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Giovedì, 21 Marzo 2019

Da poche settimane, la Camera dei Rappresentanti, uno dei rami del Parlamento degli Stati Uniti, ha un nuovo Speaker: al posto della molto liberal Nancy Pelosi c’è ora John Boehner.  Se la sua carica è omologa a quella del nostro Presidente della Camera, la stessa cosa non si può dire dei rispettivi temperamenti e delle visioni del mondo.

Tanto per dare un’idea, ecco che cosa ha fatto Boehner il giorno in cui è stato eletto a tale incarico e ha prestato giuramento: è andato a Messa – una Messa cattolica, si intende – poi a pranzo con la moglie, le figlie e dieci dei suoi undici fratelli (ma nessun cognato). Boehner non è ateo, né futurista, né vagheggia una destra «europea» (cioè una destra non «di destra»), piuttosto è  dichiaratamente pro life e non rifiuta l’etichetta di hard-core conservative che gli hanno affibbiato.

L’inizio di questa nuova «legislatura» statunitense rimanda ad un evento recente di assoluta rilevanza che, però, – un po’ per la spaventosa accelerazione del tempo in cui viviamo, un po’ per il dominio mediatico dell’inutile e dell’idiota, un po’ per malizia ideologica – è stato, di fatto, ignorato.

Mi riferisco alle elezioni di mid-term dello scorso 2 novembre negli USA che hanno riguardato il rinnovo dell’intera Camera, di poco più di un terzo del Senato, di più di due terzi dei governatori, i congressi di molti Stati, altre cariche elettive periferiche, e che, infine, hanno chiamato il popolo a esprimersi su varie questioni con la modalità del referendum.

La straordinaria importanza di tali consultazioni può essere riassunta in tre punti.

1. La destra «di destra» ha probabilmente registrato la più grande vittoria elettorale della storia. A vincere, anzi a trionfare, non è stata, infatti, una destra spuria, una destra «a destra» di qualcuno – socialdemocratica, democristiana, liberaldemocratica o fascista che sia –, ma una destra  che si avvicina molto a ciò che dovrebbe essere per definizione:  alternativa alla sinistra e, perciò, religiosa, patriottica e tradizionale, che difende la persona, la famiglia, la proprietà e l’ordine.

Di questa destra in America, quello che più colpisce è la sua capacità di saldare le tesi contro il big government, la spesa pubblica e la correlativa persecuzione fiscale, con la difesa del diritto alla vita, della famiglia come società naturale basata sul matrimonio tra un maschio e una femmina e quindi la naturalità della filiazione, e la sicurezza dei cittadini. Il trait d’union tra queste posizioni è costituito appunto dalla centralità e dalla libertà vera della persona umana, intesa come irripetibile creatura di Dio.

Una straordinaria polemista statunitense ha scritto che la differenza tra conservatori e progressisti, quindi tra destra e sinistra, è che i primi credono in Dio, i secondi invece credono di essere dio. Se Dio c’è, lo Stato non può tutto: non può ridefinire il matrimonio e la famiglia; non può autorizzare l’aborto, il suicidio e neppure l’eutanasia; deve adeguare la sua dimensione e le sue spese al livello di legittimità della pretesa fiscale che non può superare un certo (minimo) limite, non solo per ovvie ragioni di sviluppo economico, ma anche per il rispetto della libertà individuale e dei corpi sociali.

1.Il_Camidoglio_a_Washington

Il Campidoglio a Washington

In altri termini, come la persona e la sua famiglia, e non lo Stato, sono i legittimi titolari dei proventi del proprio lavoro, del proprio ingegno e della propria fortuna, allo stesso modo la vita e il matrimonio sono sottratti ai poteri costitutivi del legislatore, che può solo riconoscere i relativi diritti naturali e proteggerli.

La destra ha trionfato negli States proprio per aver assunto queste posizioni anti-relativiste insieme a un atteggiamento di fermezza contro i nemici degli USA e dell’Occidente: proprio il contrario di un certo irenismo ottimista e dimissionario che  sembra caratterizzare la politica del presidente Barack Hussein Obama.

2. Che si sia trattato di un trionfo lo dicono i numeri.

Alla Camera i repubblicani sostenuti dal popolo di destra hanno sottratto 65 seggi su 256 (uno su quattro) ai democratici, e a reggere tra costoro sono stati soprattutto i candidati meno sbilanciati a sinistra.

