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Martedì, 18 Giugno 2019

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All'indomani del voto del Consiglio di sicurezza dell'Onu che impone alla Libia una 'No fly zone' e autorizza l'uso della forza per proteggere i civili, truppe fedeli al rais, riferiscono gli antigovernativi, stanno bombardando Misurata, 200 km ad est di Tripoli, in mano agli insorti. E suo figlio, Seif al Islam dice che forze 'antiterrorismo' saranno mandate a Bengasi a disarmare gli insorti, mentre Tripoli decide anche la chiusura del suo spazio aereo.
Parigi afferma che gli attacchi contro le truppe di Gheddafi avverranno in tempi rapidi, obiettivo arrivare alla sua caduta, e il Qatar per primo fra gli arabi annuncia la sua partecipazione al dispositivo. Oggi riunione della Nato, e vertice a Palazzo Chigi per prendere in esame il contributo italiano. Nel pomeriggio Frattini e La Russa riferiranno alla Camera. Bersani: alla buon'ora la decisione dell'Onu.

E' previsto a mezzogiorno, a Palazzo Chigi, un vertice tra i vari ministri, i capi dei servizi di sicurezza e il vertice militare della Difesa sulla situazione dopo l'approvazione della risoluzione dell'Onu sulla Libia. Lo si è appreso da fonti governative. Nel corso della riunione dovrebbe in particolare essere preso in esame il contributo italiano all'attuazione della 'no-fly zone'.
Sicuramente a Palazzo Chigi saranno presenti il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il sottosegretario Gianni Letta, oltre che i ministri di Esteri e Difesa, Franco Frattini e Ignazio La Russa. Nella sede del governo sono stati invitati i ministri che hanno già partecipato agli altri vertici sulla Libia, tra questi Giulio Tremonti, Paolo Romani, Roberto Maroni. Al centro dell'incontro, riferiscono fonti di governo, la posizione italiana di fronte alla risoluzione Onu sulla 'no-fly zone' in Libia. Un incontro in cui si potrebbe decidere come l'Italia intende procedere. Le stesse fonti riferiscono che successivamente i ministri Frattini e La Russa andranno saranno ascoltati dalle Commissioni parlamentari Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite a Palazzo Madama.

I ministri degli Esteri Franco Frattini e della Difesa Ignazio La Russa saranno ascoltati alle 14 dalle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato a Palazzo Madama. Lo si apprende da fonti parlamentari. Al centro della riunione la crisi libica dopo la decisione dell'Onu.

La Libia ha chiuso il suo spazio aereo. Lo si apprende da Eurocontrol, l'organizzazione europea per il controllo aereo. Eurocontrol, si legge da Twitter, ha ricevuto informazioni da Malta che il controllo del traffico aereo di Tripoli ha reso noto che non accetterà gli aeromobili nello spazio aereo libico fino a "ulteriore avviso".

Il figlio del leader libico Muammar Gheddafi, Seif al Islam, ha detto che forze "anti-terrorismo" saranno mandate a Bengasi per disarmare gli insorti. Lo riferisce la televisione satellitare al Jazira.

Le forze fedeli al colonnello Gheddafi stanno martellando Misurata, città 200 chilometri ad est di Tripoli in mano agli insorti, dopo una notte di spari con armi pesanti. Lo ha riferito un portavoce degli antigovernativi. Secondo la tv satellitare al Jazira in lingua inglese, combattimenti fra 'lealisti' e insorti sono in corso a Misurata e ad Ajdabiya, 200 chilometri a sud di Bengasi, la principale roccaforte degli antigovernativi. La notizia dei nuovi attacchi delle forze di Gheddafi a Misurata giunge dopo l'imposizione di una no fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, la scorsa notte. "Decine di bombe di tutti i tipi si abbattono da ieri sera sulla città ", ha detto il portavoce degli insorti alla France Presse. "Ci sono ancora intensi tiri di artiglieria", ha aggiunto, precisando di ignorare se ci sono vittime. Ieri il regime aveva detto che i lealisti avevano ripreso Misurata, ma un portavoce degli antigovernativi aveva smentito.

Il Qatar ha annunciato che parteciperà alla no fly zone sulla Libia. E' il primo paese arabo a dichiarare la sua partecipazione dopo l'approvazione ieri da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu di una risoluzione sulla Libai e l'ok della Lega Araba. "Alla luce della risoluzione votata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, il Qatar ha deciso di contribuire agli sforzi destinati a far cessare il bagno di sangue e a proteggere i civili in Libia", ha dichiarato un funzionario del ministero degli esteri del Qatar.

La Francia ha auspicato immediati raid aerei dopo l'adozione della risoluzione 1973, e anche le forze britanniche potrebbero entrare in azione già oggi. La Germania, astenutasi in Consiglio di sicurezza a causa "dei considerevoli pericoli e rischi", ha invece annunciato che non parteciperà ad azioni militari. In nottata il presidente Obama ha chiamato il premier britannico Cameron e il presidente francese Sarkozy per coordinare una strategia comune.

