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Il voto del 4 marzo ha ridisegnato la politica italiana, e probabilmente nulla sarà più come prima. «Il 4 marzo è finito non un equilibrio di governo, ma un sistema», così ha sentenziato, Massimo Franco sul Corriere della Sera. Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, è finita l'epoca delle ideologie, è finito quel mondo che era iniziato con la Rivoluzione Francese nel 1789. A poco a poco, per rimanere in Italia, sono venuti meno i partiti ideologici e così è rimasto solo quello della Lega, che era nato proprio subito dopo la loro fine. Paradossalmente, ora la Lega è rimasta la forza politica più vecchia in Parlamento.

La Lega Nord, fondata da Umberto Bossi, per anni è stata una sorta di sindacato territoriale delle popolazioni dell’Italia Settentrionale, ereditando la questione delle autonomie dei diversi popoli italiani dopo l’unificazione politica e istituzionale del Paese a partire dal 1861. «Oggi la Lega sta portando in tutta Italia questa prospettiva federalista, chiedendo a tutti i diversi popoli italiani, del sud come del nord, di rifiutare il centralismo dello Stato nazionale e il pensiero unico del politicamente corretto». (Marco Invernizzi, La fine di un sistema politico? 22.5.18 www.alleanzacattolica.org )

Tuttavia la La Lega è un partito che è cambiato molto negli ultimi anni: cioè da quando cerca di estendere la propria proposta politica, già localistica, a tutto il Paese, abbandonando la prospettiva del secessionismo (vero o presunto, agitato o strategicamente utilizzato che fosse) per assumere posizioni cosiddette “sovraniste”.

Pertanto la Lega, uscita dal voto del 4 marzo come primo partito della coalizione del Centrodestra, ora si ritrova a governare colo Movimento 5 Stelle, l'espressione politica del mondo postideologico, che a detta dei suoi esponenti di spicco, non è né di Destra, né di Sinistra.

E' un'alleanza politica tra forze diverse, e questo comporta un passaggio da un sistema politico fondato su partiti che si richiamavano a ideologie diverse, riconducibili allo schema Destra-Sinistra, a qualcosa di diverso. Il segretario della Lega, Matteo Salvini, più volte ha espresso il concetto politico, che crede a un sistema dei popoli contro le élite, e indirettamente richiamando il termine tanto evocato quanto nebuloso di “populismo”.

Si è scritto che questo nuovo governo assomigli vagamente a quello degli Stati Uniti d’America di Donald J. Trump, votato dagli operai e rifiutato dalle lobby progressiste di New York, oppure al governo ungherese di Viktor Orban, anch'egli votato nelle campagne e molto meno a Budapest, o a quello della Polonia, dove i conservatori al governo sono sostenuti dalla nazione profonda, ma molto meno da Varsavia, la capitale europeista. E peraltro in questi Paesi, l’opposizione ai governi conservatori viene fatta da una Destra diversa da quella di governo, non più dalla Sinistra. Non per niente la sinistra sbraita contro il governo reazionario Salvini-Di Maio.

Per quanto riguarda la Sinistra italiana rappresentata dal Partito Democratico raccoglie ancora consensi fra giornalisti e attori, prende voti nel centro di Milano, ma non nelle periferie. Ascoltando i vari Tg, o i talk show possiamo costatare come i giornalisti ancora non riescano a comprendere il cambiamento in corso e soprattutto quelle pulsioni popolari che portano tanta gente comune a votare Lega o Movimento 5 Stelle, così lontana la prima e così diverso il secondo dal logoro cliché progressista. Dunque prendiamo atto del cambiamento, senza pretendere di giudicare il nuovo con le vecchie categorie. Lasciamo governare il governo Conte, insieme ai due vice premier, Salvini e Di Maio. Prima di giudicare aspettiamo un po'.

Per certi versi il governo Conti è “strano”, nel senso che unisce due forze politiche diverse. Il  M5S è un “non partito”, che raccoglie il rancore popolare contro la classe politica al potere iniziato nel 1992 con “Tangentopoli” e continuato durante il ventennio caratterizzato dallo scontro fra “berlusconismo” e “antiberlusconismo”.

Il movimento fondato da Beppe Grillo ha dato una voce a questo risentimento. Il  Movimento privo di riferimenti ideologici precisi, si caratterizza privilegiando la “democrazia diretta” e la “democrazia digitale” (qualunque cosa queste siano nella realtà e qualunque cosa il M5S intenda con queste espressioni) rispetto alla democrazia rappresentativa, e auspicando una disarticolazione profonda della società.

Naturalmente teniamo gli occhi aperti e le orecchie in ascolto.

Per noi cattolici, «inizia una stagione che necessiterà di grande attenzione e di molta prudenza, nella quale la dottrina sociale della Chiesa dovrà essere presentata ad ambienti culturali diversi, con tanta pazienza». E soprattutto rammentiamo che un mondo sta morendo e ci sono molte cose da fare. Anzitutto difendere i princìpi fondamentali del bene comune, come difendere vita, famiglia e libertà da ogni minaccia, ma anche di avere un’attenzione particolare per la povertà che avanza anche nel nostro Paese e per la sopravvivenza della classe media.