Al Senato erano in palio 19 seggi democratici: i candidati repubblicani ne hanno conquistati 6 (uno su tre!), confermando i propri. Delle venti cariche di governatore detenute dai democratici, sei sono state portate a casa dai repubblicani, anche in questo caso quasi una su tre.

Considerato il fatto che non tutti i candidati democratici erano progressisti, che non tutti i candidati repubblicani erano indovinati e soprattutto che i senatori eletti – come i deputati, del resto – hanno un fortissimo legame con i loro elettori, sicché spesso durano in carica per decenni, i repubblicani sapevano bene di non poter sperare in una vittoria ancora più ampia. Ecco perché chi ha provato a ridimensionare il successo elettorale, sottolineando il fatto che i democratici hanno conservato la maggioranza al Senato ha sostenuto una tesi totalmente priva di pregio: per valutare l’effettiva portata del risultato, si provi a pensare in Italia a una forza politica che in un’elezione confermasse i propri e sottraesse all’avversario un senatore su tre!

Non voglio dare i numeri, e quindi tralascio per ora i risultati nei singoli Stati. Dico solo che anch’essi hanno clamorosamente rovesciato i rapporti di forza, o li hanno consolidati a favore dei repubblicani sostenuti dalla destra diffusa.

3. Le elezioni americane del 2010 dimostrano, infine, come un certo radicalismo sui principi non negoziabili e sulla questione della libertà dall’invadenza statale e dalla pressione fiscale non solo non tolgano voti, ma mobilitino militanti ed elettori. E a chi ritiene superate se non dannose le categorie di destra e sinistra – e le loro integrazioni, centrodestra e centrosinistra – non solo la storia sta dando una severa lezione, ma soprattutto va replicato che i significanti hanno fundamentum in re e non sono meramente convenzionali. Essi corrispondono cioè all’intima natura della realtà umana e della sua libertà, tendente a scelte alternative, drammatiche, ad autentici bivi esistenziali e sociali, tra la mano destra e quella sinistra, che trova riflessi nel lessico («destro», «dritta», «diritto», «right», «recht», «addestrato» etc., e per converso «maldestro», «sinistro», etc.) e persino nelle Sacre Scritture, cui inevitabilmente non possono non corrispondere precisi significati.

Di quanto sintetizzato, naturalmente, non tutto è esportabile, ma nessuno può negare il ruolo di avanguardia degli Stati Uniti almeno da un secolo a questa parte, anche nel male (dal dirigismo socialdemocratico rooseveltiano alla rivoluzione culturale all’insegna di sex, drugs and rock ‘n roll). E più che dai partiti classici , la spinta viene dalle fondazioni culturali e dai movimenti civici e culturali diffusi. Esemplari da questo punto di vista, e stavolta a mio avviso in positivo, tra gli altri sono il movimento pro-life e i recentissimi Tea Party.

Anche qui, non deve mancare il discernimento, perché non tutto è oro quel che riluce, ma è innegabile che il partito repubblicano – cui il PDL tende sempre più a somigliare, oltre le stesse intenzioni, per la forza delle cose – se n’è giovato tanto quanto ha saputo assecondare questa destra «di destra» diffusa, che è stata importantissimo, se non principale, fattore dei suoi successi elettorali.

Chi di noi non ricorda, con quanta enfasi le nostre maestre elementari ci hanno raccontato la storia dell'Unità d'Italia attraverso le gesta di Garibaldi, Mazzini, Cavour.

Quanta “passione”, quanto amore per la “libertà” da parte di questi patrioti che, nella vulgata comune, hanno liberato gli italiani dallo straniero invasore, dai Papi e dai tiranni.

Ma negli ultimi anni questa retorica pian pian si è sgretolata!

Gli italiani, documento dopo documento, mezze verità dopo mezze verità, sono venuti a sapere che noi eravamo italiani molto prima del 1861 e che Dante, San Francesco, Manzoni (tanto per fare qualche esempio) si sentivano italiani perchè si riconoscevano nell'eredità filosofica ellenica e nel diritto romanistico, entrambi amalgamati nel cristianesimo.