La Libia non ha paura. Lo ha detto Seif al-Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi a proposito della risoluzione sulla no fly zone approvata ieri dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu. "Siamo nel nostro paese e con la nostra gente. E non abbiamo paura", ha detto il figlio del leader libico in un'intervista al canale televisivo americano Abc. "Non abbiamo paura. Non avremo paura. Non aiuterete la gente se bombarderete la Libia per uccidere i libici. Voi distruggete il nostro paese. Nessuno è contento di questo", ha dichiarato Seif al-Islam Gheddafi.

"Speriamo che l'Italia si tenga fuori da questa iniziativa": lo ha detto ai Giornalisti di una nota Agenzia di Stampa il vice-ministro degli esteri libico Khaled Kaaim, commentando la disponibilità del governo italiano a consentire l'utilizzo delle basi sul territorio italiano per la no-fly zone.

Il vice-ministro degli esteri libico Khaled Kaaim ha detto in una conferenza stampa a Tripoli che il suo governo è pronto a osservare un cessate il fuoco ma che resta in attesa di dettagli tecnici dopo la risoluzione sul cessate il fuoco approvata ieri sera dal Consiglio di sicurezza del'Onu.

L'Unione europea, con un comunicato congiunto della rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton e del presidente permanente, Herman Van Rompuy, si dice pronta "a mettere in pratica" la risoluzione dell'Onu sulla Libia.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è riunito con il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta per discutere sulla situazione in Libia alla luce della risoluzione Onu sulla 'No fly zone'. Alla riunione si è unito il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A quanto si apprende in ambienti governativi. Al'incontro partecipano alcuni alti gradi delle forze armate."La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu andrà esaminata attentamente". Lo ha detto il col. Massimo Panizzi, portavoce della delegazione militare italiana presso la Nato, intervistato da Sky Tg24. "La Nato agirà su un mandato chiarissimo e con il supporto regionale" ha aggiunto Panizzi ricordando che l'Alleanza Atlantica "sta seguendo con grande attenzione" la situazione in Libia sin dalla prima risoluzione 1970 dell'Onu. "Ora la Nato - ha concluso Panizzi - esaminerà questa risoluzione ed esaminerà se ci sono i presupposti per agire".

Una folla di sostenitori degli insorti sta festeggiando con canti e grida di giubilo in piazza a Bengasi, accogliendo la notizia dell'approvazione della risoluzione sulla no fly zone in Consiglio di sicurezza dell' Onu. Le immagini in diretta sono state trasmesse dall'emittente Al Jazira, che ha mostrato anche fuochi d'artificio.

Forti esplosioni sono state udite nella città libica di Bangasi, seguiti dai tiri della contraerea.

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Un raid aereo delle forze fedeli al colonnello libico Muammar Gheddafi è stato sferrato contro l’aeroporto internazionale Benina di Bengasi, roccaforte degli insorti. Secondo Libya al-Youm, sito vicino all’opposizione, il raid è condotto da aerei Sukhoj di fabbricazione russa, che avrebbero colpito un aereo civile fermo sulla pista dell’aeroporto. Intanto i lealisti al Colonnello fanno sapere che Misurata è tornata sotto il controllo del governo.

Il comitato generale di difesa libico, equivalente al ministero della Difesa, ha annunciato che a mezzanotte di sabato prossimo cesseranno le operazioni militari "contro le bande di terroristi armati". Lo ha riferito l’agenzia Jana, spiegando che la decisione è stata presa per concedere ai ribelli l’opportunità di consegnare le armi e beneficiare dell’amnistia generale promessa dal raìs.

"Prima l'Onu arriverà ad un accordo" sulla crisi libica e "meglio sarà". Lo ha scritto il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, in un messaggio postato su Facebook nel quale definisce anche "inaccettabile" una vittoria di Gheddafi ed afferma che "la Nato è pronta ad agire per proteggere la popolazione civile dagli attacchi del regime".

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu torna a riunirsi oggi per discutere una risoluzione per imporre una no fly zone sulla Libia. La Francia vorrebbe che si arrivasse al voto di approvazione alle 18 di New York (le 23 in Italia).

Gerard Araud, ambasciatore francese alle Nazioni Unite, ha sottolineato che Parigi ha preso la guida delle trattative (il ministro degli Esteri Alain Juppé sta arrivando negli Usa per partecipare ai negoziati). "Il testo che appoggiamo può ancora essere modificato, ma prevede una serie di misure che possono andare oltre la no fly zone", ha detto Araud.

Anche l'ambasciatrice degli Usa all'Onu, Susan Rice, ha detto che Washington sta considerando azioni che vadano "oltre" la no fly zone.

Un portavoce degli insorti in Libia ha detto oggi che la forze armate di Gheddafi sono ancora lontane da Bengasi, smentendo così la tv di stato libica che aveva detto in precedenza che le forze lealiste si trovavano alle porte del capoluogo della Cirenaica, caposaldo dei ribelli. "Non sono vicini a Bengasi", ha deto Essam Gheriani, portavoce della coalizione degli insorti '17 febbraio'. Gheriani ha aggiunto che le forze fedeli al colonnello hanno raggiunto la città petrolifera di Zueitina ma ha aggiunto che "sono state circondate dalle forze rivoluzionarie". La tv di stato libica ha anche annunciato che le truppe di Gheddafi hanno riconquistato la città di Misurata ma i residenti affermano che il centro costiero è ancora nelle mani degli insorti.

