Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Lunedì, 17 Giugno 2019

Dopo mesi di silenzio torna alla ribalta il caos libico. Non sono servite le conferenze internazionali, le risoluzioni delle Nazioni Unite, le tribù che si fronteggiano pensano solamente alla conquista del potere che al momento sembra un ballottaggio tra le truppe di Khalifa Haftar, a capo del governo della Cirenaica, che stanno marciando verso Tripoli e quelle del primo ministro Fayez al Serraj a capo del governo libico con sede a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale. Ne parliamo con Alexandre Del Valle, politologo e giornalista francese di origini italiane autore di numerosi saggi tra i quali Comprendere il caos siriano (D’Ettoris editori, 2017) e il recentissimo Il complesso occidentale. Piccolo trattato di de-colpevolizzazione (Paesi edizioni, 2019) e che sarà in Italia per un giro di conferenze (Roma e Milano).

Il mondo occidentale sembra stare a guardare questa guerra combattuta alle sue porte, è proprio vero?

L’Italia sta col governo dell’ovest, di Tripoli con rapporti pragmaticamente abbastanza buoni per bloccare i flussi migratori dei clandestini; mentre la Francia, in funzione anti italiana, sta col generale Haftar nell’est e lo sta armando. Il generale Haftar, nazionalista, è aiutato dagli Emirati, dall’Egitto e anche dalla Russia. L’Onu appoggia il governo di Serraj di Tripoli e l’Italia mantiene buoni rapporti per bloccare i flussi migratori. C’è una grande rivalità internazionale fra questi attori e una rivalità tra islamisti dell’ovest e anti islamisti, nazionalisti all’est. Invece della rivalità sciiti sunniti che manca in questo teatro, c’è una rivalità tra nazionalisti appoggiati dai Russi e armati dagli Emirati e dall’Egitto e, dall’altro lato, l’Onu che assieme alla Turchia appoggiano Tripoli. Quello che sappiamo è che il generale Haftar controlla i principali pozzi di petrolio che ha conquistato in questo ultimo anno e ha bisogno di controllare anche la capitale per commercializzare il petrolio dei pozzi. Chi  non controlla la capitale riconosciuta internazionalmente non può commercializzare facilmente petrolio e gas.

Gli Stati Uniti come si pongono in questa vicenda politico-militare?

Gli americani hanno preoccupazioni diverse e delegano alla Francia, all’Inghilterra e all’Italia il controllo di queste zone. Sono gli attori regionali come gli Emirati, vicini all’America e alla Francia, che hanno una grande forza militare anche superiore a quella Saudita e del Qatar, assieme all’ Egitto si sono impegnati contro i Fratelli musulmani e il loro scopo è quello di bloccare le forze pro Fratelli musulmani che si sono schierate a fianco del governo di Tripoli e delle milizie di Misurata.

La situazione libica appare piuttosto complessa simile a quella siriana ma con parti apparentemente invertite con il nostro paese dalla parte degli islamisti……

Il governo italiano è pragmatico, sta con chi controlla i flussi migratori o lo aiuta a farlo, la Francia è molto vicina agli Emirati Arabi. Mentre François Hollande era l’uomo dei sauditi, Sarkozy era l’uomo del Qatar, il presidente francese attuale è piuttosto l’uomo degli emirati. Adesso attorno a Tripoli e alle milizie di Misurata ci sono forze radicali, anche del Daesh e di Al-Qaeda che stanno aumentando e sono rinforzate dai jiadisti che fuggono dalla Siria e dall’Iraq. La Libia sta recuperando i flussi dei jiadisti dal vicino oriente e questo è un problema.

C’è in tutto questo un collegamento col nostro passato coloniale, una paura di essere accusati di neo-colonialismo?

Questo è un argomento importante perché molti intellettuali africani si appoggiano a questi sensi di colpa dell’Occidente. Ma questo adesso non vale più, la decolonizzazione è stata fatta e alcuni paesi non sono stati né colonizzati né colonizzatori ma si comportano allo stesso modo. Ad esempio gli Emirati non hanno mai colonizzato l’Africa e viceversa, Yemen e Marocco sono paesi che non hanno la stessa storia della Libia o l’Algeria. Gli Stati Uniti erano una colonia. La Turchia non è stata colonizzata dall’Europa, anzi è stata la Turchia a colonizzare l’Europa per secoli e si comporta in modo imperialista nell’Africa del nord e nel vicino oriente bombardando i Curdi, volendo annettersi un pezzo di Siria e di Iraq, sostenendo i Fratelli musulmani in Libia. L’argomento della colonizzazione non vale più e sono nozioni sorpassate, la realtà attuale è diversa. Dobbiamo toglierci di dosso il senso di colpa che ci impedisce di avere un’analisi geopolitica. Altro aspetto: i leader africani da molti anni sono indipendenti, possono fare ciò che vogliono, sono corrotti, hanno affamato i loro popoli e questo non per colpa nostra. Non è colpa nostra se questi dittatori hanno sfruttato le risorse senza condividerle facendo arricchire solamente le proprie famiglie. L’Europa ha volte fa degli errori, ma, ad esempio, la Francia era contraria all’intervento in Iraq nel 2003, ma se un europeo o un americano fa un errore geopolitico questo non è riferibile a tutti gli uomini bianchi o a tutti gli europei. La grande assurdità dell’analisi geopolitica fondata sul senso di colpa post-coloniale è di mettere tutti i paesi europei sullo stesso livello come se ci fosse un’omogeneità totale. I francesi hanno fatto la colonizzazione, la tratta degli schiavi con i neri nei Caraibi, però, nello stesso momento altri bianchi, europei e cristiani, è quello che spiego nel mio ultimo libro, erano vittime della schiavitù. Ad esempio gli slavi. La parola slavo viene da schiavo. I balcani, i russi, gli ucraini erano riserve di schiavi per l’impero tartaro e per i turchi. Tutti siamo stati lo schiavo o il sottomesso di qualcun altro, è stupidissimo accusare tutti gli europei di ciò che fanno alcuni e inoltre accusare i discendenti delle colpe dei predecessori. È totalmente contrario ai diritti dell’uomo e anche al diritto e alla giurisprudenza delle democrazie. Quello che definisce la democrazia moderna è proprio la responsabilità individuale e non si deve pagare per il passato o per gli antenati, altrimenti si torna alla morale di tribù.

