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Grave ipoteca sul mercato delle locazioni

La Patrimoniale (che si sarebbe aggiunta all’anticipazione dell’Imu – per le caratteristiche di questa imposta cfr. Cn marzo 2011) non c’è. Non c’è neppure la progressività (ma solo la distinzione di aliquote fra abitazione principale e altri immobili). Così come si è evitato il varo del tributo sui servizi (che era stato già approvato in prima lettura dal passato Consiglio dei ministri): un prelievo totalmente aggiuntivo e formalmente giustificato in funzione – addirittura – dei servizi indivisibili resi dai Comuni (dalla illuminazione delle strade, alla sicurezza, al trasporto pubblico). L’aggravio sul settore immobiliare – che finanzia il 65% circa delle entrate previste dalla manovra – è comunque assai forte, con prevedibili seri effetti depressivi sul mercato.

I nuovi moltiplicatori previsti per la determinazione della base imponibile dell’Imu (160 per i fabbricati del gruppo catastale A, esclusi gli A/10, e delle categorie catastali C/2, C/6 e C/7: vale a dire, in particolare, abitazioni, magazzini e autorimesse; 140 per i fabbricati delle categorie catastali C/3, C/4 e C/5: vale a dire, in particolare, laboratori e impianti sportivi; 80 per i fabbricati della categoria catastale A/10, vale a dire uffici e studi privati; 60 per i fabbricati del gruppo catastale D: vale a dire, in particolare, opifici, alberghi e istituti di credito; 55 per i fabbricati della categoria catastale C/1: vale a dire negozi e botteghe) portano ad un aggravio di imposta, rispetto all’attuale Ici, nella gran parte dei casi del 60 per cento e come minimo, dato che è riconosciuta ai Comuni la possibilità di aumentare (o di diminuire, ma è un’ipotesi da considerarsi irreale, dati anche i nuovi tagli previsti per gli enti locali) l’aliquota base generale (che è dello 0,76%, cioè del 7,6 per mille) sino a 0,3 punti percentuali (fino, quindi, al 10,6 per mille) e la specifica aliquota prevista per le abitazioni principali (che è dello 0,4%, cioè del 4 per mille) sino a 0,2 punti percentuali (fino, quindi, al 6 per mille). Quanto all’abitazione principale, viene prevista – oltre alla specifica aliquota – una detrazione base di 200 euro che i Comuni potranno, a determinate condizioni, elevare fino a concorrenza dell’imposta dovuta.

Anche se si è evitata la progressività piena – che molti pretendevano – per le unità immobiliari possedute oltre la prima (progressività che avrebbe rappresentato – come dalla Confedilizia più volte sottolineato prima dell'adozione del provvedimento sulla manovra da parte del Governo – un assurdo nell'assurdo, essendosi in presenza – anche per l'Imu – di un'imposta patrimoniale, che non tollera progressività essendo già espropriativa in sé), l'aumento dell'imposizione fiscale del 60 per cento per la gran parte degli immobili è – pur in una situazione di emergenza ed in un periodo di sacrifici – insostenibile perché totalmente disancorato dal reddito dei cespiti colpiti (per cui, in molti casi, l'Imu potrà essere corrisposta solo con mezzi provenienti da altre fonti – là ove queste fonti ci sono –, con violazione del civile principio per cui l'imposta trova il proprio limite nella capacità di reddito del patrimonio). Una insostenibilità che diventa ancor più grave nelle città nelle quali le rendite catastali sono già state adeguate ai dati di mercato attraverso l'azione di riclassamento operata dall'Agenzia del territorio su impulso dei Comuni.

La manovra pone poi una grave ipoteca sul mercato delle locazioni, avendo eliminato la riduzione a metà dell'aliquota ordinaria dell'Imu per gli immobili locati prevista nel provvedimento sul federalismo e prevedendo ora per gli stessi l'applicazione dell'aliquota ordinaria del 7,6 per mille, salva solo la facoltà dei Comuni di ridurre tale aliquota fino al 4 per mille. L'Imu – che si assomma in questo caso all’imposizione erariale reddituale – risulta notevolmente aggravata rispetto al regime Ici, in ogni fattispecie e in modo particolare proprio per i contratti a canone calmierato dagli Accordi tra Confedilizia e Sindacati inquilini. Aumenti così pesanti – che intervengono, addirittura, in corso di contratto – non trovano giustificazione neppure nelle esigenze dei conti pubblici (gli immobili locati sono poco più del 9 per cento del complesso degli immobili nell'intera Italia) e creeranno di certo gravi tensioni, ed anche contenziosi, nel settore. L'aggravio stimolerà inoltre la proposizione di eccezioni di costituzionalità della normativa basate sia sull'Imu in sé (riproponendosi in gran parte le stesse eccezioni – a cominciare dall'indeducibilità – a suo tempo sottoposte alla Corte costituzionale, ma per la gran parte mai decise nel merito) sia sulle circostanze che gli aumenti dei moltiplicatori agiscono su rendite che rappresentano, di fatto, solo il valore degli immobili e che tali rendite – proprio per l'effetto surrettiziamente espropriativo che possono comportare – furono più di 15 anni fa tenute provvisoriamente in vita dalla Corte costituzionale solo perché varate con una legge che prevedeva che le stesse sarebbero state a breve superate con una revisione degli estimi e, così, specialmente riferite al mercato delle locazioni (e quindi alla redditività degli immobili e non ai valori).

La Confedilizia continuerà a battersi per la riconduzione ad equità della manovra, non essendovi equità – specie ai descritti livelli fiscali – senza aggancio al reddito.

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