Intanto il ministro del petrolio ha detto che sono confermati i contratti dell'Eni, ha definito Scaroni un amico e ha detto:''Porte aperte all'Italia''

Mettendo fine agli indugi che negli ultimi giorni avevano caratterizzato la loro linea, gli Stati Uniti hanno impresso ieri una decisa accelerata alla possibilità di imporre una No Fly Zone sulla Libia, dicendosi anzi disposti ad andare oltre. Al termine di una lunga maratona negoziale tenuta tra i 15 al palazzo di Vetro di New York, la rappresentante statunitense Susan Rice ha detto di augurarsi che quando oggi tornerà a riunirsi il Consiglio possa fare propria la bozza presentata da Francia Gran Bretagna e Libano ma non solo. "Spero che riusciremo ad approvare una risoluzione già domani (giovedi), stiamo lavorando duro per farlo", ha detto. Scambiando alcune battute con i giornalisti, la Rice ha poi sottolineato che gli Stati Uniti sono pronti ad appoggiare misure che "vadano anche oltre alla no fly zone", perché "la situazione sul terreno è cambiato e potrebbe essere necessario" per la protezione della popolazione civile. Facendo pensare ad una imminente offensiva, la Tv libica ieri sera ha annunciato che i militari intimavano alla popolazione di Bengasi, seconda città del paese e 'culla' della cosiddetta 'Rivoluzione del 17 febbraio', di allontanarsi entro la mezzanotte locale (le 23 in Italia) dalle postazioni dei rivoltosi e dai loro depositi di armi. Il Consiglio di Sicurezza tornerà a riunirsi nella mattinata di oggi (nel pomeriggio in Italia), secondo quanto reso noto da fonti diplomatiche britanniche al Palazzo di Vetro. Una prima riunione, cui parteciperanno gli esperti delle diverse delegazioni per mettere a punto i dettagli tecnici, è prevista per le 9:00 (le 14:00 in Italia). Una seconda riunione, a livello di ambasciatori, è in programma per le 11:00 (le 16:00 italiane). Ieri i Quindici si sono riuniti per oltre cinque ore, in una vera e propria maratona negoziale. Durante le trattative, l'ambasciatore francese Gerard Araud è uscito a parlare con i giornalisti, ostentando sicurezza e dicendosi sicuro che la risoluzione sarà approvata entro la serata di oggi. In realtà, con la sola eccezione della Gran Bretagna, gli altri Paesi con potere di veto hanno difficoltà a dare luce verde ad un testo che prevede il blocco dei cieli della Libia. Alla fine anche gli Stati Uniti, inizialmente molto riluttanti, si sarebbero convinti a dare il via libera. Resta tuttavia ancora poco chiara la posizione di Russia e Cina, due dei membri del Consiglio con diritto di veto. Il rappresentante permanente di Mosca all'Onu, Vitaly Ciurkin, ha sottolineato che è importante inserire nella risoluzione un appello ad entrambe le parti - sia i militari di Gheddafi sia i ribelli di Bengasi - un cessate il fuoco immediato.

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Le forze del colonnello Gheddafi hanno attaccato la città di Zuwarah, 100 km a ovest di Tripoli, vicino al confine con laTunisia. Il prossimo obiettivo, secondo fonti del governo libicoche ha affermato di poter contare su 100 mila volontari, è Ajdabya, 250 km a sudovest di Bengasi. Da stasera a Parigi il G8 dei ministri degli Esteri che affronterà la crisi libica. Primadel vertice, incontro del segretario di stato Usa Hillary Clinton con il presidente francese Sarkozy. Secondo il ministro degli Esteri Frattini "l'unica soluzione" "é un cessate il fuoco immediato che si accompagni ad una misura internazionale". La Germania ha ribadito la sua contrarietà alla no fly zone; ilministro inglese Hague ha detto che le potenze occidentali dovrebbero discutere la possibilità di armare la ribellione. Stamani Bankitalia ha disposto l'amministrazione straordinaria per Ubae bank, controllata dalla Lybian Foreign Bank e nel cui azionariato figurano Unicredit e Intesa Sanpaolo.

'Occorre fermare ora il bagno di sangue e impedire la guerra civile'', lo ha detto il capo del Comitato per il dialogo in Libia, Bashir Ali Tammani. ''Se dicessi che non e' vero che si combatte e che non sta scorrendo il sangue mentirei'' ha affermato il capo del Consiglio costituito dai rappresentanti delle tribu' per risolvere la crisi in atto nel paese.