Il suo ultimo lavoro Il complesso occidentale è un testo teso alla de-colpevolizzazione dell’occidente?

Certo è proprio il sottotitolo: piccolo trattato di de colpevolizzazione che rende bene la mia idea che nessuna politica si può fare col senso di colpa e il nostro peggior nemico non è il terrorismo islamico o la concorrenza industriale cinese, ma l’odio di sé stesso, dell’uomo bianco europeo che si odia come per espiare i peccati passati. Si sente talmente colpevole e pensa di doversi far perdonare il passato scomparendo, rinunciando ad una politica identitaria. Accettando tutte le imposizioni e soprattutto l’immigrazione. Se l’uomo bianco non fosse suicida farebbe venire immigrati dall’Europa dell’est, i figli di europei dall’America latina, molti italiani che vorrebbero tornare ma non possono. Privilegiare gli africani cristiani e non i musulmani, magari gli indiani induisti che fuori dal proprio paese non provano a far convertire nessuno. Il solo fatto che si privilegi un’immigrazione maggioritariamente islamica è quasi la prova che ci odiamo e vogliamo sparire. Il peggior nemico dell’Europa è il suo senso di colpa che per farsi perdonare la colonizzazione passata accetta di essere colonizzato oggi addirittura organizzando la propria auto colonizzazione. Per uno psichiatra sarebbe affascinante da studiare, siamo nella malattia collettiva, il senso di colpa collettivo è una patologia sociale che ritiene che l’unico modo peri espiare i propri peccati imperdonabili sarebbe suicidarsi. Ne parlo alla fine del mio libro: è come l’uomo depresso che quando sembra che stia meglio è il momento precedente al suicidio. Quando decide di uccidersi ritrova una certa coerenza. L’uomo bianco sta attraversando una fase di suicidio paragonabile a quella del depresso grave.

Vediamo un barlume di speranza?

Un messaggio di speranza c’è, ma al 50%. Da quando c’è Trump in America o Salvini in Italia o altri come Kurz in Austria, sembra che il politicamente corretto cominci a declinare, la parola comincia a liberarsi, alcune cose si possono dire. La sinistra non domina più al 90%, magari solo al 60. Dall’altra parte il fatto che solamente persone molto controverse, a volte volgari, di basso rilievo intellettuale, considerati come provocatori, il fatto che siano gli unici che osano sfidare il politicamente corretto sminuisce la loro opera. Anche le persone più tranquille dovrebbero farlo. In passato anche i più moderati non erano politicamente corretti, un secolo fa nessuno lo era, tutti erano patrioti, anche le persone più bilanciate. Quindi siamo solo ad un piccolo inizio però non dobbiamo lasciare solamente ai populisti più radicali il monopolio del politicamente scorretto, dovrebbe anche svilupparsi una filosofia politicamente scorretta, una geopolitica politicamente scorretta, ragionevole, ma decolpevolizzata.

«Le alleanze della Lega a livello europeo non avranno ripercussioni sull'esecutivo gialloverde. Perché io non commento quello che fanno gli alleati. Quando il mio amico Luigi Di Maio va a Parigi a incontrare qualcuno che può mettere in difficoltà il governo italiano io non commento, tengo per me le mie riserve perché abbiamo tanto da fare al governo. Poi ognuno si sceglie le sue alleanze», ha aggiunto. «Sono stanco del dibattito fascisti, comunisti, destra e sinistra, non ci interessa e non interessa a 500 milioni di cittadini europei. Noi guardiamo al futuro, il dibattito sul passato lo lasciamo agli storici».

Matteo Salvini punta alto per le prossime elezioni europee del 26 maggio. «L'obiettivo è diventare il primo gruppo europeo, il più numeroso. Abbiamo l'obiettivo di vincere e cambiare l'Europa», ha detto il segretario della Lega durante la conferenza stampa "Verso l'Europa del buonsenso. I popoli alzano la testa" a Milano.

E da Milano,riunisce il primo nucleo della nuova piattaforma politica che, come sostenuto dallo stesso vice premier, auspica di diventare la prima forza politica dell’Europa.

Tre gli esponenti che hanno accompagnato il ministro dell’Interno nella nascita di questo nuovo soggetto politico: il tedesco Jorg Meuthen (Afd), Olli Kotro (Finn Party) e Andres Vistisen (Dansk Folkeparti). Segno che l’Italia ha trovato intanto nell’asse dell’Europa centrale un primo grande alleato dopo aver incassato il sostegno di Rassemblement National e dei sovranisti austriaci. Per Salvini è questa la "nuova Europa" dove non c’è spazio per i "nostalgici" e nemmeno per i "burocrati e i buonisti", colpevoli di "affossare il sogno europeo". Perché l’idea è che l’Europa non debba essere distrutta, ma ridefinita.