«In questo mondo che si disfa bisogna riallacciare i rapporti umani, ricostruire ambienti, parlare con le persone invece di “consumarsi” sullo smartphone». Certo qualche perplessità c'è, conoscendo l'espressione politica relativista dei 5 Stelle. Alcuni sostengono che il relativismo dei 5 Stelle, «sia talmente “relativo” da non avere nessuna difficoltà, in futuro, nell’acconsentire al sostegno di posizioni opposte, come per esempio quelle a favore di vita e famiglia che auspicabilmente sosterrà la Lega e in particolare il ministero della famiglia». (M. Invernizzi,  Le ombre non spengano le luci, 2.6.18, in www.alleanzacattolica.org) 

Qualche altra perplessità potrebbe nascere dalla composizione eterogenea del governo, potrebbero sorgere problemi fra ministri di diverso orientamento culturale.  «Se per “mettere i conti in salvo” o per non andare contro le direttive europee non si trovasse il modo di combattere contro il declino demografico, aiutando concretamente le famiglie a mettere al mondo dei figli, se non si lanciasse una campagna importante a favore della sacralità della vita, se non si cercasse di ottenere la libertà per i genitori di scegliere a costo zero il tipo di scuola per i loro figli, allora il governo del cambiamento non sarebbe veramente nato».(Ibidem)

Siamo fiduciosi, nel governo ci sono ministri che fanno ben sperare, come Lorenzo Fontana, il ministro della famiglia. Sarebbe sbagliato non tenerne conto e apparire come quelli capaci soltanto di lamentarsi, di fronte a un evidente cambiamento di sistema che, come è ovvio, contiene luci e ombre. Ma soprattutto non dimenticare che prima dell'attività politica, occorre un accurato lavoro prepolitico. Infine ricordiamoci che non si può risolvere tutto con la politica.

Comunque sia, «Il lavoro culturale da fare è arduo, soprattutto in un mondo che legge poco e che riflette sempre meno. Ma quella culturale è la parte che ci tocca, quella che oggi manca», scrive il reggente nazionale di Alleanza Cattolica, Marco Invernizzi. Occorre fare chiarezza sul “globalismo” sfrenato, ma anche su quel nazionalismo esagerato, che tanto male ha fatto in occasione della Prima Guerra Mondiale (1914-18)

Intanto non si può accettare la «campagna di odio ideologico», contro il ministro dell'Interno Salvini, definendolo “razzista”. E' una campagna d'odio che ricorda molto gli anni 70. Allora, «chi esercitava la violenza quotidiana nelle scuole e nelle università lo faceva dando del “fascista” a chi non era d’accordo e, appunto perché “fascista”, quegli non aveva diritto di parola, diritto che allora si chiamava agibilità politica. Se oggi qualcuno pensa che i trafficanti di uomini disperati siano dei malfattori e molte ong sfruttino il business dell’immigrazione per fare (tanti) soldi, è “razzista”; e se qualcuno pretende che l’Italia non sia lasciata sola dagli altri Stati membri della UE nella gestione degli sbarchi, è un inguaribile “razzista”». (M. Invernizzi, Governo e ideologia immigrazionista, 29.6.18, in www.alleanzacattolica.org )

Ma il segretario della Lega Matteo Salvini non risponde con l'odio o con il rancore, da proporre il suo intelligente discorso a Pontida del 1 luglio. Mi scuso per la lunga citazione ma è opportuna: «Mi ha colpito favorevolmente lo stile - scrive Invernizzi - che mi pare simile a quello che richiede la nuova evangelizzazione dell’Europa nel cambiamento epocale che stiamo vivendo. Salvini ha ricordato che non è la Lega a essere cambiata, ma il mondo. E che di conseguenza la Lega ha voluto e dovuto comportarsi di conseguenza. In un mondo ormai devastato da secoli di disgregazione delle cose più belle e autentiche, la religione, la famiglia, la sacralità della vita, il diritto di costruire la propria vita nella propria patria, si tratta di riproporre agli italiani oggi, agli europei domani, la gioia di vivere, la bellezza dell’amore che non finisce, tutti gli ingredienti di quel senso comune che i popoli hanno perduto. Lo ha fatto invitando al sorriso contro il rancore, alla pazienza contro l’odio ideologico scagliatogli contro dai nemici, in primis dai media pieni solo di livore, e lo ha fatto citando alcuni esempi che meritano di essere ripresi e ricordati, fra cui il poeta cattolico Davide Rondoni, il giudice ucciso dalla mafia Rosario Livatino (1952-1990), di cui è in corso la causa di beatificazione, e mostrando ancora una volta la corona del Rosario regalatagli da un parroco e confezionata da una donna nigeriana, una delle tante schiave portate in Italia e costrette a prostituirsi. È confortante riscontare questo atteggiamento positivo in un uomo politico e di governo. Speriamo che rimanga sempre così di fronte alle difficoltà e alle tentazioni, anche ideologiche, che non mancano, e che quanto affermato nel discorso riesca a tradursi ‒ nonostante gli ostacoli ‒ in provvedimenti concreti». (M. Invernizzi, Pontida. Contro il rancore, usate il sorriso, 2.7.18, in www.alleanzacattolica.org). In pratica Invernizzi, constata nelle parole di Salvini quello che Alleanza Cattolica sta dicendo e sostenendo da alcuni anni. «È bello riscontrare che altri, ben più in grado di influenzare il popolo, stiano facendo la stessa cosa».

Ultima riflessione sui cattolici divisi e confusi. Il problema però adesso non è soltanto l’accoglienza, ma il modo in cui organizzarla, dando ai profughi anzitutto il diritto di potere rimanere in condizioni dignitose nei propri Paesi (come ha detto Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata del migrante e del rifugiato del 2013), e quindi rendere efficace e ordinato il diritto di potere emigrare, così come quello degli Stati di regolarne il flusso. Si tratta ovviamente di un tema enorme, che malauguratamente viene spesso affrontato con due atteggiamernti ideologici contrapposti, capaci solo di generare divisione.

Il governo ha cominciato a lavorare da un mese e ha già costretto gli altri Paesi a occuparsi del problema, smettendo di lasciare sola l’Italia, almeno a parole. Lasciamolo lavorare senza seguire chi ha dichiarato una guerra ideologica a prescindere dalle intenzioni e dai risultati. L'ideologia immigrazionista non porta da nessuna parte. Certo i migranti che fuggono dalle guerre, devono essere aiutati, ma anche ai nostri poveri, che aumentano, come segnala l’Istat, e a tutti coloro che nell’Europa dell’inverno demografico vivono sempre più nella solitudine e nella tristezza, indipendentemente dal “conto in banca”.

Parto dalle ultime battute della passata “crisi” ormai tanto famosa che di sicuro bucherà le pagine dei futuri libri di storia: infatti un caso così “strano” e un lasso di tempo tanto lungo tra la data delle elezioni e il giuramento del nuovo governo forse non s’erano mai visti dal 1945!

I due partiti vincitori, Lega e Cinque stelle, dopo tante tergiversazioni, avanzate e rinculate, colpi di teatro comico con presentazioni di mezzi busti e teste di legno, si auto-costringono – sebbene siano l’uno pero e l’altro arancio! – a innestarsi forse per timore di disastrose elezioni “balneari” o del vuoto e, chissà, di un possibile caos politico. Quando – finalmente! – presentano la fatidica lista dei ministri, il Presidente della Repubblica, forse consigliato dalla sua parte politica e pressato dalle massonerie esterne dei “poteri forti” europei, pone il veto sul nome di un ministro perché questi in precedenza aveva osato criticare l’assetto finanziario e la moneta unica dell’Europa. Non sono in grado di dire se il Presidente ne avesse facoltà perché non conosco articoli e pandette del Diritto costituzionale, ma intuisco che un tale “accidente”, calato nella convulsa crisi politica, si presta subito a due affermazioni opposte per diamentrum: sì, ne aveva facoltà, dicono alcuni; no, non aveva facoltà, dicono altri.

Sia come sia la soluzione del quesito, la mia riflessione è però rivolta a un particolare che può riassumersi nelle seguenti due domande:

1) come mai il Presidente ha posto un veto pronto e risoluto alla nomina di un ministro, ritardando il varo del governo che tutti ritenevamo urgente e necessario, mentre di recente aveva approvato e promulgato senza batter ciglio e in tutta fretta leggi controverse come le “unioni civili” (traduci “simil-matrimoni” per gay), 11-V-2016, e i “Dat” (traduci eutanasia vera e propria), 14-XII-2017?

 2) potendo esprimere pareri intorno alle leggi approvate dal Parlamento, perché non ha mostrato almeno qualche perplessità e, meglio ancora, rimandando alle Camere – come è sua facoltà – queste due ultime per un ulteriore approfondimento visto che molti cittadini avevamo dimostrato in più occasioni di essere decisamente contrari ad esse?

Certo, sono consapevole che domande di tal genere possono sembrare speciose e poste da un “tizio-signor nessuno”, come sono io, che, non avendo altro da fare, va cercando lana da pettinare (riporto dal mio siciliano “lana a-ppittinàri”) e rivanga in ritardo cose ormai trascorse mentre urgono problemi più seri  e attuali come – ad esempio – i dieci milioni di poveri e quasi poveri in Italia (“Corriere della Sera”, 29-III-2018). E può anche darsi che queste domande siano speciose e fuori tempo, tuttavia rimangono sicuramente legittime; ecco perché mi permetto di sottoporle alla riflessione e al giudizio dei “cinque” amici lettori.

Dico subito che, comunque, non bisogna meravigliarsi se politici “cattolici” appongono firme e timbri a “leggi” contrarie al Diritto naturale, ai Dieci Comandamenti e alla Dottrina sociale della Chiesa perché non è una novità. Ricordo, infatti, solo per fare un esempio, che la “194”, quella famigerata che nel 1978 legalizzò e, quindi, rese “buono” l’aborto (da allora ad oggi sono sei milioni in Italia gli esseri umani a cui legalmente è stato impedito di nascere!) fu firmata da un governo di soli democristiani cioè di cattolici dichiarati: on Giulio Andreotti, on. Tina Anselmi, on. Tommaso Morlino, on. Filippo Maria Pandolfi…, e promulgata dall’on. Giovanni Leone, anch’egli democristiano.

Allora, a chi gli chiedeva conto, Andreotti rispose: “In effetti ebbi una crisi di coscienza. Ma se mi fossi dimesso, si sarebbe aperta una crisi politica senza sbocco prevedibile, in un momento grave per il Paese. Così firmai”. Insomma per la classica “ragion di stato”. A lui replicò  don Divo Barsotti, grande mistico e studioso: “Sono tra coloro che ancora credono al giudizio di Dio: pochi giorni dopo aver firmato quella legge, Leone dovette scappare dal Quirinale in modo disonorante. Subito dopo anche Andreotti dovette dimettersi. Dicono che, se non firmavano, il governo cadeva? Ma che deve importare a un cristiano di un governo così?” (V. VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul Cristianesimo, SEI, Torino, 1987, pp. 210-211).  E ancora, riandando a ritroso e scegliendo fior da fiore dal mio calepino di appunti, trovo altre perle come le seguenti:

a) il 17-XII-1975, alle commissioni della Camera, viene approvata una dichiarazione preliminare a favore dell’aborto; eppure gli antiabortisti sono maggioranza (DC, MSI, Stvp dispongono di 323 deputati, contro 307 abortisti): la proposta passa con l’assenza determinante di 23 democristiani

b) il MSI presenta contro l’aborto una eccezione di incostituzionalità (l’aborto, essendo uccisione di una persona, non può essere protetto dalla Costituzione che, invece, per sua ovvia funzione deve proteggere la vita); la DC si rifiuta di votare l’eccezione solo perché è stata presentata dai… “fascisti” (Atti parlamentari, Camera dei Deputati, seduta di giovedì 26-II-1976)

c) elezioni del 20-VI-1976, gli antiabortisti perdono la maggioranza e la DC presenta la...eccezione di incostituzionalità contro l’aborto, la stessa che, mesi prima, era stata presentata dai missini; l’eccezione – ovviamente – viene respinta: se non stessimo parlando di una tragedia epocale, ci sarebbe solo da ridere!

L’elenco delle diserzioni di “cattolici” eletti sarebbe troppo lungo; io, per ragioni di spazio, mi sono limitato a considerarne solo alcune anche se non scelte a caso. Tuttavia non posso non aggiungere questa perla finale: l’on. Zaccagnini, segretario politico della Democrazia Cristiana, nel comizio di Milano del 5-V-1979, ebbe a dire: “Nessuno, tranne noi, è insorto a difendere i diritti di chi ancora deve nascere ma che non ha ancora né voce né avvocati che lo proteggano” (“Il Popolo, giornale ufficiale della Democrazia Cristiana”, 6-V-1979). Si rimane sbalorditi. Ma, on. Zaccagnini, dove e quando ha sentito queste “voci” e visto questi “avvocati” democristiani in difesa vera dei bambini che dovevano nascere?

Nella dissoluzione – anni 1990 – del partito “dei cattolici”, peraltro prevista da Gramsci già nel lontano 1919, diversi democristiani, fra cui il nostro Presidente, sono finiti nel partito degli ex comunisti; questi, costretti ad abbandonare l’armamentario ormai inservibile della “lotta di classe”, si ingegnano ora a inventare nei salotti borghesi e a difenderli nelle piazze i diritti cosiddetti “civili”, quali i “matrimoni” fra gay, l’adozione di poveri bambini da parte di due uomini o di due donne, gli uteri in affitto con compravendita del corpo delle donne, il “gender” nelle scuole e – in una continua corsa verso il futuro – chissà quant’altre belle cose a noi, poveretti e ignoranti, ancora sconosciute… Potevano i “cattolici” ex democristiani, co-fondatori del Partito Democratico, andare contro i “diritti civili”? No, e difatti li hanno voluti, approvati e firmati; vedi, fra tanti, la on. Rosy Bindi che a proposito del disegno di legge “Cirinnà” (è quello dei “matrimoni” fra gay, delle “adozioni” etc.) dichiara: “È un buon disegno di legge, è un passo avanti. Cominciai io dieci anni fa” (“Avvenire”, 28-II-2016).

Poteva, quindi, il Presidente criticare quelle “leggi” o rimandarle alle Camere o non promulgarle? Evidentemente no, visto che si trova in un partito che ormai non ha altra bandiera che quella di creare una famiglia “altra” per distruggere quella vera, la Famiglia naturale, formata da uomo-padre, donna-madre e figli! Tutto ciò con buona pace di chi al tempo della sua elezione, sognando a occhi aperti, aveva pronosticato: “Una scelta giusta, un uomo giusto. Il buon giorno si vede dal mattino. E il giorno che s’è iniziato con la elezione del Presidente della Repubblica di Sergio Mattarella si annuncia buono” (Marco Tarquinio su “Avvenire”, 1-II-2015); anche Mario Adinolfi su “La Croce, quotidiano contro i falsi miti del progresso”, già alla vigilia (31-I-2015), si diceva contento per la quasi certa sua elezione perché “Mattarella è un cattolico[...] praticante da Santa Messa tutte le domeniche”; padre Antonio Spadaro, direttore della secolare rivista dei Gesuiti, “Civiltà Cattolica”, parlava di “politico di elevata statura, la cui formazione cattolica ha dato frutti. È un cattolico non muscolare, non ideologico” che ha avuto “stretti contatti con padre Bartolomeo Sorge e padre Ennio Pintacuda” (in “Corriere della Sera”, 2-II-2015). Tutti, come si ricorderà, erano contenti.

Io, il mio “foglietto” di febbraio 2015, dedicato alla elezione del Presidente Mattarella, dopo avere elencato tutte le “richieste” che la maggioranza che lo aveva eletto gli avrebbe presentato “su un piatto d’argento” (divorzio lampo, aborto “post-natale” = uccisione del bambino dopo la nascita come il piccolo Alfie nella “civile” Inghilterra, eutanasia, “matrimoni” fra gay, utero in affitto, bambini con “tre” genitori…), lo chiudevo con una domanda perentoria: “cosa farà il cattolico Sergio Mattarella?” Ora lo sappiamo!

Nel luglio del 2012 l'assessore ai servizi sociali (allora c'era Pisapia, ma Majorino è al suo posto anche con Sala a Palazzo Marino) firmò insieme a Marco Granelli un rapporto dal titolo "Sinti, Rom e Camminanti. Un progetto per includere le famiglie e i bambini e contrastare irregolarità e illegalità". 

Cosi quando era la sinistra a dare il via a un "censimento qualitativo" come Pierfrancesco Majorino e la giunta milanese di sinistra, nessuno aprì bocca. 

Si tratta di un vero e proprio "censimento", come spiegato dal primo degli obiettivi della nota indicati dai due assessori: "Censimento dei nuclei familiari delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti presenti a Milano". L'obiettivo della coppia Majorino-Granelli era quello di "intervenire sulle forme di degrado e illegalità diffuse in città nelle aree destinate a campi regolari, contrastare gli insediamenti irregolari già presenti o di recente costruzione anche grazie alla messa in sicurezza delle aree libere attraverso un costante controllo del territorio". Mica l'avrà scritta Salvini quella nota?

«Attento ministro, con noi devi rigare diritto», gli ha subito intimato una dei Casamonica, storica famiglia di rom già coinvolta nella Capitale in questioni di mafia e delinquenza comune. Un altolà al ministro arriva anche dalla sinistra che, ancora una volta, non riesce a dividere il grano (i diritti umani di tutti, rom ovviamente compresi) dal loglio, l'erba infestante che, in questo caso, sta distruggendo per prime le comunità rom e, di conseguenza, i territori sui quali si muovono.

Non credo che il ministro ne ha voglia di aprire una sorta di caccia al rom, così come non ha mai avuto intenzione di discriminare gli immigrati che hanno titolo per entrare e rimanere in Italia. In entrambi i casi non si tratta di «schedare» o «discriminare» (cose che oltretutto e giustamente la Costituzione vieta), ma di fare un po' di ordine. Mi spiego. I rom presenti in Italia sono tra i 150 e i 180mila. 

Di questi, circa 100mila sono italiani da una o più generazioni. Ma ce ne sono alcune decine di migliaia di cui sappiamo poco o nulla: sono sconosciuti all'anagrafe, al fisco, al sistema sanitario e spesso anche a quello assistenziale e i loro figli non frequentano la scuola dell'obbligo. Tutto questo permette loro di vivere in una zona grigia, fantasmi per lo Stato.

"Censimento" dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è RAZZISMO. Io non mollo e vado dritto! Prima gli italiani e la loro sicurezza". Lo scrive il vice premier e ministro dell'Interno Matteo Salvini su Facebook

"Capisco che l'Italia attende solidarietà da parte dei vicini, solidarietà economica e anche sui migranti". Ma la risposta "non può essere la chiusura delle frontiere, il nazionalismo, la stigmatizzazione di alcune popolazioni. La risposta deve essere creare insieme una politica europea dell'asilo, dell'accoglienza dei rifugiati: è il motivo per cui dobbiamo essere responsabili e solidali. Mi attendo che dall'Italia non parta un messaggio di chiusura ma di inclusione in un insieme comune": lo dice il commissario Ue Pierre Moscovici rispondendo a una domanda sull'Italia. 

Su Salvini "a mio avviso il suo messaggio non è quello giusto. Preferire il ripiegamento su se stessi rispetto all'apertura al mondo significa voltare le spalle alla tradizione di ospitalità iscritta nei valori della nostra storia. Ma non sono qui per fare politica: il messaggio che soggiace dietro al gesto di Salvini va ascoltato: gli Stati membri non possono lasciare l'Italia da sola dinanzi alla crisi migratoria".

Moscovici è intervenuto anche nella questione rom, rispondendo a una domanda sulle dichiarazioni di Salvini: "Anche se interferire negli affari interni di un Paese, commentare questa o quell'altra dichiarazione scioccante o raggelante, può essere una tentazione a cui è estremamente difficile resistere, resisterò con tutte le forze. Dico che la Commissione Ue eserciterà le sue competenze con le regole di cui dispone. Ci sono regole in materia economica e finanziaria ma anche per quanto riguarda lo stato di diritto. Sono le nostre regole comuni e vanno rispettate da tutti"

Sui rom anche il portavoce della Commissione europea Alexander Winterstein, "non si può espellere un cittadino comunitario sulla base della sua etnia. È super chiaro che non è legale".

Intanto nel 2017  il numero di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenze e persecuzioni ha raggiunto un nuovo record per il quinto anno consecutivo. Nel suo rapporto annuale Global Trends, pubblicato oggi, l'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, riporta che a fine 2017 erano 68,5 milioni le persone costrette alla fuga.

A determinare tale situazione, si legge nel rapporto dell'Unhcr, sono state in particolare la crisi nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan e la fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I paesi maggiormente colpiti sono per lo più i paesi in via di sviluppo. Nel totale dei 68.5 milioni sono inclusi anche 25.4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio paese a causa di guerre e persecuzioni, 2.9 milioni in più rispetto al 2016 e l'aumento maggiore registrato in un solo anno. 

Nel frattempo, i richiedenti asilo che al 31 dicembre 2017 erano ancora in attesa della decisione in merito alla loro richiesta di protezione sono aumentati da circa 300.000 a 3.1 milioni. Le persone sfollate all'interno del proprio paese erano 40 milioni del numero totale, poco meno dei 40.3 milioni del 2016. In breve, il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. 

Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga. "Siamo a una svolta - ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati - dove il successo nella gestione degli esodi forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più complessivo, per evitare che paesi e comunità vengano lasciati soli ad affrontare tutto questo. Ma abbiamo motivo di sperare. Quattordici paesi stanno già sperimentando un nuovo piano di risposta alle crisi di rifugiati e in pochi mesi sarà pronto un nuovo Global Compact sui rifugiati e potrà essere adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite".

 

 

 

 

Con l’incontro tra il presidente USA, Trump, e quello russo, Putin, ancora una volta Helsinki, la bianca città del Baltico, come spesso viene definita nelle guide turistiche la capitale della Finlandia, attira su di sé, anche se solo per un giorno, l’attenzione dei mass media mondiali, con gli oltre 1500 giornalisti accreditati.

Se incerti appaiono i risultati di questo vertice tra due leader mondiali, meno incerto invece si definisce il ruolo di questa città che li ospita, riaffermando una sua vocazione di ospitalità ed intermediazione per la ricerca di soluzioni pacifiche ai dissidi ed ai potenziali conflitti.

Questa attitudine si può far risalire al lontano 1969, in pieno clima di guerra fredda tra il blocco occidentale e quello allora guidato dall’Unione Sovietica, ad Helsinki ebbe luogo  infatti la prima fase del negoziato SALT I, a partire dal 17 novembre 1969. Il SALT, ovvero il negoziato sulla limitazione delle armi strategiche, ebbe due fasi, la prima delle quale fu appunto ospitata nella capitale finlandese e produsse il Trattato sui Missili Antibalistici.

Ma Helsinki ritornò sotto i riflettori del mondo nel periodo tra il 1972 ed il 1975, quando le varie fasi della Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa, CSCE, portarono alla firma del cosiddetto Atto Finale di Helsinki, il 1° agosto 1975, evento che pose le basi per un avvio della distensione tra i bue blocchi contrapposti, e che vide la partecipazione di 33 Stati oltre ad USA ed URSS. Il documento finale di Helsinki, può essere considerato come uno degli strumenti più significativi del dialogo internazionale. In quell’occasione tutti i trentacinque paesi firmatari arrivarono ad un accordo su un fatto fondamentale, ovvero che la pace non è sicura quando le armi tacciono; piuttosto la pace è il risultato della cooperazione degli individui da una parte e delle società stesse dall’altra. I famosi “dieci principi” che aprono il documento finale di Helsinki costituiscono la base sulla quale i popoli d’Europa, che sono stati per anni vittime di tante guerre e divisioni, esprimevano il desiderio di consolidare e preservare la pace, in modo tale da permettere alle generazioni future di vivere in armonia e in sicurezza. Fu, questo, definito lo ‘spirito di Helsinki, e molti considerano quell’evento il seme che cancellò il comunismo nell’URSS, favorendo la nascita della moderna Russia.

Ma se le ideologie nascono e muoiono, la necessità di promuovere il dialogo diretto fra coloro che posseggono armi che possono far scomparire la nostra Terra dall’universo non viene mai meno, e dunque il ruolo di una città come Helsinki ridiventa attuale nel favorire lo scambio di idee e di proposte de visu.

Il Presidente finlandese Sauli Niinistö ospita l’incontro nel sobrio palazzo presidenziale che fronteggia il porto, ed incontra bilateralmente i due Capi di Stato, idealmente connettendosi al grande Presidente finlandese Urho Kekkonen, che fu l’artefice della riunione finale di Helsinki nel 1975.

Da parte sua, il sindaco di Helsinki Jan Vapaavuori. non si è lasciato sfuggire l’occasione per una, giusta, vanteria "Helsinki è uno dei luoghi al mondo di cui ci si può fidare per organizzare  un simile incontro in modo affidabile - tutto funziona bene qui, e possiamo predisporre il tutto in sole due settimane. Solo pochi giorni dopo l'annuncio della riunione, i preparativi erano già molto

La Spagna fa la moralista ma a ceuta spara sui immigrati, la Francia non fa passare nessuno a Menton, la Germania accetta solo immigrati Siriani colti, e laureati ma la colpa sarebbe di Salvini

Intanto il ministro dell'Interno Matteo Salvini riferirà domani in Aula al Senato sulla questione. Ed ecco le reazioni internazionali sullo stop del governo italiano all'arrivo della nave Aquarius. "Non è questione di buonismo o generosità, ma di diritto umanitario. 

Ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani". Così il ministro della Giustizia spagnola, Dolores Delgado, ha commentato - in un'intervista alla radio Cadena Ser - la decisione dell'Italia di non accogliere la nave Aquarius, con 629 migranti a bordo, nei propri porti. 

"Assumono una posizione senza avere alcuna responsabilità, il che è facile", ha detto il sottosegretario francese agli Affari europei, Jean-Baptiste Lemoyne. "La legge internazionale dice che devono dirigersi verso il porto più sicuro e più vicino, e la Corsica non è né più vicina né più sicura, data la posizione della nave, è tra l'Italia e Malta", ha aggiunto.

Insomma, la Francia non si è resa disponibile a fare sbarcare le 629 persone, tra cui 11 bambini e 7 donne in gravidanza, che si trovano a bordo della Aquarius dopo che Italia e Malta hanno chiuso i porti. Eppure un portavoce di En Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, non ha risparmiato commenti pochi carini sulla condotta del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, parlando di politica "nauseante". "È inaccettabile fare politica con le vite umane, che è ciò che sta accadendo in questo momento", ha detto Gabriel Attal.

Per la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, la soluzione, comunque, è una sola: "Le navi devono tornare da dove sono venute". E sulle organizzazioni di beneficenza che salvano i migranti nel Mediterraneo dice: "Sono complici della mafia del traffico di persone".

lo ha detto il portavoce del partito di maggioranza francese La République En Marche del presidente Emmanuel Macron, Gabriel Attal, intervistato questa mattina dalla tv Public Sénat. A una domanda sulla chiusura dei porti alla nave Aquarius di Sos Mediterranee, il deputato ha denunciato la posizione assunta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, assicurando tuttavia che anche la Francia cerca "una soluzione".

In nottata il presidente dell'Assemblea di Corsica, l'indipendentista Jean-Guy Talamoni, ha proposto con un tweet questa notte di fornire all'Aquarius l'accoglienza di uno dei porti dell'isola. "L'Europa - scrive Talamoni - deve affrontare la questione umanitaria in modo solidale. Tenuto conto della localizzazione della nave e dell'emergenza, la mia opinione è che sarebbe naturale aprire un porto corso per dare soccorso a queste persone in difficoltà".

Per il commissario europeo Dimitris Avramopoulos "questa è la vera solidarietà messa in pratica, sia verso questo queste persone disperate e vulnerabili, che verso Stati membri partner". Il presidente socialista della Regione di Valencia, Ximo Puig, punta il dito contro Salvini: "Le sue parole forse portano un pugno di voti, ma non sono degne di nessuno che pretenda di difendere l’umanesimo cristiano".

Il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, dice grazie alla Spagna per "averci dato una lezione di umanità". Sulla stessa onda il dem Fassino: "Anziché cantare vittoria, Salvini dovrebbe ringraziare l'umanità del nuovo governo socialista di Madrid. Se in Spagna governasse Orban, l'amico di Salvini, l'Aquarius sarebbe stata abbandonata a sé stessa".

Si spendono elogi per il governo iberico dopo la decisione di permettere alla nave Aquarius di sbarcare a Valencia

Benvenuti nel gioco delle parti. Un teatrino politico con i suoi attori. Che hanno un copione preciso da seguire. Perché non ci si può esimere dal pensare che la decisione del premier spagnolo Sanchez sia stato più politica che umanitaria. Una scelta in controtendenza per marcare la differenza con il suo predecessore. E, soprattutto, questa scelta non può relegare nell'oblio il passato. 

Un passato fatto di un'accoglienza quantomeno deficitaria e altalenante. Ora si celebra l'accoglienza della Spagna, ma nessuno ricorda quando nel 2012 scoppiò la bufera e migliaia di persone scesero in piazza contro Rajoy a seguito del provvedimento del governo che aboliva l'assistenza sanitaria gratuita per oltre 910mila, clandestini, che non versavano contributi alla previdenza sociale. Nel 2015, la Spagna si disse pronta ad accettare la quota Ue per i rifugiati e ad accoglierne 14.931, salvo poi anni dopo ricontrattare al ribasso le cifre. E alla fine dell'anno scorso, la quota reale di persone accolte nel paese era di 1.279, il 13,7% di quanto inizialmente previsto. 

Tanto che l'ong Oxfam Intermon presentò un esposto all'ufficio di Madrid della Commissione Ue contro la Spagna per il mancato rispetto della quota di 9.323 migranti che si era impegnata ad accogliere nell'accordo di redistribuzione fra paesi comunitari concluso l'anno prima. Nel 2017, quando l'Italia chiese di aprire altri porti europei ai migranti salvati, il ministro dell'Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido oppose il fatto che "i porti della Spagna sono sottoposti ad una pressione importante nel Mediterraneo occidentale". A febbraio 2018, la quota continuava poi a non essere rispettata: erano arrivate 2.782 delle 17.337 persone previste, secondo le cifre del ministero dell'Interno.

Alla fine del 2017, poi, nonostante gli impegni presi, la Spagna versò solo tre milioni di euro al Fondo Ue per l'Africa. La Germania era il secondo contributore con 13 milioni di euro. Sapete chi era la prima? Naturalmente l'Italia, che aveva versato 82 milioni di euro. Qualche mese prima, il problema della scarsità di contributi economici era già stato sollevato dalla Commissione Ue che rilevava come a rimpinguare le casse del Fondo fiduciario d'emergenza dell'Unione europea per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione fossero stati solo Italia e Germania e Olanda. 

Dagli altri paesi solo il silenzio. La solidarietà poi si scontra con un muro: quello di Ceuta e Melilla. Barriere di oltre 20 chilometri che segnano il confine tra le enclavi spagnole e il territorio del Marocco. In mezzo un filo spinato a cui spesso è rimasto aggrovigliato il sangue di qualche disperato. Per coloro che invece riescono a superarlo, sono pronti i fucili della Guarda Civil o il centro di identificazione. L'’alto commissario del Parlamento spagnolo più volte ha evidenziato "l’assoluta opposizione alle pratiche di respingimento automatico alla frontiera che si sono verificate in territorio spagnolo attraverso i perimetri di confine di Ceuta e Melilla e ha denunciato "le condizioni disumane in cui sono tenuti i migranti nei centri di permanenza temporanea di immigrati”. Insomma, l'accoglienza a parole è sempre diversa da quella reale

Il trasferimento di nave Aquarius a Valencia sarà assicurato "nelle condizioni di massima sicurezza possibile per le persone presenti a bordo". Lo afferma la Guardia Costiera italiana sottolineando che "parte dei migranti" ora su Aquarius verranno trasferiti su nave Dattilo della Guardia Costiera e una nave della Marina Militare sulle quali saranno presenti medici dell'ordine di Malta e personale dell'Unicef per il supporto ai minori. Il tempo di navigazione per Valencia "è stimato in 4 giorni".

'I naufraghi - aveva scritto in un tweet di Sos Mediterranee - a bordo verranno trasferiti su navi italiane e condotti a Valencia'. E' questo il piano predisposto dal Mrcc di Roma. 'La nave Aquarius - aggiunge la ong - riceverà rifornimenti da un' imbarcazione italiana'. In un altro tweet Msf aveva parlato di un trasferimento di 'alcune persone' dall' Aquarius a navi italiane per fare rotta su Valencia insieme.

Confermo, è stata una decisione presa stanotte nel vertice con il premier e le Capitanerie. Stamattina abbiamo mandato viveri, monitorato la situazione dei passeggeri per mettere in sicurezza le donne incinta ma hanno rifiutato. Stamane manderemo vedette e navi per portarli verso Valencia". Sulla vicenda dell'Aquarius - ha detto a 'Circo Massimo' il ministro Danilo Toninelli - c'è stato "il giusto pragmatismo politico che prima non c'era. Nessuno prima parlava di Malta che rispondeva negativamente" alle richieste di accoglienza. Non abbiamo messo in pericolo la vita di nessuno" i migranti sono stati "soccorsi da navi italiane".

"Le condizioni meteo nei prossimi giorni vanno a deteriorarsi per cui non potremo affrontare questo trasporto con tutte le persone a bordo. La soluzione che è stata individuata da Roma è di affidare 500 dei nostri soccorsi alla nave Dattilo della Guardia Costiera e a una nave della marina di cui non sappiamo ancora l'identificativo". Così Alessandro Porro, a bordo della nave Aquarius, in mattinata durante la trasmissione Agorà, dopo avere confermato che "Valencia è stato indicato come porto sicuro". "Siamo a ventisette miglia a Nord Est di Malta, abbiamo ricevuto questa mattina dei rifornimenti da parte di una nave italiana e abbiamo anche ricevuto la conferma scritta dal MRCC di Roma che il nostro rapporto safety sarà a Valencia", aggiunge Porro. "Dal nostro punto di vista questo non è l'uso migliore e razionale delle risorse SAR perché in un momento in cui tutte queste imbarcazioni che dovrebbero fare soccorso in un posto in cui la gente muore, sono in realtà impegnate in un trasferimento lungo, che richiede giorni, questo inficia la capacità di soccorso e quindi ci dispiace pensare che questa situazione comporterà degli altri morti".

Intanto la nave Diciotti della Guardia Costiera è in viaggio verso il porto di Catania con 937 migranti a bordo e due cadaveri. E dovrebbe approdare in giornata. Quattro donne incinte che erano sulla nave sono state intanto trasportate in elisoccorso a Palermo

Sulle Ong Salvini non ammette sbavature. Negli scorsi anni hanno avuto troppo agio con i governi targati piddì. "Poco cambia che la nave si chiami Aquarius o Sea Watch 3 - ha spiegato il leader leghista al termine del vertice con Conte - vogliamo porre fine a questo traffico di esseri umani. Se ci saranno altre navi di altre Ong battente bandiera straniera faremo lo stesso ragionamento". Al termine del vertice anche Toninelli ha rivolto un appello ai partner europei affinché, prima di modificare il Trattato di Dublino, seguano l'esempio della Spagna e "aprano anche loro i porti". "Chiediamo di modificare le normative marittime internazionali - ha spiegato il ministro - è corretto che la stessa nazione di cui la nave è battente bandiera intervenga e non solo la guardia costiera italiana". L'idea dell'esecutivo è che spetta ai Paesi da cui proviene la nave della Ong di turno farsi carico degli immigrati salvati. A far fede sarà quindi la bandiera dell'imbarcazione che interviene. Non solo. Secondo il Messaggero, Salvini vorrebbe convincere Bruxelles a permettere agli immigrati di presentare la richiesta di asilo "direttamente sulla nave".

 

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