La Banca d'Italia ha disposto l'amministrazione straordinaria per Ubae, l'istituto controllato a maggioranza dalla Lybian Foreign Bank e nel cui azionariato figurano Unicredit e Intesa Sanpaolo.  In una nota la Banca d'Italia ricorda che, in linea con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu del 26 febbraio 2011, l'11 marzo il Consiglio Ue ha disposto misure di congelamento nei confronti, tra gli altri, della Banca Centrale Libica (BCL) e della Libyan Foreign Bank (LFB). "Tali soggetti - sottolinea la nota di Via Nazionale - risultano controllanti e principali finanziatori di Banca UBAE Spa di Roma. In relazione a ciò, la Banca d'Italia, con provvedimento del 12 marzo 2010, assunto in via di urgenza, ha disposto la sospensione degli organi con funzioni di amministrazione e di controllo di Banca UBAE e la sottoposizione della stessa alla gestione provvisoria, ai sensi dell'art. 76 del d.lgs. 385/93 (TUB). Sono stati nominati commissari il dott. Vincenzo Cantarella e il dott. Maurizio Losavio" che si sono insediati il 14 marzo. "La gestione della banca - prosegue la nota - è affidata agli organi straordinari, che operano sotto la supervisione della Banca d'Italia, tenendo conto delle indicazioni del Comitato di Sicurezza Finanziaria. Il provvedimento è volto a presidiare la gestione di Banca UBAE, con specifico riguardo all'esigenza di assicurare il rispetto delle misure internazionali; la banca prosegue regolarmente la propria attività".

Il Consiglio Nazionale libico transitorio ha ottenuto promesse da Washington, Londra e Parigi, per la creazione di una 'no fly zone' sulla Libia. Lo afferma la tv satellitare Al Jazira, in una notizia urgente apparsa con una scritta sullo schermo televisivo.

Il presidente russo Dmitri Medvedev ha annunciato oggi che il leader libico Muammar Gheddafi e la sua famiglia non potranno entrare in Russia e che sarà bandita la possibilità di condurre operazioni finanziarie libiche in territorio russo.

Una blitzkrieg in piena regola: in cinque giorni, le forze armate fedeli a Muammar Gheddafi hanno ripreso Zawiya a ovest di Tripoli, riconquistato i pozzi petroliferi, accerchiato Misurata, e ora marciano verso Bengasi, tra notizie di offensive e controffensive. Stamane la Tv di stato libica ha annunciato che Brega, centro petrolifero a metà strada tra Sirte e Bengasi, "é stata ripulita dalle bande armate" ma in serata l'emittente panaraba Al Jazira, citando un comandante militare, ha reso noto che la città era tornata sotto il controllo delle forze ribelli e che aspri combattimenti erano in corso. Notizie ancora impossibili da verificare, come la stessa Al jazira ha ammesso. A Tobruk, a est di Bengasi, secondo i militari in quattro quartieri periferici è stata issata la bandiera verde. Tanto che il governo invita le compagnie petrolifere a tornare a caricare il greggio e i lavoratori degli impianti a tornare al lavoro, e si dice favorevole all'ingresso nel Paese di un comitato dell'Unione Africana che aiuti la soluzione della crisi che per un mese ha attanagliato il Paese. A Misurata, oramai stretta nell'assedio, i militari trattano la resa con i "terroristi al soldo degli stranieri", mentre più a est le truppe avanzano, prossimo obiettivo Ajdabiya, che dista circa 250 chilometri da Bengasi, prossimo obiettivo, sostengono, dopo la caduta di Ras Lanuf e di Brega, ammesso che la città sia ancora sotto il loro controllo.

Meta finale Bengasi, dunque, dove la popolazione "é ostaggio di pochi terroristi che minacciano una mattanza", dicono i militari, per i quali questi "gruppuscoli" non rappresentano un problema tattico. E se a Tobruk, ultima grande città prima del confine egiziano, la situazione rischia di infiammarsi dopo l'annunciata sollevazione delle forze fedeli al governo, che hanno issato i vessilli in alcuni quartieri, a Tripoli si è tornati alla normalità, con il traffico compulsivo tipico di una qualsiasi metropoli araba, con tutti i negozi aperti, la gente in strada e un presenza assai discreta di forze dell'ordine. Sul fronte diplomatico, il governo di Gheddafi incassa il sostegno di alcuni Paesi vicini, e bolla come "inaccettabile" la risoluzione approvata a maggioranza dalla Lega Araba, che ha invitato il Consiglio di sicurezza Onu a imporre una 'no-fly zone' sulla Libia. La Lega, invitata da Saif Al Islam, il figlio del leader, ad "andare all'Inferno", ha sospeso Tripoli e affermato, sulla scia di quanto già fatto dalle monarchie del Golfo, che il governo libico ha perso ogni legittimità. La no-fly zone sarà al centro della missione di Hillary Clinton, che martedì arriverà al Cairo. Il segretario di Stato statunitense incontrerà i vertici militari egiziani ma anche esponenti dell'opposizione libica, arrivati nella capitale egiziana già ieri per prendere parte alla riunione straordinaria della Lega Araba.

A rendere più incandescente la situazione ci ha pensato oggi anche Al Qaida, che per bocca di uno dei suoi leader ha esortato gli insorti in Libia a proseguire "la lotta". E' la prima posizione ufficialmente espressa dal network del terrore di Osama bin Laden dall'inizio, il 15 febbraio scorso, dei disordini. Una dichiarazione questa che finisce con il confermare le accuse lanciate dal governo: i rivoltosi sono terroristi, non hanno mai avanzato richieste politiche, si sono armati e hanno compiuto stragi perché vogliono destabilizzare il Paese e consegnarlo agli occidentali, ivi compresi quelli che Gheddafi non manca mai di ricordare, gli ex padroni italiani di cui un tempo i libici erano "schiavi". "Non stiamo utilizzando le armi sofisticate di cui disponiamo", ha detto oggi il portavoce dell'esercito, Milad Hussein Al Ghilani, "e non le useremmo mai contro la nostra gente". Ai giornalisti sono stati consegnati i video raccapriccianti di esecuzioni sommarie, decapitazioni, brandelli di carne umana mostrati come trofei. "Vi porteremo a vedere altre città, altre barbarie", promettono i militari. Fino a Bengasi.

