Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Giovedì, 17 Gennaio 2019

Open Day al Nautico

Gen 16, 2019 Hits:175 Crotone

Sanremo: i premi di Miche…

Gen 14, 2019 Hits:758 Crotone

La Beethoven tra Santa Se…

Gen 08, 2019 Hits:1003 Crotone

La befana fa visita al Re…

Gen 08, 2019 Hits:991 Crotone

Una originale lettura di …

Gen 07, 2019 Hits:1012 Crotone

Maria Taglioni dance proj…

Gen 04, 2019 Hits:1287 Crotone

Rotary club Crotone e coo…

Dic 21, 2018 Hits:1409 Crotone

Concerto per Telethon del…

Dic 18, 2018 Hits:1722 Crotone

Lo hanno affermato in parecchi durante la campagna elettorale e Luigi Di Maio lo ha ripetuto a nome dei “Cinque Stelle” anche dopo il 4 marzo.

Se si tiene conto della caduta delle ideologie – quelle che hanno partorito il nazionalismo, l’imperialismo, il comunismo, il nazional-socialismo e due guerre mondiali con montagne di cadaveri! – e del vuoto seguito a tale caduta, forse qualche ragione possono averla; tuttavia la distinzione, che risale alla Rivoluzione francese, a me pare che resista ancora ed è difficile sfuggire alla sua tagliola: l’affermazione, “noi non siamo né...  né...”, sembra dunque una trovata – come tante, del resto – per raccattare voti.

Semplificando e scendendo, poi, nel “particulare”, credo che certe leggi non possano farne a meno: esse infatti appartengono in modo esclusivo o “alla destra” o “alla sinistra”. Così, le ultime due “importanti” – “Unioni civili” o “simil-matrimoni” per gay (11-5-2016) e “Dat” o eutanasia (14-12-2017) – che i “Cinque Stelle”  hanno votato di slancio insieme agli ex comunisti del Partito Democratico e gli ex democristiani diluiti in esso, sono e restano “di sinistra” anche se vi hanno dato mano alcune volontarie confuse di Forza Italia, magari per apparire emancipate nei salotti borghesi che contano.

Domanda: come si fa a credere ai “Cinque Stelle” quando dicono “noi non siamo né di destra né di sinistra”?

È da credere invece che – stando al magma ideologico e imprevedibile in cui sono immersi – i “grillini”, avendone l’occasione e l’opportunità politica, voteranno  tutto ciò che contro Vita e Famiglia la Sinistra  non ha avuto tempo e modo di votare nella precedente disastrosa legislatura; ciò forse non avverrà se saranno costretti a venire a patti con la Lega e il Centro Destra, accadrà invece e sicuramente se si alleeranno con i resti dei post-comunisti e dei post-cattolici del Partito Democratico che sono stati i primi e più qualificati fautori di quelle due “leggi”. Questo non perché i “grillini” e i “sinistri” sono “brutti e cattivi” ma perché la loro filosofia è il “relativismo” (già nel 2005 il cardinale Ratzinger parlava di “dittatura del relativismo”!), cioè il pensiero più diffuso del nostro tempo “postmoderno”; esso rifiuta ogni religione, non ha principi stabili e modelli di riferimento che gli permettano di distingue il “bene” dal “male”, si evolve quindi di continuo (ciò che oggi è valido domani può non esserlo più), porta all’indifferentismo e, di conseguenza, al nichilismo e all’auto-distruzione della società. Qualcuno la chiama “filosofia del nulla”.

È il quadro che vediamo ogni giorno intorno a noi e i cui contorni divengono sempre più marcati: il disastro delle culle vuote o “inverno demografico”, aborti anche post-natale o infanticidi (oltre i 100 mila “legali” in Italia, ogni anno), tentativo di proibire l’obiezione di coscienza ai medici antiabortisti (l’Amministrazione Zingaretti della Regione Lazio ci aveva provato nel febbraio 2017 all’Ospedale San Camillo di Roma!), divorzio lampo, padri separati ridotti in miseria e a cui i giudici proibiscono perfino di vedere i figli,  bande sempre più pericolose  di minorenni diseducati e violenti, utero in affitto o compravendita del corpo delle donne e dei bambini con conseguente diritto negato ai figli di sapere chi sia il proprio vero padre, insegnamento e diffusione del gender nelle scuole per cancellare la differenza naturale tra il maschile e il femminile, “diritto” di adozione di bambini da parte di due uomini o di due donne, creazione di una famiglia “altra” cioè distruzione di quella vera (uomo-padre, donna-madre, figli), ammissione del “diritto di incesto”, già da qualcuno richiesto al Bundestag della “civile” Berlino nel nome dell’“amore” (“Il Giornale” 30-9-2014), “scarto” o  eutanasia dei vecchi ormai troppi e troppo costosi, legge contro l’“omofobia” o tentativo “democratico” di chiudere la bocca a colpi di Codice Penale a quelli che vogliamo opporci a tale deriva nichilista.

Tutto questo, da alcuni partiti, è salutato  come... “valore”!

Mi rendo ben conto che simili discorsi – toccati nella campagna elettorale solo da Lega e Fratelli d’Italia – possono aver detto poco o nulla ai molti che, specie nel Sud, per rabbia e disperazione, hanno votato “Cinque Stelle”; tuttavia resto fermamente convinto che, prima di ogni altro problema per quanto grave (disoccupazione, pensioni di fame, stipendi esorbitanti di parlamentari e magnati, caduta in basso della categoria dei politici, evasione fiscale, ruberie varie, fuga all’estero di giovani, “invasione” islamica, insicurezza diffusa…), quello più importante è la salvezza dall’autodistruzione morale, civile e fisica a cui – stando così le cose – è avviata la nostra società  neopagana: è l’attuale mancanza spirituale e culturale che produce la crisi materiale e non viceversa! Ne consegue che il cattolico, il protestante, l’ebreo, il musulmano, l’ “ateo devoto”, la persona di buona volontà, il padre di famiglia..., se vogliono invertire la tendenza, devono alzarsi in piedi e reagire e ritessere la tela dello spirito e della cultura che altri ha lacerato in tanti decenni; cominciando dall’“interiore homine”, cioè dalla propria persona, altrimenti sarà vano ogni sforzo!

