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Il Mezzogiorno arranca e a stento riesce a mantenere il motore di crescita al minimo; il Nord-Est viaggia spedito ai livelli del resto d’Europa, il Centro e il Nord-Ovest si muovono con qualche difficoltà. La ripresa del Meridione ferma a + 0,4% contro + 0,9% della media nazionale e +1,4% di Veneto ed Emilia Romagna. E’ questa la fotografia, scattata dall’Istat, dell’andamento del Pil 2018, nell’Italia ripartita per grandi zone geografiche. A questo punto, noi diciamo, senza mezzi termini, che il Mezzogiorno sconta un gap enorme con il resto del Paese Italia. Pertanto, è necessario che la Politica nazionale crei un sistema di connessione, ovvero, un vero piano per le infrastrutture, dell’Italia, materiali ed immateriali, per ridurre i divari rilevati dall’Istat, creando le basi di uno sviluppo inclusivo. Ad esempio, l’alta velocità deve caratterizzare il Sud, come caratterizza il Nord del Paese. Purtroppo, per il Mezzogiorno si è fatto poco sulle infrastrutture, è stata un’occasione persa. In conclusione, ci auguriamo che la Politica nazionale incerta, su una possibile crescita del Mezzogiorno, si adoperi con decisioni specifiche per risollevare il Sud che cresce meno del resto del Paese.

A nostro modesto avviso, in primis, quello che la politica nazionale deve fare è andare a rovesciare il triste paradigma comune che vede il Mezzogiorno del Paese Italia, un peso e andare invece, nella direzione di considerare il nostro Sud, come una risorsa ineguagliabile, in termini, ad esempio, di turismo, ma, anche, e soprattutto, in ragione delle numerose eccellenze agroalimentari che esso esprime e che sono, anche, un vero e proprio vanto del Made in Italy, in Europa e nel mondo. Purtroppo, dobbiamo dire, senza mezzi termini, che c’è un a questione strutturale che riguarda le regioni meridionali e che non è più accettabile: occorre, invece, agire su queste criticità territoriali che finora non hanno consentito di sfruttare tutte le sue risorse agroalimentari, turistiche e culturali.  Ancora, il “Piano per il Sud” previsto dalla Politica nazionale non può prescindere da misure che favoriscano l’accesso al credito delle aziende agricole e il supporto all’internazionalizzazione. In conclusione, diciamo che un appello, di alta rilevanza, alla politica nazionale, per un concreto rilancio del Mezzogiorno, è stato lanciato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, il 22 giugno scorso, con la marcia di oltre 3mila pugliesi, a Reggio Calabria.

 

A nostro modesto avviso, la politica nazionale, dai Fondi europei, può trovare una soluzione della “Questione meridionale”. Vediamo come. Per il ciclo economico in corso (2014-2020) l’Italia ha a disposizione quasi 45miliardi di euro, di cui circa 34miliardi sono destinati alle politiche di coesione territoriale, per l’accorciamento del gap tra Nord e Sud del Paese. Ancora, la partita, in Europa, si gioca su un nuovo ciclo di programmazione delle risorse per la coesione territoriale che sarà misurato,  sull’arco di tempo (2021-2027). Nel particolare, per l’Italia ci saranno risorse economiche per quasi 40miliardi che, in larga parte, saranno attratti dalle regioni del Mezzogiorno. Poi, va detto, senza mezzi termini, che la politica di coesione europea fornisce un ulteriore sostegno alle strategie di sviluppo gestionale, a livello locale e conferisce maggiori responsabilità, alle autorità locali, nella gestione degli stessi Fondi europei. In conclusione, diciamo che le autorità locali del Mezzogiorno dovranno avere la capacità di spesa delle risorse europee, loro assegnate, puntando su linee di investimento fruttuose, di sviluppo territoriale locale.

 

A nostro modesto avviso, da un lato, vanno evidenziati i numeri, degli aspetti critici dell’economia del Mezzogiorno, dall’altro lato, va messa sotto osservazione, da parte della Politica nazionale, un’azione straordinaria per far ripartire il Mezzogiorno. In primis, diciamo che l’ultimo Rapporto SVIMEZ ci dà una fotografia economica drammatica del Mezzogiorno, soprattutto, con riferimento all’aumento delle emigrazioni dei giovani intellettuali. Pertanto, vanno via dal Sud giovani istruiti che  trasferiscono  il loro potenziale produttivo in altre regioni (non solo al Nord ma, anche, all’estero). L’inversione di rotta, come peraltro suggerito dalla SVIMEZ- richiederebbe ingenti investimenti pubblici da parte della Politica nazionale, nelle aree meridionali. A questo punto, va detto, senza mezzi termini, che a fronte di un’economia, in caduta libera, l’idea di riproporre un intervento straordinario che richiami l’esperienza della “Cassa per il Mezzogiorno” dovrebbe trovare posto nell’agenda dell’attuale Politica nazionale. Peraltro, va detto, pure, che la riproposizione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, non è impossibile per ragioni di bilancio: ogni copertura di spesa rinvia ad una scelta, in ordina alle priorità del Governo, così, da essere una questione prevalentemente della Politica nazionale.

Noi riteniamo che la Politica nazionale, con degli investimenti alle imprese del Sud, per un loro rilancio, può creare più lavoro per i giovani del Mezzogiorno. Ancora, nel particolare, a nostro modesto avviso, il ministro dello sviluppo economico deve intervenire per determinare, con le Regioni del Sud, lo sviluppo industriale del territorio. Di conseguenza, se reggono gli investimenti nel Mezzogiorno, sono legati, anche, a quelle aziende che continuano a determinare occupazione dei giovani nel Sud. Ma c’è di più. Il capitale umano dei giovani è il motore principale per produrre sviluppo e benessere; in tal senso deve essere migliorata, da parte del settore pubblico e privato, la consapevolezza che, anche, nel Mezzogiorno, si può avere una formazione di qualità dei giovani che puntano ad un loro futuro di benessere sociale. In tal senso, dal Rapporto AlmaLaurea è stato registrato un dato importante: “Grazie alla laurea, il tasso di occupazione dei giovani del Mezzogiorno ha ottenuto un incremento positivo, tanto che sembra, finalmente prossimo, azzerarsi il divario che ha distanziato i nostri giovani da quelli del Nord Italia”. In conclusione, ci auguriamo che questo dato di “Buona formazione” diventi un trampolino di lancio, per il futuro lavorativo dei giovani del Mezzogiorno.

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