La piattaforma secondo il quotidiano il Giornale non ha ancora una forma estremamente chiara. Mancano alcuni punti che a detta degli stessi esponenti presenti deve essere adattata a seconda delle sensibilità che si uniranno nel movimento. Quello che è certo, però, è che alcuni cardini dell'agenda politica sono chiari: lotta all'immigrazione clandestina, rafforzamento dei confini; tutela delle identità nazionali e riconquista di alcune competenze lasciate all'Europa e ai soggetti internazionali, come quella legata al commercio, su cui Salvini ha ribadito la contrarietà a lasciare tutto a organismi internazionali, come lo stesso Wto. Anche in questo caso, il programma riprende punti essenziali dei programmi sovranisti di tutto il mondo, iniziando dagli Stati Uniti di Donald Trump.

Ma è sulla sicurezza che si punta forte. Lo hanno fatto capire gli esponenti dei partiti presenti e l'ha ribadito Salvini in conferenza stampa, affermando che "il pericolo per l’Europa non viene dal passato, ma dal terrorismo islamico". Un problema già citato dal ministro dell'Interno alla riunione degli omologhi nel G7 di Parigi. Per Salvini è necessario "riscoprire le radici giudaico cristiane” tralasciate in questi anni e lancia un messaggio chiaro: “Con la Lega al governo e con questa famiglia in Europa, la Turchia non entrerà mai nell'Ue".

E per quanto riguarda le elezioni europee, mentre gli alleati della piattaforma puntano ancora sull’idea di Salvini leader - "sarebbe un ottimo presidente della Commissione europea" fa sapere il Meuthen - il vice premier declina "faccio il ministro in Italia". E sulle possibili alleanze post elettorali, Salvini chiude ai socialisti ma lancia la sfida ai popolari: "Decidano cosa fare". Con l'idea di essere il primo gruppo del prossimo Parlamento europeo

«Le polemiche locali ci interessano poco - dice a proposito delle critiche mosse negli ultimi giorni dal M5s - Noi stiamo preparando una nuova Europa. Con tutto il rispetto per la sensibilità di chiunque, stiamo lavorando per il futuro dei nostri figli» ha aggiunto Salvini durante la conferenza 'Verso l'Europa del buonsenso!'

«Oggi a questo tavolo non ci sono nostalgici estremisti, gli unici nostalgici sono a Bruxelles oggi», ha aggiunto Salvini. Alla conferenza sono interventi anche Jorg Meuthen (Alternative fur Deutschland - Efdd), Olli Kotro (The Finns Party - Ecr) e Anders Vistisen (Dansk Folkeparti - Ecr). «La notizia - aggiunge Salvini - è che stiamo allargando la famiglia e iniziamo a lavorare a un nuovo sogno europeo. Oggi per molti l'Europa è un incubo». «Non ci sono cattive compagnie al tavolo. Le cattive compagnie sono quelle che governano l'Europa».  

Il ministro Lorenzo Fontana, intervistato da La Stampa, commenta così l'indiscrezione pubblicata dallo stesso quotidiano di Torino secondo cui Luigi Di Maio sta cercando di spostare al centro l'asse del M5S per acquisire il ruolo di "ago della bilancia" qualora la maggioranza tra Ppe, Pse e liberali non dovesse avere i numeri sufficienti.

"Forse vogliono fare da stampella alle forze tradizionali per non diventare irrilevanti in un gruppo laterale. Mi auguro non lo facciano, non sarebbe una bella prospettiva", dice il leghista Fontana che definisce una "contraddizione" questa possibile svolta dal momento che, in Italia, i pentastellati si sono posti come forza anti-austerity. Secondo La Stampa le bordate di Luigi Di Maio contro il Convegno delle Famiglie tende a strizzare l'occhio agli elettori di sinistra, mentre quelle contro l'alleanza tra Lega ed Afd hanno il voluto intento di accreditare, presso Angela Merkel, il M5S come forza di governo credibile e marcatamente lontana dalla tradizionale contrapposizione destra-sinistra.

Su questo punto, Fontana ribatte: "Il problema è che AfD oggi si trova nel gruppo Efdd, dove ci sono anche i 5Stelle. Ora alleati sono loro e quindi l'attacco mi pare surreale e fuori luogo. Quando è avvenuto in Baviera quell'episodio cui fa riferimento Di Maio, loro - spiega - erano insieme in Europa e non hanno detto nulla". La Lega, al di là di queste polemiche, prosegue nella costruzione di un polo sovranista unito. “Oggi - dice Fontana - si parte con un incontro che vuole rappresentare la volontà dei tre gruppi eurocritici, Efdd, Enl ed Ecr: in cui ognuno lancerà il progetto di unità di tutti i gruppi identitari che vogliono riformare l'Europa". "Verranno annunciati - continua - dieci articoli in cui si sottolinea che l'Ue non può imporre vincoli che soffocano le economie dei Paesi senza tener conto delle diverse storie e tradizioni e della tipicità dei valori economici, favorendo alcuni paesi a discapito di altri".