Osservazioni a margine:

a)  la “mia” Sicilia, che ha votato in massa “Cinque Stelle”, non è nuova a simili “scattiàte” (“scattiàri” = scoppiare): negli ultimi 60 anni essa si è affidata anima e corpo a diversi protettori, da Milazzo ad Almirante, da Berlinguer a Berlusconi; ora è la volta del giovanissimo Di Maio…! A questo punto per la mia cara Isola non mi resta che pregare la Madonna dell’Itria, sua patrona, e le “santuzze”: Lucia di Siracusa, Agata di Catania e Rosalia di Palermo perché venga “scanzata” dalle male occasioni!

b) l’antifascismo riesumato a scoppio ritardato anche sotto la spinta del fu giornalone primo della classe, “la Repubblica”, si è rivelato controproducente per gli stessi riesumatori; esso, comunque, è una sorta di malattia infantile inguaribile di cui certe élites borghesi si servono per distrarre il povero prossimo dai problemi veri che gli gravano le spalle: il fascismo è morto ed è stato sepolto sotto le rovine dell’Italia sconfitta nel 1945; di esso si può parlare – bene o male – quanto si vuole ma in sede storica e chi dopo 73 anni (la vita di un uomo!) ne agita ancora il fantasma, è fuori della realtà

c) la corona del Rosario, mostrata da Matteo Salvini nel grande comizio di Milano, a me ha fatto del bene perché anch’io ne tengo una in tasca e con essa prego ogni giorno: fra tanti che si dicono cattolici e che non si soffiano il naso per timore di farsi scorgere, non posso che plaudire a un “giovine” che mostra – “opportune et importune” –  segni esterni della mia stessa religiosità popolare

d) i cari amici del “Popolo per la famiglia” hanno raccolto e disperso gratis al vento alcune centinaia di migliaia di voti, inutili per eleggere un loro candidato; utilissimi, invece, sarebbero stati per eleggerne una decina se fossero andati a partiti più consistenti  e che nei  programmi avevano la difesa di Vita e Famiglia: questi amici hanno alzato una bandiera che è anche la mia bandiera ma è accaduto che il loro legittimo desiderio di un ipotetico “ottimo” ha impedito il raggiungimento di un più sicuro… “buono”!

 

 

Nella biografia del Cavaliere scritta da Alan Friedman è lo stesso Berlusconi a evidenziare che Napolitano «continuava a insistere che dovessimo allinearci con gli altri in Europa», e che quindi la decisione era già presa, facendo pesare il suo ruolo di capo delle Forze armate. Interpretazione confermata al quotidiano Il Giornale dall'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che sottolineò come a marzo 2011, Napolitano convocò un vertice riservato durante l'intervallo del Nabucco all'Opera di Roma, in cui rappresentò l'ultimatum di Sarkozy sulla partecipazione all'intervento in Libia sotto l'egida della Nato. «L'Italia non può rimanere fuori», disse Napolitano secondo Schifani.

Secondo il Giornale Il riluttante Berlusconi, che aveva firmato un trattato di amicizia con la Libia con il quale si poneva un argine all'immigrazione clandestina, fu costretto a venir meno alla parola e a concedere le basi per i bombardamenti. Napolitano ancor oggi non spiega. Eppure la crisi libica rappresentò il secondo tassello decisivo per completare il puzzle della demolizione del Cavaliere. Il primo fu la scissione di Gianfranco Fini, «sponsorizzata» dal Quirinale per indebolire l'ampia maggioranza del Pdl. 

Il secondo riferisce il Giornale fu l'utilizzo del ruolo di capo supremo delle Forze armate per costringere il presidente del Consiglio a cambiare, su pressione di Sarkozy, la politica estera sulla Libia danneggiando anche gli interessi delle aziende italiane lì impegnate. Il terzo e decisivo è noto: durante la speculazione anti-italiana sullo spread, l'allora capo dello Stato si accordò all'asse Sarkozy-Merkel per defenestrare il premier e insediare il governo Monti, cioè il «maresciallo Petain» targato Bruxelles. È notorio, infatti, che il Cav fosse restio ad assecondare i diktat di Berlino e di Parigi. Il silenzio di oggi, forse, vale più di tante parole.

Ora che Nicolas Sarkozy è gardé à vue lui, che con l'Eliseo ebbe molto più di un abboccamento in quel tragico 2011, non lascia spirare nemmeno un fiato.

Eppure Giorgio Napolitano come riferisce il Giornale ebbe un ruolo preponderante nella decisione italiana di supportare la coalizione Nato che eliminò Muhammar Gheddafi sette anni fa facendo piombare l'intera Libia nel caos. Quella stessa Libia che finanziò la campagna presidenziale di Sarkozy. Sui social ieri molti chiedevano all'ex presidente di spiegare, di motivare o, per lo meno, di fornire un dettaglio. Tra questi Francesco Storace che su Twitter ha scritto: «Nessuno che chieda scusa per i bombardamenti in Libia. Tangenti e guerra contro la sovranità nazionale».

Nel 2016 il presidente Usa, Barack Obama, dichiarò di essersi pentito di quell'operazione cui lo spinsero tanto il segretario di Stato, Hillary Clinton, quanto gli alleati Sarkozy e Cameron (ex premier britannico). Sarkozy «voleva vantarsi di tutti gli aerei abbattuti, nonostante il fatto che avessimo distrutto noi tutte le difese aeree», affermò Obama.

