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Martedì, 19 Settembre 2017

La Cattedrale di Saint Jean a Lione

La cattedrale di Saint Jean a Lione

Nel quadro delle sue catechesi sulle sante del Medioevo, Benedetto XVI ha ricordato il 3 novembre 2010 santa Margherita d’Oingt (1240?-1310). Questo splendido discorso del Papa è stato occasione per riflettere su una delle grandi spiritualità monastiche di origine medioevale, la «spiritualità certosina, che si ispira alla sintesi evangelica vissuta e proposta da san Bruno [1030-1101]» (Benedetto XVI 2010), e  per affrontare il tema del rapporto fra la cultura cattolica e la vita spirituale.

È lo stesso Pontefice a fornirci alcuni dati biografici su santa Margherita: «Non ci è nota la sua data di nascita, benché qualcuno la collochi intorno al 1240. Margherita proviene da una potente famiglia di antica nobiltà del Lionese, gli Oingt. Sappiamo che la madre si chiamava pure Margherita, che aveva due fratelli – Guiscardo e Luigi – e tre sorelle: Caterina, Isabella e Agnese. Quest’ultima la seguirà in monastero, nella Certosa, succedendole poi come priora» (ibid.).

«Non abbiamo notizie circa la sua infanzia – prosegue Benedetto XVI –, ma dai suoi scritti possiamo intuire che sia trascorsa tranquilla, in un ambiente familiare affettuoso. Infatti, per esprimere l’amore sconfinato di Dio, ella valorizza molto immagini legate alla famiglia, con particolare riferimento alle figure del padre e della madre. In una sua meditazione prega così: “Bel dolce Signore, quando penso alle speciali grazie che mi hai fatto per tua sollecitudine: innanzi tutto, come mi hai custodita fin dalla mia infanzia, e come mi hai sottratta dal pericolo di questo mondo e mi hai chiamata a dedicarmi al tuo santo servizio, e come mi hai provvista in tutte quelle cose che mi erano necessarie per mangiare, bere, vestire e calzare, (e lo hai fatto) in tal modo che non ho avuto occasione di pensare in tutte queste cose che alla tua grande misericordia” (Margherita d’Oingt, Scritti spirituali, Meditazione V, 100, Cinisello Balsamo 1997, p. 74)» (ibid.).

Formata dunque da una famiglia felice e profondamente cattolica, Margherita – s’ignora esattamente a quale data – «entrò nella Certosa di Poleteins in risposta alla chiamata del Signore, lasciando tutto e accettando la severa regola certosina» (ibid.). Il Papa dà la parola alla stessa santa che con parole eloquenti ricorda la sua chiamata alla vita monastica: «“Dolce Signore, io ho lasciato mio padre e mia madre e i miei fratelli e tutte le cose di questo mondo per tuo amore; ma questo è pochissimo, poiché le ricchezze di questo mondo non sono che spine pungenti; e chi più ne possiede più è sfortunato. E per questo mi sembra di non aver lasciato altro che miseria e povertà; ma tu sai, dolce Signore, che se io possedessi mille mondi e potessi disporne a mio piacimento, abbandonerei tutto per amore tuo; e quand’anche tu mi dessi tutto ciò che possiedi in cielo e in terra, non mi riterrei appagata finché non avessi te, perché tu sei la vita dell’anima mia, né ho né voglio avere padre e madre fuori di te” (ibid., Meditazione II, 32, p. 59)» (ibid.).

Dal 1288 alla morte, nel 1310, Margherita esercita l’ufficio di priora della sua Certosa. A ulteriore smentita del luogo comune che vuole le donne del Medioevo generalmente ignoranti, «è una donna molto colta; scrive abitualmente in latino, la lingua degli eruditi, ma scrive pure in franco-provenzale e anche questo è una rarità: i suoi scritti sono, così, i primi, di cui si ha memoria, redatti in questa lingua». Le sue opere principali sono la Pagina meditationum (1286), in latino, e lo Speculum sanctae Margarete (1294) – cui fu dato in seguito questo titolo latino, ma che la santa scrisse in franco-provenzale – dove racconta tre sue visioni. Negli ultimi anni vi aggiunse Li via Seiti Biatrix Virgina de Ornaciu, pure in franco-provenzale, dove racconta la vita della consorella beata Beatrice di Ornacieux (1250-1303).

Una donna di grande cultura, dunque. Ma la sua cultura non è fine a se stessa. Santa Margherita non dimentica, sottolinea Benedetto XVI, che ultimamente «Cristo è il Libro che va scritto, va inciso quotidianamente nel proprio cuore e nella propria vita, in particolare la sua passione salvifica» (ibid.). Ma in realtà fra cultura e vita, fra opera letteraria e opera della grazia nell’esperienza monastica, fra i tanti buoni libri – che è cosa buona leggere – e l’unico vero Libro non c’è contraddizione. «Nell’opera Speculum, Margherita, riferendosi a se stessa in terza persona, sottolinea che per grazia del Signore “aveva inciso nel suo cuore la santa vita che Dio Gesù Cristo condusse sulla terra, i suoi buoni esempi e la sua buona dottrina. Ella aveva messo così bene il dolce Gesù Cristo nel suo cuore che le sembrava perfino che questi le fosse presente e che tenesse un libro chiuso nella sua mano, per istruirla” (ibid., I, 2-3, p. 81). “In questo libro ella trovava scritta la vita che Gesù Cristo condusse sulla terra, dalla sua nascita all’ascesa al cielo” (ibid., I, 12, p. 83)» (ibid.).

L’esperienza certosina coniuga i libri della grande spiritualità e della tradizione cattolica e il libro del cuore, quello dove Gesù stesso incide la sua vita nel rapporto quotidiano con chi lo cerca e lo sa trovare. E alla fine scopre che si tratta sempre dello stesso libro. «Quotidianamente, fin dal mattino, Margherita si applica allo studio di questo libro. E, quando l’ha ben guardato, inizia a leggere nel libro della propria coscienza, che rivela le falsità e le menzogne della sua vita (cfr ibid., I, 6-7, p. 82); scrive di sé per giovare agli altri e per fissare più profondamente nel proprio cuore la grazia della presenza di Dio, per far sì, cioè, che ogni giorno la sua esistenza sia segnata dal confronto con le parole e le azioni di Gesù, con il Libro della vita di Lui. E questo perché la vita di Cristo sia impressa nell’anima in modo stabile e profondo, fino a poter vedere il Libro all’interno, ossia fino a contemplare il mistero di Dio Trinità (cfr ibid., II, 14-22; III, 23-40, p. 84-90)» (ibid.).