Intanto "Se non abbassi le tasse, il Paese non cresce". Salvini non ci gira troppo intorno. D'altra parte l'assioma è piuttosto semplice. Eppure trova resistenze all'interno del governo gialloverde. In primis da parte del ministro dell'Economia Giovanni Tria secondo il quale, per avere la tassa piatta sul reddito, bisogna alzare le imposte sul consumi. "Questa prospettiva non esiste - mette le mani avanti il vicepremier leghista - non aumento le tasse ai consumatori e ai commercianti". Allo stesso modo, garantisce, non ci sarà alcuna patrimoniale. "A Bruxelles vaneggiano - commenta - e anche in certi corridoi romani".  

"La flat tax - spiega in una intervista a Libero - è nel contratto e non torno indietro neppure se me lo chiede Padre Pio". Molto dipenderà, però, dal voto del 26 maggio. "Si vota per cambiare le regole che hanno mandato in crisi l'Europa - continua - se, come spero e penso, cambieranno gli equilibri, avremo i margini per allentare lo strangolamento fiscale che soffoca l'economia italiana".

Secondo i quotidiano il Giornale anche il mondo delle imprese e delle industrie non è tenero nei suoi confronto. Al Workshop Ambrosetti otto imprenditori su dieci hanno bocciato il governo Conte in economia. A loro, però, Salvini ricorda quando promuovevano presidenti del Consiglio come Mario Monti o Matteo Renzi. "Li ascolto, come ascolto tutti e com'è giusto che sia, però sono molti di più quelli che, da Nord a Sud, mi ringraziano", continua il leader leghista dicendo di essere soddisfatto di quanto fatto in dieci mesi di governo. Tuttavia, a chi gli chiede dove sono venuti meno, non si fa problemi a rispondere: cantieri e infrastrutture. E dalle colonne di Libero lancia l'ultimatum agli alleati: "Adesso si fa a modo mio".

Poco gli importa se i Cinque Stelle lo attaccano di continuo. "Io bado al sodo...", dice. "Rientra tutto nella logica della campagna elettorale - spiega - chi è indietro attacca per recuperare voti". In questo i grillini gli ricordano il Pd di Renzi nella campagna elettorale persa dello scorso anno. "Continuavano a darmi del fascista perché non avevano risposte concrete da fornire agli elettori e pertanto avevano lanciato l'allarme uomo nero, puntando sulla criminalizzazione dell'avversario anzichè sulle loro forze. Com'è finita, si sa". Insomma, il governo è destinato a durare nonostante la componente di sinistra del Movimento 5 Stelle che non condivide molte battaglie della Lega e che, per esempio, vorrebbe rivedere la legittima difesa o insiste perché Salvini cambi linea politica sull'immigrazione. "Il problema non è mio, perché non intendo dare retta a queste persone - conclude il leader del Carroccio - il problema non esiste, perché andremo avanti anche se qualcuno si fa venire il mal di pancia".

 

 

La Commissione europea è pronta a inviare una nuova lettera all'Italia per ricordargli che l'eventuale 'no' alla Tav comporterà la violazione di due regolamenti Ue del 2013 e la perdita di circa 800 milioni di cui 300 milioni entro marzo e il resto successivamente. E' quanto si apprende a Bruxelles. Di Tav ieri avrebbero parlato al telefono il vice premier Matteo Salvini e il vicepresidente della Commissione Ue Jyrki Katainen

Il premier Conte ha convocato a Palazzo Chigi Mario Virano, direttore generale di Telt, la società italo-francese incaricata di realizzare e poi gestire la Torino-Lione. Secondo quanto si è appreso l'incontro si svolgerà nel pomeriggio.

All'indomani del vertice sulla TAV, Palazzo Chigi fa sapere che "Sono emerse criticità che impongono un'interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell'opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali. Saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale. All'esito del confronto si è convenuto che l'analisi costi-benefici sin qui acquisita pone all'attenzione del Governo il tema del criterio di ripartizione dei finanziamenti del progetto tra Italia, Francia e Unione Europea. 

A distanza di vari anni dalle analisi effettuate in precedenza e, in particolare, alla luce delle più recenti stime dei volumi di traffico su rotaia e del cambio modale che ne può derivare, sono emerse criticità". 

La posizione della Francia è netta. Quella dell'Italia meno. Salvini vorrebbe concludere l'opera, magari rivedendone i costi. Il M5S invece è contrario. Nel mezzo c'è Conte, che oggi si è dichiarato "dubbioso" e ha annunciato una conferenza stampa per spiegare la situazione. Il vertice di stanotte si è chiuso senza "un accordo finale". La distanza tra le parti c'è, inutile negarlo. Tanto che sia Lega che Cinque Stelle, al di là delle smentite di facciata, non escludono una vera e propria crisi di governo.  

Il vertice di ieri sera tra Di Maio, Salvini e Conte non è servito ad altro se non a mettere in chiaro che nel governo siamo al muro contro muro. "Io non voglio rompere con i 5 stelle - dice Salvini, secondo quanto riporta Repubblica - ma non posso nemmeno intestarmi un 'no' alla Tav che comporterebbe il rischio della perdita dei fondi europei e perfino di un maxi risarcimento danni a nostre spese: se l'assumano loro, se vogliono". E ancora: "Qui non siamo alla crisi, ma la situazione con loro a questo punto è al limite.Io capisco Luigi, che deve tenere in piedi la sua baracca, ma certe volte ho l' impressione che non ci riesca".  