Qualche domanda scrive il quotidiano il Giornale non retorica aiuta a schiarirsi le idee. Nel quarantennio post-Sessantotto, un trentennio circa aveva visto la destra al potere. Lo stesso Sarkozy aveva partecipato alla campagna presidenziale dalla posizione privilegiata di ministro degli Interni, il duplice mandato di Mitterrand si situava fra un Pompidou-Giscard e un doppio Chirac. Ritenere «lo spirito del '68» il responsabile dei mali del Paese poteva essere un comodo artificio retorico, purché di questo si trattasse, non di altro. Sarkozy non lo capì perché dietro di lui non c'era un'ideologia e/o un pensiero, ma i suoi istinti e i suoi impulsi. Era mediocre e aspirava alla grandezza, si riteneva un uomo d'azione che disprezzava lo snobismo delle élites, ma non desiderava altro che da quelle élites essere accettato, «le president bling bling» ubriacato dal profumo e dal potere dei soldi.

Come riferisce il giornale vinse Sarkozy perché fingeva di essere tutto non essendo, appunto, niente. Di quel decennale interregno sarkozyano, noi italiani ricordiamo tre cose: il matrimonio con la nostra connazionale Carla Bruni, che faceva risuonare nei più anziani il memorabile calembour di Ennio Flaiano dedicato al romanzo di Françoise Sagan, Bonjour tristesse... 

Poi il sorrisetto derisorio scambiato con Angela Merkel a un vertice internazionale, a proposito della nostra credibilità economico-politica, infine il vergognoso sconquasso libico, non soltanto sotto il profilo bellico, ma per tutto quello che si è portato dietro a livello geopolitico. Adesso, ma il sospetto datava da allora, vengono fuori i finanziamenti elettorali, con relativa corruzione, per insabbiare i quali era necessario un intervento militare destabilizzatore e il tutto si ritorce contro chi lo incarnò, una nemesi degna del Dumas del Conte di Montecristo. Essere un parvenu della politica può aiutare, a patto di non abusarne, e la «tragedia di un uomo ridicolo» quale è stato in fondo Sarkozy aiuta a capirlo. Pensate all'enfasi anti-sessantottina di cui si servì per la scalata al potere.

C'è del fascino nel dire ogni cosa e il suo contrario». La citazione è di Dominique de Villepin, l'altro enfant prodige dell'epoca di Chirac, l'eterno rivale di Nicolas Sarkozy, più bello, più intelligente, più colto, ma ahimè politicamente meno abile, il che in politica nei tempi stretti vuol dire tutto, ma in quelli lunghi è eguale a niente. La parabola di Sarkò è durata poco più di un decennio, il 2004 in cui diventa ministro dell'Economia del governo Raffarin, il 2016 in cui fallisce nel tentativo di vincere le primarie del centro-destra per potersi ricandidare alle presidenziali. Tutto quello che è successo dopo, compreso lo stato di fermo che lo ha appena colpito con l'accusa di aver incassato soldi dal poi defunto leader libico Gheddafi, poco aggiunge e niente toglie a quella parabola. 

La democrazia permette l'ascesa di uomini ridicoli perché la sua forza consiste nello scaricarli di lì a non molto. Ciò che può sembrare una tragedia nel primo caso, diventa farsa nell'atto successivo. Nel 2007, quando Sarkozy divenne al secondo turno presidente della Repubblica con il 53% dei voti rispetto alla socialista Ségolène Royal, che pure aveva preso il 46%, ci fu, anche in Italia, soprattutto in Italia, chi gridò entusiasta al miracolo. 

Siamo un Paese che, come nel calcio, invoca sempre l'acquisto dello straniero e che, in politica, non l'azzecca mai. La «lezione francese», si scrisse allora, accreditava al piccolo e nervoso neo-inquilino dell'Eliseo una vera e propria rivoluzione: ricomposizione della destra, seduzione di parte della sinistra, un'iniezione di fiducia elettorale nei suoi connazionali. C'era del vero, ma come sempre parziale: il primo elemento aveva a che fare con l'impresentabilità lepenista, il secondo con una sinistra fin troppo seducibile, l'ultimo con la giovane età di tutti i contendenti alle presidenziali (nel primo turno c'era anche François Bayrou) e con il loro utilizzo della cosiddetta antipolitica, viscerale, compassionevole, qualunquista, comunque retorica nel suo essere antisistema

 

 

Un interrogativo domina sui media nazionali e forse anche internazionali: perchè il Movimento 5Stelle ha fatto il «cappotto» nel Meridione d'Italia? Ha cercato di rispondere alla domanda Pino Aprile, noto saggista e storico pugliese nella trasmissione «Nemo», di Rai 2. Per il giornalista la vittoria grillina, è il risultato del malcontento e del forte rancore degli elettori meridionali nei confronti del sistema politico prima del centrodestra e dopo del centrosinistra che ha governato negli ultimi venticinque anni. Pertanto è inutile stupirsi o scandalizzarsi, i meridionali in questo momento avrebbero votato anche «Belzebù».

 

A questo proposito, ho presente un mio amico del messinese, con un passato di impegno politico intenso, ora da qualche anno elettore grillino. Mi confidava che pur di abbattere il sistema politico italiano sarebbe disponibile a votare i grillini anche se candidavano Totò Riina.

 

Il 4 marzo, è evidente che il siciliano, il calabrese, il pugliese, e tutti gli altri, hanno ragionato come l'amico messinese. Al di là delle lusinghe del «reddito di cittadinanza», è talmente forte l'arrabbiatura del popolo meridionale che hanno votato in maggioranza per Di Maio e compagni. Anche se è doveroso ricordare che al Sud gli elettori hanno dato il proprio consenso anche al centrodestra, con un discreto risultato per la Lega. Così come al Nord i 5Stelle hanno preso tanti consensi.

 

Qualcuno faceva notare che il Movimento 5 Stelle è guidato da elementi del Nord, come Casaleggio & associati, che ha sede nel centro di Milano e Beppe Grillo è di Genova, capitale marinara del Nord. Ma di questo gli elettori meridionali non se ne sono curati più di tanto. Mentre, continuano i pregiudizi sulla Lega.