Per secoli, i popoli che abitavano la penisola avevano la consapevolezza di appartenere a una stessa “comunità di destino”, viva e diffusa forse più di quanto non lo sia stata dopo il 1861. Prova ne sia,  la risposta comune che nei secoli è stata data alle varie aggressioni esterne (prima saracene e poi ottomana); senza contare i numerosi elementi unificanti quali: la lingua, la letteratura, le arti figurative, l'esperienza politica, i forti legami tra le università, nonché i rapporti fra le varie Corti che si scambiavano cultura e artisti, gli stessi che hanno fatto grande la Penisola con le loro opere.

Il mito del Risorgimento sembrava logorato, ma l'occasione del 150° è servito a qualcuno per rispolverarlo.

Proprio nei giorni scorsi ci ha pensato, davanti a 18 milioni di telespettatori, il menestrello Benigni. Ma al di là del modo in cui è stato presentato dobbiamo riflettere perchè il Risorgimento non è entrato a far parte della memoria collettiva degli italiani. Se da un lato l'Unità d'Italia era un evento necessario, viste le difficoltà di sopravvivenza dei piccoli stati, dall'altro il Risorgimento invece è stato un processo culturale teso a separare l'Italia dal suo ethos tradizionale cattolico, volto a “rifare gli italiani” secondo un progetto d'ingegneria sociale, caratterizzato dal relativismo delle idee e dalla negazione del patrimonio storico della nazione.

Sostenere questo non vuol dire avere “nostalgie” del passato, né attentare all'unità nazionale: il rispetto e la lealtà per la nazione (per i suoi simboli, per i doveri ai quali ci richiama) non si discutono. Tutti dobbiamo andare fieri per esempio dei nostri soldati che, in missione di pace nei paesi in guerra, mostrano di essere la parte migliore del nostro Paese, esportando i nostri Valori pur nel rispetto delle tradizioni dei paesi che li ospitano. E non a caso ogni volta che arrivano notizie tristi sulla morte dei nostri ragazzi, che siano di Enna o di Pordenone, tutti ci sentiamo uniti alle loro famiglie.

Semmai tradiremmo la Nazione rifiutando di conoscere la Verità e su come si è formato lo Stato Italiano, e quali sono state le conseguenze. Così come sorge necessario operare una riconciliazione nazionale fra quanti furono oggetto di persecuzione e massacri, rispetto a chi, tali eccidi li fece con sistematicità e metodo.

Siamo a febbraio, abbiamo dieci mesi per parlarne sul serio...

Caos_Tunisia

Si contano nuove vittime nelle rivolte di questi giorni contro i regimi del nordafrica e del medioriente. La protesta dopo Tunisia ed Egitto si è allargata a macchia d'olio interessando (oltre all'Iran) la Libia, il Bahrein e lo Yemen. In Libia si celebra la giornata della collera, ma in piazza scendono anche i favorevoli al regime. Nel Bahrein, dopo i sanguinosi disordini della notte a Manama, l'esercito invita a non recarsi in centro. Ci sarebbero decine di dispersi. Proteste degli studenti nello Yemen.

Gli oppositori del regime di Muammar Gheddafi hanno lanciato un appello a manifestare in tutta la Libia nella "giornata della collera", ma gli elementi di dissuasione messi in campo dal governo sono molteplici, e gli scontri ad Al Beida, terza città nel Paese, dove nella notte ci sarebbero stati diversi morti, evocano il rischio di un duro confronto. Le organizzazioni dei diritti umani hanno messo in guardia contro i rischi di una dura repressione da parte delle forze dell'ordine, in un Paese che è poco abituato alla libera espressione del malcontento popolare. La reazione delle forze di sicurezza libica, secondo quanto riportano siti di opposizione questa mattina, si è fatta sentire anche nella nottata, soprattutto nell'est del Paese e a Beida dove ci sarebbero stati tra i "9 ed i 13 morti fra i manifestanti", dopo l'intervento delle forze dell'ordine, che avrebbero messo in campo anche gli elicotteri, che avrebbero poi fatto fuoco.