I grillini, Di Maio e Toninelli in testa, vogliono tenere il punto su quello che è sempre stato un loro cavallo di battaglia; il Carroccio, invece, non intende intestarsi la chiusura di un progetto ben visto al Nord e - in generale - nel resto del Paese.

L'ultimatum di Salvini è chiaro anche ai Cinque Stelle. Tanto che ieri, riporta il Corriere, nel pieno delle trattative i penta stellati non nascondevano che "sì, a questo punto non escludiamo più neanche una crisi di governo". Sono due le strade. La prima è quella parlamentare: Salvini avrebbe invitato i Cinque Stelle a proporre alle Aule delle proposte di modifica dei trattati sulla tav la sconfitta è scontata, visto l'ampio spettro parlamentare a favore dell'opera. La seconda via è il referendum, magari da tenersi in Piemonte.  

Di Maio ha scritto ai parlamentari M5S una lettera che è diventata di dominio pubblico. E non è un caso. Nella missiva si legge che "l'analisi costi benefici commissionata dal Mit riguarda sia la Francia che l'Italia, ed è fortemente negativa. Anche l'analisi per singolo paese riguardante solo l'Italia risulta essere ugualmente negativa a causa dei mancati guadagni sulle accise sul carburante e sui pedaggi autostradali. Il coefficiente di beneficio di in questo caso è di 0,20%. Ovvero ogni euro investito, fa rientrare 20 centesimi. Gli effetti negativi sono comunque di mezzo miliardo di euro se eliminiamo accise e pedaggi. Per non parlare, aggiungo io, della devastazione del territorio della Val di Susa". Non solo. "  

Ieri sera, riferisce Repubblica, prima del lungo vertice di governo il titolare del Viminale avrebbe riunito nei suoi uffici i fedelissimi insieme ad alcuni professori e ingegneri. Salvini voleva arrivare preparato all'incontro. La Tav vuole farla, è convinto che costerebbe meno concluderla che bloccarla. E poi c'è la questione dei finanziamenti europei: dopo aver parlato con Jyrki Katainen, Salvini ha avuto la conferma che un "no" italiano alla Tav produrrebbe conseguenze sui fondi già stanziati da Bruxelles. Il rischio è di perdere qualcosa come 800 milioni. L'Italia infatti violerebbe due trattati firmati nel 2013: secondo le indiscrezioni la Commissione avrebbe pronta una lettera da inviare al governo nostrano.

Senza contare che lunedì dovrebbe arrivare il via libera ai bandi. Se il M5S volesse bloccarli dovrebbe ottenere un voto in Consiglio dei ministri. Ma in quel caso la Lega verrebbe allo scoperto, rendendo chiara la posizione e spaccando il governo. Le aziende aggiudicatarie, fa notare Repubblica, potrebbero peraltro anche dare il via ad azioni legali per i danni provocati da un eventuale stop. E se anche il governo decidesse di bloccare i bandi, il Cda di Telt potrebbe comunque farli partire (per poi dimettersi subito dopo e evitare di incappare in responsabilità civili in caso di mancato avvio delle opere).

Intanto  il ministro dei Trasporti francese, Elisabeth Borne che con le sue dichiarazioni "richiama" l'Italia agli impegni presi sulla Tav. "Un tunnel non lo possiamo fare da soli, confido che domani l'Italia dirà di sì, e rispetterà il trattato internazionale che abbiamo firmato insieme", ha detto in un'intervista con Cnews. "È un progetto molto importante: tra l'Italia e la Francia solo l'8 per cento delle merci è su ferrovia, tra l'Italia e la Svizzera è del 70 per cento. L'obiettivo del tunnel è permettere di sviluppare il trasporto ferroviario. Questo vuol dire meno camion sulle Alpi, un traguardo che attendono in tanti".  

"Italia rispetti gli impegni" La decisione sull'alta velocità dovrebbe arrivare entro domani, ma il vertice notturno di ieri sera tra Conte, Di Maio e Toninelli non ha prodotto alcun risultato. E così da Parigi arriva un monito che sa di ultimatum.

Sullo sfondo c'è la questione dei bandi. Lunedì dovrebbe arrivare il via libera ai bandi per la Tav, ma il M5S sembra intenzionato a bloccarli. Il Carroccio è contrario e, secondo il Corriere, sarebbe pronto a votare "no" allo stop in Consiglio dei ministri la scelta dovrebbe infatti essere presa collegialmente. Se i ministri leghisti e grillini votassero diversamente in Consiglio, lo strappo sarebbe inevitabile. "Per fermare il Tav ci sono due passaggi - spiega infatti Di Maio - Il primo è quello del blocco dei bandi sui quali bisogna decidere entro questo lunedì e ciò può avvenire o tramite una delibera del consiglio dei ministri o tramite un atto bilaterale Italia-Francia che intervenga direttamente sul CdA di Telt la società italo francese che gestisce gli appalti del Tav. Il secondo è quello del passaggio parlamentare per il no definitivo all'opera. Su tutti e due questi passaggi non c'è un accordo tra le due forze di governo".