 

Pino Aprile tra l'altro ha citato l'Istituto SWG di Trieste che mesi fa aveva lanciato l'allarme della rabbia e il disgusto dei ragazzi del Sud contro le istituzioni dello Stato percepite come nemiche. Per l'istituto si poteva intravedere un vero e proprio clima insurrezionale. Naturalmente l'allarme è stato ignorato dal governo e dai partiti tradizionali.

 

Certo l'avanzata di 5 Stelle al Sud è stata facilitata anche dall'inadeguatezza della classe dirigente, in particolare del centrodestra. In Sicilia deve scomparire quel «cerchio magico forzista che impone candidature calate dall’alto senza alcun riferimento agli amministratori del territorio», bisogna evitare i personalismi che non lavorano per l'area politica, ma semplicemente per mantenere il potere individuale. Bisogna cambiare gli uomini? Sì, è auspicabilissimo, ma soprattutto bisogna cambiare le idee che questi uomini si portano in testa. Solo così il centrodestra potrà di nuovo tornare a dialogare con i cittadini.

 

Ritornando alla questione dell'allarme lanciato dall'istituto di Trieste, i presagi della rivolta c'erano già da molto tempo, gli esperti l'avevano paventata, soltanto i politici non si erano accorti, o facevano finta di non vedere. Basti pensare a tutta la letteratura dei cosiddetti meridionalisti, a cominciare dallo stesso Aprile che da anni con i suoi libri, studia il Mezzogiorno. Dopo aver scritto Terroni e Carnefici, qualche anno fa ha pubblicato un libro inchiesta, “Il Sud puzza”. Un viaggio tra le vergogne del Sud come l'Ilva di Taranto o le industrie petrolchimiche di Augusta o di Gela. Tra i tanti scrittori di inchieste che hanno raccontato il disagio, le nefandezze e lo stato di prostrazione del Sud, ne ricordo alcuni.

 

Sono quelle opere che ho letto e recensito in questi ultimi anni, come “Il sole sorge a Sud”, di Marina Valensise, edito da Marsilio. Un viaggio contromano da Palermo a Napoli, via Salento. La Valensise fa un viaggio non troppo immaginario nelle regioni del sud, attraverso personaggi e luoghi, del lassismo politico, del fatalismo dell'irrimediabile, dell'indolenza culturale. Nello stesso tempo illustrando anche e soprattutto la bellezza artistica e culturale del nostro Meridione.

 

“Brandelli d'Italia. 150 anni di conflitti Nord-Sud” di Romano Bracalini, edito da Rubettino. Un testo dove l'autore coniuga la storia degli ultimi 150 anni con l'attualità e forse oggi potrebbe essere profetico, dopo il voto del 4 marzo. GianAntonio Stella e Sergio Rizzo, “Se muore il sud”, pubblicato da Feltrinelli, dove ci si lamenta della classe dirigente italiana che lascia affondare una parte del paese. E poi il saggio di Giovanni Valentini, “Brutti sporchi e cattivi: i meridionali sono italiani?”, edizioni Longanesi. «L'Italia, per crescere e svilupparsi non può assolutamente eliminare il Mezzogiorno, ma deve invece risolvere i problemi che lo attanagliano», è questa la tesi di Valentini. Interessante, ben documentato, il libro di Carlo Puca, “Il Sud deve morire”, Marsilio editore. Puca ha percorso da cronista tremila chilometri nel Mezzogiorno d’Italia. La sua indagine inizia con una ricognizione sui luoghi del delitto – da Lampedusa all’Aquila, passando per Papasidero, Viggiano, Barletta, Castelvolturno – per poi individuarne i mandanti, tracciare l’identikit degli esecutori e inchiodare i complici alle loro responsabilità. Ma non posso ignorare l'eroico padre Maurizio Patriciello, con il suo libro denuncia, “Non aspettiamo l'apocalisse”, edito da Rizzoli. Il sacerdote napoletano si batte per il riscatto della cosiddetta “Terra dei fuochi”. Sostanzialmente questi giornalisti con le loro ottime sintesi hanno raccontato tutti la stessa cosa: il Sud, anche se ha una grande Storia e una grande Cultura, è stato desertificato e saccheggiato economicamente da tutte le classi dirigenti.

 

E proprio mentre in questi giorni, c'è chi si appassiona a pubblicare cartine dell'Italia con le varie mappe del voto del 4 marzo, omologando il voto grillino al territorio del Regno borbonico. Io invece mi affido ad un agile libro, pubblicato l'anno scorso da Piemme. Dove già nel titolo si metteva in guardia il lettore sulla esplosiva situazione del nostro Meridione. Mi riferisco ad «Attenti al Sud», un testo composto da quattro saggi scritti da quattro intellettuali «terroni», Pino Aprile (pugliese), Maurizio De Giovanni (napoletano), Mimmo Gangemi (calabrese), Raffaele Nigro (lucano).

 

Gli studiosi raccontano il Sud senza sconti, senza piagnistei, senza sensi di inferiorità né di superiorità, tra la «fuganza» di chi non ce la fa a restare e la «restanza» di chi ha deciso di rimanere e lottare per rivitalizzare la propria terra. «State attenti - dicono gli autori - significa sia preoccupatevi per il Sud, sia badate a voi perché potrebbe stupirvi ed esplodervi in mano. In ogni caso, stare attenti al Sud vuol dire stare attenti all'Italia intera».

 

Il libro non intende edulcorare il Meridione, non vuole fare sconti, gli autori conoscono bene il territorio dove vivono.

 

I quattro in premessa, denunciano proprio il fatto che il Sud ormai non è più neanche una «questione», ormai da tempo il Meridione è stato «espunto dall'agenda politica reale dei governi, e mentre l'accenno al mezzogiorno è soltanto il residuo di una coscienza politica sporca che sopravvive negli annunci di stanziamenti o nelle promesse di doverose o fantasiose infrastrutture».