Intanto, la televisione libica ha trasmesso solo immagini di manifestazioni di supporto a Gheddafi e la stampa, anche la più riformista, non ha citato gli scontri di ieri a Bengasi. Piuttosto, è stato ricordato il quinto anniversario, che cade oggi, dell'attacco al consolato italiano di Bengasi nel 2006 da parte di un gruppo di libici per protestare contro le dichiarazioni del ministro Roberto Calderoli, giudicate offensive per i musulmani. Gheddafi, per rimarcare il fatto, ha ricevuto nei giorni scorsi le famiglie delle vittime che ha definito "martiri". Altro elemento di dissuasione è costituito dai sostenitori del regime organizzati dai Comitati rivoluzionari, spina dorsale del sostegno al leader libico. Ieri, dalle prime ore del mattino fino a tarda notte, in diverse città della Libia, da Tripoli a Bengasi, passando per Sirte e Sebha, si sono svolte delle grandi manifestazioni popolari di giovani, donne e bambini che sventolavano drappi verdi, immagini del leader e gridavano slogan di supporto a Gheddafi e al sistema basato sul potere alle masse, dichiarandolo come una "scelta storica e strategica non rimpiazzabile". E ieri la giornata del colonnello libico si è conclusa con un gran bagno di folla al momento del'inaugurazione del nuovo sport club della squadra di calcio libica Al Ahli, dove più di 15.000 tifosi hanno gridato a una sola voce il loro supporto al colonnello.

Gli Stati Uniti, dopo gli scontri fra manifestanti e polizia in questo paese stretto fra Tunisia ed Egitto, hanno incoraggiato la Libia a rispondere alle aspirazione del suo popolo. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Philip Crowley, ha ricordato che ''i Paesi della regione stanno affrontando le stesse difficolta' in fatto di demografia, aspirazioni popolari e bisogno di riforme''. ''Noi - ha aggiunto - incoraggiamo questi paesi ad adottare misure specifiche che rispondano alle aspirazioni, ai bisogni e alle speranza dei loro popoli. La Libia appartiene senza alcun dubbio a questa categoria.

Decine di blindati dell'esercito hanno preso posizione ai bordi della piazza delle Perle di Manama, capitale del Bahrein, ove le forze governative hanno disperso questa notte manifestanti contro il regime causando, secondo l'ultimo bilancio fornito da al Jazira, cinque morti.

Secondo un deputato dell'opposizione almeno 60 persone sarebbero disperse dopo gli scontri a Manama. L'esercito ha lanciato un appello invitando gli abitanti di Manama ad evitare le strade centrali della capitale.

Il capo dell'opposizione sciita del Bahrein, lo sceicco Ali Salman, ha detto che l'assalto delle forze di sicurezza contro i manifestanti a Manama avrà conseguenze "catastrofiche". "L'attacco è stata una decisione sbagliata, che avrà ripercussioni catastrofiche sulla stabilità del Bahrein", ha dichiarato il capo del movimento politico al-Wefaq.
Intanto :  E' stato annullato il passaggio attraverso il Canale di Suez di due navi da guerra iraniane che da ieri incrociano nel Mar Rosso. Lo riferiscono fonti dell'autorità del Canale, spiegando che la richiesta è arrivata dal rappresentante delle due imbarcazioni.

Le due navi da guerra, una fregata e una nave rifornimenti, Asam e Kharg, incrociano da ieri nelle acque del Mar Rosso, facendo salire la tensione della regione. Israele ha accusato Teheran di "provocazione", sostenendo che le due navi dovevano risalire il canale per recarsi in Siria.
Il notiziario della Abc ha dato notizia che l'ex presidente Hosni Mubarak è in "buona salute", e che ieri "ha fatto colazione sulla spiaggia della sua villa" a Sharm el Sheik.

eco-saviano

 

Sabato scorso mentre ascoltavo dagli altoparlanti esterni del teatro Dal Verme di Milano, gli interventi dell'incontro “In mutande ma vivi”, organizzato da Giuliano Ferrara, intervistato da un  inviato della Rai, non ricordo se era di  Annozero, dicevo polemicamente,“Perchè venite qui ad intervistarci, per voi, noi che votiamo Berlusconi siamo antropologicamente minorati”. L'inferiorità del popolo di centrodestra è saltato fuori per l'ennesima volta anche al PalaSharp di Milano, alla manifestazione per chiedere le dimissioni del premier, organizzata da Libertà e Giustizia con Saviano, Eco e Zagrebelsky. In crescendo il senso di superiorità della sinistra si è ancora sviluppato domenica durante la manifestazione delle donne.