massimo polledri

 

Capita spesso sulla stampa descrivere il partito di Umberto Bossi come un ricettacolo di rozzi ignoranti, volgari, scurrili, sicuramente gente agli antipodi della Cultura. Una sorta di leggenda metropolitana smentita da quello che ho visto e ascoltato il 12 marzo, al Pirellone nell'Auditorium Gaber di Milano. L'onorevole piacentino Massimo Polledri della Lega Nord alla Camera dei Deputati ha organizzato in collaborazione con il quotidiano La Padania e Alleanza Cattolica, un interessantissimo convegno all'insegna della cultura e soprattutto dello studio della Storia. Il tema: “Quale identità, quale Stato dal Risorgimento ad oggi: le spine e le speranze. La Questione Cattolica”. C'era presente gran parte del Gruppo Consiliare della Lega Nord della Regione Lombardia, con in testa il presidente del Consiglio regionale Davide Boni.

All'insegna del motto senza Verità non si può festeggiare ha aperto i lavori l'onorevole Marco Reguzzoni, presentando la manifestazione, ha sottolineato che la Lega rispetta e fa sua la storia del nostro Paese che è fortemente legata alla cristianità occidentale e alle radici greco-romane, sono lontani i tempi quando il Carroccio inseguiva il dio Po, con aspetti fortemente pagani. E proprio questo passato leghista è stato ripreso dai due giornalisti del Corriere della Sera, presenti in sala: Luciano Fontana, moderatore del convegno e Massimo Franco, autore di C'era una volta un Vaticano che ha presentato nella sua relazione.

Massimo Franco si è interrogato perché la Chiesa sta perdendo peso in Occidente, da avamposto morale contro il comunismo, si è ridotta ad essere ininfluente dopo la guerra fredda. Il libro fa la storia di una sfida, di una crisi epocale. Fotografa le difficoltà di un cattolicesimo, quello Occidentale, che era maggioritario, che aveva una certa superiorità morale e che ora è crollato con gli scandali della pedofilia, soprattutto con l'increscioso episodio del caso dei prelati belgi “prigionieri” dei magistrati che indagavano su presunti abusi sessuali. Franco nel suo intervento ha discusso sulla  forte riduzione dell'influenza dei vescovi e del papa sull'elettorato cattolico. Infine ha posto la sua attenzione sul nuovo ministero che la Chiesa di Benedetto XVI  ha istituito: la rievangelizzazione dell'Europa, proprio per riconquistare il vecchio continente.

Al convegno è intervenuto Marco Invernizzi, dirigente di Alleanza Cattolica in veste di presidente Istituto Storico per l'Insorgenza e l'Identità Nazionale. Infatti Invernizzi inizia la sua relazione di alto profilo storico, ricordando le rivolte popolari (le insorgenze) che si sono manifestate in tutta la nostra penisola dopo il 1792 contro gli eserciti invasori francesi guidati da Napoleone. Parla di un “lungo Risorgimento” che comincia proprio da questo momento. Spesso noi cerchiamo motivi di identità a sostegno di un patriottismo che stenta a crescere e ci si dimentica completamente, nelle scuole come nella letteratura, di questa lunga guerra combattuta sulle montagne del Piemonte e della Liguria, che vide tanti italiani morire per difendere il Regno di Sardegna, che tanta parte avrebbe avuto nel fare l’Italia, dall’esercito della Francia rivoluzionaria.

Questi insorgenti, sono uomini e donne che scelgono di combattere contro lo straniero non per le sue diverse origini, ma per la sua visione del mondo incompatibile con quella praticata nei Paesi d’Italia dove s’insedieranno nel ventennio napoleonico, fino al Congresso di Vienna, prima le repubbliche giacobine nel Triennio 1796-1799, poi il regime propriamente napoleonico, fino alla sconfitta del 1814. Per Invernizzi proprio ora comincia la Questione Cattolica, con una caratteristica esplicitamente culturale, nel senso che questi strani italiani che avevano convissuto con spagnoli e austriaci, insorgono invece di fronte ai nuovi padroni che cercano di cambiare il loro modo di vivere, mettendo in discussione i fondamenti della vita civile, introducendo la leva di massa, aumentando le imposte, vietando le processioni e il suono delle campane, e spesso chiudendo le chiese come ancora oggi si può facilmente notare leggendo le storie di molte chiese fra le innumerevoli che coprono la penisola.

Con la fine del Sacro Romano Impero, penetra in Europa l'ideologia nazionalista, che sarà protagonista per tutto l'800. Nascono le società segrete che diffondono ideologie sovversive, un cattolico controrivoluzionario come Joseph de Maistre scrive un libro sul Papa che verrà adottato in molti seminari “papisti” e in qualche modo intuisce che la battaglia culturale in corso, oltre che contro le società segrete e le idee esplicitamente sovversive, si deve combattere anche all’interno dei governi della Restaurazione, dove appunto permangono tante idee rivoluzionarie sia di di impostazione illuministica sia di impostazione romantica.

