o di un Hugo Chavez che non di un presidente americano. Obama sta in sostanza conducendo un’operazione di razzia di beni privati di una società commerciale, perché un suo compare asservito a un’agenda politica possa elargire pagamenti, facendolo sembrare un leader in carica. La BP e i suoi azionisti devono essere sacrificati sull’altare dell’immagine delle pubbliche relazioni di Obama. Ma questa non è leadership: è totalitarismo strisciante.
Nessuna delle iniziative di Obama — il conto-deposito di venti miliardi di dollari, il divieto di trivellazione, la diffamazione di BP, il cap-and-tax sulle emissioni di gas, l’appello donchisciottesco all’uso di mulini a vento e di automobili a energia solare — farà la sola cosa necessaria e che gli era stata chiesta: turare la falla. In altre parole, Obama non è capace di risolvere il problema che ha per le mani, oppure non ha alcuna intenzione di farlo.
Nel suo discorso del martedì sera, Obama ha praticamente ammesso di non sapere con precisione che cosa deve fare per risolvere nell’immediato il disastro dovuto alla falla petrolifera. Ha invitato, comunque, gli americani ad auspicare un non meglio precisato futuro che vedrà l’inverarsi di un’utopia verde. «Anche se non possiamo esattamente a che cosa assomiglierà — ha detto —, anche se non sappiamo precisamente come ci arriveremo: sappiamo solo che ci arriveremo».
Agli americani non interessano soporifere lezioni sull’energia pulita, quando le loro coste sono devastate, la loro patria è sotto attacco,i suoi cittadini vivono una situazione disperata. Il presidente ha completamente mancato di raccogliere la sfida, perché è fuori della sua portata.

[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times il 17-6-2010].

Jeff T. Kuhner

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