Per Dario Fo: “la maggioranza degli italiani, quella che nelle urne ha scelto il centrodestra, è composta da «co***ni”. Mentre Gino Paoli, ospite di Antonello Piroso su La7, dopo aver pontificato di regole nella società, conclude: «La maggioranza vuole Berlusconi. È la democrazia, e io la rispetto. Il difetto della democrazia è che se la maggioranza è poco intelligente, una maggioranza di co***ni, allora... ».

Dario Fo è andato oltre a Milano,“Io non capisco le persone che credono che con o senza Berlusconi sia la stessa cosa e non gli interessa. A loro dico co***ni”. Ma resta insuperabile il semiologo Umberto Eco che prima del voto nel maggio 2001, così descriveva l'elettorato di centrodestra: “si divide in due categorie. C’è quello 'Motivato' di cui fanno parte 'il leghista delirante', 'l’ex fascista', e i malviventi reali o aspiranti, cioè tutti coloro i quali 'avendo avuto contenziosi con la magistratura, vedono nel Polo un’alleanza che porrà freno all’indipendenza dei pubblici ministeri'. Poi c’è l’elettorato 'Affascinato'. Vi appartiene chi 'non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi. Per costoro valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita'. Caratteristica comune ai due gruppi è l’ignoranza: tutti quanti leggono 'pochi quotidiani e pochissimi libri'. Due elettorati cui non avrebbe neppure senso parlare, visto che non si informano leggendo i giornali seri e «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina». (Alessandro Gnocchi, I razzisti culturali che insultano chi vota Pdl, 15.2.2011 Il Giornale).

Perfino Massimo D'Alema, non molto tempo fa (2008), era convinto di essere minoranza nel Paese, ma di essere maggioranza nella “parte più acculturata del Paese”. Ed esultava: siamo “il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali”; e continuava, “rappresentiamo la classe dirigente del Paese in tutti i campi”; «è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il consenso attivo dell’elettorato di centrosinistra”.

Più di una volta mi è capitato di essere ripreso da amici sulle mie preferenze culturali e politiche. Non è possibile che uno come te che ama leggere giornali, libri, sia di destra, piuttosto dovresti essere di sinistra, e là che si fa cultura, che si legge, che si comunica; a destra, secondo questi amici, c'è l'incultura, la rozzezza, l'ignoranza. Confesso che certe volte sono stato tentato di credere che abbia qualche fondamento il ragionamento degli amici; per la verità ho collezionato diverse amare esperienze, in certi ambienti che dovevano essere di “destra”, mi riferisco in particolare, alla riviera messinese, in Sicilia.

Forse non sono stato tanto fortunato, ma in questi ambienti ho trovato gente, scarsamente sensibili ai temi culturali, purtroppo la situazione non migliorava se si aveva a che fare con i politici, sia locali, regionali o nazionali. Per carità di patria evito di fare nomi. In queste settimane, vedo quasi tutti i giorni in tv, uno di questi che rilascia sequele di interviste, ma ancora per poco.

A questo proposito mi sembra molto importante il monito finale che ha lanciato Ferrara sabato scorso al presidente Berlusconi, quando lo invitava a ritornare quello del 94, a usare meglio le sue tre tv, in modo creativo, le case editrici, i giornali, a valorizzare i giovani liberi, a favorire i giornali che lavorano per le riforme come Il Foglio. In pratica, grosso modo, era quello che suggerivo al politico che mi capitava di incontrare in quei tredici anni di forte impegno nella riviera jonica messinese, dopo  il mio trasferimento da Milano.

Per restare nell'argomento, ho trovato interessante un commento sull'Italia berlusconiana, o delle due Italie, del professore  Luca Ricolfi, su La Stampa, consapevole che la sinistra dopo la vittoria del 94 di Berlusconi, ha sviluppato un suo particolare racconto dell'Italia:“ Secondo questo racconto chi vota a sinistra sarebbe «la parte migliore del Paese», mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore, evidentemente maggioritaria”.