Nel mondo cattolico controrivoluzionario si diffonde l'idea che bisogna mobilitarsi anche attraverso i nuovi strumenti come la stampa, sorgono giornali, associazioni controrivoluzionarie come l’Amicizia cristiana (Amicizia cattolica dopo il 1815) del ven. Pio Bruno Lanteri, che viene sacrificata, cioè condannata all’estinzione, nel 1827, dallo stesso governo piemontese. Questa cultura controrivoluzionaria non riesce a emergere, sostiene Invernizzi, nonostante importanti figure di intellettuali e uomini di governo, fra cui Clemente Solaro della Margarita, mons. Baraldi, Monaldo Leopardi, padre Ventura, il già ricordato principe di Canosa. Insomma tira una brutta aria per i cattolici militanti, se posso esprimermi in questo modo. Qualcuno, come il beato Antonio Rosmini, tenta una strada diversa, dopo avere frequentato e condiviso gli stessi ideali delle Amicizie. E così propone di seguire il movimento nazionale dell'indipendenza e della libertà, si rafforza la sua idea soprattutto dopo l'elezione di Pio IX.  Nasce così il tentativo neo-guelfo, come è stato successivamente ricordato dagli storici, di mettere i cattolici e il Papa alla guida del processo di unificazione della Penisola, in una prospettiva federalista che avrebbe rispettato le peculiarità dei popoli ma anche le differenze fra gli Stati italiani.

Ben presto, l'illusione svanisce, quando il Pontefice rifiuta il proprio assenso a che le truppe pontificie entrino in guerra contro l’Austria. Immediatamente le grida “viva Pio IX” che tutti i settari avevano urlato per due anni, si rivoltano contro Papa Mastai che diventa, e con lui la Chiesa, il principale nemico dell’unificazione.

Successivamente il papa spiegherà che l’ostilità della Santa Sede all’unificazione non è di principio, ma nel modo in cui si sta attuando. Ricorderà pure che un potere temporale è necessario perché la Chiesa possa svolgere liberamente la sua missione spirituale, ma che l’entità del territorio è discutibile, così come si comprenderà dopo il Trattato e il Concordato con lo Stato italiano del 1929.

Lo storico cattolico milanese conclude ricordando che i festeggiamenti per il 150 dell'Unità d'Italia, devono essere l'occasione per riflettere su che “cosa è l’Italia” e su “chi sono gli italiani”, cioè di favorire un esame di coscienza collettivo circa l’identità della nostra nazione. Ricordo anche che nel 1861 non nasce l’Italia, che esisteva almeno da un millennio, ma lo Stato nazionale, cioè un nuovo vestito per un corpo antico.

Oggi abbiamo alle spalle 150 anni di storia unitaria, raggiunta attraverso strappi e violenze, ma un altro strappo e nuove violenze servirebbero soltanto a esasperare le ferite. L’Unità va mantenuta - ha affermato Invernizzi - Il Risorgimento è un’altra cosa. Esso è il modo in cui questa unificazione è avvenuta, cioè riguarda le finalità ideologiche e le modalità politiche e militari con cui l’Italia è diventata uno Stato nazionale. Se l’unità è una realtà che sarebbe “ideologico” e imprudente disprezzare, sul Risorgimento bisogna dare un giudizio. Esso ha provocato alcune ferite profonde nel corpo sociale e queste ferite vanno conosciute, giudicate, per poter essere medicate e accettate. Il Risorgimento – afferma Invernizzi - ha provocato almeno tre ferite che hanno determinato a loro volta tre questioni, ancora aperte: la “questione cattolica”, la “questione federalista”, la “questione meridionale”. La prima è avvenuta in seguito al fatto che dopo il 1848 chi ha voluto unificare l’Italia lo ha fatto consapevolmente contro le sue radici cristiane. La seconda ferita riguarda la forma dello Stato, essendo stato scelto un modello centralista invece di un abito federalista, così palesemente più adatto alle caratteristiche dell’Italia preunitaria. La terza questione nasce dal fatto che fra il 1860 e il 1870 c’è stata in Meridione una guerra civile che ha provocato circa 100 mila morti, in seguito all’occupazione dell’esercito italiano.

Queste sono tre ferite che continuano a sanguinare, in modi diversi, nei 150 anni trascorsi, e soprattutto sono state affrontate con preclusioni ideologiche, anche se qualcosa è certamente migliorato negli ultimi vent’anni, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989.

Ha concluso i lavori del Convegno, l'onorevole Massimo Polledri che cita il titolo del Corriere della Sera, a firma del direttore  Paolo Mieli, in un fondo dell'8 marzo: Questione cattolica e Sud. Le ferite del Risorgimento. Così nacque uno Stato lontano dalle masse popolari. Che potrebbero andare bene con i nostri lavori d oggi ha detto Polledri. Abbiamo sempre più bisogno di radici condivise, di conoscere la storia, di apprezzare la verità, ma la Storia come dice Paolo Mieli nel suo intervento non viene spiegata ai nostri studenti che sono stati costretti a frequentare una scuola dell'oblio.