 

 

 

 

Disco verde all'accordo con la Cina, in vista dell'imminente arrivo in Italia del Presidente Xi Jinping, con la benedizione del Quirinale. Il Premier Giuseppe Conte, i due Vicepremier Salvini (tra i più dubbiosi rispetto all'operazione) e Di Maio con Enzo Moavero e diversi ministri, alla fine superano le divergenze e sdoganano il dossier "Via della Seta" nei saloni del Colle sotto la scrupolosa supervisione del Presidente Sergio Mattarella che ha seguito con attenzione e in profondità il nodo dell'accordo quadro con la Cina che, giorni scorsi, ha fatto storcere il naso agli Stati Uniti, sollevando anche qualche preoccupazione dalle parti di Bruxelles.

"Operiamo per un futuro di crescita e sviluppo e il memorandum con la Cina offre preziose opportunità per le nostre imprese", aveva anticipato il Presidente del Consiglio Conte in una intervista al Corriere della Sera, proprio in riferimento all'intesa con Pechino, al centro del dibattito nelle scorse ore che aveva fatto storcere il naso agli Usa e allarmato dalle parti di Bruxelles.

Nel frattempo, nella serata di ieri è arrivato l'ennesimo warning del Dipartimento di Stato Usa: anche l'Italia valuti "rigorosamente" i rischi di fornitori soggetti a governi stranieri prima di prendere qualsiasi decisione su infrastrutture critiche come la rete 5G. Una posizione condivisa sia dal Quirinale che da Palazzo Chigi che, proprio per questo, spazza il campo da qualsiasi dubbio e anzi si affretta a sottolineare che il memorandum d'intesa con la Cina è molto meno pregnante di tanti altri siglati bilateralmente da altri Paesi europei - sono già 13 i Paesi Ue che lo hanno siglato - e che le regole d'ingaggio italiane riguardo agli accordi con Pechino sono "molto più severe e stringenti del documento dell'Unione europea". Ma soprattutto che il problema del 5g non c'entra nulla con questo memorandum ed è - si rassicura l'alleato americano - un tema sensibilissimo anche per l'Italia. 

L’idea americana è che l’Italia stia scherzando col fuoco. Secondo Washington, Roma non ha bisogno di firmare memorandum con Pechino per ottenere un riequilibrio  della bilancia commerciale con Pechino. Per gli Usa, basterebbero accordi commerciali con il Paese asiatico. Inoltre, gli Usa ritengono che la One Belt One Road sia soltanto uno strumento cinese per controllare i Paesi europei conquistando asset strategici portuali e aeroportuali. E per questo hanno già messo in guardia l’Italia.  

A gettare acqua sul fuoco, ci pensa anche una dichiarazione da Bruxelles dove si precisa che "gli stati membri non possono negoziare accordi in contraddizione con la legislazione europea".

Italia che però non è da sola. Gli Stati Uniti hanno infatti avvertito non solo l’Italia, ma anche la Germania. Washington ha detto a Berlino che condivideranno meno dati sensibili e di intelligence con le agenzie di sicurezza tedesche se la Huawei approderà nella rete 5G della Germania. Secondo Reuters, Richard Grenell, ambasciatore americano in Germania, ha avvertito il governo della Cancelliera in una lettera. Il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha detto in una trasmissione della Zdf che la Germania non vuole vietare Huawei, ma ha anche confermato di voler modificare la legge per rendere più sicuri i componenti delle reti 5G.Ecco la mossa degli Stati Uniti se l'Italia aderisce alla Nuova Via della Seta Ecco la mossa degli Stati Uniti se l'Italia aderisce alla Nuova Via della Seta  

Intanto la conferenza stampa di Sanvini è stata un'occasione per parlare del memorandum sulla 'via della seta' tra Italia e Cina. "Non è un testo sacro, si sta rileggendo. Tutto è perfettibile", ha detto il vicepremier. "Da ministro dell'Interno è mia competenza garantire la protezione e la sicurezza dati sensibili italiani, se ci sarà un lontanissimo dubbio che certe presenze e acquisizioni possano compromettere la sicurezza ci sarà un secco no", ha chiarito Salvini ribadendo che il dossier 5g-Huawei e quello sulla "via della seta' sono "separati, anche se giornalisticamente assimilati".­ 

"Negli anni passati c'è stato un enorme shopping sottocosto di aziende italiane a cui i governi di sinistra hanno assistito senza muovere un dito, marchi storici ormai sono di multinazionale stranieri, che continuano a spacciare per made in Italy cose che non lo sono", ha aggiunto Salvini sottolineando che alla Lega interessa "che il consumatore sappia cosa compra, cosa che oggi non è permessa, nel nome del libero mercato, che è caos totale". "

Se poi vuoi aprire con il nome della Pernigotti o della Borsalino aziende in Russia o Cina, devi comunque mantenere la produzione in Italia per conservare il marchio storico", è il ragionamento che il vicepremier ha fatto alla presenza del capogruppo del Carroccio a Montecitorio, Riccardo Molinari e alla presidente delle Commissione per le Attività produttive, Barbara Saltamartini, promotori della legge che intende salvaguardare i marchi storici italiani, con oltre 50 anni. Stesso discorso vale per la Pernigotti, aziende piemontese finita in mano ai turchi: "Se produci cioccolato in Turchia ci metti allora una etichetta così grande dove scrivi 'Made in Turchia', cosa che oggi l'Europa impedisce", attacca Salvini che promette: "L'etichettatura obbligatoria dei prodotti, quando andremo al governo, dell'Europa sarà una delle nostre prime preoccupazioni, gli equilibri che verranno fuori dopo il 26 maggio metteranno al primo posto il lavoro". 