 

La mancata considerazione per il Sud, l'aveva notata anche Alfredo Mantovano, esponente di spicco di Alleanza Cattolica ed ex sottosegretario agli interni, in un convegno l'anno scorso, dal titolo:"Dov´è finito il Sud? Ricollocare il Mezzogiorno nell´Agenda politica", Mantovano criticava certi politici, che sul Sud facevano solo demagogia, e dichiarava che «il tema del Sud è da anni assente dall´agenda politica nazionale [...]". Basta andare a consultare i siti istituzionali da quelli nazionali a quelli regionali per verificare la quantità e la qualità delle discussioni aventi per oggetto il Mezzogiorno d´Italia».

 

Ritornando al libro della Piemme, De Giovanni,  avverte: «senza saperlo, ci siamo separati dal resto della nazione e stiamo andando alla deriva verso sud. Siamo stati disancorati. L'Europa procede per conto suo e noi per conto nostro. Il passo successivo, che io mi aspetto da un momento all'altro, è sentir dire che l'Italia ce la farebbe pure a stare al passo con il resto dell'Europa, se non fosse per il Sud!».

 

Attenti al Sud è una piccola antologia che leggendola può fare soltanto bene.

 

Il testo è estremamente polemico con chi offende il Meridione. De Giovanni a questo proposito si interroga: «come si fa a scrivere che i cinquanta chilometri quadrati che comprende la provincia di Caserta, di Napoli, di Salerno, sia «un cancro economico e sociale?» E precisa che in questo territorio, oltre ad avere un settore agroalimentare leader nel mondo, esiste tanto per fare qualche esempio, la reggia di Caserta, Pompei, Ercolano, la Costiera Amalfitana, la Costiera Sorrentina, una città come Napoli, che «non è seconda per numero di siti d'interesse artistico, archeologico e culturale a nessuna al mondo». Soltanto un idiota può confinare il Meridione d'Italia alle mafie. Eppure questa è l'identità che viene attribuita al Sud.

 

Secondo De Giovanni, riferendosi a Napoli, «noi stessi dobbiamo superare la negatività che nei nostri confronti viene dal luogo di cui siamo l'oggettiva capitale. E lo siamo tuttora, se non capitale politica o economica, senz'altro culturale». Tuttavia lo scrittore napoletano fa anche una spietata autocritica: se il Sud si spopola è colpa nostra, i giovani, «siamo noi che li mandiamo via».

 

E che dire della bellezza, che non sappiamo sfruttare, «noi abbiamo l'80 per cento delle chiese chiuse, perché non c'è il personale che le tenga in piedi e che vi consenta l'entrata». Potevamo soltanto amministrare la bellezza e sarebbe bastato. Purtroppo ci sono troppe contraddizioni al Sud, nonostante tutto però dobbiamo fare «militanza» nel riconoscimento di un'identità e nell'orgoglio di questa identità». Chiunque ha la possibilità e modo di scrivere, dovrebbe ricordarsi chi è, e dirlo.

 

Mimmo Gangemi, mette in guardia dalla «cultura del pregiudizio», nei confronti dei calabresi e della Calabria. Certo Gangemi non dimentica i demeriti come quella della 'ndrangheta e ricorda la vergogna delle cosiddette mucche che vagano libere per le campagne e le strade di Cittanova in provincia di Reggio. Tuttavia per Gangemi a delinquere in Calabria è una sparuta minoranza, il 2,7% e non il 27% come sostengono alcuni. Certamente la Calabria non è quella che ha descritto Giorgio Bocca nel suo “L'Inferno. Profondo Sud, male oscuro” edito da Mondadori. E neanche come sosteneva Cesare Lombroso.

 

Un'attenta lettura, infine, merita il saggio di Raffaele Nigro, «Per una cultura ribelle». Il melfitano presenta una letteratura lucana di alta qualità, probabilmente poco conosciuta dalla maggioranza degli italiani. Elenca innumerevoli nomi di artisti, studiosi, letterati. Ma soprattutto prende in considerazione il gioiello dei celebri «Sassi» di Matera, «scoperti», soltanto recentemente dagli amministratori. Infatti questi luoghi sono passati dalla «vergogna d'Italia» fino a diventare una miniera d'oro per la Basilicata e per tutto il Paese. Peraltro il libro che ho in mano non a caso è nato proprio qui a Matera, nella «formidabile metafora del Sud». Non per niente Matera sarà nel 2019, la capitale della cultura europea.

 

 

 

 

 

 

Qualcuno ha scritto che il 4 marzo non è stato sconfitto solo il Pd di Matteo Renzi ma anche i cattolici e non solo quelli che hanno votato per il Pd. I cattolici sconfitti sono  quelli dell'«idea fissa», quelli che per ogni decisione politica fanno riferimento agli omosessuali, e più o meno tutto quanto attiene alla sfera della sessualità e della riproduzione.

In pratica si tratta, non tanto della maggioranza dei cattolici che si limita a frequentare la messa, ma di quella minoranza rumorosa che sostiene sempre e comunque i «principi non negoziabili», che li brandisce in ogni circostanza anche durante le elezioni. Certo è buona cosa ribadire il rispetto della vita, della famiglia naturale, e non delle «famiglie», il matrimonio tra un uomo e una donna. Sono valori fondamentali, che vanno difesi, ma che da qualche tempo non attirano più gli elettori e non solo quelli italiani. Pertanto non sono decisivi per vincere le elezioni.

Il 14 marzo scorso Il Foglio ha chiesto a varie personalità il motivo dello scollamento tra la linea della chiesa e le scelte dell'elettorato cattolico. Tra le interviste prendo in considerazione quella del sociologo torinese Massimo Introvigne, sociologo e direttore del Cesnur(Centro Studi Nuove religioni). («Il voto delle periferie esistenziali», 14.3.18, Il Foglio)

Il professore per capire quello che è successo il 4 marzo, inizia con una premessa fondamentale: ricorda che in Italia soltanto il 17% dei cattolici frequenta la messa della domenica, mentre l'83% non la frequenta. E' un dato che merita grande attenzione. Introvigne, fa riferimento al viaggio che Papa Francesco ha fatto negli Stati Uniti nel 2015. Qui il Papa «ha cercato - senza successo, come dimostrano le resistenze dei vescovi che continuano ancora oggi – di spiegare all'episcopato americano che le 'guerre culturali' in tema di vita e di famiglia erano finite, che i vescovi le avevano perse e che si apriva una nuova fase nuova dove i temi della vita e della famiglia sarebbero stati una parte dell'impegno politico dei cattolici ma non la sola parte e forse neppure la prima. Attenzione: il Papa non diceva che combattere le 'guerre culturali' non fosse stato alto e nobile, diceva che si apriva una fase nuova».