Polledri è convinto che La Lega è cambiata nel tempo, passando da una concezione puramente etnica al tema centrale della questione antropologica, che è poi l’argomento al centro del dibattito europeo”. Il nostro Paese ha ancora bisogno del collante culturale e spirituale rappresentato dalla Chiesa Cattolica, che non è affatto un indice di ritardo come pensa ancora il prof. Ernesto Galli della Loggia. Oggi bisogna superare per Polledri quel contrasto tra la nazione culturale italiana, tutta permeata di Cattolicesimo e la nazione politica, questa è la spina più grande alla nostra identità.

Infine da segnalare che all'incontro organizzato dalla Lega ha partecipato un numeroso pubblico, che non ha disdegnato di fare numerose domande ai vari relatori, tra questi il sottoscritto.

Manifestazioni per il Costituzione Day in molte città d'Italia Nel mirino il Cavaliere e la riforma della Giustizia. Alla testa del corteo romano politici, vip di sinistra e magistrati. Palamara (Anm): "Siamo con voi". Aderisce anche una pattuglia di finiani e Fli va in frantumi: "Siamo agli antipodi di quelli che scendono in piazza". Il delirio di Dario Fo a Milano: "Sogno di accorgermi che gli arabi sono arrivati qui e Bossi è scappato in Svizzera assieme a tutti i leghisti"

Cento citta' in tutta Italia, da Trieste a Palermo, da Voghera a Nuoro, con presidi anche all'estero, da Amsterdam a Madrid, da Londra a Praga: si presenta cosi' la mobilitazione ''A difesa della Costituzione, se non ora quando?'' che vede a Roma l'evento clou con un corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo dove sul palco saliranno artisti, costituzionalisti, attori e musicisti. Il tutto a difesa della Carta: ''Vogliamo scattare una foto che non sia la foto di famiglia della sinistra italiana ma di uno schieramento inedito, trasversale". Ma a fianco della tutela della Costituzione, ci sara' anche il popolo della scuola, docenti, sindacati ma soprattutto gli studenti, che sfileranno dalla Sapienza per la difesa dell'istruzione pubblica, il tutto in ''continuita' con il 13 febbraio''.

Il programma di piazza del Popolo prevede che sul palco si alternino personaggi dello spettacolo, da Ottavia Piccolo a Monica Guerritore, da Ascanio Celestini alla grande orchestra che intonera', insieme ad un coro di centinaia di persone, il Dies Irae di Mozart ed il Va pensiero di Verdi dal Nabucco. Poi Roberto Vecchioni; un genitore della scuola di Adro, rappresentanze del popolo libico; il segretario della Federazione Nazionale della Stampa, Roberto Natale; il costituzionalista Alessandro Pace, il mondo della scuola, i cantautori Francesco Baccini, Daniele Silvestri e tanti altri ancora, compresa un'orchestra del tutto straordinaria composta da elementi provenienti da tutto il mondo.

Aprira' il corteo un gigantesco tricolore di 200 metri quadrati ed uno striscione che dira' che la ''Costituzione e' viva''. A condurre il palco Santo della Volpe insieme ad altre giornaliste e giornalisti. Roma sara' soltanto una delle piazze della protesta: a Milano, ad esempio, sono previsti Dario Fo e Franca Rame, Vincenzo Consolo e Nando Dalla Chiesa. Ma un po' ovunque sono previste letture della Costituzione, sventolio di bandiere tricolori, sit in e flash mob di studenti. La giornata e' stata organizzata dal Comitato a Difesa della Costituzione, che mette insieme oltre 100 sigle tra partiti, movimenti e associazioni. Tanti gli esponenti politici che hanno aderito all'iniziativa, da Pierluigi Bersani a Nichi Vedola, passando per parlamentari, non solo di sinistra, come Angela Napoli e Fabio Granata di Fli, Bruno Tabacci, Pino Pisicchio di ApI. Ma ad aderire anche chi in Parlamento non ha rappresentanti, come la Federazione della Sinistra. Adesioni anche dal mondo della scuola, in particolare da parte della Flc Cgil, della Rete degli Studenti e di associazioni come Professione Insegnante.