Anche se Ricolfi è convinto che alla sinistra gli italiani non piacciono non dal 1994, ma da mezzo secolo, per riprendere il titolo del saggio con cui, fin dal 1994, lo storico Giovanni Belardelli (sulla rivista «il Mulino») fissò la sindrome della cultura di sinistra, incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi, e perciò incline a dipingere l'Italia come un Paese abitato da una maggioranza di opportunisti, di malfattori, o di ignavi. Insomma uno schema, quello dell'Italia traviata dal consumismo e dai media, apparentemente nuovo ma in realtà già allora vecchio di trent'anni.

Tuttavia per Ricolfi questo schema sta per essere superato, in particolare da Roberto Saviano e  Matteo Renzi, sindaco di Firenze, perlomeno tentano di farlo: bisogna finirla di considerare l'altra metà degli italiani, quella che non ci vota, sia costituita da cittadini irrecuperabili, dobbiamo rispettarli e conquistarli. Ecco per Ricolfi, Saviano e Renzi hanno ragione. Così come hanno ragione quanti, in piazza o non in piazza, non si stancano di ripetere che l'Italia non è quella che emerge dai festini di Arcore e dalle intercettazioni, o quella che la cultura di sinistra si figura ogni volta che l'esito del voto punisce i progressisti.

Il professore torinese dopo aver sfogliato una serie di dati percentuali, sentenzia che L'Italia non è berlusconiana, almeno per quanto riguarda il costume. E invita la sinistra a fare “un serio esame di coscienza. Che provi a inventare un altro racconto degli ultimi trent'anni. Un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po' più rispettoso degli italiani e un po' più abrasivo su sé stessa”. (Luca Ricolfi, Ma l'Italia è davvero berlusconiana? 15.2.2011 La Stampa).

A questo punto ha ragione Massimo Introvigne: gli italiani nonostante tutto non amano i comunisti, che non potendo fare il colpo di Stato, si sono infiltrati nei gangli del potere reale: scuola, cultura, università, giornali, magistratura. Il vecchio PCI non era al governo. Ma nelle università, nelle redazioni dei giornali, nei tribunali era ampiamente al potere. Era quel potere che dava molto fastidio a tanti italiani, e che c’è ancora. Quando Berlusconi dice che molte redazioni di giornali e molte procure della Repubblica sono «comuniste» usa forse un linguaggio semplificante, ma dice anche una verità che gli italiani sperimentano sulla loro pelle.

Per Introvigne l'apparato egemonico della sinistra nella cultura, nell’educazione e tra i magistrati non è stato smantellato. Soprattutto i centristi – che su questo si giocano l’esistenza – hanno un bell’insistere sul fatto che i «comunisti» non ci sono più (…) Ma gli italiani che votano Berlusconi sono convinti che abbia ragione lui e torto i centristi e gli intellettuali: il sistema di potere comunista continua a funzionare, che ci sia o no il Muro di Berlino. E quanto ai giudici certamente non tutti i magistrati sono comunisti, ma qualche volta gli italiani hanno l’impressione - certo esagerata, ma comprensibile - che tutti i comunisti siano magistrati”. ( Massimo Introvigne, Il berlusconismo oltre il bunga bunga, 29.1.2011 La  Bussolaquotidiana.it)

E allora dopo aver letto l'analisi di Introvigne mi sembra opportuna la riflessione che ho fatto con un amico dopo il comizio finale di Berlusconi al Castello Sforzesco di Milano, in occasione dell'ultima festa del Pdl, sulla sigla, “Meno male che Silvio c'è”, io invece sostenevo, meno male che c'è questo grande Popolo, che nonostante tutto ancora lo sostiene...

 

''Il Parlamento ha gia' detto che la competenza e' del tribunale dei ministri''. Lo sostengono gli avvocati del premier Berlusconi, Piero Longo e Niccolo' Ghedini, in un'intervista al Mattino. Il tribunale di Milano, secondo i legali, non e' competente ne' per il reato di concussione, ne' per quello di prostituzione minorile. Per quest'ultimo, ''sarebbe stato di competenza dei magistrati di Monza - aggiungono - una tesi, questa, che non e' stata presa in considerazione dal gip. Ma questo non significa che e' caduta e che sia non valida. Noi finora siamo stati spettatori'', perche' ''in questa fase il codice non ha consentito e non consente la nostra partecipazione''.

