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Giovedì, 09 Luglio 2020

La dimenticanza dell'uomo, causa della crisi

Illudersi è inutile. Neanche i cosiddetti eurobond sono una soluzione. Il debito non si risolve con il debito. A nessun livello: dall’economia domestica più essenziale, a quella della più grande organizzazione statuale o sovrastatuale.

È il debito a essere il problema, a maggior ragione quando i singoli Stati comprano denaro al quattro, al cinque, al sei per cento dalla Banca Centrale Europea e sono poi costrette, come l’Italia, a prestarlo al solo tre per cento (per esempio alla Spagna o alla Grecia).

Queste cose le dicono in pochi. Praticamente nessuno. Eppure, altro che il preside della Bocconi, l’ultimo dei ragionieri aziendali capirebbe che la crescita non può essere finanziata così.

Essa sarà possibile solo ove si tagli lo Stato e la sua spesa e vendendo, per fare cassa e ridurre il debito, parte del suo cospicuo patrimonio immobiliare. Alla società, insidiata da un cappio fiscale già insopportabile, non possono essere chiesti ulteriori sacrifici.

A che cosa si deve la miopia degli studiosi, dei politici e di quell’ibrido fra le due categorie che sono i tecnici al potere? Tutti uniti, dinanzi alla crisi economica che sta travolgendo l’Occidente, continuano a proporre esiziali terapie stataliste e ad auspicare nuove emissioni di titoli del debito pubblico.

A ben guardare, sembra proprio che il fattore incapacitante abbia origine nella dimenticanza dell’uomo e della sua natura, sostituiti da modelli matematici, equazioni, grafici e soprattutto idee, cioè il ragionamento che surroga l’osservazione del reale, l’esperienza, la storia.

I grandi economisti del passato non sentivano la necessità di usare troppa matematica per spiegare l’economia nei suoi elementi essenziali, nelle sue costanti assiologiche. E hanno sempre messo al centro della propria riflessione non le cose e la loro rappresentazione cervellotica, ma la persona umana, la sua natura, le sue motivazioni, il suo ethos; riconoscendo il legame indissolubile tra la causa-uomo e l’effetto-società, tanto sul piano politico che su quello economico: l’ordine sociale ed economico – spiegava Eric Voegelin – consegue all’ordine dell’anima, e quello risulta dalla capacità di questa (è il rischio della libertà) di sottomettersi alla propria natura, cioè alla volontà di Dio di cui il nous può avere coscienza se vuole, e non alla propria libido.

La più elementare – e per questo, essenziale – delle costanti assiologiche dell’economia maggiormente ignorate è la seguente: ogni attività produttiva (necessaria, posto che l’uomo non trova in natura, bell’e pronto, quasi nulla di quel che gli serve o desidera) deve rendere più di quanto costi.

È la tanto reale quanto demonizzata legge del profitto (e quella ad essa correlata del risparmio per formare riserve e capitale). Corollario di tale principio normativo dell’attività economica è la regola antropologica dello sforzo (il “sudore della fronte”), della laboriosità, del sacrificio, dell’austerità. La cui costante assiologica di contesto – senza la quale, il suo rispetto, se non impossibile, diventa particolarmente difficile – è la famiglia naturale con prole.

Insomma, antropologicamente, l’uomo deve faticare per procurarsi qualunque cosa. Economicamente, tale fatica è fruttuosa se non è in perdita né dissipatrice dei ricavi; socialmente, le motivazioni più forti, quelle in realtà decisive, provengono dai legami familiari. Questa la “maledizione” del peccato originale. Questa la dura realtà. Questo il bersaglio dell’utopia, che vuole emancipare l’uomo dalla sua condizione post peccatum, e restituirgli il “paradiso” in terra.

Abolita per decreto l’equazione Beni=Sudore, l’utopia sembrava realizzata e il Paese dei Balocchi raggiunto. L’invenzione dello Stato moderno, che si può permettere di capovolgere la regola del segno “più” e spendere in deficit, avrebbe finalmente liberato l’uomo – o alcuni uomini a spese di altri – dalla tirannia del profitto, del risparmio, dello sforzo, dell’austerità, del sacrificio, ai quali la maggiore o minore obbedienza genera quell’odiosa diseguaglianza che tanto male fa all’invidia e all’orgoglio di Adamo, e avrebbe distribuito “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

In realtà, quanto più si è diffusa l’“economia” di Stato, tanto più si è devastato l’ordine economico e antropologico. L’idea che si possa spendere e consumare a prescindere equivale, per l’economia, a quello che, per un corpo, è una dieta alimentare che non badi a reintegrare le energie spese. La spesa in deficit e il conseguente debito pubblico sono per il corpo sociale quello che il regime alimentare del GULag fu per i corpi dei prigionieri. La crisi, anche mortale, è nelle cose.

Questo ignorano e rifiutano di prendere in considerazione – accecati dall’ideologia e dal loro orgoglio – studiosi, politici e tecnocrati. Anche di questo, se si prosegue sulla stessa strada, purtroppo morirà – come è già accaduto per altre – la nostra moralmente fiaccata civiltà occidentale, che già fu cristiana.

 

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