La catechesi di Benedetto XVI su santa Margherita diventa così una profonda riflessione sul ruolo rispettivo, nella vita spirituale, dei libri e dell’unico vero libro che è la conoscenza di Gesù Cristo, e sul rapporto fra cultura e spiritualità. Santa Margherita lascia «intuire l’ineffabile mistero di Dio, sottolineando i limiti della mente nell’afferrarlo e l’inadeguatezza della lingua umana nell’esprimerlo» (ibid.). Scrivere buoni libri è indispensabile. Ma alla fine ci sono cose che nessuna parola umana può esprimere.

L’esperienza certosina in generale, e quella di Margherita in particolare, non è puramente contemplativa. Come priora, nota il Papa, la santa «mostra una spiccata attitudine al governo, coniugando la sua profonda vita spirituale mistica con il servizio alle sorelle e alla comunità. In questo senso è significativo un passo di una lettera a suo padre: “Mio dolce padre, vi comunico che mi trovo tanto occupata a causa dei bisogni della nostra casa, che non mi è possibile applicare lo spirito in buoni pensieri; infatti ho tanto da fare che non so da quale lato girarmi. Noi non abbiamo raccolto grano nel settimo mese dell’anno e i nostri vigneti sono stati distrutti dalla tempesta. Inoltre, la nostra chiesa si trova in così cattive condizioni che siamo obbligati in parte a rifarla” (ibid., Lettere, III, 14, p. 127)» (ibid.).

Benedetto XVI non manca di sottolineare che dagli scritti di santa Margherita traspare pure «un certo umorismo» (ibid.). La santa conosce il primato della grazia, ma parte sempre da una natura sana ed equilibrata: «valorizza l’esperienza degli affetti naturali, purificati dalla grazia, quale mezzo privilegiato per comprendere più profondamente ed assecondare con più prontezza e ardore l’azione divina. Il motivo risiede nel fatto che la persona umana è creata ad immagine di Dio, e perciò è chiamata a costruire con Dio una meravigliosa storia d’amore, lasciandosi coinvolgere totalmente dalla sua iniziativa» (ibid.).

C’è anche, afferma Benedetto XVI, un aspetto profondamente femminile – e materno – nella spiritualità di Margherita. «Ella afferma che la croce di Cristo è simile alla tavola del parto. Il dolore di Gesù sulla croce è paragonato a quello di una madre. Scrive: “La madre che mi portò in grembo, soffrì fortemente, nel darmi alla luce, per un giorno o per una notte, ma tu, bel dolce Signore, per me sei stato tormentato non una notte o un giorno soltanto ma per più di trent’anni […]; quanto amaramente hai patito a causa mia per tutta la vita! E allorché giunse il momento del parto, il tuo travaglio fu tanto doloroso che il tuo santo sudore divenne come gocce di sangue che scorrevano per tutto il tuo corpo fino a terra” (ibid., Meditazione I, 33, p. 59)» (ibid.).

E, naturalmente, questa spiritualità non può che essere anche mariana. «Riferendosi a Maria [la santa] afferma: “Non c’era da meravigliarsi che la spada che ti ha spezzato il corpo sia anche penetrata nel cuore della tua gloriosa madre che tanto amava sostenerti […] poiché il tuo amore è stato superiore a tutti gli altri amori” (ibid., Meditazione II, 36-39.42, p 60s)» (ibid.).

L’insegnamento di santa Margherita è importante anche per noi oggi, anche se «a prima vista questa figura di certosina medievale, come pure tutta la sua vita, il suo pensiero, appaiono molto lontani da noi, dalla nostra vita, dal nostro modo di pensare e di agire. Ma se guardiamo all’essenziale di questa vita, vediamo che tocca anche noi e dovrebbe divenire essenziale anche nella nostra esistenza» (ibid.). Infatti «meditare quotidianamente la vita di dolore e di amore di Gesù e quella di sua Madre, Maria» (ibid.) è possibile ancora oggi in ogni condizione di vita, ed è il solo modo per ritrovare «la nostra speranza, il senso del nostro esistere» (ibid.).

Con un riferimento di attualità, Benedetto XVI così ha concluso: «La spazzatura non c’è solo in diverse strade del mondo. C’è spazzatura anche nelle nostre coscienze e nelle nostre anime. È solo la luce del Signore, la sua forza e il suo amore che ci pulisce, ci purifica e ci dà la retta via. Quindi seguiamo santa Margherita in questo sguardo verso Gesù. Leggiamo nel libro della sua vita, lasciamoci illuminare e pulire, per imparare la vera vita» (ibid.).

Riferimenti

Benedetto XVI. 2010. Udienza generale – Margherita d’Oingt, del 3-11-2010. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato http://tinyurl.com/34osyaf.

 

 

Oscar Elias Biscet a 38 anni con la figlia Winnie a 11 anni

Oscar Elias Biscet a 38 anni con la figlia Winnie a 11 anni 


Nell’isola di Cuba, tanto nota a noi europei soprattutto per l’attività del “Che” - che considerava “l’odio come fattore di lotta, che spinge oltre i limiti naturali dell’essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere” (Messaggio alla Tricontinentale) – vive, nelle buie e fredde celle dei suoi penitenziari, un uomo, un medico, un cristiano, un nero, che non farebbe male ad una mosca, ma che sta rivoluzionando l’isola, che sta sgretolando il regime smascherandone la falsità delle sue idee e della sua prassi; che sta dando speranza ad un popolo ed un nuovo senso dell’esistenza ai suoi giovani, ora pieni solo della tristezza del castrismo.

Non è un ex capo militare e non è in carcere a seguito di azioni violente, come invece fu Mandela. E’ un uomo picchiato e vessato quotidianamente, che ha perso i denti, ma non la fede. Si tratta di un individuo forte, ma di quella forza che deriva dal bene creduto, vissuto e fatto, che frantuma il male che lì a Cuba, paradiso del turismo sessuale, si concretizza nelle diverse forme di denigrazione della dignità umana, tra le quali, una delle più ignomigniose e numericamente rilevanti è l’aborto, che nell’isola è legale dal 1965.

 

Questa è la storia del Dr. Oscar Elías Biscet, nato a l’Avana il 20 luglio 1961, da una famiglia di umili origini e laureatosi, nel 1985, in medicina con specializzazione in medicina interna. Nell’87, ha iniziato a praticare ed insegnare medicina nell'ospedale ostetrico/pédiatrico de Hijas de Galicia, a l’Avana.

Dieci anni dopo, Biscet ha creato la Fondazione Lawton per i diritti umani, un'organizzazione umanitaria considerata illegale dalle autorità cubane, che cerca di promuovere, in modo pacifico, la difesa dei diritti umani, prendendo come base il primo di questi diritti inalienabili: il diritto alla vita.

In questo stesso anno, effettua uno studio sulle tecniche di aborto utilizzate nell'ospedale Hijas de Galicia. Lo studio, che è intitolato: "Rivanol. Un metodo per distruggere la vita", enumera i metodi abortivi comunemente utilizzati nel sistema sanitario cubano e denuncia pubblicamente che la metodologia del Rivanol si conclude, nel caso in cui il farmaco si rivelasse inefficace, con l’uccisione del bambino post partum, per mancanza di assistenza, senza che nessuna informazione preliminare sia fornita al paziente.

Lo studio fu consegnato al governo cubano, con una lettera a Fidel Castro, il 9 giugno 1998, nella quale, il Dr. Biscet, denunciava il Sistema Sanitario Cubano per genocidio. Poco tempo dopo, lui e la moglie infermiera sono stati espulsi dal Sistema Sanitario Nazionale Cubano.

Per queste ed altre attività a favore dei diritti umani, il Dr. Biscet è stato oggetto di 26 detenzioni arbitrarie in un periodo di 18 mesi e sottoposto a trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Poi a seguito di altre attività pro life è stato condannato a 3 anni di prigione nel penitenziario "Cuba si", situato nella parte orientale di Cuba, a centinaia di chilometri della sua casa all’Avana.

Nel 2003, il Dr. Biscet, è stato nuovamente accusato di attività pericolose per la sicurezza dello Stato e condannato a 25 anni di prigione, per "servire come mercenario di uno stato straniero", durante la famosa repressione del governo cubano, nota in tutto il mondo con il nome di “primavera nera”. Ha iniziato a scontare la condanna presso il carcere di Kilo 8 in Pinar del Rio, dove è stato confinato dal 13 novembre 2003 al 15 gennaio 2004 in  un sotterraneo, con un criminale comune, dove, a causa delle condizioni di prigionia, ha perso 40 chili.

Il Dr. Biscet è stato trasferito il 1 dicembre 2004 al carcere Combinado del Este a l'Avana, dove è attualmente detenuto in condizioni disumane. In questi numerosi anni di carcerazione ha saputo mantenere una lucidità ed una fermezza non comuni, grazie ad una fede cristiana convinta, per la quale ritiene che l’unica autorità da rispettare sia sempre e solo la verità. Grazie a questa forza d’animo, nei primi periodi di detenzione, si è rifiutato d’indossare la divisa carceraria, ritenendola una misura non degna per un prigioniero politico e di coscienza e, molto più recentemente, ha avuto la forza di declinare un salvacondotto, con il quale in cambio dell’esilio, avrebbe ritrovato la libertà personale. Ma conscio che il suo scopo è proprio quello di permettere a tutti i cubani di vivere nella garanzia del rispetto dei diritti umani, primo fra tutti quello alla vita, ha ritenuto suo dovere restare a Cuba, seppur imprigionato, per abbattere con la cultura della vita e dell’accoglienza, chi ignora questi diritti e umilia l’essere umano.

 

Il Dr. Biscet è stato insignito di numerosi riconoscimenti per la sua lotta a favore della democrazia. Il 5 febbraio 2003, ha ricevuto negli Stati Uniti il premio International Republican Institute Democracy's People Award; il 5 novembre 2007 è stato uno dei destinatari della Medaglia Presidenziale della Libertà, il più alto riconoscimento civile degli Stati Uniti. In Germania è stato insignito, il 12 dicembre 2007, con il "Dr. Rainer Hildebrandt Medal 2007. Allo stesso modo, l'Ambasciata Ceca a Washington DC ha reso omaggio al Dr. Biscet, il 27 febbraio 2008. L’Associazione Scienza & Vita Pontremoli - Lunigiana (Italia) gli ha intitolato un premio letterario.

 

Tra i molti sostenitori e stimatori deI Dr. Biscet c’è Winnie, sua figlia, che ora vive negli USA ed ha dato vita ad una campagna internazionale per la liberazione di suo padre. Winnie ha 22 anni, è nata dal primo matrimonio del Dr. Biscet ed è la sua unica figlia femmina. Dal settembre 2003 vive, con molta nostalgia del padre, a Miami, dove studia per diventare infermiera. Chiediamo a lei di parlarci del Dr. Biscet:

 

“Winnie se dovessi descrivere tuo padre a chi non lo conosce, cosa diresti?”

 

Per me, mio padre significa libertà, amore e saggezza, perché mi ha insegnato molte cose buone che oggi pratico. Mio padre è molto intelligente e riflessivo, è un uomo che sa quando deve o non deve parlare. Sa anche capire le necessità delle persone e le aiuta a raggiungere quello che desiderano. E’ un uomo che unisce le persone per il bene. Quello che mi piace di mio padre è che lui ama il Dio degli eserciti e si conforma alla Sua parola, come un figlio. Si fida di Dio con tutto il cuore e mette tutto nelle Sue mani, perché tutto sia fatto secondo la Sua volontà. Mio padre è un amante della libertà e odia le ingiustizie. E’ un grande patriota che ha sacrificato la sua vita per i suoi ideali, per i nostri fratelli cubani e per ottenere la liberazione della nostra bella Cuba. Papà sei il migliore, ti amo!.

 

“Nonostante la distanza forzata, come senti l'amore di tuo padre?”

 

Si è una distanza forzata, non solo per i chilometri che ci separano, ma anche perché posso parlare con lui per circa 6 minuti ogni  3 o 4 mesi. Ma ogni volta che sento la sua voce, sento il suo amore e il suo desiderio di stare assieme. La cosa che il governo cubano non è riuscito e non riuscirà mai a distruggere è la fede di mio padre e l’amore per la sua famiglia, perché siamo fortemente legati per l’amore che sentiamo entrambi per Dio, nostro Salvatore.

 

“Qual è il ricordo più bello che hai di lui?”

 

Un momento speciale è stato quando siamo andati nel parco e mi ha insegnato ad andare in bicicletta. Ogni volta che sono caduta, mi ha detto che lui mi avrebbe preso e che se volevo potevo riuscirci. Mi riempiva di baci e mi diceva che mi amava e che mai si sarebbe dimenticato di me.

Un altro momento speciale è stato quando ho visto mio padre per l'ultima volta. E' stato nella strada dove sorge la mia casa e quando stava per essere portato via, ho indicato alla mia amica orgogliosamente che quello era mio padre, perché per me era ed è la persona più bella ed intelligente. Però, nel momento in cui stava per essere caricato sul taxi che lo portava via, ho sentito un grande dolore nel mio cuore, così forte, che la mia amica mi ha chiesto cosa mi stava succedendo! Io sentivo tanta paura di non rivederlo ed i suoi occhi mi mostravano, allo stesso tempo, tutto il suo amore e la sua sofferenza, perché anche lui certamente temeva di non poterci più vedere e di non poter più stare assieme come padre e figlia. Per me mio padre significa tanto. Amo mio padre con tutto il cuore e darei qualsiasi cosa per averlo di nuovo al mio fianco, libero. Mi piacerebbe avere un altro incontro con lui per dargli tanto amore e dirgli che lo amo tanto.

 

Winnie Biscet oggi 

Winnie Biscet oggi

 

“Con la sua lotta cosa sta insegnando a te e ai giovani come te?”

 

Mio padre mi ha insegnato molte cose: la prima ad avere fede in Dio e che con Lui tutto è possibile. Un'altra cosa che mi ha insegnato è l'amore per la democrazia, per i diritti umani di tutte le persone, compresi i bambini non nati. Mio padre mi ha insegnato che l'aborto è una cosa da non permettersi, perché si tratta di un crimine e come tale deve essere denunciato. E’ un'azione inaccettabile in una società che vuole il benessere per tutti.

Mi ha insegnato a combattere per la libertà dei prigionieri politici che sono nelle carceri castriste, come mio padre. Inoltre, mi ha insegnato a chiedere al mondo di vedere la sofferenza che regna a Cuba, a causa della mancanza di libertà di espressione e del rispetto dei diritti umani.

I giovani che lavorano con me, poi, si sentono ispirati e attratti anche solo leggendo le parole di mio padre o ascoltando le testimonianze delle persone che hanno lottato con lui e hanno lavorato per anni assieme a lui. I giovani sono ispirati, coinvolti, interessati dal fatto di sapere che mio padre è un uomo integro e di alti principi morali, che l'unica cosa che vuole è l'unità di tutti i cubani e di tutti gli esiliati cubani, sparsi in tutto il mondo, per ottenere la democrazia a Cuba, proprio come ha detto nella sua ultima intervista, pochi giorni fa, di unirsi tutti per chiedere al governo cubano la democrazia e la libertà.

 

 

“Ora sei tu la sua voce, qual è il messaggio che tuo padre rivolge ai cubani?”

 

La voce di mio padre e la mia sono una voce sola. Entrambi chiediamo di avere la libertà per i prigionieri politici, come promesso dal governo cubano alla chiesa cattolica cubana per il 7 novembre del 2010. Ma ancora oggi mio padre e altri 11 prigionieri sono ancora detenuti senza una data certa per la loro liberazione. La mia domanda è perché? L'unica risposta è perché hanno deciso di non lasciare Cuba, di non accettare l'esilio. Questi 12 uomini hanno deciso di rimanere a Cuba e continuare a combattere. La mia voce grida libertà per Oscar Elías Biscet ADESSO !!!!!!

 

 

“Hai Creato una campagna informativa e mediatica per la liberazione di tuo padre ed hai chiesto un incontro con il presidente Obama, ma l'Italia come ti può aiutare?

 

La Campagna per la liberazione di Oscar Elias Biscet è stata creata per chiedere la libertà di mio padre al governo cubano, e una volta ottenuta, con l’aiuto di Dio, lo scopo è quello di proteggerlo dallo stesso governo.

Nel sito web Http: / / www.gopetition.com/petition/39867.html abbiamo lanciato una petizione che oggi ha raggiunto più di mille firme. L’intento nostro, per il gennaio 2011, da attuare con il supporto di queste firme, è quello di ottenere un appuntamento con il Presidente Barack Obama. Spero che questo sia possibile anche grazie all’intervento del padrino della campagna Emilio Estefan, noto impresario musicale.

All’Italia chiediamo di aderire alla nostra campagna e ci rivolgiamo sia ai privati, sia alle istituzioni pubbliche e al mondo della cultura. In Italia ci sta aiutando molto l’Associazione Scienza & Vita Pontremoli – Lunigiana, che si è unita alla nostra lotta e riconosce il sacrificio di mio padre in difesa dei più innocenti e indifesi: i bambini non nati.

Ma non solo vogliamo che l'Italia si unisca alla nostra lotta per la libertà di mio padre, ma che la stessa cosa sia fatta da tutti i paesi del mondo perché, assieme dobbiamo denunciare, come dice il motto della nostra campagna, che "Il silenzio è il peggior nemico della libertà". Maggiori informazioni possono essere ottenute anche tramite il nostro sito web www.freedrbiscet.com.

Vi prego di partecipare alla campagna per liberare mio padre, un uomo giusto e dignitoso e lo faccio lasciandovi questo suo pensiero raccolto nella sua ultima intervista, il 15 dicembre 2010:

"Ho rifiutato di lasciare il paese in modo permanente perché credo che io debba cooperare per il bene del mio popolo e che il benessere può essere raggiunto solo quando si vive in libertà, solo la libertà conduce alla pace".

 

Per veramente vincere l’evasione fiscale occorre un fisco facile, civile, moderato Combattere l’evasione fiscale. È un imperativo perennemente risonante nei proclami politici, nei comizi sindacali, nei programmi dei partiti. È anche una banale riflessione comune alla maggioranza dei cittadini, visibilmente ester-nata nelle lettere ai giornali. Se andiamo oltre il generico impegno e guardiamo alla sostanza, le faccen-de stanno diversamente. Proviamo, ad esempio, a curiosare nelle comuni-cazioni al Parlamento con le quali i presidenti del Consiglio presentano cia-scuno gl’impegni del proprio governo. Risalendo per mezzo secolo, trove-remo espressioni identiche.

Alcide De Gasperi, parlando alla Camera per chiedere la fiducia (negatagli) nel 1953 per il suo ottavo e ultimo gabinetto ammonì: “deve essere intensi-ficata l’opera di repressione dell’evasione fiscale.” Gli successe dopo poche settimane Giuseppe Pella, con un monocolore appoggiato dal centro-destra, fra l’altro impegnandosi a proseguire “l'opera di repressione dell'e-vasione fiscale”. Nel gennaio successivo Amintore Fanfani mise insieme il suo primo governo, garantendo pure “costanti misure contro gli evasori”. Gli andò male, perché non ebbe i voti sufficienti. Ce la fece invece Mario Scel-ba, con un tripartito di centro: promise “un’energica repressione, anche pe-nale, delle evasioni fiscali” (affermazione che, provenendo da chi era apo-strofato “ministro di polizia”, avrebbe dovuto suscitare terrore negli evasori).
Passiamo ad Adone Zoli, il quale nel ’57 varò un monocolore che ottenne voti nel centro-destra, assicurando “iniziative per la repressione delle eva-sioni”. Dopo di lui tornò Fanfani, con un bicolore di centro, che s’impegnava per “la severa repressione delle evasioni”. Saltiamo alla vita tormentata, nel ’60, del gabinetto di Fernando Tambroni, monocolore appoggiato dalla de-stra, col “fermo intendimento di perseverare validamente nell'azione per il contenimento e per la repressione delle evasioni”. Si noti bene che i termini usati sono spesso ispirati a estremo rigore: repressione, energico, severo, costante …
Sintetico fu il redivivo Fanfani: per il suo terzo governo, detto delle conver-genze parallele, nell’estate ’60 garantì l’immancabile “lotta contro le evasio-ni fiscali”. Andiamo a un altro pluripresidente, Giulio Andreotti. Nel ’72, pre-sentando il suo primo gabinetto, un monocolore che non ottenne la fiducia, senza molta originalità promise di “andare in profondità nella lotta contro gli evasori”. Pure Mariano Rumor garantì, presentando il suo quinto e ultimo governo di centro-sinistra (’74), “una rigorosa lotta alle evasioni”. Ne raccol-se il testimone Aldo Moro, con il suo quarto gabinetto, sempre di centro-sinistra, impegnato a una “politica di repressione dell'evasione fiscale”. Pa-role non sostanzialmente difformi da quelle espresse presentando il suc-cessivo, e ultimo, governo (monocolore privo di appoggio parlamentare, nel ’76), quando dichiarò che sarebbe stata propria cura “proseguire negli sforzi già intrapresi” contro le ”evasioni fiscali”.
Siamo arrivati agli anni del compromesso storico fra Dc e Pci, segnati dai governi di Andreotti. Il divo Giulio nel ’76 profetizzò “passi in avanti nella lot-ta alle evasioni, obiettivo essenziale, prima ancora che sotto il profilo del re-cupero di materia imponibile, a fini di aumento del gettito, come fatto di giu-stizia generatore di consenso sociale.” Nel ’78, il giorno stesso del tragico rapimento di Moro, Andreotti riprese il concetto: “recupero in cospicua misu-ra delle attuali evasioni fiscali, nel campo sia delle imposte dirette sia delle imposte indirette”. Vasto programma, avrebbe commentato Charles de Gaulle. Andreotti non dovette essere del tutto appagato dell’azione condot-ta, se nel successivo suo governo (il quinto, nel ’79) tratteggiò “una più effi-ciente lotta all’evasione fiscale con i provvedimenti preparati dal precedente Governo”, “portati a rapida completezza dal Governo attuale”. Per la storia, al gabinetto mancò la fiducia.
Non fu da meno negl’impegni Francesco Cossiga. Presentando nel ’79 il suo primo governo (che diede l’avvio alla stagione definita del pentapartito), s’impegnò per “una sistematica azione di lotta all'evasione”. L’anno dopo auspicò, per il secondo governo, un “recupero graduale dell'area delle eva-sioni”, con quell’aggettivo (“graduale”) che rivela indirettamente le difficoltà incontrate. Gli successe presto Arnaldo Forlani, anche lui con una certa do-se di prudenza: promise ”la riduzione dell’area dell'evasione”. Il repubblica-no Giovanni Spadolini fu altrettanto prudente (siamo nel 1981): ”L'obiettivo prioritario della politica tributaria è rappresentato dalla riduzione dell'evasio-ne fiscale”. Fu più largo d’impegni l’anno dopo, col secondo esecutivo: am-biva alla riduzione di “consistenti aree di evasione fiscale”. Passarono po-chissimi mesi e tornò Fanfani (il “rieccolo”, col quinto governo), giurando di “azione prioritaria riguardante l'evasione fiscale”.
Eccoci a Bettino Craxi. Nel suo primo governo (1983) s’impegnò a continua-re “la lotta, che è necessario condurre, contro ogni forma di evasione fisca-le”; nel secondo (’86) assicurò di proseguire “nell'azione di repressione del-l'evasione dell'Iva”. Per una volta, ecco qualcuno che limitava il settore tri-butario, senza impegni a 360 gradi.
Tornati a palazzo Chigi i democristiani, si segnalarono la promessa di Gio-vanni Goria (1987) di “combattere a fondo l'evasione”; l’impegno di Ciriaco De Mita (’88) di ridurre “drasticamente, di pari passo, le aree di evasione (particolarmente con azione amministrativa), di erosione e di elusione (con interventi legislativi)”; la promessa del ritornato Andreotti (sesto gabinetto, 1989) di rafforzare “l'azione già avviata per combattere le evasioni fiscali, contro le quali sono altrimenti inutili demonizzazioni e lamentele”. Ricono-scimento, quest’ultimo, fondato. Però le concrete opere non dovettero esse-re state soddisfacenti, se lo stesso Andreotti, presentendo il suo settimo e ultimo governo (’91), parlò di “porre in essere un'azione incisiva per il recu-pero dei margini di evasione, di elusione e di erosione delle basi imponibili”. Ultimo presidente della prima repubblica, Carlo Azeglio Ciampi (’93) assun-se come impegno “la lotta all'evasione, un capitolo amaro per non pochi degli italiani”.
Eccoci alla seconda repubblica. Silvio Berlusconi, presentando il suo primo ed effimero governo (1994), dipinse “un'area di evasione e di elusione del dovere contributivo che non ha paragoni nel continente europeo”. Lamberto Dini, a capo di un gabinetto tecnico (nel ’95), promise “soprattutto la lotta al-l'evasione”. Non fu da meno Romano Prodi, capo del centro-sinistra, nelle dichiarazioni programmatiche sia del ’96 (“intensificazione della lotta all'e-vasione fiscale) sia nel ’98 (“il mio Governo combatterà con la massima de-cisione e determinazione un livello di evasione fiscale che non ha eguali nel mondo sviluppato”).
Ed eccoci al Berlusconi IV, in carica da due anni. L’impegno aveva sfumatu-re diverse, per la prima volta: “Dobbiamo accrescere la volontà e la capaci-tà di contrastare l’evasione fiscale, ristabilendo però il principio liberale se-condo il quale le tasse non sono «belle in sé» e neppure un tributo morali-stico al potere indiscusso dello Stato”. Però rimaneva la solita solfa (come definirla diversamente?) del contrasto all’evasione. È una parola d’ordine che ricorda alla perfezione le gride manzoniane. Le dichiarazioni program-matiche dei governi sono tutte testimonianze “degli sforzi fatti per ispegner-la, e della sua dura e rigogliosa vitalità”, attribuendo all’evasione fiscale le parole del Manzoni rivolte contro la specie dei bravi. Tanti solenni impegni, senza all’evidenza risultati concreti.
Ha ben indicato la situazione Antonio Martino (Libero, 23 maggio): “Quanto poi al contenuto di queste manovre, è anch’esso disgustosamente ripetitivo: c’è sempre un appello alla lotta all’evasione, mitico Eldorado che risolve ogni problema, e l’eliminazione delle spese pubbliche immancabilmente su-perflue. Quanto alla prima non si ripeterà mai abbastanza che, essendo l’evasione un reato, va combattuta sempre, indipendentemente dallo stato delle pubbliche finanze, non solo occasionalmente quando lo Stato ha biso-gno di quattrini. Non solo ma il fatto che venga continuamente reiterata suggerisce che i vari conati non hanno avuto successo e che non sarà quel-la la via per rimettere in sesto i conti pubblici. Stranamente, nessuno sem-bra aver mai pensato che l’esiguità delle entrate fiscali non sia da imputare alla malvagità degli evasori quanto piuttosto a un sistema tributario del tutto inefficiente e iniquo. Solo da un’autentica e coraggiosa riforma fiscale pos-siamo attenderci un rimedio, non certo dalle giaculatorie sulla cattiveria dei contribuenti.” In sintesi: per veramente vincere l’evasione fiscale occorre un fisco facile, civile, moderato. Ci vuole quella riforma fiscale che dal ’94 Ber-lusconi promette e che non si vede mai, neppure con l’odierna manovrona, che invece avrebbe costituito l’occasione d’oro per rifare a fundamentis il fi-sco italico. Altrimenti, possiamo stare certi che il prossimo governo, quale ne sia il colore politico, tornerà a sbraitare con l’impegno di lottare duramen-te contro l’intollerabile evasione. Esattamente come da oltre mezzo secolo fanno tutti i governi, della prima e della seconda repubblica, da De Gasperi a Berlusconi, presieduti o aventi come titolari delle Finanze politici di centro, di centro-destra, di centro-sinistra, cattolici, laici. Se siamo ancora fermi agli impegni dei primi anni del dopoguerra vuol dire che la lotta all’evasione è una predica costante, non attuabile per la natura stessa dell’immarcescibile fisco italiano.

CESARE MAFFI

In Italia, in questi giorni, si torna a parlare delle teorie del complotto di David Icke, propagandate stavolta con un notevole sforzo anche televisivo. Che cosa pensarne?. Per inquadrare il personaggio Icke, occorre risalire alla crisi di uno stile di pensiero che ha molto contribuito a diffondere l’interesse per i temi paranormali ed esoterici, extraterrestri compresi: il New Age. All’inizio questa corrente, le cui origini risalgono al 1962, si presentava come un classico millenarismo progressista e utopico: siamo entrati, o stiamo per entrare, in una nuova età dell’oro: l’Età dell’Acquario di cui aveva parlato per primo l’esoterista Paul Le Cour (1861-1954), un mondo senza infelicità e senza conflitti. I segni sono «là fuori», è sufficiente dotarsi – tramite la meditazione o altre tecniche adeguate – di occhi per vederli. Ma gli anni passano, e basta aprire la finestra per accorgersi che «là fuori» non c’è affatto un mondo senza guerre e senza povertà. Dopo avere rinviato più volte le date, il New Age deve accettare l’inevitabile e ammettere che non c’è nessun glorioso e felice Nuovo Evo all’orizzonte. Passa dalla terza alla prima persona, e afferma che – se anche l’umanità nel suo insieme non entrerà nel New Age – io posso farlo, posso accedere al mio Nuovo Evo personale e privato di felicità perfetta attraverso l’uso delle stesse tecniche che il New Age aveva propagandato nella sua fase utopistica.
In Italia questa svolta è spesso definita, dagli stessi protagonisti, come il passaggio dal New Age al «Next Age»: un’espressione che non ha avuto invece alcuna fortuna negli Stati Uniti, dove si preferisce parlare di «movimento dell’Ascensione» (ma il termine diventa ambiguo se è tradotto in italiano, dove acquista subito una risonanza cattolica), con riferimento alla salita personale dalla dimensione comune della vita quotidiana a una, superiore, di felicità perfetta. Carol S. Matthews ha insistito sul fatto che l’utopia non più sociale del «movimento dell’Ascensione» comporta anche un elemento di utopia rovesciata, di distopia, senza che questo elemento ne esaurisca peraltro i temi e le correnti. Il New Age, spiegano i teorici dell’«Ascensione», non ha potuto rinnovare il mondo – nonostante il favorevole momento astrologico – perché si è trovato ad affrontare un avversario terribile che, nella sostanza, non si può battere: i Rettiliani.
La preistoria del mito dei Rettiliani è letteraria, e certamente i suoi primi promotori hanno tratto ispirazione dal mito di Chthulu, sviluppato da Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) a proposito di mostri di altre dimensioni che gli antichi veneravano come dei e che ancora oggi minacciano l’umanità, e dagli «anfibi con tre occhi» provenienti dal pianeta Sirio creati dallo scrittore di fantascienza Philip Kindred Dick (1927-1982) nel suo romanzo Valis. Tuttavia, l’idea della creazione degli uomini da parte di alieni rettiloidi (o anfiboidi) che hanno usato l’ingegneria genetica può essere datata al 1976, con le prime opere del cripto-archeologo (per altri, meno gentilmente, pseudo-archeologo) Zecharia Sitchin, che pensa di avere trovato presso i Sumeri prove dell’intervento sulla Terra di extraterrestri chiamati «Annunaki», da cui derivano le «linee di sangue» aliene ancora presenti sul nostro pianeta. Questa terminologia – «Annunaki» compresi – si ritroverà nella successiva letteratura, dove gioca un ruolo decisivo a partire dal 1999 David Icke.
Considerato dal sociologo David Barkun il più influente autore «complottista» contemporaneo, e nato nel 1952 a Leicester, Icke è un ex-calciatore professionista che ha giocato nella seconda divisione inglese come portiere del Coventry City e dell’Hereford United. Galeotta è stata per lui l’artrite reumatoide nel senso che, stroncandone la carriera di calciatore, lo ha indotto a darsi alla politica nel partito dei Verdi, da cui è stato espulso nel 1991 dopo essersi proclamato pubblicamente «Dio» e avere annunciato insieme la sua prossima ascensione al Cielo e disastri apocalittici che avrebbero colpito l’Inghilterra. In un paese dove gli eccentrici sono spesso popolari, queste vicende valgono all’ex-portiere frequenti inviti a talk show inglesi, dove emerge come il principale diffusore dell’idea della cospirazione rettiliana, cui dedica dal 1999 voluminose opere che incontrano un notevole successo. Nel 2004, continuando a usare sapientemente la televisione popolare – ma, forse, sapendo anche quando fermarsi – Icke accetta, e poi rinuncia, a partecipare all’edizione inglese 2005 del reality show, ben noto anche in Italia, Big Brother, «Il Grande Fratello».
La storia dei Rettiliani, così come circola nel «movimento dell’Ascensione» (che in buona parte coincide, anche se i due concetti non sono esattamente equivalenti, con la corrente nota in Italia come «Next Age»), comincia centinaia di migliaia di anni fa sul pianeta Alpha Draconis. Il pianeta è abitato da Rettiliani, così chiamati dai loro «studiosi» terrestri contemporanei perché assomigliano ai grandi rettili presenti sulla Terra, anche se molti di loro si nutrono di sangue e sono pure alle origini del mito del vampiro. Gli scienziati rettiliani notano che sul lontano pianeta Terra le scimmie si stanno evolvendo. Decidono allora di inviare una missione che, grazie ad avanzate conoscenze di ingegneria genetica, innesti il DNA dei Rettiliani su quello delle grandi scimmie per creare una razza di schiavi da dominare e manipolare, l’umanità terrestre. I Rettiliani hanno la capacità di mutare forma e sono sempre stati presenti sulla Terra per sorvegliare gli uomini, sottrarre loro energia e impedire che si evolvano eccessivamente.
Tracce della verità sui Rettiliani si trovano nel Genesi – non fu forse un serpente a tentare Eva? – e nei miti sumeri. I Rettiliani – continua questa versione della storia – non vanno confusi con i Grigi (Greys). Questi ultimi sono gli «extraterrestri» che guidano gli UFO e sono stati spesso descritti come «omini verdi». Non derivano dalle scimmie, ma dai delfini (o da antenati di questi ultimi nella storia dell’evoluzione), e sono il frutto di un altro esperimento genetico che ha mescolato DNA rettiliano e DNA di cetacei. A differenza di quello che ha dato origine all’umanità, o l’esperimento non è stato condotto sulla Terra (i cetacei sono stati portati sul pianeta dei Rettiliani) ovvero i Grigi sono stati subito condotti su Alpha Draconis. Comunque sia, il DNA dei Grigi è instabile ed essi devono periodicamente rapire terrestri per «ripararlo»: di qui le storie di rapimenti di persone portate a bordo dei dischi volanti e sottoposte a quelli che definiscono, quando ritornano sulla Terra, «esperimenti medici». I Grigi non sarebbero di per sé malvagi, ma molti di loro sono schiavi o alleati dei Rettiliani.
I Rettiliani sono presenti sulla Terra nel mondo antico sotto forma di divinità: queste dunque esistono veramente, anche se non hanno nulla di divino e sono semplicemente extraterrestri infinitamente più potenti degli uomini. Talora si rivelano come sono veramente, e questo spiega tutte le leggende su divinità-serpenti. A un certo punto della loro storia, i Rettiliani invadono la costellazione delle Pleiadi e ne massacrano gli abitanti, moralmente più rispettabili, ma tecnologicamente meno avanzati di loro. I Pleiadiani fuggono in diverse direzioni: alcuni vengono sulla Terra e a loro volta si incrociano con gli uomini, dando origine alle civiltà perdute di Atlantide e di Lemuria. Altri rimangono sui loro pianeti cercando di resistere ai Rettiliani o vagano altrove nello spazio, da dove entrano in contatto con persone umane capaci di percepirli per via medianica tramite il channeling, così che nell’ambiente del «movimento dell’Ascensione» circolano numerosi volumi di «messaggi dalle Pleiadi».
A causa della resistenza dei Pleiadiani, i Rettiliani da secoli non si mostrano più apertamente. Usano la loro capacità di cambiare forma per nascondersi dietro le sembianze di potenti della Terra, mentre con altri – tra cui, da secoli, il governo degli Stati Uniti – stipulano alleanze, di cui sono segno in America la famosa immagine dell’occhio sopra la piramide nel Great Seal e l’altrettanto famosa pianta simbolica secondo cui sarebbe stata costruita la città di Washington. I Rettiliani controllano da secoli la Chiesa cattolica, tra l’altro – ma non esclusivamente – attraverso la massoneria (Icke 1999, 45). Molte famiglie reali sono di stirpe rettiliana: così la famiglia reale inglese, come proverebbe il fatto che la vecchia regina madre Elisabetta d’Inghilterra (1900-2002) sia stata ripetutamente vista trasformarsi da rettiliana in umana (ibid., 455). Anche la famiglia Bush, che ha dato agli Stati Uniti due presidenti, sarebbe composta da Rettiliani sotto mentite spoglie.
I dirigenti della massoneria e delle società segrete sono in gran parte anche loro Rettiliani capaci di assumere forma umana. Gesù Cristo, la Vergine Maria, la Maddalena non sono invece mai esistiti: sono solo «figure simboliche» che sono state confuse con antiche «divinità», cioè con Rettiliani adorati come dei dai popoli antichi (ibid., 141). Le dinastire più legate alla Chiesa Cattolica, come gli Asburgo, sono tutte rettiliane. «Conosco personalmente – assicura Icke – una Gran Sacerdotessa che ha officiato in rituali satanici del più alto livello, e ha visto con i suoi occhi gli Asburgo di oggi cambiare forma in Rettiliani durante il rituale» (ibid., 144).
Qualcuno che aveva capito i Rettiliani era la principessa Diana (Spencer, 1961-1997), che aveva scoperto tutto il complotto quando aveva sposato un rettiliano della famiglia reale inglese. E infatti, avendo visto cose che non doveva vedere e avendo rifiutato l’offerta di unirsi ai Rettiliani della Regina Madre – che per la verità aveva usato anche le cattive cercando di violentare la poveretta con un «fallo d’oro (simbolo di Osiride) […] di forma e dimensioni rettiliane» (ibid., 451) – «la principessa Diana fu uccisa su un antico luogo sacrificale merovingio consacrato alla dea Diana [mascherato da galleria stradale], di cui alla sua automobile fu non a caso fatto colpire il tredicesimo pilastro» (tredici essendo naturalmente un numero simbolico rettiliano: ibid., 145). Ma le cose potrebbero anche avere avuto una dimensione più complicata, perché il principe Carlo d’Inghilterra è oggi «uno dei maggiori Rettiliani purosangue» (ibid., 143), i quali non sempre vanno d’accordo con i «Rettiliani mezzosangue» nel cui albero genealogico ci sono Rettiliani che si sono accoppiati con umani. Il va sans dire – ma David Icke ci mette ben 514 pagine a dirlo – che queste beghe fra i Rettiliani, e fra gli Illuminati – da loro controllati ma oggi entrati in uno stato di agitazione – si sono manifestate negli attentati dell’11 settembre 2001, di cui tali controversie sono la causa diretta (Icke 2002), tanto più che l’islam è stato a suo tempo creato dagli stessi Illuminati (Icke 2001, 223)…
A questo punto però mi fermo, e rivendico il diritto a dichiarare che mi gira la testa. Ricordando, però, che Icke non è un pazzo isolato, almeno nel senso che non è isolato. I suoi libri – quasi tutti tradotti anche in italiano – si vendono a centinaia di migliaia di esemplari, e senza considerare il ruolo di Icke e della teoria dei Rettiliani in genere non è possibile neppure cominciare a comprendere una delle principali direzioni in cui si muove il «movimento dell’Ascensione», che ha fatto seguito al New Age e rappresenta per molti versi l’«ultimo grido» in tema di nuova religiosità.
Da ultimo, il complotto denunciato da Icke è un complotto alieno, come nella serie televisiva X-Files. Non è, però, il trionfo di X-Files. La serie televisiva creata dall’ateo Chris Carter trattava almeno con rispetto la religione, in particolare quella cattolica con cui quella che è la figura più equilibrata e positiva del serial, l’agente Dana Scully, mantiene (anche nell’ultimo film del 2008, «Voglio crederci») un complesso ma rassicurante rapporto. Per Icke, invece, e per molti dei buoni Pleiadiani che vogliono generosamente favorire la nostra «Ascensione», il primo modo di lottare contro i Rettiliani, la massoneria, gli Illuminati, il Priorato di Sion e il Grande Complotto in genere, è liberarsi dalle religioni, tutte creazioni dei malvagi extraterrestri, di cui quella cattolica è la più pericolosa. «La religione è stata la maledizione del mondo – scrive Icke in un altro dei suoi libri – e l’umanità non conoscerà mai la libertà prima di aver esorcizzato questa maledizione. È la maledizione dell’ignoranza, che ha allungato la sua ombra oscura su secoli di soppressione della libertà umana da parte degli Annunaki e delle loro linee di sangue. Soprattutto, la religione è stata la forza attraverso cui l’umanità è stata indotta [dai Rettiliani] a sopprimere sé stessa» (Icke 2001, 226).
Chi è alla ricerca d’informazioni serie sulla massoneria o le società segrete ha a disposizione oggi molte fonti attendibili. Fra queste non rientrano certamente le teorie di Icke sui Rettiliani, interessanti come manifestazioni delle derive della corrente post-New Age ma che certo non trasmettono informazioni sulla storia.

Fonti
Icke, David. 1999. The Biggest Secret. Bridge of Love, Scottsdale (Arizona) [trad. it. Il segreto più nascosto. Il libro che può cambiare il mondo, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena (Forlì) 2001].
Icke, David. 2001. Children of the Matrix. How an Interdimensional Race Has Controlled the World for Thousands of Years – and Still Does. Bridge of Love, Wildwood (Missouri) [trad. it. Figli di Matrix. Da migliaia di anni una razza proveniente da un’altra dimensione tiene soggiogata l’umanita... agendo sotto i nostri occhi, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena (Forlì) 2002].
Icke, David. 2002. Alice in Wonderland and the World Trade Center Disaster. Why the Official Story of 9/11 is a Monumental Lie. Bridge of Love, Wildwood (Missouri) [trad. it. Alice nel paese delle meraviglie e il disastro delle Torri Gemelle. Ecco perché la versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre è una menzogna colossale, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena (Forlì) 2003].

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