Longo e Ghedini rilevano anche che ''per la prostituzione minorile la legge prevede che si proceda per via ordinaria, pertanto, la richiesta del rinvio a giudizio da parte della procura di Milano, doveva essere valutata dal giudice in sede di udienza preliminare''. La composizione tutta femminile del collegio che giudichera' Berlusconi non costituisce un problema per i due avvocati, secondo i quali ''giudici donne gia' ci sono nel processo Mills. Ma va benissimo, le donne sono gradite e qualche volta anche gradevoli''. E' una questione di ''probabilita' statistiche'', aggiungono, dal momento che ''ormai in magistrartura le donne sono maggioranza''.

Il premier non e' per niente preoccupato per la decisione del gip sul rinvio a giudizio immediato per il caso Ruby e il governo andra' avanti fino a fine legislatura. E' quanto ha detto oggi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ribadendo che in pochi giorni alla camera la maggioranza potra' contare su 325 deputati che il Pdl e' coeso con la Lega e che "Bossi ha assicurato l'intenzione di andare avanti con questo governo".

Il Leader del Carroccio ha dichiarato: 'se il governo ha i numeri va avanti altrimenti e' destinato a cadere. Dall'opposizione intanto continua la richiesta di dimissioni del premier. Per Bersani e' proprio il fatto che non sia preoccupato a rendere il premier un 'irresponsabille'.

Il decreto che dispone il giudizio immediato per Silvio Berlusconi, imputato a Milano per concussione e prostituzione minorile, e' stato notificato insieme alla richiesta di processo della procura ai legali del premier. Il 6 aprile si terrà il processo su disposizione del gip di Milano, Cristina Di Censo. Per il gip la prova è evidente. Parti lese: Karima e il Viminale. Intanto emergono dagli atti alcune intercettazioni della ragazza marocchina in cui chiede al padre di fare in modo che la madre non parli di lei.

Il premier sarà giudicato da un collegio di tre donne. Famiglia Cristiana: 'Una nemesi'.  'Ora andremo in udienza'. Sono le uniche parole del procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati. 'E' in gioco l'autonomia del Parlamento', sostiene il Guardasigilli Alfano. Nella notte incontro Lega-Berlusconi, Bossi tranquillizza il premier: 'Non preoccuparti per le voci che girano, sto con te e andiamo avanti con le riforme'.

Intanto secondo alcuni quotidiani si profila una nuova inchiesta su presunte feste del premier a Roma. La procura della capitale però smentisce contatti con i colleghi di Milano.

Parla di "indebito intervento" di Silvio Berlusconi sui funzionari della Questura il gip di Milano Cristina Di Censo nel provvedimento con cui ieri ha disposto il giudizio immediato per il premier per le accuse di concussione e prostituzione minorile. Il giudice ha inoltre scritto che tale intervento non serviva "a salvaguardare le istituzioni internazionali con l'Egitto" ma a evitargli l'impunità del reato di prostituzione minorile. Nel provvedimento del gip di Milano Cristina Di Censo, che ha mandato a processo Silvio Berlusconi, viene citata tra le fonti di prova a carico del premier anche la presenza della brasiliana Iris Berardi ad Arcore il 13 dicembre del 2009, quando la giovane era ancora minorenne. La Berardi, stando agli accertamenti degli investigatori, sarebbe stata anche nella residenza sarda del premier a Villa Certosa nel novembre dello stesso anno. Gli inquirenti stanno ancora effettuando verifiche e cercando riscontri sulle presenze della giovane brasiliana nelle ville del premier, quando non aveva ancora compiuto i 18 anni

Se, da una parte, le pressioni sulla Chiesa affinche' intervenga con parole di condanna esplicita per il Rubygate rappresentano ''l'ennesima esibizione dei professionisti della strumentalizzazione'', dall'altra ''e' anche vero che quando si e' nella confusione e nell'amarezza piu' grande ci si rivolge a chi puo' credibilmente indicare una via d'uscita e di riscatto''. E' quanto scrive oggi il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, nella rubrica delle risposte ai lettori.

''Io credo - prosegue Tarquinio - che la pressante attenzione al giudizio della Chiesa sia anche e soprattutto la conferma che gli italiani sanno ancora e sempre a chi rivolgersi per una parola di verita', di carita' e di saggezza''.