Secondo Nicola Porro la Comunità europea, poi Unione, è stata possibile per oltre quaranta anni anche perché la Germania è stata divisa in due, mentre gli ultimi quasi trenta anni sono stati vissuti nella speranza che il Trattato di Maastricht e poi l’euro risolvessero lo sbilanciamento creatosi alla fine dell’Ottocento. Analizzare quanto la realtà attuale corrisponda alle speranze dei due grandi patrocinatori (François Mitterrand e Helmut Kohl) della scelta dell’integrazione monetaria come anticipatrice di quella politica, è un compito da assolvere senza arrendersi all’inveterato propagandismo corrente, sapendo che il ben giustificato senso di colpa del popolo tedesco per gli orrori commessi tra 1933 e il 1945, che al momento inibisce qualsiasi voglia militarista, non può essere l’unico pilastro sul quale costruire un futuro.

Come evolverà “il potere” tedesco, riuscirà a superare la riluttanza ad assumere responsabilità solidali ben diverse da quelle assunte durante la crisi greca e da debiti sovrani, resterà un potere essenzialmente civile, saprà esprimere una qualche leadership reale? Secondo le risposte agli interrogativi che si pone Barber possono essere diverse, ma saranno sempre sbagliate se le domande saranno puramente retoriche.

­Secondo "Occhi alla Guerra"  gli Stati Uniti hanno più volte avvertito l’Italia sui rischi in caso di ingresso nella Nuova Via della Seta. E adesso, la minaccia da parte di Washington si fa sempre più seria, come dimostrato dagli ultimi richiami da parte americana nei confronti del governo italiano e della nostra Difesa.

Come riporta Il Corriere della Sera, gli Stati Uniti hanno minacciato hanno lanciato un messaggio netto. In caso di adesione italiana alla One Belt One Road, vi sarà lo “stop alla condivisione di informazioni riservate con i servizi segreti italiani e stop alla consegna di materiale ‘sensibile’, per esempio attrezzature militari, nei porti di Genova e di Trieste“.

Questa mossa è stata spiegata da due funzionari Usa allo stesso quotidiano di via Solferino. Gli americani, stretti collaboratori del consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, hanno parlato con Il Corriere in una conversazione organizzata da Garrett Marquis, l’uomo che al Financial Times ha già spiegato i rischi per l’Italia in caso di congiunzione con la Nuova Via della Seta. Un’irritazione che l’America covava da mesi e che adesso è esplosa: probabilmente anche a causa dei crescenti dissapori fra amministrazione Trump e governo giallo-verde per alcune decisioni di politica interna ed estera.

La questione, per gli Stati Uniti, è tutt’altro che conclusa. In questi giorni sono innumerevoli i richiami di Washington a Roma per quanto riguarda l’iniziativa della Nuova Via della Seta. La Casa Bianca, ha più volte affermato i rischi “per la reputazione dell’Italia” e ha addirittura messo in dubbio lo stesso ruolo all’interno della Nato.

Una notizia molto importante visto che Roma ha sempre fatto pienamente parte dell’Alleanza atlantica e anzi, proprio attraverso questo esecutivo, ha voluto confermare e sostenere il ruolo italiano all’interno del blocco occidentale. In questo senso, il fatto che Washington metta in dubbio l’essenza dell’impegno italiano nel sistema di alleanze, è una minaccia molto grave, per quanto chiaramente da provare in concreto.


­


Il documento La partecipazione dell'Italia all'Unione europea. Relazione programmatica è stato depositato da Savona in parlamento e apre uno scenario che rischia di creare nuove fratture nell'esecutivo. Le prime barricate all'idea di far entrare la Turchia nell'Unione europea sono state alzate dai parlamentari di Fratelli d'Italia. 

Un'idea che, appena è stata pubblicata dalla Stampa, ha subito scatenato una strenua opposizione da parte di Fratelli d'Italia. Giorgia Meloni ha, infatti, chiesto a Matteo Salvini di far ritirare subito la relazione e di chiedere un chiarimenti politico: "Non si resta al governo con chi vuole islamizzare l'Europa".

Ma all'interno dello stesso governo i leghisti non hanno mai appoggiato l'idea di far mettere piede al Sultano Recep Tayyip Erdoğan nei palazzi del potere europeo. Non più tardi di qualche settimana fa, come ricorda la Stampa, proprio Salvini aveva accusato il Consiglio d'Europa di non aver mai mosso un dito quando a Strasburgo si parlava di annoverare tra i Paesi membri anche la Turchia che, aveva detto in quell'occasione, "non sembra un faro di democrazia e diritti". "Aprire le porte dell'Europa alla Turchia è escluso - aveva poi spiegato il leader leghista in una intervista - abbiamo già abbastanza problemi di integrazione per far entrare in casa nostra questo Cavallo di Troia".

Savona sta per lasciare il ministero per gli Affari europei. Nelle prossime ore traslocherà in Consob. Prima di andare via, però, ha lanciato una proposta che mette in imbarazzo l'intero esecutivo. Perché, pur ammettendo "tutte le difficoltà" dell'operazione, l'economista vede il governo di Ankara come "un interlocutore fondamentale" per Bruxelles su "sicurezza" e "politica regionale" nel Medio Oriente, nel Golfo e persino "in quadranti più distanti, come il Corno d' Africa". Non è la prima volta che il tema di allargare l'Unione europea alla Turchia viene messo sul tavolo. Ma il capogruppo di Fratelli d'Italia in Commissione Esteri della Camera, Andrea Delmastro, vuole andare a fondo per capire se questa è la posizione ufficiale del governo Conte. "È la solita manina o siamo in presenza di un atto di sottomissione?", si chiede. E invita Salvini a fermare "questo atto di islamizzazione dell'Europa". "Altrimenti - promette - ci penseremo noi: piuttosto ci incateneremo in Parlamento per difendere la nostra civiltà".