E' cosi un'enorme onda verde bianca e rossa che si sta muovendo per le strade della capitale al ritmo di 'viva l'Italia' di Francesco De Gregori e 'Il cielo e' sempre piu' blu' di Rino Gaetano. Al corteo in difesa della Costituzione stanno partecipando migliaia di persone; ''la Costituzione non si tocca, la difenderemo con la lotta'', questo il grido che si e' levato piu' volte dal corteo dove Tricolori e frontespizi della Carta Costituzionale italiana vengono sventolati dai manifestanti. Al C-day stanno sfilando dei veri e propri 'cartelli umani', uomini e donne sandwich ognuno dei quali ha 'adottato' degli articoli della Costituzione: ''riprendiamoci la Costituzione
sulle spalle - si legge su un loro cartello - io adotto l'articolo numero...''. Non mancano i soliti pupazzi dalle sembianze del leader del carroccio Bossi e del presidente del Consiglio Berlusconi: di quest'ultimo c'e' anche una versione aggiornata con l'aggiunta sul volto di un cerotto. ''Dobbiamo difenderla - ha gridato una signora sventolando la Costituzione - nessuno la tocchera', specialmente Berlusconi''. Il corteo sta ora arrivando al Pincio, da dove poi scendera' per arrivare a piazza del Popolo.
Cosi la sinistra ci riprova: tutti in piazza contro il Cav. Da Rosy Bindi a Nichi Vendola, passando per i falchi di Gianfranco Fini: prove generali di ammucchiata. A ritmo di Bella Ciao marciano Granata e Bersani. Il mastiche che unisce ex fascisti ed ex comunisti è uno solo: l'odio per il premier. Dopo il flop dell'otto marzo e la bufala delle firme false, il popolo dei girotondi si riunisce in cento piazze in tutto il Paese. Tricolore e Costituzione in mano il corteo si è mosso dal centro di Roma. Se il premier Silvio Berlusconi "cambia schema di gioco" e "si interessa ai problemi della giustizia che interessano i cittadini e non i suoi interessi personali, noi possiamo anche discutere". Lo dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a margine della manifestazione pro Costituzione a Roma.
Intanto' il corteo e arrivato in piazza del Popolo sulle note di 'Viva l'Italia' di Francesco De Gregorio il corteo partito da piazza della Repubblica in difesa della Costituzione italiana. ''Diamo il benvenuto agli amici della Costituzione''. Questo il commento urlato dal palco a cui e' seguito un fragoroso applauso. Il tricolore di 60 metri, il piu' lungo mai realizzato in Italia e che ha guidato la sfilata per le strade della capitale, e' stato portato sotto al palco al grido di ''L'Italia s'e' desta''. Piazza del Popolo si sta pian piano riempiendo del tutto.

Sul palco di piazza del Popolo a Roma transitano tutti i volti noti dell'intellighenzia di sinistra: politici, giornalisti, artisti e anche - ovviamente -, magistrati. Il primo a scagliarsi contro la riforma della giustizia è Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo. Poi tocca a Giancarlo De Cataldo, scrittore e giudice. Il nemico è sempre lo stesso: Silvio Berlusconi.

"Vado in piazza, la manifestazione l’abbiamo organizzata anche noi. Non provo nessun imbarazzo e lo dico da uomo di destra. La Costituzione rappresenta il tessuto connettivo della nazione. A qualcuno fa comodo strumentalizzare la manifestazione per parlare di santa alleanza: quell’ipotesi non è attuale, visto che la situazione è cambiata", lo ha affermato il falco finiano Fabio Granata al quotidiano il Riformista. Ma la tensione all'interno del neonato movimento del presidente della Camera continua a salire. Troppe le contraddizioni e le giravolte. Nel giorno in cui Granata e la Perina protestano al fianco della sinistra, la colomba Adolfo Urso da vita a una nuova corrente moderata e auspica la'pertura di una nuova stagione. Nel pomeriggio Filippo Rossi, l'ex direttore di Farefuturo web magazine, battezzerà da Parigi "Il futurista", il nuovo giornale dei fillini antiCav. Non basta: cresce anche il malumore nei confronti della pattuglia che è scesa in piazza oggi. La stroncatura arriva dall'europarlamentare Potito Salatto: "Il ricorso alla piazza non ha alcun senso e non rispecchia il nostro modo di fare politica. Siamo assolutamente agli antipodi - dice - di coloro i quali anche sul tema della riforma della giustizia assumono posizioni pregiudiziali e non di confronto sui contenuti. Il Paese ha bisogno di questa riforma, purchè non nasconda privilegi per qualcuno".

"Io sogno, sogno di accorgermi che gli arabi sono arrivati qui e Bossi è scappato in Svizzera assieme a tutti i leghisti". Così il Premio Nobel, Dario Fo ha terminato il suo intervento sul palco della manifestazione organizzata in Largo Cairoli a Milano a tutela della Costituzione. Fo ha parlato delle rivolte in Nordafrica e ha detto: "Ho riso come un pazzo quando ho visto la gente in Nordafrica scendere in piazza senza bastoni per rivendicare la democrazia. Noi ce l’abbiamo e la lasciamo sciogliere". Riferendosi poi alla politica dei Governi sulla questione del Nordafrica, Fo ha affermato: "Tutti i Presidenti dell’Unione europea sono alla finestra a guardare quei bastardi che sparano sulla folla. L’America e la Francia hanno detto che vogliono entrare in guerra per difendere quella popolazione e noi gli abbiamo detto di aspettare. Ma cosa vuoi aspettare? Che siano tutti morti?".

Ci sarà il Popolo Viola che ha contribuito a promuovere e organizzare in Italia e all’estero la manifestazione e che grazie a tantissime adesioni si è praticamente autofinanziata. Hanno aderito anche Movem09, Anac, 100 Autori, Tutti a casa e altre associazioni del mondo della cultura che protestano per i tagli al settore. "L’articolo 9 afferma ’La Repubblica promuove lo sviluppo della culturà. Per questo domani saremo in tante piazze italiane, al di là di ogni colore politico, con il tricolore e la Costituzione in mano. Sarà una giornata di festa, una giornata ’per’ e non una giornata ’contrò", ha detto Domenico Petrolo del comitato ’a difesa della Costituzionè.

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