Il giornale dei vescovi dedica alle vicende che coinvolgono il premier anche l'editoriale di prima pagina, in cui il giurista Francesco D'Agostino sostiene che ''l'etica pubblica pretende 'verita'''. ''L'appello all'etica pubblica - scrive D'Agostino - non ci salvera' se non sara' radicato in una severa presa di coscienza dei guasti che il relativismo etico libertario ha prodotto nel nostro Paese: guasti che sono stati sintetizzati nella durissima espressione 'disastro antropologico', usata dal cardinal Bagnasco e ripresa da monsignor Crociata per descrivere il momento presente che vive l'Italia''.

Intanto : Dopo Menardi saluta anche Pontone. Il senatore Franco Pontone è in procinto di lasciare il gruppo di Futuro e libertà al Senato. La decisione, a quanto si apprende da fonti della maggioranza, è presa. L’ex amministratore di An, uomo decisivo nell'affaire Montecarlo, da tempo in "sofferenza" in Fli, non solo sta per formalizzare il suo addio al gruppo nel giro di poche ore, anche se gli è stato chiesto un rinvio di qualche giorno, ma avrebbe deciso di tornare al gruppo del Popolo della libertà.

Scissione nell'Udc Dovrebbe vedere la luce in tempi rapidi al Senato un nuovo gruppo che si chiamerà "Per le Autonomie" e che nasce da "una scissione con la componente dell’Udc". A spiegarlo è la senatrice Helga Tahler, tra le promotrici dell’iniziativa. "La prima cosa che voglio mettere subito in chiaro - precisa - è che noi non saremo l’equivalente del gruppo dei Responsabili che si è creato a Montecitorio, come pensa qualcuno. No, niente affatto. Noi vogliamo restare dove siamo e cioè in difesa delle autonomie senza schierarci né con la maggioranza, né con il terzo polo, né con la destra, né con la sinistra". Pertanto la nascita del nuovo organismo parlamentare, sottolinea, "dovrà essere considerata come una scissione dal gruppo unitario che avevamo insieme all’Udc. Ma l’idea è quella di prendere posizione provvedimento per provvedimento. A seconda che le varie norme corrispondano o meno a quelli che sono i nostri convincimenti di autonomia e indipendenza".

"E sono interessati a questo progetto - aggiunge Helga Tahler - alcuni senatori che erano nella nostra componente sin dall’inizio come Giulio Andreotti, Manfred Pinzger, Antonio Fosson. Poi sembrano guardare con attenzione alla nostra iniziativa Adriana Poli Bortone, Maria Giuseppina Castiglione e Piergiorgio Massidda". Tra i nomi che circolano che potrebbero aderire al nuovo gruppo ci sono anche quelli di Raffaele Fantetti e Riccardo Villari. E l’ex Fli Giuseppe Menardi? "Ci siamo parlati ieri per la prima volta - racconta ancora la Tahler - e ha mostrato dell’interesse visto che mi ha spiegato di non voler più restare in Fli, ma di non voler tornare nel Pdl". E, secondo alcuni autonomisti, anche altri possibili fuoriusciti di Fli potrebbero aderire all’iniziativa. "La nostra - sottolinea Adriana Poli Bortone - non sarà un’adesione tout court alla politica della maggioranza. Valuteremo caso per caso. Ad esempio per quanto riguarda il federalismo vogliamo prima capire cosa prevederà davvero alla fine per il Sud. Non saremo affatto come i Responsabili alla Camera. Noi daremo il nostro sostegno a seconda delle circostanze e se si risponderà a quelli che sono i nostri convincimenti. Il gruppo si annuncia piuttosto eterogeneo, ma sembrano obiettivi compatibili". È ancora prematuro parlare ora di chi sarà il possibile capogruppo di questa nuova formazione, spiegano, ma quello che si sa è che sarebbero stati avviati contatti anche con alcuni esponenti del Pd come Claudio Molinari, ex sindaco di Riva del Garda. Ma perché comunque questa scissione proprio ora? "Al’inizio della legislatura - aggiunge la Tahler - avevamo fatto dei patti con l’Udc come quello che riguardava la presidenza del gruppo. Metà della legislatura sarebbe dovuta toccare a loro e l’altra metà a noi. E invece... E poi loro sono entrati a far parte di questo Terzo Polo, mentre noi non vogliamo schierarci proprio con nessuno. La nostra forza è l’autonomia e autonomisti intendiamo restare".

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