Pertanto secondo Introvigne, l'elettore europeo, ma anche quello italiano, «anche se fa parte della minoranza che va a Messa o va a un culto protestante - non vota facendo anzitutto l’esame del sangue ai partiti su aborto e omosessuali. In realtà non vota neppure sull’accoglienza ai rifugiati o il ragionevole sostegno agli immigrati – rifugiati e immigrati sono categorie diverse ma è difficile spiegarlo agli elettori – e l’“idea fissa” cosiddetta “immigrazionista” è solo la versione di sinistra dell’“idea fissa” su gay e aborto della destra. Vota perché si sente, - continua Introvigne - per citare ancora Papa Francesco, imprigionato in una di quelle periferie esistenziali che non sono necessariamente territori fisici ed esistono anche al centro delle città, e non si riferiscono solo alla povertà materiale ma anche all’insicurezza e alla solitudine».

A questo punto l'elettore cattolico, quando, «decide per chi votare il reddito di cittadinanza è più importante dell’aborto, e anche per molti che votano Lega la sicurezza e l’alleggerimento della pressione fiscale sono più importanti del no al matrimonio omosessuale o dei rosari di Salvini».

E se i cattolici ora sono irrilevanti in politica, per il sociologo, l'irrilevanza è stata coltivata da loro stessi, che si sono preoccupati soltanto del «puro potere e poltrone, ovvero rimanendo chiusi nel ghetto dell’”idea fissa”, perdendo il contatto con la stragrande maggioranza della popolazione per cui i primi problemi sono arrivare a fine mese e, anche per chi ci arriva comodamente, evitare di farsi aggredire per strada e sfuggire alla narrativa deprimente che alimenta la sensazione di solitudine anche in mezzo alla più rumorosa delle folle».
Anche se paradossalmente su questi temi, i cattolici, «avrebbero tantissimo da dire e che milioni di persone (come sa chi non si fa distrarre da certi blog) considerano Papa Francesco un punto di riferimento più autorevole di qualunque politico».

Vorrei ricordare al professore Introvigne che l'irrilevanza nella società civile dei valori non negoziabili, a me è capitato sperimentarla qualche decennio prima, già negli anni '90, nel messinese quando cercavo di animare socialmente e politicamente il territorio. Alla fine degli incontri contro l'aborto e in difesa della famiglia, non mancava l'amministratore di turno che mi ricordava certe priorità del territorio: quasi sempre su tutto c'era il lavoro.

Comunque sia per il direttore del Cesnur ci possono ancora essere ambienti «dove tutti votano chiedendo ai candidati primo, che cosa pensano dei gay, e secondo, che cosa pensano dell’aborto. Ci sono anche ambienti opposti, più piccoli, per cui accogliere tutti gli immigrati è l’unico dogma sopravvissuto. Sono ambienti che esistono e fino a qualche anno fa si poteva anche immaginate di esportarne le idee in un ambito più vasto e vincere qualche elezione, almeno regionale». Ma oggi il mondo è diverso, da come lo si vede all'interno del mondo cattolico, dell'associazionismo e di certi «stanzoni» dell'idea fissa. Sull'esperienza politica del «Popolo della famiglia» di Adinolfi, si povrebbe scrivere molto. Il PdF è l'esempio più significativo di quelli che si sono rinchiusi nel ghetto delle idea fissa, illudendosi di far breccia nell'elettorato soltanto con il tema della famiglia. Ma come abbiamo visto le priorità degli italiani erano ben altre.

Anche se questi temi possono avere la loro rilevanza in un contesto politico diverso, lo sostiene Marco Invernizzi, infatti, «La Lega ha incontrato anche il consenso di molti cattolici, particolarmente di quelli attenti a mettere la famiglia (uomo, donna, figli) al centro della società e a richiedere politiche concrete diverse dal mero assistenzialismo per favorire una inversione di tendenza che affronti il più grande problema politico italiano di oggi: l’“inverno demografico” che sta portando la nazione al suicidio». (Marco Invernizzi, “La Lega e il futuro dell'Italia”, 14.3.18 in alleanzacattolica.org)

 

Tuttavia anche Invernizzi è consapevole che «soprattutto oggi in epoca di relativismo e di dominio del pensiero debole, le elezioni si vincono sui grandi temi della sicurezza, della disoccupazione e della diminuzione della pressione fiscale».

Però per un partito che voglia durare ha bisogno di « fondarsi su princìpi solidi e proporre una narrazione che tenga unito almeno un pezzo base dell’elettorato, il cosiddetto “zoccolo duro”». E per quanto riguarda la Lega, si auspica che diventi un partito federalista «senza essere divisivo, può applicare i princìpi della solidarietà e della sussidiarietà che sono patrimonio della dottrina sociale cristiana raccogliendo il consenso dei ceti più deboli senza cadere nel pauperismo ma senza disprezzare il risparmio e lo sviluppo delle diverse componenti della società».

In conclusione, «I cattolici possono tornare a contare?». Si domanda Introvigne, «Sì, nella misura realistica del loro essere minoranza, se aprono la finestra, escono dallo stanzone e anzi magari abbattono la finestra e il muro che li rinchiude (ancora, più o meno il contrario della famosa “Opzione Benedetto”). Parafrasando Marx, ormai non hanno più nulla da perdere, tranne le catene dell’“idea fissa” che si sono messe da soli».

