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I giovani disoccupati, vittime della crisi e il lavoro che pure c’è

In un’era di crisi del lavoro e del crollo dell’occupazione lo studio è, ancora, uno straordinario strumento di mobilità sociale come è stato , in Italia, dal dopoguerra in poi? Ovvero, serve ancora studiare? Se si, cosa e come studiare? E’ giusto legare maggiormente gli studi alle opportunità di lavoro? La formazione è davvero, ancora la leva fondamentale per la crescita? Queste domande si sono riversate sul web nell’arco di un’intera settimana per iniziativa dell’Ossevatorio giovani dell’Arel. Ebbene, a nostro avviso, se da un lato la condizione giovanile si è fatta sempre più critica, con il dispiegarsi degli effetti della crisi economica, dall’altro lato i giovani devono trovare sbocchi occupazionali, ma non possono coltivare sogni impossibili. E’ pur vero che tutti i giovani hanno il diritto di costruirsi una cultura, ma un conto è, ad esempio, diventare un esperto di poeti dialettali e un altro conto è pensare che centinaia se non migliaia di esperti di poesia dialettale possano trovare lavoro per vivere, mettendo a frutto questa competenza umanistica. Ad onor del vero, c’è da dire pure, che il mito della cultura umanistica come unica forma alta di cultura, prospettato in tutto il percorso educativo del nostro sistema scolastico, spinge moltissimi giovani a scegliere progetti di istruzione universitaria che, poi, non permetteranno sbocchi lavorativi. E il risultato sono milioni di giovani che non hanno lavoro e che neppure più lo cercano, con la prospettiva di vivere a spese della famiglia fino a quando è possibile. A questo punto va detto pure che ci sono procedure, strumenti e Istituzioni che dovrebbero facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Ovviamente, va detto pure, che offrire o domandare lavoro non è un’operazione semplice come fare due più due; ma è al quanto singolare che in una mattinata di tarda primavera a Minerbio, una ridente cittadina della pianura bolognese, si siano trovati, a pochi metri uno dall’altro, ambedue residenti della cittadina, un giovane alla ricerca di un impiego e un datore di lavoro costretto a chiudere bottega, perché nessuno era disposto ad accettare il lavoro che offriva. Ma c’è di più. Quando si parla di “generazione perduta” è questo a cui ci si riferisce: al fatto che per molti giovani il lavoro si presenta come un’esperienza irregolare, discontinua, profondamente insoddisfacente. In conclusione diciamo che l’occupazione giovanile è un tema che finisce inevitabilmente con il mescolarsi agli altri, in un accumularsi di emergenze che sollecitano un’attenzione programmata ed efficiente del Governo.

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