Intanto come riferisce il quotidiano il giornale . Mariarosaria Guglielmi, segretario di Magistratura democratica nella relazione con cui venerdì aprirà il XXII Congresso della corrente di sinistra delle toghe, a proposito dell'arresto e del rientro in Italia del terrorista Cesare Battisti. "La messa in scena organizzata dalla propaganda di Stato per "celebrare" la fine della latitanza di Battisti - ha detto il segretario di Md - ha trasformato la vittoria dello Stato di diritto e la chiusura di una vicenda dolorosa della nostra storia in una pagina umiliante, che, come denunciato dall'Unione delle Camere penali, rappresenta nel modo più plastico e drammatico un'idea arcaica di giustizia ed un concetto primitivo della dignità umana, estranei alla cultura del nostro Paese".

Attacchi anche alla riforma della legittima difesa continua il giornale dopo lo scontro tra Salvini e il presidente dell'Anm Minisci. "Un'idea arcaica di giustizia come vendetta privata ispira la nuova disciplina della legittima difesa. Messa al primo punto degli interventi nell'area penale previsti dal contratto di governo, questa riforma persegue in modo evidente la costruzione di una emergenza e di una retorica disancorate da razionali considerazioni volte a contemperare la molteplicità delle situazioni fattuali e la ponderazione degli interessi in gioco con la rigidità di un dato normativo", afferma Guglielmi per il quale quella della legittima difesa è una "riforma 'manifesto', con gravissime implicazioni sul piano culturale come su quello giuridico: anteporre l'inviolabilità del domicilio alla tutela incondizionata della vita umana significa consumare un ulteriore strappo con il sistema dei valori della nostra Costituzione, sovvertendo la collocazione che da questo sistema ricevono e la graduazione della loro tutela conforme ad elementari principi di civiltà giuridica".

Non poteva mancare poi l'allarme del razzismo continua il quotidiano e le critiche sulla gestione dei migranti. "La costruzione di nuove soggettività di tipo identitario è parte rilevante della strategia del populismo e dei neonazionalismi, che, alimentando strumentalmente la percezione dell'invasione da parte degli stranieri, ha innescato anche nel nostro Paese una deriva xenofoba e razzista, e sta rimettendo in discussione i principi e i valori fondanti della democrazia europea. Con la chiusura dei nostri porti e la messa al bando delle Ong si è consumata una violazione senza precedenti degli obblighi giuridici e morali di soccorso e di accoglienza, che derivano dal diritto interno ed internazionale. Con le vicende delle navi Aquarius e Diciotti abbiamo scritto una pagina nuova per il nostro Paese imboccando un percorso, sconosciuto ed inquietante, distante dalla traccia culturale e simbolica sino ad oggi mai abbandonata nella storia dell'Italia repubblicana.

E mentre sondaggi continuano a premiare la Lega. Secondo l'ultima rilevazione di Emg Acqua e presentata oggi ad Agorà su Rai Tre, se si votasse oggi, la Lega sarebbe di gran lunga il primo partito italiano, con il 31,2% dei consensi.
l sondaggio rivela anche un aumento dei consensi per il Carroccio, che vede un rialzo dello 0,5% rispetto alla settimana precedente. Un trend costante per il partito di Matteo Salvini.
Si conferma invece il calo di popolarità del Movimento Cinque Stelle. Se si andasse oggi alle urne, il Movimento otterrebbe il 23,8%, con un calo di un punto percentuale rispetto ai sondaggi della scorsa settimana. Sommando i due partiti di governo, l'esecutivo giallo-verde mantiene in ogni caso la maggioranza delle intenzioni di voto, con un 55% di consensi.

Alessandro Di Battista ha affrontato la questione Tav durante una riunione e guardando in faccia Luigi Di Maio e gli altri membri dello staff ha detto: «Se vi permettete di dire Sì, io esco un minuto dopo e mi dissocio». È un concetto che ha fatto arrivare ai vertici del M5S anche nelle ultime strazianti ore di Di Maio, tormentato dai dubbi sull’Alta velocità.

Il problema è che le proteste della parte movimento dei grillini si confrontano con una realtà fatta di calo dei consensi. E soprattutto al Nord, le ricette del M5S non fanno breccia. E Di Maio è stato chiaro: "Dire di no ci fa perdere i voti del Nord. Di questo dobbiamo esserne tutti consapevoli, prima di dare l'ultima parola".
Il problema è che questo discorso non piace al fondatore del Movimento, che continua ad avere un ruolo chiave all'interno del partito. Il vice premier ha più volte discusso con il comico genovese delle sue perplessità sui "no" voluti dal Movimento. Il comico, come Dibba, non vuole concessioni: "Fa nulla il consenso, su questo non possiamo cedere". E si teme un post su Facebook di Grillo o una battuta a uno show che possano affossare definitivamente la fragile leadership di Di Maio, aprendo la strada una fortissima spaccatura interna al Movimento. E sono pronte delle vere e proprie dichiarazioni di sfiducia.

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI