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Mercoledì, 20 Marzo 2019

Angela Merkel torna in Grecia. Lo fa dopo cinque anni dalla sua ultima visita di Stato ad Atene.Nel 2014, il suo viaggio fu caratterizzato da violente proteste nel cuore della capitale ellenica. Erano gli anni del picco delle manifestazioni per la crisi finanziaria e contro l’austerità imposta alla Grecia per salvarsi dal default.Un viaggio quindi che serve ad Angela Merkel più per confermare le certezze che per cambiare i rapporti con la Grecia. E arriva anche in un momento particolarmente delicato. 

Come spiega il quotidiano greco Ekathimerini, la visita della Cancelliera arriva mentre Tsipras è alle prese con la minaccia di una rottura della coalizione di governo. Mercoledì, molto probabilmente, il parlamento della ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) ratificherà il cambio di nome. La leader tedesca si è prodigata per l’accordo fra Atene e Skopje: ma forse anche per questo fa già accordi con l’opposizione. Come scrive il Giornale quasi a voler controllare, dopo cinque anni di sacrifici, se la Grecia ha effettivamente realizzato quanto imposto anche da Berlino. E la risposta dovrebbe essere del tutto affermativa. 

Cm il quotidiano il giornale scrive per visita di Merkel in Grecia : Il primo ministro di Syriza si è rivelato un valido partner a cui affidare le politiche di austerità imposte a livello europeo. E dopo alcuni mesi di sfida al piano della Troika, Tsipras, onde evitare la catastrofe minacciata dai mercati, ha accettato più o meno supinamente tutte le direttive dei creditori internazionali. Con Berlino a fare da garante e da guardiano.  Promesse culminate con quel “no” al referendum che si sarebbe poi rivelato un clamoroso boomerang. L’Europa rispose “no”, e in maniera compatta, al risultato del referendum con cui il popolo greco aveva respinto il piano di salvataggio. 

E Tsipras, continua il quotidiano nel corso degli anni, si è gradualmente posizionato sulla linea dell’Unione europea lasciando un Paese ferito dai piani dei creditori e sostanzialmente incapace di reagire agli stimoli. L’economia greca è rimasta affossata, gli asset strategici sono stati svenduti, e il primo ministro appare in calo nei consensi, superato di dieci punti percentuali dal principale partito d’opposizione: Nea Demokratia.  Merkel e Wolfgang Schauble, insieme alla Troika, erano visti come gli autori di un piano che avrebbe distrutto l’economia e la società greca. Pochi mesi dopo, Alexis Tsipras avrebbe preso il potere promettendo di contrastare i piani imposti dai creditori internazionali.Passata la tempesta, Angela Merkel ritorna in Grecia non solo come responsabile di questo piano. 

Secondo il giornale Italiano, anche come leader di un Paese che ha intrecciato profondi legami con la Germania anche grazie alle politiche successive alla crisi. Legami economici ma anche politici, che hanno reso Berlino una delle capitali con più forti connessioni con Atene. E lo dimostrano non solo gli accordi commerciali, ma anche le recenti dinamiche politiche (interne e internazionali) che coinvolgono la politica ateniese e quella greca.Partendo dai legami economici e finanziari, la Germania ha innanzitutto guadagnato miliardi attraverso l’acquisto di obbligazioni  greche. Come scrivevamo su questa testata, “dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale”. 

Ma il problema secondo il giornale è che l’accordo originale fra Germania e Grecia prevedeva  che qualsiasi interesse sarebbe stato restituito ad Atene una volta adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme.La Grecia ha adempiuto, ma fino al 2017, la Bundesbank ha guadagnato 3.4 miliardi di euro di utili sugli interessi, trasferendo solo 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014. A questi incassi finanziari, si è aggiunto poi l’acquisto delle infrastrutture strategiche da parte delle aziende tedesche. In particolare, merita attenzione la strategia di Fraport, operatore aeroportuale il cui principale azionista è il land di Hessen, e che ha acquisito 14 aeroporti turistici ellenici. In questo modo, l’operatore tedesco ha assunto il controllo di una delle principali infrastrutture greche oltre che uno dei maggiori volani dell’economia del Paese.A questi rapporti economici si aggiungono quelli politici. 

E qui la situazione inizia a farsi complessa. Perché quello che intercorre fra Berlino e Atene non è più un semplice rapporto di interesse economico specie da parte tedesca, ma un vero e proprio legame politico che ha trasformato la Germania in un vero e proprio referente dei partiti greci.Perché mentre Frau Merkel visiterà Atene, non incontrerà solo i vertici del governo greco, ma anche il leader dell’opposizione di Nuova Democrazia: Kyriakos Mitsotakis. Lo stesso Mitsotakis è stato ospite della Csu la costola bavarese della Cdu a Seeon, dove, riferendosi alla Cancelliera, ha dichiarato: “Ho un buon rapporto personale con lei e, se questa sarà la volontà del popolo greco, non vedo l’ora di lavorare con lei dopo le prossime elezioni nazionali”.

Il Ministro per il Sud Barbara Lezzi ha incontrato a Roma i corrispondenti della stampa estera in Italia in un confronto a tutto campo, nel quale si è parlato della manovra economica, della riforma del sistema pensionistico, dei rapporti tra Italia ed Unione Europea, del governo e dei rapporti all’interno della maggioranza. I giornalisti, inoltre, hanno manifestato particolare interesse per i provvedimenti per il rilancio del Sud, gli investimenti in infrastrutture, i rapporti economici tra il Mezzogiorno e i paesi del Mediterraneo e le misure per la lotta alla disoccupazione. Il ministro ha citato le infrastrutture ferroviarie come l’alta velocità Bari Napoli “da prolungare in Salento, per assecondare la vocazione turistica della zona”, e gli interventi stradali che si stanno completando dopo anni di attesa, come la Catania-Ragusa, la Sassari Olbia, e la Bari-Matera. Il ministro ha colto l’occasione anche per parlare dell’avvio delle Zone Economiche Speciali (Zes) che saranno coordinate da una cabina di regia centrale affinché agiscano in modo integrato e non isolatamente, e dell’imminente decreto sulle semplificazioni amministrative che interverrà anche su questa materia.

Una parte del lungo confronto è stata dedicata ai fondi europei e al loro utilizzo da parte delle Regioni del Sud: “Entro dicembre 2018 dovremo rendicontare circa 4miliardi e 200 milioni di fondi europei, e quando mi sono insediata la percentuale di rendicontazione era bassissima- ha spiegato il Barbara Lezzi – soprattutto in alcune regioni. In Sicilia ad esempio, restavano da rendicontare più di 700 milioni in meno di sei mesi, ma nonostante la difficoltà dell’impresa abbiamo attivato una procedura prevista dal regolamento per i fondi strutturali nella programmazione 2014/2020 e che consiste in un monitoraggio rafforzato che vede coinvolti direttamente il ministero, il presidente della Regione e la Commissione Europea. Grazie a questa collaborazione ad oggi il rischio di perdere questi fondi è quasi nullo, e i risultati si manifesteranno concretamente per i cittadini, perché saranno realizzati, tra l’altro, un’autostrada e uno snodo ferroviario su Palermo che erano attesi da anni.”

A latere dell’incontro, rispondendo ad un quesito dello scrivente, il ministro Lezzi ha ricordato l’attenzione che il governo intende riservare alla città di Taranto per il suo rilancio. Infatti il governo ha espresso parere favorevole rispetto alla candidatura della città per ospitare i Giochi del Mediterraneo nel 2025. Secondo la Lezzi, “Al di là dell’evento sportivo, già di per sé molto importante, questo appuntamento può diventare l’occasione per promuovere interventi migliorativi e di crescita nella città, che si possono innestare all’interno del processo di riconversione al quale questo governo sta lavorando, principalmente attraverso il lavoro del ministro Di Maio”.

Il ministro Lezzi, al termine dell’incontro tenutosi a Palazzo Chigi al quale avevano partecipato anche il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, il Direttore generale di Asset, Elio Sannicandro, e i deputati locali del M5S Giovanni Vianello e Paolo Lattanzio aveva affermato che “Per prima cosa è stato stabilito che verrà costituito un comitato promotore per Taranto 2025 al quale parteciperanno tutti gli attori che possono apportare un contributo. In particolare, l’intenzione è quella di mettere a sistema tutte le risorse che possono essere destinate a questo progetto, compresa una parte di quelle previste all’interno del Cis Taranto. Tutti abbiamo la volontà di investire su questa candidatura che può davvero rappresentare l’occasione giusta per il rilancio e lo sviluppo di una città e di un territorio che ne hanno estremo bisogno. Parliamo anche di una occasione di fondamentale importanza nella ridefinizione dell’identità culturale della città, che vanta una storia, un patrimonio ambientale e artistico la cui conoscenza deve essere incentivata e promossa, sia nel resto del Paese che in Europa”.

A tre mesi dal crollo del ponte Morandi, è legge il decreto su Genova e altre emergenze. Il testo è stato approvato dal Senato con 167 voti favorevoli, 49 contrari e 53 astensioni. Il provvedimento era passato alla Camera il primo novembre, dopo una seduta notturna. Sono 10 i senatori M5s che non hanno preso parte alla votazione: Vittoria Deledda Bogo, Alfonso Ciampolillo, Saverio De Bonis, Gregorio De Falco, Luigi Di Marzio, Elena Fattori, Michele Giarrusso, Cinzia Leone, Paola Nugnes e Mario Turco.
Se avessero un po' di onestà intellettuale, dovrebbero andare loro da Luigi Di Maio e presentare le dimissioni". Mattia Fantinati, sottosegretario alla Pa, non ha dubbi: i dissidenti devono lasciare il Parlamento

E poi facciano le correnti che vogliono, come i vecchi politici", aggiunge nel corso di un'intervista al Corriere della Sera. Secondo Fantinanti è necessario introdurre il vincolo di mandato. "Chi è stato eletto come portavoce del Movimento 5 Stelle - spiega - deve, appunto, portare la voce degli elettori, del programma e del contratto di governo. Va introdotto il vincolo di mandato". Entrando nel merito del provvedimento su Ischia, che non rientrava nel contratto di governo, dice: "Non è un condono" e poi aggiunge: "Anche a me in passato è successo di avere delle perplessità su qualcosa. Le ho fatte presente in assemblea, si è discusso e poi deciso. E io, come altri, mi sono attenuto a ciò che era stato stabilito dalla maggioranza". Ed è per questo che, secondo il sottosegretario grillino, bisogna cambiare la Costituzione e introdurre "assolutamente" il vincolo di mandato perché "chi vota deve avere la certezza di quale politica farà l'eletto".

Votiamo no a questo decreto per scelta delle opposizioni: di fronte alle tragedia o si chiede alle opposizioni un patto, o si fa in modo che l'opposizione sia l'alibi per coprire le proprie incapacità". Lo ha detto l'ex premier, Matteo Ranzi, intervenendo al Senato in sede di dichiarazione di voto sul Dl Genova. "Nelle ore successive alla tragedia - ha attaccato Renzi - avete gettato fango sulle opposizioni, dicendo il falso. Di Maio sappia che non abbiamo approvato la concessione ad Autostrade, quello l'ha fatto il giovane deputato Matteo Salvini. Poi - ha aggiunto - è falso che il Pd abbia preso soldi da Autostrade, che invece ha finanziato la Lega nord per l'Indipendenza della Padania". "Ricordo quanto fu indecoroso il comportamento di Rocco Casalino, il portavoce di Palazzo Chigi, quando mandò ai giornalisti un messaggio in cui chiedeva di mettere in evidenza i fischi al Pd: quanta demagogia di fronte a 43 vittime". Lo ha detto l'ex premier, Matteo Renzi, nel suo intervento in sede di dichiarazione di voto, al Senato, sul decreto Genova.

L'Aula del Senato ha sospeso per qualche minuto la seduta dopo l'approvazione del decreto Genova e altre emergenze, in un clima di bagarre. Poco prima, alcuni senatori del Pd avevano mostrato il fascicolo del provvedimento, con il presidente del Senato Casellati che ha subito chiesto di mettere giù i fascicoli. Ma a scatenare le polemiche il pugno alzato del ministro Toninelli per festeggiare il voto. "E' inaccettabile e indecente quello che ha fatto il ministro. Non gli chiediamo di condividere o comprendere quello che stiamo dicendo, ma ascolti e dia il buon esempio alle scolaresche che ci stanno guardando", afferma la capogruppo di Forza Italia, Annamaria Bernini, ed ha esortato il ministro a non venire più in Aula "ad alzare i pugni".  

Non era in Aula il senatore M5s Gregorio De Falco quando il decreto Genova è andato in votazione. Il senatore, intercettato fuori dall'Aula, ha mostrato sorpresa alla notizia dell'avvenuta votazione: "Hanno votato? Ma la seduta non era sospesa?" ha affermato correndo verso l'Aula.

"Quei 43 morti pesano sulla coscienza di tutti: francamente avrei desiderato un'Aula diversa". Lo ha detto con un certo rammarico, rispetto agli scontri in Aula, la Presidente del Senato, Elisabetta Casellati, raccogliendo applausi. "Genova è ancora una ferita aperta, quindi accolgo l'invito del Senatore Marcucci e rispettare un minuto di silenzio", ha aggiunto Casellati, dando inizio a un minuto di silenzio dell'Aula.

Soddisfazione dal premier, Giuseppe Conte: "Il decreto Genova è legge. Risorse e aiuti concreti alle famiglie che hanno perso la casa, sostegno a imprese e cittadini. Avevo promesso che non avrei mai abbandonato la città in ginocchio. Il governo è al vostro fianco, Genova si rialza", scrive, in un tweet.

Intanto  :  "Quando Austria e Olanda ci chiedono di rispettare tutte tutte le regole, chiedono una manovra lacrime e sangue che è esattamente l'opposto di quanto ci hanno chiesto gli italiani il 4 marzo". Lo afferma il vicepremier e ministro, Luigi Di Maio, a margine del tavolo Pernigotti. "Noi andiamo avanti perché l'alternativa è massacrare ancora di più i pensionati, massacrare ancora di più disoccupati e massacrare ancora di più le imprese. L'alternativa non può essere questa", aggiunge.

"L'Europa siamo noi e lo sarà anche di più se dialoghiamo con convinzione per definire al strategia per governare le transizioni, sulle quali la nostra manovra offre una risposta diversa dal passato, ma non meno solida e meno credibile", ha detto il ministro del Tesoro, Giovani Tria, intervenendo alla presentazione del rapporto annuale della Fondazione Nord Est, a Padova.

In un comunicato il Fondo Monetario internazionale ricorda che se si vuole invertire la rotta e far ripartire il paese sono necessarie riforme strutturali mirate a mantenere i conti in ordine, inoltre queste riforme porterebbero ad una stabilità del sistema bancario che a sua volta causerebbe una riduzione del rischio, una maggiore fiducia da parte degli investitori verso l'Italia e rafforzerebbe la resistenza del Belpaese di fronte ad un'eventuale crisi economica.

Invece promosso con riserva il reddito di cittadinanza, che è uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle, "purchè non spinga le persone ad abbandonare il lavoro".

Il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra : «Poco sorprendente ma molto deludente che l’Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate ed i piani del governo non porteranno ad una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del Patto di stabilità e crescita. Sono profondamente preoccupato. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi».

Il ministro delle Finanze austriaco Hartwig Loeger ha avvertito che l’Austria insisterà per rafforzare il rispetto della disciplina fiscale ed è pronta a sostenere la procedura di deficit se l’Italia non scende a compromessi rispetto alle richieste della Commissione. Loeger ha manifestato il proprio disaccordo con la posizione del ministro Tria: «Contrariamente a quanto sostiene il mio collega non si tratta di un affare italiano interno, ma di un affare europeo».

Molto nette anche le dichiarazioni del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che in un discorso a Berlino ha chiarito alcuni punti: «Il governo italiano — ha spiegato Weidmann che è anche membro del Consiglio direttivo della Bce — è legittimato ad aumentare la spesa pubblica, ma a condizione che non ne derivi un onere più elevato sul debito. È perfettamente legittimo — ha aggiunto — che un nuovo governo stabilisca nuove priorità politiche ma nella misura in cui queste sono associate a spese aggiuntive, sarebbe consigliabile ridurre altre spese o aumentare le entrate».

Tutti contro la manovra del governo italiano. Accusato, dall’Austria, di «tenere in ostaggio il suo stesso popolo». Ma non solo. A schierarsi contro la lettera inviata in queste ore dal Ministro Tria all' Ue le la scelta di non modificare la legge di Bilancio, sono diversi membri europei. Dall’Austria all’Olanda fino alla Germania, è un susseguirsi di dichiarazioni pubbliche di avvertimento nei confronti del governo Lega-Cinquestelle.

La proposta di Austria e Olanda non sembra turbare il vicepremier, Luigi Di Maio. Che, interpellato in proposito dai cronisti, risponde: «La procedura d’infrazione? Sono tre mesi che la invocano, non è una novità...».

"Con il presidente della commissione Ue Jean Claude Juncker parlerò perché non si avvii una procedura d'infrazione non per modulare" la sua applicazione. Lo afferma il premier Giuseppe Conte rispondendo ai cronisti ad Abu Dhabi e spiegando che, "a inizio settimana" sentirà Juncker per concordare, successivamente un faccia a faccia.

Durante la votazione finale al dl il presidente della Camera non si è seduto sullo scranno più alto dell'Aula. Per prassi il vertice di Montecitorio non vota, ma presiede almeno l'aula. Questa volta no. Una scelta politica che oggi Fico rivendica con orgoglio: "È una presa di distanza - puntualizza l'esponente M5s - non ne ho parlato prima perchè sono presidente della Camera e rispetto il mio ruolo istituzionale. Rimango fedele al mio ruolo istituzionale ma - osserva ancora - se poi parliamo nel merito del provvedimento dopo che è stato approvato, quello è un altro discorso".

Immediata la replica del leader della Lega che, quando Maria Latella su SkyTg24 gli chiede cosa ne pensa dell'assenza di Fico dall'Aula, risponde: "Non ho capito se hanno letto il decreto, né dove sta il problema, visto che aumenta la lotta a mafia e al racket". E ancora: Roberto Fico dice che il global compact va approvato? "Faccia votare il Parlamento e il Parlamento deciderà. Io sono contrario perché mette insieme migranti regolari e irregolari".

E in questo infinito scambio di battute il presidente della Camera ha deciso di replicare ancora: "È chiaro che l'ho letto il decreto, li leggo i provvedimenti", ha detto al termine di un convegno all'Accademia dei Lincei. "Ma ci sono tante cose che non avrei voluto leggere al suo interno...".

Ieri era stata la dissidente Laura Fattori a esprimere tutto il suo disappunto sul "no" del governo alla firma in calce al patto dell'Onu. E oggi invece a prendere la parola è quello che, da più parti, viene considerato il leader (almeno ideale) della fronda pentastellata. A chi gli chiede se l'Italia dovrebbe firmare il Global Compact, Fico risponde che "secondo me assolutamente sì, ma invito tutti, prima di parlare, a leggere bene e approfondire il testo".

La pensa diversamente il ministro dell'Interno, secondo cui se pochi giorni fa il governo ha portato a casa l'approvazione definitiva al dl Sicurezza che vuole distinguere tra profughi e clandestini, non può subito "ricredersi" firmando un accordo che invece li mette "nello stesso calderone". Ma ovviamente Fico non avrebbe voluto firmare neppure il decreto Salvini.  

"Se si legge bene il testo - dice - si capisce che è una gestione globale con gli altri Paesi, quindi un'affermazione del multilateralismo sull'immigrazione. Serve all'Italia per non isolarsi, per non rimanere sola sulla questione migranti".

Per una volta ancora i Cinque Stelle puntano il dito contro il sistema dell'informazione e della stampa definita "nemica": "La strategia messa in atto dalle lobby, famiglie di grossi prenditori e banchieri, una volta perso il controllo sul potere legislativo ed esecutivo, si è orientata esclusivamente all’uso brutale dell’unico potere che gli è rimasto in mano, il quarto, quello mediatico. E la strategia ha un nome: delegittimazione". Infine di fatto viene lanciato un messaggio chiaro: "Questo post era doveroso per spiegare a tutti quello che sta accadendo in questi giorni, per ribadire che non ci facciamo intimidire da nessuno e per chiedervi di mantenere alta l’attenzione sulle notizie che vi vengono propinate ogni giorno. Per questo vi chiediamo un gesto simbolico, da fare sui social.  

Ha avuto un primo picco quando il Movimento è entrato ufficialmente nel governo, condividendo la responsabilità del potere esecutivo con un’altra forza politica e stiamo osservando il culmine in questi giorni, in cui stanno per essere approvati i provvedimenti, voluti dal Movimento, che cambieranno volto a questo Paese e dimostreranno tutta la pochezza dei partiti e delle persone che negli ultimi 20 anni hanno gestito il Paese".

Intanto il Capo dello Stato nel suo discorso per l'innauguarzione dell'anno accademico all'univeristà di Verona ha affermato: "L'Italia ha chiesto e chiede in questi anni, con governi di diverso orientamento e composizione, che l'Europa assuma il ruolo auspicato nella sua dimensione continentale come unione di governo di questo problema, che non va ignorato ma governato per non essere travolti dalle condizioni del mondo di oggi". Il presidente della Repubblica ha lanciato un messaggio per incentivare il un impegno comune sul fronte della gestione dei flussi migratori che riguarda non solo l'Italia ma l'Europa intera: "È responsabilità collettiva di tutti, non solo di alcuni paesi - ha continuato - anche per questo ogni occasione, sede, ogni documento che richiami a tale responsabilità comune di tutti gli Stati e non di pochi è occasione, un documento prezioso". Le parole di Mattarella arrivano in momento piuttosto particolare con il governo impegnato sul fronte del Global Compact documento dell’Onu sulla gestione dei flussi migratori che, come spiegato il 21 settembre alla Camera dal ministro degli Estero Enzo Moavero Moavero, recepisce "principi di responsabilità condivisa" nella gestione dei flussi migratori.

Ma sarà l'ebrezza di ritrovarsi in mezzo ai Venti grandi della terra o il racconto giunto sino a Buenos Aires delle ultime dei suoi due vice che non evocano più «babbo Natale», ma da palazzo Chigi ieri sera rimbalzava forte l'ottimismo un po' sudamericano di Giuseppe Conte. Di decimali il presidente del Consiglio non vuole parlare in pubblico, ma l'argomento è stato al centro delle considerazioni fatte con il ministro dell'Economia Giovanni Tria durante le lunghe ore di volo. Al G20 il clima non è dei migliori. Le tensioni Washington-Mosca, come la politica dei dazi di Trump, raffreddano le economie e frenano le esportazioni italiane che hanno retto la crescita sino ad inizio anno. Seppur a fatica sia Di Maio che Salvini mostrano di aver compreso i rischi che l'Italia corre e hanno affidato a Conte e Tria il compito di chiudere - senza troppa danni - la contesa con Bruxelles.

Un percorso molto stretto nei «numerini» e nei tempi. Al ritorno da Buenos Aires Conte e Tria presenteranno ai due vicepremier la manovra di Bilancio con le opzioni che dovrebbero scongiurare la procedura europea e l'esposizione dell'Italia alla speculazione. Nello schema del titolare del Mef il Reddito è destinata a slittare insieme alla riforma delle pensioni. Se la prima misura spaventa Bruxelles più per l'entità, la seconda fa storcere il naso per l'idea che si possa far pesare sulle future generazioni un sistema pensionistico molto più generoso della media europea.

Resta il fatto che toccherà a Di Maio e Salvini decidere molto presto se far saltare il banco restando sopra l'asticella concordata da Conte e Tria con l'Europa o adeguarsi avendo comunque la certezza che le due misure - seppur più in là nel tempo - partiranno. L'annuncio grillino delle card in stampa per il Reddito, come le rassicurazioni leghiste sulla domanda che si potrà fare per aver diritto a quota 100, fanno pensare che l'accordo con Bruxelles sia vicino poichè avere in mano una tessera o poter inoltrare una domanda di pensionamento non significa incassare subito. Di slittamento in slittamento si arriverebbe a metà del 2019, con un risparmio notevole per le casse dello Stato.

Dopo le tensioni delle ultime ore, fra "ricatti" e vertici saltati, Matteo Salvini può festeggiare. "Oggi è una bellissima giornata, il Senato ha votato la fiducia al dl sicurezza e alle 12 e 32 ho la gioia di presentare questo strumento che prefetti sindaci e volontari veri e non mangioni avranno a disposizione- ha commentato Salvini - Il 7 novembre me lo ricorderò per tempo come una giornata molto bella non è un punto di arrivo ma punto di partenza. Chi vedeva immigrazione come mangiatoia oggi è a dieta molti finti volontari non parteciperanno più a bandi se invece di 35 euro ne porti a casa 19 non ci mangia più né mafia né ndrangheta, ma rimarranno volontari veri e sono convinto che molte cooperative si daranno alla macchia".

Con 163 voti favorevoli, 59 contrari e 19 astenuti, il dl Sicurezza ha ricevuto il via libera del Senato. Il decreto Salvini, quindi, supera il primo giro di boa e ora passa alla Camera. Il decreto, che introduce un forte giro di vite all'immigrazione, è passato con la fiducia votata dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle. A esclusione dei quattro grillini dissidenti (Gregorio De Falco, Elena Fattori, Paola Nugnes e Matteo Mantero) che però non sono riusciti a mettere i bastoni fra le ruote a Salvini. A loro, poi, se ne sono aggiunti altri tre: Vittoria Bogo Deledda e Michele Giarrusso (erano in congedo dunque assenti giustificati), Virginia La Mura (dai tabulati è risultata assente, ma aveva firmato alcuni emendamenti assieme a De Falco). Forza Italia, invece, apprezza il contenuto del provvedimento, ma è uscita dall'Aula al movimento del voto. E anche Fratelli d’Italia, che pure tifa per il provvedimento sull’immigrazione, ha scelto l’astensione nel voto che, con il nuovo regolamento del Senato, non è equivale più a un voto contrario. Hanno votato contro il decreto Salvini il Partito Democratico, Liberi e Uguali e le Autonomie.

Luigi Di Maio non avrebbe gradito, spiegano fonti parlamentari M5s, l'idea che i dissidenti abbiano preso le distanze in Aula. "Hanno offerto uno spettacolo con poco stile", dice una fonte M5s. Il "cartellino giallo" nei confronti di De Falco e degli altri che hanno manifestato apertamente durante le dichiarazioni in Aula la loro contrarietà al dl Sicurezza dovrebbe arrivare già in giornata. La soluzione non dovrebbe essere quella dell'espulsione ma in ogni caso - chiarisce un "big" pentastellato - di fatto con il loro comportamento si sono messi fuori dai gruppi.

I vertici del Movimento 5 Stelle ritengono il comportamento dei "dissidenti" interni al Senato "dannoso" per il MoVimento. Per questo motivo per gli esponeti pentastellati che a palazzo Madama si sono esposti per sottolineare il loro dissenso sul testo è stata avviata un'istruttoria ai probiviri (il consiglio interno al M5S che esamina i comportamenti degli iscritti e ne valuta l'eventuale espulsione), come ha annunciato il capogruppo Stefano Patuanelli. "Si tratta di un comportamento particolarmente grave visto che si trattava di un voto di fiducia al governo", dice Patuelli.

La tesi è che verrà fatta distinzione tra chi, pur non partecipando al voto, ha deciso di non accendere su di sè i riflettori e chi, invece, ha inseguito la notorietà in tv con le proprie dichiarazioni in Aula. Mantero e La Mura, per esempio, dovrebbero essere "salvati" proprio per aver scelto una linea "low profile". Finiranno all'attenzione degli organismi interni del Movimento, invece, gli altri - come De Falco - che hanno optato per un atteggiamento che - spiegano fonti parlamentari - ha messo in difficoltà il Movimento

 Cosi i quattro dissidenti del Movimento cinque stelle (Gregorio De Falco, Elena Fattori, Paola Nugnes e Matteo Mantero) non hanno partecipato al voto perché ritengono dannoso questo decreto Sicurezza-Immigrazione. Il comandante De Falco ha motivato il suo allontanamento al momento del voto con queste parole: "Rendere questo decreto aderente al dettato costituzionale era un preciso dovere di questo Parlamento come ci ha ricordato la più alta carica dello Stato. In ogni caso confermo la mia fiducia a questo governo...". Paola Nugnes, invece, è entrata nel merito del decreto, smontandolo pezzo dopo pezzo: "Tutti questi immigrati irregolari non spariranno certo per decreto". Elena Fattori, infine, ha aggiunto: "Questo decreto è contro tutto quello che c’è nel programma dei Cinque Stelle".

E di loro si sapeva già. Ora, però, stupisce la decisione di Virginia La Mura. La Mura, tra l'altro, aveva firmato gli emandamenti e oggi non ha votato. "Anche io sono uscita dall'aula al momento del voto perché ho fiducia nell'azione di questo governo, ma non potevo dare il mio voto al decreto Sicurezza - scrive su Facebook La Mura -. Se mi si vuole costringere a votare un decreto attraverso la fiducia non posso fare altro che uscire dall'aula. Questo decreto non mi appartiene e ritengo vada anche contro i principi del Movimento 5 Stelle stesso". Tipico del MoVimento che si è fatto conoscere per il grido "onestà, onestà...".

In più, risultano in congedo Mario Michele Giarrusso e Vittoria Bogo Deledda per motivi però di salute. Quindi, ai 167 senatori che compongono il totale dei gruppi della Lega (58) e del M5S (109) vanno scomputati i 5 "dissidenti" assenti e i 2 in congedo arrivando così a 160. E scatta subito la reazione del Movimento, che avvia un'istruttoria sui dissidenti. 

"In qualità di capogruppo ho segnalato ai probiviri il comportamento tenuto in Aula dai senatori Gregorio De Falco,Paola Nignes Elena Fattori  Matteo Mantero e Virginia La Mura, che hanno avviato un'istruttoria nei loro confronti", afferma il capogruppo del MoVimento 5 Stelle al Senato, Stefano Patuanelli. "Si tratta di un comportamento particolarmente grave visto che - aggiunge Patuanelli - si trattava di un voto di fiducia al Governo".

A sostenere il provvedimento (passato con 163 sì, 59 no e 19 astenuti) sono intervenuti: il fuoriuscito dai 5 stelle, ora nel Misto, Maurizio Buccarella e i due senatori del Maie, Adriano Cario e Riccardo Antonio Merlo. Si è invece astenuto l'altro ex grillino Carlo Martelli. Questi ultimi 4 parlamentari (i 2 fuoriusciti 5S e i 2 del Maie) avevano votato la fiducia al governo a giugno sommandosi in quella votazione ai 167 di Lega+M5S e arrivando a quota 171 

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