 

 

 

La situazione italiana “non è drammatica, è tragica”. È questo il “twit” di Ciriaco De Mita che, ospite del salotto Rai di Fabio Fazio, analizza il dopovoto.

Io faccio politica da quando ho cominciato a capire”, ha esordito l’ex presidente del Consiglio parlando dell’esperienza da sindaco di Nusco. Ma lo stallo parlamentare maturato dopo il 4 marzo è palese, anche per un personaggio del suo calibro: “Per la prima volta in vita mia non riescono a capire le cose che accadono. Può accadere di tutto: le forze politiche che hanno vinto hanno opinioni contrastanti. Il governo si fa se c’è una maggioranza che gli dà fiducia. Non credo che il Capo dello Stato possa dare incarico a chi non ce l’ha”. E poi: “Guardando l’esistente credo che la soluzione sia difficile perché le posizioni politiche sono in contrapposizione. Trovarla non è impossibile ma complicato”.

Addossare troppe colpe al Rosatellum, per De Mita, è però sbagliato: “Caricare di responsabilità la legge elettorale è come pensare che cambiando vestito si prenda il raffreddore. Non è così. La cosa vera è che da tempo abbiamo abbandonato l’analisi dei problemi, ingigantito l’illusione della promessa semplice e ci meravigliamo che questo circuito sia esploso”.

C’è spazio per le battute sferzanti che De Mita utilizza per fare il punto della situazione politica. Tipo quando commenta la similitudine tra il leader Cinque Stelle Luigi Di Maio e il giovane Giulio Andreotti tracciata da Bruno Vespa: “Non ha la gobba”. Bissata dalla domanda sui ministri dell'eventuale governo grillino provenienti dal campus di Vincenzo Scotti: "E ha detto tutto. Lo chiamavano Tarzan nella Democrazia Cristiana. Perché era un tipo movimentoso".

Ho grande fiducia nel futuro dell'Italia e voi ne siete una delle ragioni". Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricevendo al Quirinale "gli Alfieri della Repubblica". 

'Le sorti dell'Italia - ha evidenziato il capo dello Stato - sono "comuni" e siamo tutti ugualmente responsabili del "futuro".

Il presidente Mattarella, rivolgendosi a un gruppo di studenti al Quirinale premiati per essersi distinti in attività di solidarietà, ha spiegato che i giovani hanno dimostrato "di sentire corresponsabilità per le sorti comuni dell'Italia". Il presidente estendendo il ragionamento ha detto inoltre che bisogna "comprendere che occorre essere protagonisti e costruire il futuro del Paese senza chiudersi nella propria dimensione personale, magari con egoismo".

Il Presidente della Repubblica ha consegnato, al Quirinale, 29 Attestati e distintivi d'onore di "Alfiere della Repubblica" a ragazze e ragazzi che si sono distinti nella partecipazione, nella promozione del bene comune, nella solidarietà, nel volontariato e per singoli atti di coraggio.

Sono giovani, nati tra il 1999 e il 2007, che rappresentano modelli positivi di cittadinanza e che sono esempi dei molti ragazzi meritevoli presenti nel nostro Paese

Uno dei temi più caldi è naturalmente quello dell'immigrazione, su cui la Ue gioca la propria partita decisiva precisamente nei Paesi membri di primo arrivo come l'Italia e la Grecia. Il commissario all'Immigrazione

E in Italia non si è ancora formato il nuovo governo che già la Commissione Europea si affretta a mettere le mani avanti e a fissare alcuni punti chiave della propria agenda dettando la linea al futuro esecutivo che tra poche settimane dovrà insediarsi a Palazzo Chigi.

Dimitris Avramopoulos e intervenuto oggi al termine del Consiglio Ue su Interni e Difesa, dando indicazioni ben chiare su quelle che sono le aspettative di Bruxelles rispetto al prossimo governo che si sta per formare a Roma.

"Non credo che la politica italiana sull'immigrazione possa cambiare - ha spiegato il commissario ai giornalisti che gli chiedevano se temesse che le politiche di Roma in materia possano cambiare - L'Italia è uno dei Paesi europei più importanti e la sua politica non credo che cambierà. Contiamo molto sul contributo italiano e sul suo sostegno alla nostra strategia comune sulla immigrazione".

Avramopoulos ha poi colto l'occasione per elogiare l'operato del ministro dell'Interno uscente Marco Minniti di cui ha lodato "l'ottimo lavoro che lascia in eredità", definito "qualcosa di cui l'Italia può andare orgogliosa". Dichiarazioni e prese di posizione assai nette, che però dovranno fare i conti con la linea del nuovo esecutivo. Che, a trazione leghista o pentastellata che sia, rischia di lasciare il commissario all'Integrazione con l'amaro in bocca. La continuità con l'operato del precedente governo non è certo infatti in cima alle priorità dei partiti usciti vincitori dalle urne.

Per le presidenze delle Camere, "penso che fare il contrario di quello che gli italiani hanno scelto la settimana scorsa sarebbe una follia, e ci sono due forze politiche che hanno vinto le elezioni, non è difficile capire con chi si ragionerà". Lo ha detto il segretario della Lega, Matteo Salvini, parlando alla scuola politica del partito.

"Farò tutto quello che è umanamente possibile per rispettare il mandato che gli italiani ci hanno dato, ovvero di andare a fare il presidente del Consiglio, ma senza scendere a patti e rinnegare la nostra Bibbia che è il programma". Lo ha detto Matteo Salvini alla scuola politica della Lega. "Ho letto ipotesi astruse di governissimi, di governini, di passi di lato - ha aggiunto -. C'è un programma scelto dagli italiani".

"Ho il dovere di dialogare con tutti e non serbare rancore. Ma mi sono tolto la soddisfazione di dire di no. Stasera, stranamente dopo le elezioni, sono stato invitato in tv da Fazio gli detto 'no grazie, faccio altro'". Diverse volte, in campagna elettorale, Salvini aveva criticato il conduttore Rai per non averlo invitato.

"Andare al voto con il governo Gentiloni, magari facendo una legge elettorale migliore". "Il fatto - ha spiegato Berlusconi - è che non vedo alcuna possibilità, con questi numeri parlamentari e con questa situazione nel Paese, di fare una legge elettorale migliore. Voglio essere ancora più esplicito: non considero migliore una legge elettorale che consegni il governo del Paese a una minoranza, qualunque essa sia. II voto ha detto con chiarezza che oggi una maggioranza politica fra gli elettori non c’è. Non può essere la legge elettorale a crearla, a meno di non voler ancora aggravare il distacco fra i cittadini e la classe dirigente del Paese".

Infine sottolinea il ruolo di Forza Italia in questa tornata elettorale e il suo peso consistente nel cetrodestra: "Il nostro futuro si chiama semplicemente Forza Italia. Il nostro è un grande partito liberale, quindi tutte le opinioni sono legittime. Però, proprio perchè siamo una grande forza liberale, parte integrante della grande famiglia del Ppe, il nostro avvenire rimane ben distinto da quello dei leghisti che sono certo alleati leali, ma che hanno una storia diversa dalla nostra, un linguaggio diverso dal nostro, valori diversi dai nostri. Aggiungo che in questa campagna elettorale Forza Italia è stata fortemente penalizzata dalla non candidabilità del suo leader. Ma io continuo a pensare che - come in tutto il mondo - il futuro sarà dei liberali, dei cattolici, dei moderati".

Il leader M5S Luigi Di Maio lancia un nuovo appello per la formazione del governo e cita le parole di ieri del presidente della Cei, cardinale Angelo Bassetti. "Faremo tutto il possibile per rispettare il mandato che ci hanno affidato. Mi auguro che tutte le forze politiche abbiano coscienza delle aspettative degli italiani: abbiamo bisogno di un governo al servizio della gente", scrive Di Maio dal blog, sottolineando: "Non abbiamo a cuore le poltrone ma che venga fatto ciò che i cittadini attendono da 30 anni".

"In tutta la campagna elettorale e subito dopo il voto ho detto che noi siamo disponibili al confronto con tutti per far nascere il primo governo della Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini. Questa occasione non può essere persa. I cittadini ci guardano e pretendono il massimo dalle persone che hanno eletto in Parlamento". "Anche la settimana prossima sarà molto importante per il destino del nostro Paese. La partecipazione non si esaurisce con il voto. Continuate a informarvi e ad appassionarvi", sottolinea il capo politico del M5S.

"Abbiamo messo al primo posto la qualità della vita dei cittadini che vuol dire eliminazione della povertà (con la misura del Reddito di Cittadinanza che è presente in tutta Europa tranne che in Italia e in Grecia), una manovra fiscale shock per creare lavoro, perché le tasse alle imprese sono le più alte del Continente, e finalmente un welfare alle famiglie ricalcando il modello applicato dalla Francia, che non a caso è la nazione europea dove si fanno più figli, per far ripartire la crescita demografica del nostro Paese. La nostra attenzione sarà massima anche su altri fronti come quello della lotta alla corruzione, dell'eliminazione della burocrazia inutile con 400 leggi da abolire, del rispetto dell'ambiente", scrive Di Maio.

"'Politica vuol dire realizzare' diceva Alcide De Gasperi, ed è a questo che tutte le forze politiche sono state chiamate dai cittadini con il voto del 4 marzo. Più precisamente a realizzare quello che anche nella dottrina sociale della Chiesa viene chiamato 'bene comune', che è ciò che noi in tutta la campagna elettorale abbiamo indicato come 'interesse dei cittadini'". Lo scrive Di Maio in un post su Facebook rispondendo al presidente della Cei Bassetti, che ha auspicato che il prossimo governo sia "al servizio della gente".

"Il mio ciclo alla guida del Pd si è chiuso. Sono stati 4 anni difficili ma belli. Abbiamo fatto uscire l'Italia dalla crisi. Quando finirà la campagna di odio tanti riconosceranno i risultati. Ma la sconfitta impone di voltare pagina. Tocca ad altri. Io darò una mano: noi non siamo quelli non che scendono dal carro, semplicemente perché il carro lo hanno sempre spinto. Continuerò a farlo con il sorriso: non ho rimpianti, non ho rancori". Lo dice in un'intervista al Corriere della Sera il segretario dimissionario del Pd, Matteo Renzi, che sulla composizione del nuovo governo avverte: "Non esiste governo guidato dai 5 Stelle che possa ottenere il via libera del Pd". Per Renzi "non è un problema di odio che i grillini hanno seminato. E non è solo un problema di matematica, visto che i numeri non ci sono o sarebbero risicatissimi. I grillini sono un'esperienza politica radicalmente diversa da noi. 

Lo sono sui valori, sulla democrazia interna, sui vaccini, sull'Europa, sul concetto di lavoro e assistenzialismo, di giustizia e giustizialismo. Abbiamo detto che non avremmo mai fatto il governo con gli estremisti, e per noi sono estremisti sia i 5 Stelle che la Lega. L'unico modo che hanno per fare un governo è mettersi insieme, se vogliono". "Hanno il diritto e forse il dovere di provarci - sottolinea Renzi - I sovranisti hanno lo stesso programma su vaccini, Europa, immigrazione, burocrazia, tasse. Facciano il loro governo, se ci riescono. 

Altrimenti dichiarino il loro fallimento. Noi non faremo da stampella a nessuno e staremo dove ci hanno messo i cittadini: all'opposizione". Renzi chiude anche all'ipotesi di un governo di unità nazionale: "Noi purtroppo - dice - siamo il quarto gruppo parlamentare, non più il primo: gli appelli alla responsabilità sono sempre utili, ma si rivolgono soprattutto ai gruppi più grandi". Renzi assicura quindi che non fonderà un nuovo partito: "Ho visto piaggeria e viltà ma non lascio il Pd".

 

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI